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Categoria: Spiritualità e Radici Cristiane

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  • Difendere la vita in un mondo di morti: la straordinaria testimonianza di Gianluca Martone

    Difendere la vita in un mondo di morti: la straordinaria testimonianza di Gianluca Martone

    Martedì, 21 maggio / 2019

     

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Gianluca Martone, Sergio Basile, Difesa della vita, aborto, Moloch, New York  

    Difendere la vita in un mondo di morti: la straordinaria

    testimonianza di Gianluca Martone

     

    di Sergio Basile

    Missione Vita

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Le bugie dei Moloch del terzo millennio              

     

       “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”

                                                       (George Orwell) 

    Roma – di Sergio Basile La cultura della morte imperversa e si respira ormai in ogni ambito socio-economico, sulle ali di un plagio mediatico di massa, orchestrato nella grande fucina nichilista di un invadente progressismo che vorrebbe convincere sempre più l’umanità della bontà dell’autodistruzione. L’attacco alla vita e l’infanticidio rappresentano gli ultimi stadi di maturazione di un antico processo rivoluzionario di smantellamento reale di millenarie verità di fede, acquisite a caro prezzo, e di messa al bando dei valori della grande Europa cristiana: un  processo lento e capace di reinventarsi nei secoli dietro nuovi fantasiosi simboli e accattivanti sigle. Tali crimini, caduto il muro dell’etica incarnata dal giusnaturalismo, annientato il diritto naturale, dismesso lo scudo millenario della santa e immutabile dottrina della Chiesa Cattolica e innalzata a verità assoluta l’etica del vuoto numero (democratismo massonico e/o parlamentarismo), sono quindi bypassati come atti di verità, coraggio, indipendenza, libertà. Il peso di un figlio indesiderato, quel “simbolo di vergogna” e responsabilità – così come concepito dai maestri sessantottini e allievi prediletti della neomarxista Scuola di Francoforte (vedi articoli in allegato) – quell’episodico ciclone destinato a cambiare la vita, può essere così facilmente resettato, soffocato per sempre, quasi come se l’anima non esistesse; quasi come se quel grumo di cellule (invero ben formate, pensanti e palpitanti di vita) fossero un nulla da disperdere nel mare del caos, in un universo di materialismo cosmico (come vorrebbero i sacerdoti del marxismo) che ci riporta ai cieli di Babilonia, ai biblici abomini del paganesimo di cui narra la Bibbia. Il nuovo Moloch, dio pagano cui sacrificare i piccoli cuori degli uomini non nati, non ha più le sembianze di un grande gufo di pietra, ma quella molto più rassicurante di un elegante clinica, di un ovattato lettino di ospedale.

             Il candore delle lenzuola fresche di bucato delle super cliniche abortiste
                        vorrebbe surrogarsi al candore evanescente delle coscienze,
                    ormai irrimediabilmente sporcate dal peso oscuro del nonsenso.

    Ma l’operazione è fallita, e la cartina tornasole di questo opprimente fallimento è il senso di colpa destinato ad accompagnare vita natural durante l’esistenza dell’infanticida; il caos che tormenta il sonno e destabilizza sempre più la serenità delle famiglie europee. Per contro la rivendicazione unanime che si leva alta dalle piazze arcobaleno, pretende di convincere le masse lobotomizzate che la donna, essendo il naturale contenitore del “non nato” fin dal concepimento, vanterebbe il diritto di decidere della sua vita e della sua morte,

                            dimenticando che a “morire di aborto” non è però costei,
                                                   ma un altro individuo indifeso;
                    un sacro ospite dotato di anima, corpo, cervello ed organi propri.

     

      Da New York al Vermont                                      

    Le leggi (massoniche) di molti “stati democratici”, dietro il fantasma giuridico dello Stato e il fantasma ideologico della democrazia, stanno inesorabilmente virando verso l’affermazione di questa follia collettiva, intrisa di satanismo (Satana infatti, da sempre, odia profondamente l’uomo, perché creato ad immagine e somiglianza di Dio). Su questa scia ricordiamo il recente “si all’aborto” in Irlanda (maggio 2018); il G7  in Canada (giugno 2018) in cui fu ribadita la necessità di fomentare leggi sull’aborto fino al nono mese; nonché l’ultima deriva intrapresa dallo Stato del Vermont e prim’ancora dallo Stato di New York, su proposta del governatore Andrew Cuomo, spalleggiato dalla “solita” ex first lady Hillary Clinton: depenalizzazione per aborto totale anche fino al 9° mese.

      L’attacco dell’élite mondialista                                  

    Un raggio di luce capace di trafiggere le dense nebbie newyorkesi, è giunto però – nelle scorse ore – dallo Stato dell’Alabama, per mano della governatrice Kay Ivey, firmataria di una nuova legge sull’aborto che di fatto vieta l’interruzione di gravidanza anche per le donne vittime di stupro, punendo con il carcere i medici che lo praticano. 

       “Guarda, questi sono gli idioti che prendono le decisioni per le donne in America!
                                                   Governatore Kay Ivey vergognati!!”
                                                                          (Rihanna)

    Lapidario, indigesto, inevitabilmente allineato alla mentalità mondialista dominante è stato il repentino commento contro il governatore Ivey, giunto via web dalla pop star Rihanna, seguita a ruota da Lady Gaga. L’astio esacerbato verso i pro-life, manifestato dalle due prime donne dello star system musicale a stelle e strisce – club élitario ben foraggiato dagli stessi enti mondialisti impegnati da decenni in svariati progetti abortisti, eugenetici e pro-vax – non dovrebbe demoralizzare i difensori della vita. Anzi! Quando gli attacchi arrivano dal cuore dell’impero del male, si ha la sensazione che la strada intrapresa sia quella giusta.

     Difendere la Vita – L’atto più rivoluzionario       

    D’altronde partendo dall’assioma vita=verità (la vita è la somma espressione della verità divina)  e dalla consapevolezza che in tempo di inganno universale dire la verità sia un atto rivoluzionario, possiamo sostenere che difendere la vita fin dal concepimento non può che essere l’atto più rivoluzionario. L’accezione “rivoluzione”, che nello scritto che segue utilizzaremo con un senso “positivo”, va ricordato che di per sé presenta un significato negativo – di negazione – e di “opposizione”, perché etimologicamente sta a significare il “tornare indietro” (dal latino revolutionem, da revolutus, participio passato di revolvere: volgere indietro, ritornare, voltare). Va ricordato altresì, in piena coerenza con l’etimologia della parola (rivoluzione), che i rivoluzionari nella storia hanno sempre cercato con violenza, ideologie o eresie di attaccare le rivelazioni, le verità e i dogmi conquistati lungo il fluire dei secoli nella Chiesa Cattolica: anche se successivamete il termine “rivoluzione” ha assunto un significato improprio, più ampio e universale. Come rivelato dalla Madonna a Fatima – Vedi testimonianza/profezia di Suor Lucia dos Santos – nello scontro tra Dio e Satana, l’ultima battaglia, «lo scontro finale sarà sulla famiglia e sulla vita» (1). La consapevolezza che si stia disputando l’ultima battaglia di una serrata guerra, richiede la presenza di soldati ben addestrati pronti a sguainare la spada: “rivoluzionari di Cristo”. Ovviamente la “guerra” di cui si parla a Fatima è uno scontro tutto spirituale, capace però di incidere apocalitticamente anche sulla dimensione materiale, fisica e geografica delle nazioni. Il problema che si presenta, in un clima di indifferenza generale che travolge e paralizza anche la (falsa) chiesa modernista (contrapposta alla vera Chiesa di Cristo) consta nel ritrovare proprio questo provvidenziale spirito guerriero. La moderna gabbia sociale spinge ciascuno di noi, spesso e volentieri, all’egoismo, all’indifferenza. Dunque, se non riusciamo ad amare i nostri familiari e i nostri amici, che conosciamo e con i quali interagiamo quotidianamente, come potremmo avere a cuore la causa e la sorte dei non-nati?  Per farlo bisogna rivestirsi di umiltà, comprendere – nella preghiera – il valore della sacralità ed eternità dell’anima, e quindi della vita, e ritrovare lo spirito “guerriero” che fu dei nostri padri: uomini e donne semplici che con il loro indefesso e piccolo impegno quotidiano fecero grande l’Europa e l’Italia cristiana. Poniamo come modello, probabilmente utile a risvegliare molti da questo canceroso torpore spirituale, la semplice ma straordinaria esperienza di un giovane campano, Gianluca Martone, impegnato da anni a combattere la follia abortista.

    (1) profezia di Suor Lucia, veggente di Fatima, contenuta nella lettera al cardinal Carlo Caffarra: vedi intervista del cardinale concessa a La Voce di Padre Pio (marzo 2008)

     

     La straordinaria esperienza di Gianluca Martone 

    Gianluca Martone, 36 primavere, da due anni ha iniziato una vera e propria crociata in difesa della vita, davanti a ben sette ospedali del Centro-Sud Italia: l’ospedale Loreto Mare di Napoli (nel quale vengono praticati tra i 1100 e i 1300 aborti ogni anno); il Cardarelli di Campobasso (400 infanticidi annui di media); il Moscati di Avellino (con il raccapricciante primato di ben 5 mila aborti annui); il Rummo di Benevento (500 aborti ogni anno); il Riuniti di Foggia (circa 1000 aborti ogni anno), il Policlinico di Bari (noto per aver iniziato la diffusione della famigerata pillola abortiva Ru486 nel 2010 e nel quale vengono praticati oltre 1000 aborti l’anno); il San Carlo di Potenza (circa 400 infanticidi annui). Dal 2017, con la tenacia e la fortezza che solo la fede in Dio sanno donare, confidando quotidianamente nella potenza della Santa Messa Tridentina,

                         Gianluca macina centinaia di chilometri a settimana
             per non tradire quella che sente come la sua missione principale:
                           ridare speranza a potenziali assassini dei loro figli,
         facendogli scoprire l’importanza di rispettare la sacralità della vita.

