Sabato, Febbraio 1st/ 2014
– di C.Alessandro Mauceri –
Lavoro minorile, schiavismo, diritti dei lavoratori, diritto sindacale, ONU, Consiglio Economico e Sociale, export processing zones, EPZ, Organizzazione Internazionale del Lavoro, FIAT, schavismo, schiavitù, Coca Cola, The Ecologist, The Independent, Philip Morris, Convenzione 138, Apple, Nokia, Microsoft, XBox, HP, KYE National Labor Committee, H&M, Benetton, Inditex, “The dark side of Chocolate”, Miki Mistrati, Nestlè, Barry Callebault, Save the children, Paesi emergenti, multinazionali, C.Alessandro Mauceri
La Società degli Uomini Invisibili – The Dark Side
of Chocolate
La schiavitù non è stata abolita: essa ha solo cambiato
nome ed è raddoppiata
Viaggio nelle città fantasma degli uomini invisibili, nelle
periferie delle metropoli e dell'esistenza
► Video in Allegato: The Dark Side of Chocolate
di C.Alessandro Mauceri
Gli Uomini Invisibili
Palermo – di C.Alessandro Mauceri – C’è una notizia che, ormai da alcuni anni, con cadenza quasi costante occupa le seconde (chissà perché mai non le prime) pagine dei giornali. All’incirca ogni otto/dieci mesi si torna a parlare di sfruttamento del lavoro minorile, di schiavismo, di diritti dei lavoratori soprattutto nei Paesi sottosviluppati. In realtà l’effetto che hanno queste notizie è quasi nullo. La causa di ciò potrebbe essere il fatto che alla maggior parte della gente pare non importare nulla che parti del proprio cellulare o della propria auto o del proprio vestito siano prodotti costringendo gli operai, spesso bambini o minori, senza alcun diritto sindacale a turni di lavoro massacranti, senza alcuna garanzia della sicurezza dei processi produttivi e senza alcun giorno di riposo. La verità è che il potere delle organizzazioni dei lavoratori a livello internazionale è praticamente nullo: se nel settore commerciale sono stati sottoscritti decine, anzi centinaia di accordi tra le varie nazioni, a livello di diritti dei lavoratori, poco o niente è stato fatto. Poco importa se in alcuni Paesi la salute dei lavoratori viene tutelata e in altri invece vengono trattati quasi (per usare un eufemismo) come schiavi, senza alcun diritto e senza alcun potere contrattuale. Una volta era la dimensione delle imprese (e quindi il loro mercato di riferimento), oppure la tecnica di lavorazione, che costringeva le aziende a localizzare i propri impianti in un Paese invece che in un altro. Oggi, in un mondo in cui la maggior parte delle merci scambiate viene prodotta da colossi multinazionali il cui mercato di riferimento è l’intero pianeta, la scelta del sito in cui realizzare i propri impianti produttivi è dettata solo ed esclusivamente da due fattori: 1) la capacità di produrre a costi più bassi; 2) la possibilità di imporre le proprie scelte ai lavoratori e alle amministrazioni locali. A ben vedere è questo il solo e unico motivo che ha permesso alla Cina, all’India e a molti altri Paesi di svilupparsi dal punto di vista economico con trend di crescita spaventosi. E di farlo con il bene placet delle organizzazioni internazionali: l’ONU, con la risoluzione emanata dal Consiglio Economico e Sociale nel 1964, ha definito le “zone industriali di esportazione”, “export processing zones” (EPZ), e ha promosso gli scambi commerciali tra Paesi ricchi e quelli in via di sviluppo. I governi locali hanno fatto lo stesso, favorendo la realizzazione di insediamenti produttivi sul proprio territorio.
850 EPZ – 27 milioni di anime – Scarsi benefici per i comuni ospitanti
Oggi, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel mondo esisterebbero 850 EPZ in cui lavorano circa 27milioni di persone. Eppure ciò non ha prodotto alcun vantaggio né per lavoratori né per gli Stati. Spesso, infatti, grazie a cavilli legali e astuti finanzieri (si pensi al decentramento delle sedi legali, operative e fiscali in tre diversi Paesi preannunciate dalla FIAT), poco o niente degli enormi guadagni delle multinazionali è rimasto nelle casse dell’erario dei comuni che le hanno ospitate. Astuti imprenditori locali chiudono e riaprono le aziende con un altro nome, spesso godendo di agevolazioni fiscali che le rendono ancora più competitive sui mercati internazionali.