    Perché ogni vita ha un’impronta di eternità e un universo nascosto e insondabile di amore da riversare in un mondo avvolto dalle nebbie dell’egoismo.

    “Grazie ad alcuni miracoli avvenuti a Benevento, ci sono ben tre sacerdoti amici, di cui non faccio il nome per discrezione, i quali non mi fanno mai mancare i Santi Sacramenti ogni giorno dal 20 agosto 2017.  Sospinto da una forza incredibile e dall’Onnipotenza della Santa Messa Cattolica, che mi ha cambiato la vita, decisi di aggiungere anche gli ospedali di Bari, Foggia e Potenza a questa impresa improba, coprendo quattro capoluoghi di Regione del Sud, tra Molise, Puglia, Campania e Basilicata, compresi gli ospedali di Benevento, Avellino e Foggia:  i più mortiferi del Mezzogiorno”.

    (Gianluca Martone)

    “Malgrado le difficoltà economiche che una missione così imegnativa richiede – spiega Gianluca – il Signore sta sospingendo questa impresa con grazie incredibili e incessanti. Il grande don Oreste Benzi, uno dei sacerdoti che ho preso come esempio in questa crociata pro life, disse:

    “Oggi, mentre siamo qui, cinquecento bambini, in media, vengono sgozzati e uccisi. Omicidio premeditato, voluto, in Italia. 180mila l’anno. Ma queste creature urlano, e il grido loro sale a Dio. Mentre si sta vicino a Dio questo grido lo si sente, ma se non lo si sente, vuol dire che qualcosa c’è da rivedere nel nostro rapporto con Dio e con i fratelli. Non posso dare indirettamente il mio permesso; chi tace con i fatti è complice del delitto. Le nostre mani – si voglia o no, anche se dà fastidio – grondano sangue”.

    (Don Oreste Benzi)

    “Da parte mia – continua Gianluca – io non voglio tacere e, fino a quando Dio vorrà, continuerò a dare voce in trincea davanti agli ospedali a questi innocenti martiri, i veri dimenticati di questa nostra società scristianizzata, che ha dimenticato e smarrito il valore infinito della vita per ciascuno di noi, dal concepimento alla morte naturale”. Ringraziamo Gianluca Martone e chi provvidenzialmente concorre a sostenere la sua crociata, nella consapevolezza che chi salva una vita salva il mondo intero; ringraziamo altresì tutti quei sacerdoti e uomini di buona volontà che nel silenzio, senza clamore, con la loro missione in difesa del Quinto Comadamento ci indicano la via maestra e danno ancora una possibilità di conversione all’umanità, compartecipando al piano di salvezza di Gesù Cristo, Nostro Signore.

    Sergio Basile / Presidente Sete di Giustizia (Copyright © 2019 Qui Europa)
    partecipa al dibattito / infounicz.europa@gmail.com
                                                                                                                                                        

     Video correlato                                                 

    Gianluca Martone: stop all’aborto – YouTube
  • Bimbi transgender? No! Creature di Dio con un’unica anima e sessualità

    Bimbi transgender? No! Creature di Dio con un’unica anima e sessualità

    Domenica, 4 novembre / 2018

    – di Patrizia Stella e Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Patrizia Stella, Bambini transgender, Ingegneria sociale, anima, paradiso 

    Bimbi transgender? No! Creature di Dio con

    un’unica anima e sessualità

    Un interrogativo da porci per fermare la deriva gender.

    L’ultima follia dell’ingegneria genetica, per

    destabilizzare l’umanità fin dalla culla

    di Patrizia Stella e Sergio Basile

    bambini transgander

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa                                                                     

    Verona, Catanzaro – di Patrizia Stella e Sergio Basile La battaglia finale tra bene e male, così come annunciato dalla SS. Vergine Maria in diverse apparizioni mariane, si gioca nel nostro tempo sulla vita e la famiglia. L’abominio dei cosiddetti bimbi transgender, partorito dalla mente dei grandi manipolatori dell’umanità, santoni dell’eugenetica ed ingnegneri sociali, divenuti di colpo benefattori e difensori dell’inverosimile, si inserisce proprio in questo allucinante solco. Diverse sono le storie e teorie che il web ci presenta in diverse salse, nel tentativo di far breccia nei cuori più “intransigenti”, nell’intelletto dei più “retrogradi”, e di far accettare tutto nel grande paniere moderno della normalità, dietro l’alibi della “tolleranza”, giocando sulla psiche, sulla sensibilità e fragilità degli internauti. Ma anche, ovviamente, sull’ignoranza e sull’impossibilità di

     comprendere fino in fondo l’intreccio mirabile che esiste nell’essenza dell’uomo,

                        la creatura di Dio fatta a Sua Immagine e Somiglianza

                                   come sintesi perfetta tra corpo e anima.

    Tra queste storie sconcertanti, ma dipinte a calde tinte pastello dai media mondialisti, ne citiamo due a titolo di esempio: quella di Skyler Burns – una bimbo australiano, nato maschio, ma considerato “femmina” – e Ryland Whittington, una “bambina americana che invero si sarebbe sempre sentita maschio” ed è stata considerata  tale dai familiari. Questi due bambini sarebbero soggetti ad una sorta di malformazione fisica – tra gli “esperti” di settore c’è chi parla di disforia dell’identità sessuale – cioè sono nati con caratteristiche anatomiche che non coinciderebbero con la loro “identità di genere“: espressione – quest’ultima – di per sé bizzarra e che in alcune correnti della sociologia sviluppatesi negli Stati Uniti d’America, a partire dagli Anni Settanta, viene utilizzata per descrivere “il genere in cui una persona si identifica“. Pertanto sulla scorta delle alterazioni fisiche di questi esseri umani (preziosi ed unici esseri umani) sensazioni e stili di vita opinabili, rintracciabili nel loro contesto sociale di riferimento, in condizionamenti familiari e – in molti casi – in veri e propri esperimenti di ingegneria sociale mascherati o palesi, diventano meravigliosi pacchetti preconfezionati e dal contenuto ambiguo, presentati al vasto pubblico quasi si trattasse di un prodotto di marketing fabbricato nella catena di montaggio di una multinazionale. La strategia è sottile:

    Si specula su un problema fisico per dar vita ad un prototipo transgender,

           facendo passare il concetto che l’anima dell’individio non esiste

                 e che l’elemento corporeo supera la personalità innata

                         e l’orientamento naturale dell’essere umano,

                            condizionandolo fin nelle sfere più intime.

    Assioma assolutamente non accettabile per chi scrive e per chi crede che l’uomo abbia un’anima ed una correlata personalità, maschile o femmiile, con una precisa impronta celeste!

     Creature celesti o transgender?                              

    La verità è che tranne per pochi casi patologici, degni purtroppo del Cottolengo – perché la nostra povera natura è imperfetta e solo in Cielo potremo godere della pienezza della perfezione – per tutte le altre diciamo “insicurezze” circa il proprio sesso, giocano molto la pubblicità e il selvaggio lavaggio del cervello mediatico, che trovano spesso e volentieri terreno fertile proprio tra i genitori. Costoro, evidentemente plagiati e influenzati dai nuovi profeti dell’ingegneria umana, anziché aiutare il figlio ad amare e assecondare il proprio sesso biologico come è in natura, dove perfino il  DNA è chiaramente sessuato, lo lasciano “libero di scegliere“! Come se si dovesse scegliere fra una maglietta e una giacchina… Follia pura spesso sfociante in suicidio. La mente in molti casi è così labile che se ti dicessero che sei destinato a diventare un gatto o un angelo, magari finisci col crederci per davvero, comportandoti di conseguenza, oltre ogni raziocinio.

        Il prof. Gillieron di Losanna, che da anni studia questa sorta di patologia,

       afferma che la negazione delle differenze sessuali, generazionali e dei ruoli

                       sono indicative di sintomi di psicosi e di perversione.

    Dunque aiutiamo le persone, soprattutto i bambini deboli e vulnerabili, ad amare la propria identità e sessualità biologica che corrisponde perfettamente a quella psicologica e spirituale, “calza a pennello” come si suol dire, come in un perfetto ingranaggio di vite e bullone. Tutto il resto è voluto dal diavolo per distruggere la nostra identità di figli di Dio fatti a Sua immagine e somiglianza e destinati a godere con lui della Gloria del Paradiso: non poveri assessuati anonimi, ma esseri umani pensati da Dio fin dal principio, con una chiara identità di uomini o di donne. Parliamo di una identità strettamente personale: così come era per noi in terra sarà in Cielo, riconoscendo anche i nostri rapporti relazionali, anche se vivremo come gli angeli, cioè senza bisogno di soddisfare le necessità materiali, perché

                       la Resurrezione dei morti, a imitazione di quella di Gesù Cristo,

             riguarda soprattutto il corpo glorificato, che si ricongiungerà con l’anima,

    la quale vola già in “cielo” da subito dopo la morte, essendosi staccata dal corpo mortale

                          nell’attesa di ricongiungersi con esso alla fine del mondo,

                                             cioé alla Resurrezione dei morti.

                    Dogma di fede che si recita nel Credo e di cui non si parla più.

     Conclusioni                                                                        

    Piaccia o no, questo è il nostro vero destino di eternità: l’Inferno o il Paradiso. Tuttavia, siamo noi a sceglierlo, in quanto creature dotate di libero arbitrio. Nell’aldilà saremo noi a scegliere il nostro destino eterno a seconda se qui sulla terra abbiamo accettato o meno la legge di Dio, sia i Dieci Comandamenti che la legge che Dio stesso ha inciso nella nostra natura, perché fosse visibile a tutti. Quella famosa e mai tramontata tentazione “Sarete come Dio” si ripete anche qui, con la falsa invenzione del gender che, rifiutando l’evidenza della legge naturale, vuole creare una libertà fasulla calpestando le leggi della natura, bloccando lo sviluppo naturale, fuorviando la coscienza e la mente fino alla pazzia e spesso al suicidio. Cosa ci guadagniamo dal cambio del sesso? Solo sofferenze atroci che uno si provoca stupidamente e che non finiscono mai. Ma se la legge naturale voluta da Dio è fonte di grande gioia e consolazione perché rifiutarla? Assecondiamola e saremo felici, molto felici.

    Patrizia Stella, Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    patrizia@patriziastella.com / infounicz.europa@gmail.com 

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    15 febbr

     

  • Halloween e le “innocenti” strategie dell’occulto

    Halloween e le “innocenti” strategie dell’occulto

    Mercoledì, 31 ottobre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa,  Sergio Basile, Don Isidoro D'Anna, Halloween, satanismo, Ognissanti      

    Halloween e le "innocenti" strategie dell'occulto

    Quando il "materialista" celebra allegramente la festa

    spirituale più cara ai satanisti

     

    di Sergio Basile

    halloween calebrazione di satana

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa                                                                     

    Catanzarodi Sergio Basile – L'uomo moderno e contemporaneo, a causa degli effetti deleteri della controcultura comunista e prim'ancora del lento processo di cabalizzazione della società occidentale, culminato nell'Illuminismo ma già avviato nel Cinquecento, è stato abituato a ragionare ed agire solo in termini materialistici, gettando nell'oblio la dimensione spirituale. Ma oscurare l'anima e le sue pertinenze non vuol dire di certo cancellarla, vuol dire solo morire dentro, accettare passivamente una gravissima forma di eutanasia spirituale, abbassando le difese immunitarie più intime, quelle del proprio essere. Il materialista dunque è un uomo solo apparentemente estraneo alle dinamiche dello spirito, ma nei fatti egli non sfugge ai retaggi e agli effetti deleteri dello spirito del mondo, finendo per essere travolto ed uniformarsi a forme di spiritualità deviate; egli accettando di deporre e consegnare le armi dello spirito e – di riflesso – allontanando Dio dalla sua vita,  diventa preda di tali energie spirituali negative, esponendosi senza batter ciglio a forze telluriche ed ancestrali che lo sovrastano e ne orientano rovinosamente il cammino. L'anima infatti esiste e condiziona nel bene e nel male la personalità degli esseri umani a prescindere dal fatto che essi abbiano o meno contezza della sua essenza e degli agenti esterni capaci di plasmarla. Allora c'è da stare vigili! Non possiamo assolutamente soprassedere dinanzi all'avanzare di forme di spiritismo d'importazione, di matrice anglofona, protese a minare le basi della gloriosa cultura cattolica del nostro Paese. Dobbiamo resistere e contrattaccare, respingere con abnegazione queste forme invadenti e selvagge di colonialismo spirituale.

     Il materialista che celebra la contro-festa         

    L'occasione ideale per interrogarci in merito è la cosiddetta festa di Halloween. In realtà in termini filosofici per festa dovrebbe intendersi ciò che celebra la vita o la vita dopo la morte. Pertanto associare la parola festa ad Halloween non sarebbe propriamente ortodosso. Halloween non è una festa ma è la contro-festa per eccellenza, il capodanno dei satanisti, la celebrazione del male e della morte. Ad esso, nel calendario dell'occulto, segue la festa delle streghe, le sacerdotesse di satana, magnificata dai seguaci del male il 2 Novembre. Chi celebra Halloween e ne diffonde la cultura ha dunque l'obiettivo, sia pur non manifesto, di iniziare – cioé convertire – nuovi giovani verso il culto delle tenebre. Molti di essi vengono letteralmente adescati dalle sette attraverso club, maghi, gruppi musicali, studi esoterici, associazioni pseudo-filantropiche, false chiese, logge, ecc..; altri ne subiscono il fascino malefico in maniera indiretta, partecipando a loro insaputa, in molti casi, a feste bizzarre, che si rivelano veri e propri riti camuffati, che si servono di codici e messaggi criptati per influire sulla personalità fragile dei ragazzi, e non solo. Le sette preparano su un piano prettamente spirituale il terreno ai sortilegi; i media lavorano di scorta sulla psicologia delle masse, per veicolarne i messaggi, amplificarne il potere e produrre gli effetti sperati. C'è poi un sottobosco di fatti e notizie scientificamente silenziate o distorte dagli organi d'informazione che sfuggono alle coscienze ma che sono maledettamente legati alla dimensione spirituale di questa pseudo-festa. Non a caso, ad esempio, nei giorni precedenti ad Halloween si registrano ogni anno innumerevoli denunce di smarrimento di gatti neri, da sempre gli animali prescelti per i riti satanici e di iniziazione al male.

     Le "innocenti" strategie dell'occulto                     

    Così come dietro la gran parte delle case di produzione dei film horror  si celano sette e lobby sataniche, che agiscono per destabilizzare le anime, specialmente quelle dei più giovani, proponendo trame ricche di messaggi subliminali (da un'intervista del 1999 fatta dal sottoscritto all'esorcista Padre Guglielmo: assistente di Padre Amorth) così in questa notte, indotti dalla mondanità, si partecipa ad una celebrazione infernale cui effetti, invisibili agli occhi del materialista, si manifestano con forza su un piano prettamente spirituale ed intimo. Gregorio IV – 101° pontefice della Chiesa Cattolica (795-844) – spostò la Festa di tutti i Santi dal 13 Maggio al 1° Novembre, proprio per contrastare questa fortissima tradizione che veniva dall'Irlanda e che vedeva evocare in questa notte le forze telluriche e demonianche, chiamate ad incidere come non mai nella sfera del mondo dei vivi. Come ci ricorda Don Isidoro d'Anna, nel suo ultimo scritto, "Halloween non è altro che una festa anticristiana, voluta per diffondere tra i giovani il culto delle tenebre e avvicinarli al diavolo. Nel Carnevale – nota Don Isidoro – si esalta il piacere carnale e mondano, ma con Halloween si è caduti ancora più in basso: dall’amore per la Luce si è passati all’amore per le tenebre.  Prima si disprezzava la santità di Dio e dei suoi figli, ma ora si disprezza la Luce stessa, che il Signore Gesù è venuto a portarci".

    "La luce è venuta nel mondo,  ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce,

                                   perché le loro opere erano malvagie.

               Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce

                                 perché non siano svelate le sue opere.

           Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente

                               che le sue opere sono state fatte in Dio.

                    E a quelli che venivano ad arrestarlo, Gesù ha detto:

                      «Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre"

                                    (Vangelo Secondo San Luca 22, 53)

    I media, in gran parte affiliati alle grandi multinazionali mondialiste, a ridosso di questo tempo (di Grazia e Provvidenza per la Chiesa Cattolica; di maledizione per la contro-chiesa) ci spingono ad accettare queste celebrazioni infernali con superficialità, planando in scioltezza sulle ali del consumismo e del divertimento preconfezionato, stantio, senza cogliere il senso profondo e vero delle solennità. La loro missione è quella di nascondere la dimensione spirituale ed alchemica di questa celebrazione agli occhi degli sprovveduti, e di creare un humus culturale popolare di ampio respiro, specie tra le nuove generazioni, trasformando pian piano la "festa delle tenebre" in cultura popolare universalmente accettata, perfino ormai in molti istituti scolastici. Addirittura la piattaforma satellitare Sky quest'anno ha dedicato a questo baraccone d'importazione anglofona due canali tematici dai nomi innocenti: "Happy Halloween" e "Scary Halloween".

                                    La mala fede è palese: perché altrimenti,

           in un paese dalle antichissime e nobili radici cattoliche come l'Italia,

                    non dedicare altrettanti canali tematici alla vita dei santi

    o alla celebrazione dei morti secondo la spiritualità cattolica di questo giorno?

    Il gioco sporco, in premessa sottile e subdolo,  è ormai fin troppo chiaro per chi ha occhi per vedere e conserva ancora un sano spirito critico. Da parte nostra non ci resta che rispondere con forza a questa deriva satanica, ricordandoci, in questi giorni celesti dedicati dalla Chiesa di Cristo alla memoria dei santi e dei defunti, in questo tempo di chiamata a conversione, di prender parte alla Santa Messa, di accostarci con maggior amore ai sacramenti (Confessione e Comunione), di chiedere l'intercessione dei santi nella nostra vita, instaurando un rapporto con Dio trasparente, unico e diretto, e di pregare con fede per i nostri cari defunti, che un giorno incontreremo nuovamente nella Gloria di Dio, dove ciascuno di noi sarà chiamato a godere della vita vera in pienezza, per l'eternità.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

     
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  • Corporativismo: tra retta ragione e Dottrina Sociale della Chiesa

    Corporativismo: tra retta ragione e Dottrina Sociale della Chiesa

    Sabato, 20 ottobre / 2018

    – di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano 

     Redazione Quieuropa,  Matteo Mazzariol, Corporativismo, Dottrina Sociale della Chiesa

    Corporativismo: tra retta ragione e Dottrina Sociale

    della Chiesa

    Incompatibilità tra Corporativismo Cattolico e Corporativismo Fascista

     

    di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano

    corporativismo

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Corporativismo e pensiero sociale cattolico        

    Roma – di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano – Nella mentalità comune il corporativismo è associato a due fattori principali: le gilde e corporazioni del medioevo – retaggio di un tempo oscuro che fu e che le magnifiche sorti e progressive dell’umanità ha contribuito a cancellare – e l’altrettanto male oscuro, questa volta addirittura assoluto, che è stato sconfitto con la seconda guerra, il fascismo. Tutto ciò ha contribuito e contribuisce tuttora a mettere il corporativismo nel dimenticatoio della storia, vittima di una damnatio memoriae definitiva ed inappellabile. Un’analisi più attenta, seria, competente e veritiera dei fatti e della storia ci porta però in un’altra direzione. Per prima cosa dobbiamo infatti prendere atto che le corporazioni medioevali, a partire dal Mille, furono indubitabilmente un esperimento in cui valorizzazione delle competenze, giustizia sociale, solidarietà e prosperità economica trovarono il loro posto in un amalgama in grado di garantire equilibrio, ordine e fruttuosa convivenza civile non per anni o per decenni ma per secoli, venendo poi progressivamente scardinate dall’emergere prepotente di una visione economico-sociale che mise lo sfruttamento, il profitto e la speculazione ai vertici dell’agire umano (Macchiavelli docet). In secondo luogo va chiarito una volta per tutte che

                      il fascismo, ideologia peraltro nuova e rivoluzionaria,

                    non fu in alcun modo il fondatore del corporativismo,

                      la cui origine origine si perde nella notte dei tempi

              e va rinvenuta nell’insopprimibile natura sociale dell’uomo,

               tant'è vero che non esiste civiltà degna di questo nome

                che non abbia avuto una sua componente corporativa.