La Schiavitù è stata abolita?
Sui libri di scuola c’è scritto che la schiavitù è stata abolita. La realtà è ben diversa: ha solo cambiato nome. I tecnici hanno trovato un nuovo termine per indicare questo stato di cose, lo hanno chiamato “schiavismo” (secondo definizione dell'ONU, la schiavitù è “lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi”). Schiavismo invece sarebbe il sistema sociale ed economico basato sulla schiavitù. In questo modo, il problema è stato ridotto ad un mero studio sociologico e linguistico. A chi importa se nel mondo oltre 21 milioni di lavoratori sono trattati in condizioni peggiori di quelle riservate agli schiavi che venivano portati dall’Africa nei Paesi “evoluti” qualche secolo fa? L’unica vera differenza tra gli schiavi di allora e quelli di oggi è che ora, nella maggior parte dei casi, gli schiavi non vengono trasportati in altri Paesi: vengono schiavizzati nel proprio Paese. Solo in Asia il numero di lavoratori “forzati” supererebbe 11,7 milioni. In Africa sarebbero 3,7 milioni i nuovi schiavi e pochi di meno in America Latina (1,8 milioni). Anche la tanto evoluta Unione Europea vanta un numero di schiavi non indifferente (1,5 milioni) tanti quanto i Paesi dell'Europa centrale e sudorientale e della CSI. E tutto nella più totale indifferenza da parte dei consumatori di quei beni realizzati grazie al lavoro degli schiavi. Quanti di quelli che acquistano prodotti con il marchio Fanta (gruppo Coca Cola), sanno che, come è risultato da un’inchiesta del "The Ecologist" e del "The Independent", nel Mezzogiorno d’Italia la raccolta delle arance destinata alla produzione delle bibite, avviene in condizioni di quasi schiavitù. Quanti fumatori sanno che la multinazionale del tabacco Philip Morris (che nel 2010 fu costretta ad una parziale ammissione) utilizza nelle proprie piantagioni bambini di 10 anni, costringendo i lavoratori, dopo aver sequestrato loro i documenti, ad vivere in condizioni di schiavitù.
"Modello Smartphone"
Il tutto in barba alla Convenzione 138 dell’OIL che prevede che “l'età minima di ammissione al lavoro non può essere inferiore all'età prevista per il completamento della scuola dell'obbligo e in ogni caso non deve essere inferiore ai 15 anni”. Quanti di quelli che fanno la coda per acquistare l’ultimo modello di smartphone o che hanno comprato prodotti informatici e consolle per videogiochi sanno che molti componenti di queste aziende provengono dalla cinese KYE accusata dal National Labor Committee di schiavismo per aver reclutato 1000 studenti lavoratori di età inferiore ai 15 anni, e averli costretti a lavorare per 15 ore al giorno, sette giorni su sette. Non è da meno il settore tessile: l’80% della produzione tessile e dell’abbigliamento che avveniva negli USA e nell’UE oggi è stata “rilocalizzata” (eufemismo, o modo più elegante, per indicare che si sta andando a schiavizzare un Paese) in India o in Paesi poveri, dove i governi non hanno alcun interesse ad effettuare controlli sulle condizioni dei lavoratori e dove il livello di corruzione è enorme. Qui lo sfruttamento e la schiavizzazione sono quasi considerate“normali”. Almeno fino a quando (come nel caso del crollo di una palazzina in Bangladesh) non accadono“incidenti”che provocano la morte di centinaia di lavoratori sfruttati e sottopagati. Solo allora i media scoprono che quelle persone stavano producendo abiti per marchi come H&M, Benetton e Inditex (proprietario di Zara).
The Dark Side of Chocolate
Nessuna televisione in Italia ha mandato in onda il documentario “The Dark Side of Chocolate” (Vedi qui The Dark Side of Chocolate – Miki Mistrati – BOLDtalks 2012), girato nel 2012, dal giornalista danese Miki Mistrati, che racconta la storia dei bambini schiavi nelle piantagioni ivoriane dove viene prodotto il cacao destinato a molte aziende (diffusi anche del Bel Paese). Stime approssimate per difetto indicavano in 378mila i minori coinvolti. Né Nestlè, né Barry Callebault (che fornisce cioccolato all'artigianato dolciario italiano) hanno mosso un dito per combattere lo sfruttamento minorile nelle piantagioni di cacao. Eppure, già nel 2003, "Save the Children" aveva denunciato che in Costa d'Avorio esisteva un forte sfruttamento dello schiavismo minorile nelle piantagioni di cacao. Sono passati dieci anni, ma, a quanto pare, poco o nulla è cambiato. E la gente ha continuato a consumare il cioccolato proveniente da quelle regioni…. rendendosi in questo modo complice ignara delle atrocità che vi avvengono.