    Il pensiero sociale cattolico, avviato con Gesù Cristo, approfondito dai Padri della Chiesa, ricapitolato ed arricchito da San Tommaso d’Aquino, formalizzato inizialmente con la Rerum Novarum del 1891 e continuato con la Quadragesimo Anno del 1931, contribuì enormemente a precisare, valorizzare, diffondere e realizzare il principio corporativo. Esiste infatti una ricca e vastissima letteratura di matrice cattolica, presente in tutte le nazioni, con figure di alto spicco quali il Card. Manning e Chesterton in Inghilterra, Von Ketteler ed Heinrich Pesch in Germania, La Tour du Pin in Francia, Toniolo in Italia, solo per citare le più emergenti, le quali delinearono in maniera incontrovertibile, sulla base della retta ragione e della Dottrina Sociale della Chiesa, come

                   il corporativismo fosse l’unico modello praticabile

                    per incrementare il bene comune nella società.

    Il Codice di Malines, del 1936, frutto dello sforzo congiunto dei maggiori pensatori cattolici del tempo, fu solo uno delle espressioni di questa tendenza.

      Corporativismo cattolico e fascista: divergenze 

    Già durante gli anni del fascismo esponenti illustri del mondo cattolico italiano avevano lucidamente colto la differenza sostanziale e l’incompatibilità di fondo tra corporativismo fascista e corporativismo cattolico, manifestatosi ad onor del vero più sul piano pratico che su quello dell’elaborazione teorica, dove invece si manifestarono punti di convergenza non secondari anche se parziali. L'inconsistenza strutturale del corporativismo fascista fu infatti quella di tentare di accomodare due principi di per sè opposti: un sano corporativismo, basato sulla massima possibile autonomia dal basso e quindi sulla più ampia possibile libertà dei corpi professionali ed intermedi, con il totalitarismo accentratore dello Stato fascista, più affine certamente al socialismo che non alla Dottrina Sociale della Chiesa. Le regole delle Corporazioni fasciste, il loro meccanismo di funzionamento, così pure come i loro vertici, furono quindi espressione non dei loro membri, aggregati secondo un principio di partecipazione e competenza, ma della macchina burocratica dello Stato fascista, svuotando così di ogni significato, funzionalità e vitalità le corporazioni stesse. Ciò che non funzionò non fu il corporativismo in sè ma il tentativo di attuarne una versione deforme e storpiata. Lo scoppio della guerra non consentì inoltre nessun possibile ulteriore sviluppo in senso autenticamente partecipativo.

      L'atteggiamento della DC                                           

    In un importantissimo libro del 1951, intitolato “Verso il Corporativismo Democratico”, un gruppo di illustri intellettuali cattolici, tra cui il sen. Alberto Canaletti Guadenti, professore dei Pontifici Atenei Lateranensi, il prof. Saverio De Simone dell’Università di Bari, l’insigne giurista Carnelutti – riproposero con forza e convinzione il progetto di un corporativismo democratico, considerandolo l’unica possibile e razionale via per attuare un sistema davvero democratico, in alternativa alla partitocrazia, intrinsecamente incapace di valorizzare adeguatamente i corpi intermedi e distribuire le libertà reali secondo i dettami della Dottrina Sociale della Chiesa. Questo forte richiamo fu fatto ancora una volta sulla base della retta ragione e della plurisecolare insegnamento sociale cattolico ma, per ragioni che meriterebbero da sole un trattato a parte,

                    fu sostanzialmente ignorato dai vertici della Democrazia Cristiana,

                                      che, gia nel Codice di Camaldoli del 1943,

                            in netta discontinuità con il Codice di Malines del 1936,

    avevano incominciato a mettere in secondo piano, se non ad emarginare del tutto,

           il principio corporativo, pilastro fondante della Dottrina Sociale della Chiesa

                                                   e del diritto naturale.

      Corporativismo democratico e Distributismo         

    Quanto comunque il vertice del partito democristiano abbia voluto intendere la sua azione politica come una presa di distanza dai principi costitutivi della Dottrina Sociale della Chiesa e come invece un ibrido avvicinamento ad ideologie moderne e progressive come il liberalismo ed il social-comunismo è poi evidente a tutti: basti pensare allo statalismo della politica delle aziende partecipate, copiato in buona parte dal fascismo, all’abbandono di ogni rilancio dell’autonomia politica dei corpi intermedi, tipico degli Stati liberali e socialisti, alla scarsa e flebile opposizione a tutti gli attacchi portati contro la famiglia, al cedimento totale alla partitocrazia. Il Distributismo a questo proposito rappresenta un antidoto invalicabile di fronte a questa perdita di identità rispetto ai valori del cattolicesimo sociale, indicando nel liberalismo capitalista e nello statalismo social-comunista due facce di una stessa medaglia, la tendenza cioè a mantenere capitale e lavoro separati ed a distruggere ogni spazio politico reale, e quindi ogni spazio di libertà vera, che si ponga tra l’individuo e lo Stato e che non sia basato, come i partiti, su meri fattori divisivi ideologici. Per questo il distributismo ha proposto e continua a proporre, in perfetta sintonia con la plurisecolare Dottrina Sociale della Chiesa, il corporativismo democratico come uno dei fondamentali  principi guida che deve indirizzare l’azione politica di tutti coloro che si ispirano al bene comune.

     Cittadini al centro della vita socio-economica          

    Ciò che quindi è estremamente urgente oggi è fare un’opera di bonifica culturale che spieghi a tutti gli uomini di buona volontà, cattolici e no, che se vogliano uscire dalla palude della falsa democrazia partitica e partitocratica e ridare, come è giusto che sia, poteri concreti alla gente, se vogliamo cioè instaurare un democrazia vera e partecipata, basata sulle competenza e la responsabilità, e non continuare ad accettare la sua parodia, abbiamo solo una strada: riprendere i principi del corporativismo democratico e trovare le forme concrete attraverso cui esso si possa incarnare nel vivo del nostro tessuto sociale. Ciò non vuol dire creare qualcosa di astratto che non esiste ma semplicemente dare corpo, forma, dignità e consapevolezza politica ha ciò che già esiste, cioè ai milioni di lavoratori e cittadini italiani che ogni giorno cercano di dare il meglio di sè attraverso il loro lavoro, producendo beni e servizi che rappresentano la vera ricchezza della nazione.

                Si tratta in sintesi di passare dal cittadino atomo, isolato ed impotente

                                 al cittadino responsabile e libero di poter decidere

    tutte le importanti questioni concrete che riguardano la propria vita socio-lavorativa:

             si tratta cioè di realizzare sul serio quegli ideali di equità e giustizia sociale

                             che sono alla base della Dottrina Sociale della Chiesa,

                     di passare da una libertà fittizia ed ipocrita ad una libertà vera.

    In tutto ciò il ruolo dello Stato dovrebbe limitarsi a quello di vigilare sul rispetto del bene comune, creare i contenitori legislativi ed istituzionali in grado di valorizzare al massimo l’autonomia delle gilde o corporazioni di arti e mestieri e dare loro una voce politica. Il primo passo sarebbe quello ovviamente di istituire le corporazioni di arti e mestieri secondo un ordinamento democratico, fissandone le modalità di rappresentanza politica a livello comunale, regionale e nazionale. Nel dopo guerra per esempio era stata abbozzata una proposta di trasformare il Senato in una camera delle corporazioni. Invitiamo quindi tutti coloro che condividano tale visione o vogliano approfondirla ad unirsi al Movimento Distributista Italiano, per dare il loro contributo concreto e fattivo ad un’Italia migliore, basata sul realismo del senso comune e della ragionevolezza e non sulle utopie delle ideologie morte e sepolte dalla storia.

     

    Matteo Mazzariol (Copyright © 2018 Qui Europa)

    Presidente Movimento Distributista Italiano

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  • Calabria: l’ennesima strage da usura, dietro l’alibi del dissesto idrogeologico

    Calabria: l’ennesima strage da usura, dietro l’alibi del dissesto idrogeologico

    Lunedì, 8 ottobre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio Basile, Giacinto Auriti, Stefania Signore, Strage in Calabria        

    Calabria: l'ennesima strage da usura, dietro

    l'alibi del dissesto idrogeologico

    Non è più accettabile che l'usura mieta vittime per mancanza

    di "pezzi di carta"

     

    di Sergio Basile

    Strage in Calabria - Lamezia Terme

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     L'ennesimo omicidio da usura legalizzata            

    Lamezia Terme, Catanzaro di Sergio Basile Nelle ultime ore la tragedia "per il maltempo" a Lamezia Terme ha suscitato una grandissima reazione ed un cordoglio partecipato e generalizzato da parte di tutta la popolazione italiana. Stefania Signore è la giovane vittima travolta e uccisa dalla piena nel lametino, assieme ai suoi due piccoli figli. Il più grande dei figli, il cui cadavere è stato recuperato dai vigili del fuoco poco lontano da quello della giovane madre, aveva compiuto 7 anni il 25 settembre scorso, mentre il piccolo – di soli 2 anni – è ancora disperso.

                     Molti hanno dato sommariamente la colpa alla "piena",

     ma nel 2018 è inconcepibile morire per valanghe d'acqua, in centri abitati,

                           specie in un territorio come quello calabrese,

                    caraterizzato dalla presenza abbondante di fiumare

          ed esposto ad un imbarazzante ed annoso dissesto idrogeologico.

                                   Inutile nascondersi dietro a un dito!

    Letti di fiumi invasi dai detriti, tombini a rischio, argini incapaci di contenere la furia improvvisa dei flutti. Tutti lo sanno ma ci si stringe in un assordante ed omertoso silenzio. La verità e che i comuni non hanno i fondi per far fronte alle normali esigienze della cittadinanza, anche in quei casi – come quello in esame – dove in gioco è la pelle degli esseri umani. Allora è legittimo parlare dell'ennesima gravissima strage dell'usura legalizzata, a poco più di un mese dalla strage del Ponte Morandi di Genova. Secondo l'Istat,  l'Italia fa registrare anno dopo anno record negativi di nascite. Sempre altissimo, per contro, il numero degli aborti, più o meno indotti, in "tempo di crisi"! Ciò vuol dire che le politiche europee e nazionali votate alla rarefazione monetaria, sono di fatto protese all'estinzione della popolazione italiana e, di conseguenza, alla distruzione del suo bagaglio culturale e religioso. Ma il degrado ci dice un'altra cosa:

    gli usurai, rarefattori di moneta-convenzionale, attentano alla vita umana

                                       e quindi sono rei di omicidi seriali.

    Questo trend, in realtà già avviato da diversi decenni, non conosce soluzione di discontinuità, tra l'indifferenza delle istituzioni. L'ipocrita e falso alibi del momento, a giustificare la mancanza di fondi da parte di migliaia di comuni italiani, si chiama, come noto, "crisi economica internazionale". Ma per capire la raccapricciante strategia dell'élite bancaria e tecnocratica al potere, da Bruxelles alle principali capitali europee, forse uno dei metri di giudizio più diretti ed efficaci restano lo stato delle infrastrutture e la loro mancata manutenzione. Centinaia di migliaia di uomini sono oggi abbandonati a loro stessi per mancanza di fondi e per tagli pubblici imposti dalla creazione indotta di un debito pubblico truffaldino perchè autorigenerante.

                              Il debito infatti si rigenera in automatico

               all'emessione della cartamoneta che la BCE sforna dal nulla

                     e "rivende", anzi presta, illegittimamente agli stati,

         attraverso il meccanismo della cartolarizzazione dei titoli di stato (1).

    L'ulmima goccia che ci ha spinto a rioccuparci della drammatica situazione e a levare forte l'ennesima denuncia, è la strage di una felice famiglia in Calabria. Chi è il colpevole? Beh, pare di "Debito", dietro quel paravento europeista chiamato "Patto di Stabilità" (o stupidità, che dir si voglia… / 2) che impedisce agli Italiani di poter usufruire dei sacrosanti servizi essenziali e, soprattutto, dietro le attuali dinamiche monetarie che permettono questi crimini, tenendo in piedi la madre di tutte le menzogne: quella monetaria.

    (1) vedi qui Capire il denaro, oltre la BCE – Il curioso caso dell’ambra grigia e qui BCE e Quantitative Easing: il trucco per estorcere col sorriso la ricchezza reale dei popoli. (2) vedi qui Patto di Stabilità – Come l’Europa dal 97 chiede il suicidio dell’economia italiana

      L'alibi imperfetto al sacrificio umano                   

    Evitando di entrare più di tanto nel merito della "vicenda tecnica" della strage di Lamezia, della quale si occuperà la magistratura, la vera vergogna da denunciare in tal sede e sulla quale riflettere è un'altra.

         E' inconcepibile che, in un paese come l'Italia, stracolmo di disoccupati,

                                ingegneri, geometri, architetti e tecnici,

            si muoia per mancanza di adeguata manutenzione infrastrutturale.

    Perchè dunque non si costruiscono nuovi ponti, non si ripuliscono gli argini e i letti delle fiumare, non si rinforzano gli argini?  Manca forse la manodopera? Mancano i mattoni? O la sabbia e l'acqua da impastare per creare il cemento? Migliaia di anni di "progresso" a cosa sono serviti? A quanto pare a mercificare l'uomo e a considerarlo semplicemente complementare ad un ingranaggio sociale che anziché servirlo lo macina senza pietà nei suoi ingranaggi. Chi non ricorda, in merito, il celebre manifesto cinematografico di "Tempi Moderni" con Charlie Chaplin? L'alibi questa volta si chiama "crisi". La crisi – indotta dall'usura monetaria – richiede tasse e tagli; i tagli richiedono a loro volta vittime e sacrifici. Anche umani, perchè no! Gli stessi paventati dall'ex ministro Elsa Fornero all'atto dell'insediamento del governo Monti. Ricordate? (3)Il sacrificio umano, dunque, a quanto pare è l'ultimo stadio e prodotto dal paganesimo dominante. Un paganesimo travestito da progresso ed intriso di satanismo pratico, che odia l'uomo e la sacralità della vita, disprezzandolo fino a questo punto. Fino ad ammazzarlo!

    (3) vedi qui:  Roma, Bruxelles e gli Euro-Ipocriti

     Bestialità e annullamento della coscienza            

    Certo il rischio più grande che tutti noi corriamo dinanzi a questi fatti è l'accettazione della bestialità, l'accettazione di un processo di normalizzazione di un meccanismo diabolico che ci sta sempre più disumanizzando. La strage di Lamezia è una vergogna per tutti, l'ultima di una serie infinita! In primis per i "gestori" della cosa pubblica e per i controllori di questa gabbia sociale; in secondo luogo per tutti coloro i quali  subiscono ed accettano questo status quo, senza batter ciglio e senza "incazzarsi" e pretendere la creazione di valori monetari convenzionali alternativi o qualtomeno paralleli all'euro: come direbbe il nostro grande amico, e maestro di vita, Prof. Giacinto Auriti.

        Oggi il sistema monetario che detta i ritmi economici e finanziari degli stati,

                                 delle nazioni e dei popoli, crisi comprese,

    crea moneta dal nulla addebitandola/prestandola ad interesse da usura ai popoli

              – e senza averne la sia pur minima legittimazione legale e morale:

          perchè la legge non dice di chi sia la proprietà della moneta all'emissione 

                 – ed imponendo, con l'alibi della riduzione del debito pubblico,

                          la compressione e/o azzeramento dei servizi essenziali.

    Anche la stessa vita umana, a quanto pare, è secondaria a questi assurdi dogmi finanziari e monetari. Il paradigma africano, d'altronde, è sotto gli occhi di tutti da secoli! Il denaro, come ci insegna il professor Auriti, è uno strumento convenzionale emesso dal nulla e a costo zero, attraverso un mero atto tipografico. Creare denaro non costa nulla e da oltre tre secoli a questa parte i controllori illegittimi della moneta decidono la morte e la vita di miliardi di uomini.

    Il paradosso della morte degli angeli calabresi ce lo ricorda drammaticamente,

                     rivelando ancora una volta questa agghiacciante verità

      che molti ancora ignorano sotto il velo nero della disinformazione di Stato.

     Lo Stato non può chiedere sacrifici umani          

    Lo Stato non può più richiedere altri sacrifici umani, nel nome di una crisi inventata a tavolino. Il denaro creato dal nulla dovrebbe dunque essere accreditato e non addebitato in seno ai bilanci statali. Inversione contabile che getterebbe in un sol gesto i sanguinari Moloch del debito pubblico nella polvere, liberandoci una volta per tutte da questa assurda schiavitù che i  politici e i media – ben foraggiati dal sistema monetario e bancario – si guardano bene dal rivelare. Che queste morti, anzi questi sacrifici umani, possano svegliare le nostre coscienze spingendosi all'informazione e all'azione. Ciò nell'auspicio che pezzi colorati di carta straccia, chiamati "moneta-debito", possano trasformari da strumenti di dominio, disperazione e morte, in strumenti di credito e provvidenziale rinascita, contribuendo a liberare nuove energie economiche e lavorative, fabbricare nuovi mattoni per l'edificazione di  ospedali, scuole ed edifici atti ad elevare l'uomo. Premesso che l'edificio principale da ri-edificare è quello della nostra coscienza. Chi non si incazza e agisce, dunque, è una bestia! Oggi si può e si deve agire con convinzione e determinazione: le armi di mutuo soccorso esistono, basta utilizzarle.

     La panacea all'usura legalizzata                              

    Bisogna creare valori convenzionali e accreditarli ai cittadini, riattivando l'economia delle nazioni e garantend dignità a tutti.

    Non farlo vorrebbe dire rientrare nella categoria degli stupidi e degli sprovveduti;

             non rendere giustizia al nostro glorioso passato, alla nostra Fede e a Dio,

         alla storica battaglia contro l'usura ebraica posta in essere dai santi medievali

                                                     e dalla Chiesa Cattolica.