Persi in un bicchiere… di tè
In Bangladesh, Nepal e India le piantagioni di tè da molti anni utilizzano il lavoro infantile in gran quantità (in Assam il 70% della manodopera) con orari massacranti, paghe minime e ambienti di lavoro spesso letali. Ma quanti, bevendo una tazza di tè, pensano a quanti bambini muoiono ogni anno a causa dei pesticidi utilizzati nelle piantagioni indiane dove lavorano? Qualche tempo fa venne fuori che parte delle somme destinate ad aziende produttrici di armi e armamenti provenivano dai fondi d’investimento gestiti da banche compiacenti. Il tutto, ovviamente, senza che i singoli risparmiatori ne sapessero nulla (alzi la mano chi sa “esattamente” a chi vanno i soldi dei vari fondi d’investimento). In questo modo i singoli cittadini potevano dire di avere la coscienza a posto anche se, in realtà, si erano resi complici, avendole finanziato con i loro risparmi, di guerre e atrocità di ogni genere.
Un giro in FIAT
Quello che avviene nel mondo del lavoro non è diverso. Tutti comprano oggetti e beni di consumo provenienti da tutto il mondo o realizzati con parti provenienti da Paesi come la Cina, l’India e i Paesi emergenti. A volte ci si sorprende del prezzo inverosimilmente basso, ma nessuno di quelli che comprano un cellulare o un vestito pensa che, forse, quell’oggetto è frutto del lavoro di uno schiavo o di un bambino. Nessuno si ferma a pensare com'è stato trattato il lavoratore che lo ha realizzato. Nessuno pensa che quei prodotti (o quelle auto, dato che la FIAT, come dimostrano le sue ultime decisioni, non è da meno) o loro parti vengono prodotti in zone franche di Paesi in via di sviluppo dove sorgono giganteschi agglomerati di fabbriche che lavorano come appaltatrici o sub-appaltatrici di multinazionali incuranti della salute dei lavoratori e dell’impatto sull’ambiente (le conseguenze si stanno manifestando in alcune metropoli cinesi e indiane).
Schiavitù & Schiavitù – Dal Consumismo alla Moneta-Debito
Forse il 2013 verrà ricordato sui libri di sociologia come l’anno della fine della schiavitù. Gli storici dicono che la schiavitù è stata debellata. La verità, invece, è che oggi la schiavitù – dietro i sorrisi perbenisti, confortanti e rassicuranti che si sprecano nelle pubblicità – non solo esiste, ma anzi il numero degli schiavi è maggiore (è più che raddoppiato) rispetto a quello del periodo del colonialismo. E la situazione non migliorerà. Almeno fino a quando la gente non cesserà di essere schiava del consumismo e diventi cosciente del modo in cui i beni di uso quotidiano sono prodotti. Fino a quando la gente non la smetterà di acquistare oggetti prodotti in questo modo dalle multinazionali e imporrà alle grandi industrie l’adozione e il rispetto (le due cose non sempre coincidono) di norme che tutelino la vita e la salute dei lavoratori. Cosa fare dunque? Un buon inizio sarebbe sicuramente quello di iniziare ad essere meno schiavi della tecnologia… tornando ad occupare meglio il nostro tempo. Magari spegnendo la TV – primo motore di questa macchina diabolica – e tornando ad occuparci più del sociale e della "cosa pubblica"… Scopriremo magari che esistono altre forme addirittura più subdole di schiavitù che annientano interi popoli, come quella del modello usurocratico della moneta-debito: asse portante del "Nuovo Ordine Mondiale".
di C.Alessandro Mauceri (Copyright © 2014 Qui Europa)
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Rubrica – Schiavi Moderni: L’Era dell’Oro-Carta, dal Golpe Massonico Liberale dei Mille al Brigantaggio – Seconda Parte
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Rubrica – Schiavi Moderni, Terza Parte – La Profezia di Thomas Jefferson
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