    A tal fine è stato creato il B.A.R. – Buono Comunale di Agevolazione Reddituale, uno strumento capace di dare ai sindaci la possibilità di prendere in mano il destino dei propri cittadini. Un'arma non violenta capace di mettere in moto la macchina economica della propria comunità sociale con efficienza e semplicità. Che ciascuno torni ad essere proprietario dei propri valori monetari, altrimenti l'usura indotta farà piazza pulita dei nostri cari, delle nostre famiglie e della nostra civiltà, costringendoci al suicidio, alla morte, all'espatrio o alla disperazione. Non facciamoci complici dei grandi usurai e storici padroni oscuri della moneta-debito, nemici di Cristo e dell'umanità: l'immobilismo è un suicidio annunziato! L'immobilismo è una strage! L'immobilismo, una volta compreso il male e trovata la panacea, è un crimine ancor più grande!

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

     

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    La Chiesa di Cristo e l’altra chiesa, quella inutile. Anzi pericolosa

    Lunedì, 1 ottobre / 2018

    – di Patrizia Stella e Sergio Basile  

     Redazione Quieuropa, Patrizia Stella,  Chiesa, Modernismo, Concilio Vaticano II, massoneria 

    La Chiesa di Cristo e l'altra chiesa, quella inutile.

    Anzi pericolosa

    Che fare in questo momento storico di confusione?

     

    di Patrizia Stella e Sergio Basile 

    La Chiesa di Cristo e l'altra chiesa, quella inutile. Anzi pericolosa

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     La Chiesa di Cristo e l'altra chiesa                         

    Roma – di Patrizia Stella e Sergio Basile Che la Chiesa Cattolica stia attraversando un periodo di gravissima crisi, peraltro lungo e senza che se ne possa ancora intravedere la fine, è sotto gli occhi di tutti e chi osasse dire che tutto va bene rischierebbe di vedere perfino le pietre alzarsi e protestare. Tale crisi si acutizzò col celeberrimo dopo Concilio, dal 1963 in avanti, ma fu preparata con scientifica cura già con la costituzione del Consiglio Federale delle Chiese (1), istituzione ecumenica e giudaico-protestante finanziata dai banchieri talmudisti d'estrazione ebraica.  Degna di nota anche l'opera di infiltrazione nei seminari cattolici di mille e cento falsi preti massoni (comunisti), in attuazione di un piano architettato dal Partito Comunista Americano negli anni Cinquanta e di cui parlò in maniera dettagliata, nel suo libro autobiografico "The School of Darkness" (vedi articoli giù in allegato) Bella V. Dodd, ex dirigente del CPUSA – partito comunista degli U.S.A. – poi convertitasi al Cattolicesimo. Risalendo lungo il fiume dei secoli, possiamo ricondurre il complotto anti-cristiano, addirittura al primo secolo dopo Cristo, ed in particolare al "Patto del Tempio di Salomone", successivo alla distruzione di Gerusalemme e alla contestuale diaspora del popolo ebraico. Centrali furono, poi, la Riforma Luterana e gli attacchi dei grandi eretici della storia (Ario, Calvino, ecc..) e successivo, correlato, riassetto dell'architrave giudeo-massonico nel ben lontano 1717, data della fondazione della Gran Loggia Madre d'Inghilterra a Londra. Si arrivò, dunque, all'avanzare lento, progressivo ed inesorabile di tali eresie, fino all'esplosione di tutte le perversioni anticristiane proprio in quest'ultimo decennio.  Gli eretici trovarono un validissimo appoggio nello strumento della moneta-debito (emessa dal nulla e a debito dei popoli, da meri privati: prima causa del tracollo delle monarchie cattoliche europee, per "debiti" indotti) posto nelle mani del mondo protestante e della Corona Inglese, con la nascita della Banca d'Inghilterra (1694-1717).

                                      Quindi possiamo parlare legittimamente

                                 di un attacco mirato al cuore del Cattolicesimo,

                             plurisecolare  e caratterizzato da fasi ben cadenzate

          perpetrate da menti sottili quanto perverse, con un preciso fine religioso:

                     annientare il Cattolicesimo e schiavizzare il resto dell'umanità.

    C'è poi chi vede – probabilmente a ragione – il massimo del decadimento, non solo della civiltà cristiana in genere ma della stessa Chiesa Cattolica, proprio dal momento dell’insediamento di Bergoglio sul soglio pontificio. Si, perché anche se si vuole affermare con fare ottimista che certe malvagità – gravissime omissioni, peccati, abomini, omosessualità, imbrogli, omicidi, perversioni, tradimenti, ecc. – sono sempre esistite, sta di fatto che prima c’era almeno la viva consapevolezza che tutto questo fosse male e si cercava comunque attraverso il discernimento, un sincero pentimento; si trovavano ancora, e in gran numero, santi sacerdoti che ti assolvevano solo dopo determinate e ben precise condizioni.  Adesso invece, con l’avvento al soglio pontificio di cardinali modernisti e giudeo-massoni, purtroppo,

                 non solo stiamo assistendo al progressivo crollo di tutti i baluardi di protezione

                                                            contro l’avanzata del male

                          – per farci stupidamente sommergere da una valanga di malvagità –

        ma vediamo che l’iniquità e l’impudicizia dilagano. L’omosessualità è considerata normale,

                                                     anzi – in diversi casi – è auspicabile.

                     Vedi le recenti dichiarazioni dell'alto prelato vaticano Padre James Martin (2).

                                           (vedi foto in copertina: la prima in basso a destra)

    (1) Cfr.: Conoscere il Nuovo Ordine Mondiale (2) Cfr.: Dal metal al gay – Padre James Martin: chi è costui?

     La funzione della Chiesa                                                    

    Ormai – come predissero molti santi e mistici di diverse epoche – l’abominio della desolazione è entrato nel Tempio Santo di Dio, soprattutto da quando vediamo una Chiesa distratta per copione, rammollita e inutile; una contro-chiesa che si inginocchia e obbedisce ai poteri forti di questo mondo, con i quali sottoscrive false alleanze di pace che altro non sono che vili tradimenti e rinnegamenti della propria fede, alla faccia di quelle migliaia di santi martiri che hanno dato la vita per gli stessi ideali adesso “accantonati” con tanta superficialità da Bergoglio & soci. Si pensi ad esempio alla stessa, vergognosa, linea iper-immigrazionista della chiesa modernista, che strizza l'occhio alle ONG mondialiste e al piano giudeo-massonico di colonizzazione dell'Europa cristiana e mescolamento razziale indotto (Piano Kalergi), attraverso il cavallo di Troia islamico, condotto all'interno delle mura "della città" dalla giudeo-massoneria internazionale che guida le danze. Si pensi ancora alla "chiesa filo-europeista" che non osa minimamente né mettere in discussione i trattati europei, né tantomeno parlare chiaramente di usura bancaria e moneta-debito, limitandosi ad avanzare slegati e generici proclami contro l'economia che uccide… Ovviamente l'economia iniqua è una naturale conseguenza dell'usura monetaria, ma i vertici del Vaticano, allineati ai dogmi dell'Ue e del Fondo Monetario Internazionale, sembrano stranamente non accorgersene.

                   Allora viene da chiedersi “A che serve l'altra Chiesa? Quella inutile?”

    Indubbiamente occorre avere molto discernimento. Infatti bisogna considerare almeno tre punti di analisi: (A) Se parte della Chiesa diventa inutile (dal momento che nella Chiesa di Cristo si è innestata una pianta malata e modernista, che ha instaurato una perfetta intesa con i potentati ebraico-protestanti, i poteri forti e le altre religioni) ipso facto tale "contro-chiesa" diventa anche pericolosa perché anziché offrire ai fedeli acqua fresca di sorgente proveniente dalla volontà di Dio, dai Sacramenti e dalla Liturgia,

                   offre acqua putrida, anche se presentata in vasi di cristallo

             per ingannare ancora di più coloro che si abbeverano come idioti

                                                    a queste falsità. 

    (B) Necessita rendersi conto della graduale demolizione che Bergoglio e il suo staff, dietro i paraventi mediatici, stanno compiendo a danno di tutti gli organismi e i baluardi della Chiesa, dai Sacramenti – in primis la Santa Messa – ai Comandamenti, alle virtù, per scendere sempre più in basso verso la demolizione del sacerdozio, della vita consacrata e perfino dei monasteri: che saranno assoggettati a nuovi regolamenti che li distruggeranno da dentro per lasciare i poveri consacrati/e alla mercè del mondo, mentre i loro beni verranno incamerati dai potentati che ispirano la contro-chiesa. Emblematico, tra tutti, è il caso dei "Francescani dell'Immacolata" (C) Necessita rendersi conto che molti uomini della gerarchia ecclesiastica di vertice stanno picconando inesorabilmente tutta la struttura della Chiesa Cattolica, non solo per gettarla nelle braccia di Lutero, ma peggio ancora, negli artigli del diavolo.  Alcuni di loro, simpatizzanti per la massoneria e i suoi "valori", adorano satana direttamente o indirettamente, giocandosi l’anima per tutta l’eternità.

     Bergolgio e l'incarico all'eretico Enzo Bianchi             

    Come non inorridire davanti all’incarico affidato da Bergoglio ad Enzo Bianchi, priore laico ed ecumenista convinto in odore (puzza) di eresia? Egli dovrà dirigere un ritiro nientemeno che mondiale per sacerdoti proprio ad Ars, città francese del santo curato. Proprio quel santo Curato d’Ars, San Giovanni Maria Vianney fedelissimo alla Chiesa e soprattutto al sacramento della Confessione per il quale passava giorno e notte a disposizione delle anime!

    Se ci fossero ancora dubbi sul fatto che Enzo Bianchi sia un eretico lampante e dichiarato,

    basta ascoltare le mirate contestazioni teologiche del prof. Mons. Antonio Livi su GloriaTV (3),

                       e come prova inconfutabile, basta leggere l’ultimo suo libro

                               “Gesù, il profeta che raccontava Dio agli uomini”

     per capire che considerazione abbia il "priore" Enzo Bianchi di Gesù Cristo, vero Figlio di Dio! 

              Nient'altro che uno dei tanti profeti che parlano di un dio qualunque, ecumenico,

                          che piaccia a tutti e non scontenti o scomodi nessuno.

    (3) Cfr.: Mons Antonio Livi Oriente Occidente 21 03 2016 – YouTube

      La contro-chiesa inutile è pericolosa!                            

    La contro-chiesa inutile è pericolosa, molto pericolosa perché è una chiesa falsa, la proiezione del "mondo" e dunque di satana, il suo "principe". Gesù dice “Chi non è con me, è contro di me”. La Vera Chiesa di Gesù sta soffrendo le pene del Venerdì e del Sabato Santo, nel silenzio di un Dio che sembra non esistere, che sembra lasciare i suoi fedelissimi, i martiri che hanno dato la vita, la reputazione, la dignità per il Regno di Dio, alla mercé del potere delle tenebre.

                                             E' questa l’ora della prova!

             Ma è anche l'ora della grande vittoria se la nostra fede non vacilla,

                  se riusciamo a fare atti di fede e di abbandono in Gesù Cristo,

                                        nella Madonna, in San Giuseppe,

                     nei nostri santi affinche’ vengano in nostro soccorso

                            e non ci lascino a lungo in questa tempesta.

    Si, perché di solito, ai credenti che vivono questa sofferenza dello spirito, neppure vengono risparmiate le altre tipologie di sofferenza, in questa dura notte oscura dove sembra che la vittoria di satana sia ormai assicurata: malattie, lutti, dissesti economici, suicidi, tradimenti degli amici e degli stessi parenti, perdita del lavoro, emarginazione, ecc. , tanto da mettere a prova anche la fede: “Ma dove sei o Signore che non mi ascolti?”. E’ davvero l’ora delle tenebre, di quella prova terribile che è l’abbandono che lo stesso Gesù, come uomo, provò sulla croce quando disse: “Dio mio! Dio mio! Perché mi hai abbandonato?”.

               Ma è anche l’avvento luminoso che prelude alla vera Luce,

               alla vera Grazia, alla Risurrezione, al trionfo di Gesù Cristo

                                            e della sua vera Chiesa.

      Il Venerdì e il Sabato Santo che preludono alla Domenica senza fine!

     Rimanere fedeli come una roccia alla Vera Chiesa        

    Quando la Chiesa va male, tutto il mondo va male! Come possiamo infatti constatare intorno a noi, colui che combatte per la giustizia umana e sociale viene avversato da tutta una marea di gente iniqua che gli vuole sputare addosso per eliminarlo! D’altra parte, come può andar bene e secondo giustizia una società civile quando quella religiosa, la Chiesa Cattolica (o almeno parte di essa) è diventa inutile e perfino pericolosa?  E’ impossibile!  Perché l’una segue l’andamento dell’altra come in una cordata di montagna. E come possiamo fare allora noi, piccolo gregge, davanti al dilagare di tanta iniquità e perversione? Semplice! Rimanere fedeli come una roccia, ancorati al Sacro Cuore di Gesù – supplicandolo di venire presto in nostro aiuto – e, finché ci sarà data la possibilità della Messa, andare a Messa anche tutti i giorni, se è valida: cioè se almeno la formula della Consacrazione non viene manipolata, col rischio che non avvenga la “Transustanziazione”. Altrimenti rifugiarsi nella preghiera del Santo Rosario quotidiano, come minimo i tre Santi Rosari che la Chiesa recita da secoli – “GAUDIOSI, DOLOROSI E GLORIOSI” – e che hanno salvato i cristiani da molte calamità, soprattutto dall’invasione islamica, come nella battaglia di Lepanto nel 1571 di cui ricorre prossimamente l’anniversario (7 ottobre) e in quella di Vienna nel 1683. Dalla fedeltà di pochi saranno salvati molti, dice il Salmo, e pertanto chiediamo a Gesù il dono della Fede, di non perdere mai questo dono prezioso e meraviglioso che ci fa capire come

                                        solo attraverso la croce di Gesù

             abbiamo la possibilità di salvare noi stessi e una marea di gente

                       che viene illuminata dalla Grazia dello Spirito Santo

                         per godere per sempre di Dio nella Vita Eterna.

     

    Patrizia Stella / Sergio Basile  (Copyright © 2018 Qui Europa)

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     Video e link correlati                                                 

    Mons Antonio Livi Oriente Occidente 21 03 2016 – YouTube

    Disorientamento pastorale. Conferenza di Antonio Livi e Danilo Quinto

    Enzo bianchi e la liturgia, storia di una stereotipata e noiosa visione modernista

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  • Moro, Kissinger e l’usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Moro, Kissinger e l’usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Martedì, 25 settembre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio  Basile, Henry Kissinger, Aldo  Moro,  Cinquecento  Lire,  Usura             

    Moro, Kissinger e l'usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Nuovi spunti di riflessione sul caso più scottante della politica italiana

    a 44 anni dalla minaccia di Henry Kissinger, durante la storica

    visita di Aldo Moro alla Casa Bianca

    (Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974)

     

    di Sergio Basile

    moro - kissinger

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa: Sulla lunga strada della sovranità      

    Catanzaro – di Sergio Basile Il Tiramisù è uno dei dolci più conosciuti della tradizione culinaria italiana: famoso fin dagli Anni Sessanta è diventato negli ultimi decenni il simbolo per eccellenza della dolcezza nostrana nel mondo. La tradizione ne contende la paternità tra Roberto Linguanotto e Speranza Garatti. Così come avvenne per il perfezionamento della ricetta del dolce in seno a tali affermati chef, la scoperta che tutto il mondo ci invidia, la strada verso la sublime scoperta monetaria del Professor Giacinto Auriti – il genio di Guardiagrele – è stata costellata da febbrili decenni di studio in materia giuridica e monetaria, ma anche da concatenate intuizioni e stadi di crescita, progressive e rinnovate consapevolezze, esperimenti, osservazioni e comparazioni con gli studi di grandi uomini del passato che hanno portato alla prodezza empirica dell'elaborazione auritiana:

                            il dolce ideale, confezionato a vantaggio dell'umanità,

                  per contrastare l'amarezza senza fondo della piaga feneratizia!

    Serebbe un errore, tuttavia, separare e decontestualizzare la scoperta auritiana dal fil rouge della storia passata e trapassata. Auriti si pone, evidentemente, in continuità con un glorioso passato, ricapitolato mirabilmente nell'esperienza anti-usurocratica dei "francescani" Monti di Pietà medievali e nella tradizionale Dottrina Sociale della Chiesa, figlia a sua volta dell'originaria "Dottrina Monetaria di Mosé": miracolo spirituale ed economico che, oltre mille anni prima della venuta di Gesù Cristo, vide nascere in Medioriente la prima moneta-convenzionale a credito della storia (il Mamré) e le prime cooperative creditizie, organizzate in tribù. Quindi, come in pittura la perfezione del gioco d'ombre e del realismo di Caravaggio non poté realizzarsi senza le premesse sugli studi della prospettiva di Giotto;  come l'elicottero sperimentale di Enrico Forlanini (1877) non avrebbe avuto ragion d'essere senza gli studi sulla "vite aerea" del Codice Atlantico (1480) di Leonardo Da Vinci, oggi non potremmo celebrare a pieno le lodi del professor Auriti, e non potremmo apprezzarne il genio assoluto, senza riconoscere e comprendere la grandezza dei suoi predecessori ed il loro contributo alla causa della libertà. Ovviamente, cedere alla facile tentazione di tracciare un'ipotetica scala di valori sul grado di sensibilità di tali giganti della storia, "classificando" personaggi di epoche diverse – protagonisti a loro volta di diversi stadi di perfezionamento della fattispecie giuridico-monetaria – rispetto alla "verità auritiana", risulterebbe anacronistico. Ogni facile paragone tra Auriti e i suoi storici predecessori, volto magari a ridimensionare lo spessore di questi ultimi o a colorarne i contorni con un filo di ironia, risulterebbe infatti fortemente ingeneroso e inopportuno verso costoro.

    Il fatto che il genio Giotto non comprese il segreto del contrasto dei chiaroscuri e della luce

               nel miracolo della tridimensioalità delle figure, chiara al genio Caravaggio,

                                  di certo non può esser un motivo valido

                       ad adombrare la grandezza del primo rispetto al secondo.

    Ciò dal momento che gli eventi storici, come ben sappiamo e come ci insegna Gian Battista Vico, hanno sempre seguito moti evolutivi unici ma ciclici e sono stati caratterizzati da stadi di sviluppo ben definiti e ugualmente preziosi. Questa realtà evoca l'immagine dei granelli di sabbia di una clessidra, cadenti a cascata e in perfetta successione. Essi segnano il tempo e perseguono una comune missione: riempire la base dello strumento vitreo svuotando nel contempo la parte superiore, seguendo un preciso ritmo. Così è per i giganti che precedettero la scoperta auritiana: tante tessere di un domino che hanno segnato la storia degli ultimi venti secoli, facilitando la comprensione dello strumento monetario, verso lo smascheramento delle strategie dell'usura internazionale. Esse hanno riempito di valore e dignità la base della società (la comunità sociale degli esseri viventi) svuotando di senso e valore i vertici del potere monetario e politico.

                 L'inarrivabile Prof. Giacinto Auriti e i suoi illustri predecessori,

                  sul lungo e tortuoso sentiero della lotta all'usura monetaria

                 – tra i quali citiamo il tandem presidenziale Lincoln-Kennedy –

                    rappresentano un modello per tutti gli studiosi di moneta

                               che si accostano seriamente all'argomento.

    Si tratta di un terreno di ricerca ostico ed impervio che, in un modo o nell'altro, non può che ricondurre le fila dell'indagine storica ai misteri del cartello bancario e ai complotti "religiosi" orchestrati dalle grandi famiglie di banchieri internazonalisti, d'estrazione ebraica e fede talmudica, capaci di influenzare con la nascita delle banche centrali, le loro pertinenze e le loro azioni concertate, il destino di intere nazioni e continenti. La volontà univoca e il comun denominatore all'azione degli eroi che contrastarono il cartello bancario e la "rivoluzione monetaria", può evincersi nell'indomabile necessità di mettere in dubbio i dogmi bancari. Tale priorità l’aveva avvertita, sia pur parzialmente e con pathos probabilmente minore rispetto ai primi, anche Aldo Moro, dando segnali incoraggianti dal suo esecutivo, malgrado la disastrosa esperienza del “compromesso storico” sancito dalla stretta di mano con Enrico Berlinguer il 28 giugno 1977.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

     

    Moro, Kissinger e l'usura: nuove ricostruzioni

    e ipotesi

    Nuovi spunti di riflessione sul caso più scottante della politica italiana

    a 44 anni dalla minaccia di Henry Kissinger, durante la storica

    visita di Aldo Moro alla Casa Bianca

    (Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974)

     

    di Sergio Basile

    Scritto tratto, in parte, da: "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse"

    di Sergio Basile, Ed. Solfanelli, 2018

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     Il Caso Moro e l'usura da moneta-debito             

    Washington, Romadi Sergio BasileMoro nella seconda metà degli anni Sessanta, decise di sottrarsi, sia pur in parte, dal pressing forzato dei potentati bancari e di "risollevare l’economia nazionale" emettendo biglietti di Stato a corso legale, "pare" senza bisogno di chiedere prestiti via Bankitalia o FMI (1): così facendo egli avrebbe posto (restiamo rigorosamente nel condizionale) l’obiettivo morale di assolvere ai bisogni del popolo italiano, ricorrendo alla cosiddetta

                                             emissione sovrana senza debito.

    Ma, come vedremo, questa pagina di storia resta ancora avvolta da dense nebbie, difficilmente diramabili, per ragioni che spiegheremo di seguito. Trent’anni dopo il Professor Auriti ebbe il gran merito di superare questa sia pur provvidenziale ricetta dei "biglietti di Stato", comprendendo — rispetto a Moro, ma anche ad Abramo Lincoln, John F. Kennedy, Andrew Jackson ed altri eroi della contro-rivoluzione monetaria — l’importanza di elargire a ciascun cittadino la propria quota di moneta-credito, attribuendone loro la proprietà diretta (reddito di cittadinanza a credito) e andando così oltre la mera spendita di moneta statale senza debito. In tal guisa Auriti aprì nuovi orizzonti di sviluppo socio-economico, sormontando l’ottica  del circoscritto limite dell'investimento statale e liberando inimmaginabili "valori" ed energie economico-finanziarie, fino ad allora sconosciuti alla sfera degli economisti classici: incapaci storicamente di comprendere a fondo il concetto di "moneta-credito". La panacea alla guerra del sangue contro l’oro giunse grazie alla scoperta della Teoria del Valore Indotto della Moneta (2), l’unica arma pacifica capace di ridonare dignità ai cittadini in un contesto di democrazia integrale, svincolando la coscienza nazionale da perigliose e fuorvianti elucubrazioni economiche innestate sia nel mito del dio-stato che nel giogo dell’onnipotente banca centrale.

    (1) Fondo Monetario Internazionale  / FMI / IFM – Il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund) è un'organizzazione internazionale a carattere universale (e mondialista) istituita il 27 dicembre 1945 (nata ufficialmente nel maggio del 1946) e composta dai governi nazionali di 189 Paesi. Con la Banca Mondiale rientra nelle cosiddette organizzazioni internazionali di Bretton Woods. (2) Cfr.: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", Ed. Solfanelli, 2018 – Capitolo XII; Conclusioni – par. 7.

     La politica monetaria di Aldo Moro                      

    L’impegno di Aldo Moro nella ridefinizione della politica monetaria nazionale fu significativo ma marginale, o meglio non decisivo, e comunque segnato dai ben noti fatti di cronaca nera consumatisi in quei drammatici anni. Lo statista democristiano tra gli Anni Sessanta e Settanta finanziò la spesa pubblica per cinquecento miliardi di lire attraverso l’emissione di biglietti di Stato da 500 lire (emissioni Aretusa (3) e Mercurio (4): (*) la prima emissione fu normata con i DPR del 20 giugno 1966 e 20 ottobre 1967, del Presidente Giuseppe Saragat (5); (*) la seconda mediante DPR del 14 febbraio 1974, firmato Giovanni Leone (6). Le 500 lire di Moro erano emesse senza ricorrere al processo bancario e debitocratico della cartolarizzazione (Cfr.: 8.3.1) e con dicitura “Repubblica Italiana”, perché immesse nel circuito economico direttamente dallo Stato, per la spesa pubblica. Esse prevedevano, in aggiunta, la scritta “Biglietto di Stato a corso legale”, in quanto garantite dall’autorità statale. Essendo slegati dalla Banca d’Italia, tali biglietti di Stato, secondo una delle tesi più diffuse tra numerosi studiosi di settore, “non avrebbero generavano debito e interessi passivi”: cioé sarebbero stati agli antipodi dei biglietti emessi sia da Bankitalia (1947) che dall’odierna BCE. Le 500 lire del 1947 recavano impressa, invece, la scritta “Banca  d’Italia” assieme alla dicitura “Pagabile a vista al portatore” (perché cambiabili con monete statali).

        L’Italia in quel frangente storico poteva emettere monete ma non banconote,

    che doveva acquistare dal Fondo Monetario Internazionale tramite la Zecca di Stato.

                         Moro permise l’emissione di monete a valore 500 lire,

                   nonché (in deroga) l’emissione contemporanea del cartaceo.

    In seguito all’assassinio del politico, che si consumò a Roma il 9 maggio 1978, e alle dimissioni anticipate di Leone, l’Italia smise di emettere cartamoneta di Stato, tornando sistematicamente schiava dell’usura internazionale e dei processi bancari di cartolarizzazione.

     Moro, Mattei, Caffé, Dossetti, La Pira                      

    Moro, con la sua parentesi politica, malgrado il compromesso rosso, provò in qualche modo a cambiare gli equilibri internazionali: passo sancito anche dalla sfida lanciata al monopolio dell’FMI e, in aggiunta, al tentativo di realizzare la sovranità energetica del Paese, cercata da Enrico Mattei, passando per il pieno sviluppo e l’indipendenza dell’ENI.

                Furono questi i tasselli che accomunarono nel bene e nel male

                        le vite di Enrico Mattei (ucciso nel 1962), Aldo Moro

               e Federico Caffé (scomparso misteriosamente il 15 aprile 1987).

    Va ricordato ad onor di cronaca come Caffé, sia pur formatosi nel fumoso humus statalista di stampo neo-keynesiano, fu integerrimo e prezioso consulente dello statista della DC, nonché suo collaboratore all’interno di un gruppo allargato, esteso a uomini di chiaro stampo cattolico del calibro di Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira.

    (3) Vedi DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat per le 500 lire cartacee biglietto di Stato serie Aretusa. (4) Vedi DPR 14-02-1974, del Presidente Giovanni Leone per le 500 lire cartacee biglietto di stato serie Mercurio, DM 2/4/1979.    (5) Biglietto di Stato serie Aretusa – Legge 31 maggio 1966.   (6) Biglietto di stato serie Mercurio – DM del 2 aprile 1979.

     La fuorviante pista a senso unico                                 

    Tra l’altro, va ricordato, come lo stesso Mattei scelse di appoggiare Moro apertamente, urtando evidentemente gli interessi della grande usura internazionale, padrona della moneta-debito e, secondo proprietà transitiva, di gran parte delle fonti energetiche planetarie. Per anni si indagò sul Caso Moro a senso unico, dissertando sul ruolo delle Brigate Rosse con tesi aleatorie e parziali, cercando di dare all’omicidio una connotazione politica in senso stretto o addirittura partitica, circoscrivendo quanto accaduto all’interno dei meri confini nazionali. Seguendo l’oscuro fil rouge brigatista, un’altra curiosa analogia che unì Caffé e Moro, fu l’omicidio del professor Ezio Tarantelli, allievo, amico e collaboratore di Federico Caffé, ucciso sempre dalle “fantomatiche” BR in data 27 marzo 1985. Qualche anno dopo l’omicidio, tuttavia, un vento nuovo spirò su Roma, andando a smorzare l’afa estiva che avanzava e l’ancor più insopportabile cappa di omertà: nel giugno e luglio del 1982, qualcuno iniziò a tirare in ballo gli Stati Uniti d’America. A rompere il ghiaccio bollente fu la stessa moglie dello statista, Eleonora Chiavarelli Moro in una esplosiva testimonianza:

            l’assassinio — sostenne la Chiavarelli, in tribunale — avrebbe fatto seguito

                      a serie minacce di morte avanzate da colui che indicò come

                                    una figura politica americana di alto livello.

     L'incontro a Washington e la Minaccia di Kissinger 

    Dello stesso tenore fu la denuncia resa in sede processuale da Corrado Guerzoni, portavoce di Aldo Moro. La frase incriminata sarebbe stata la seguente:

                        Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico (…)

                        Qui, o lei smette di fare questa cosa, o la pagherà cara,

                                          veda lei come la vuole intendere.

    Una cosa è certa: il 25 settembre 1974 il Presidente Aldo Moro, in visita ufficiale negli Stati Uniti, a Washington, incontrò il Segretario di Stato Henry Kissinger (vedi foto giù in allegato: Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974, del quale prorio oggi, 25 settembre 2018, corre il 44° anniversario). Subito dopo il colloquio lo statista fu colpito da un malore e soccorso da Mario Giacovazzo (suo medico personale) e Giuseppe Giunchi (medico personale del Presidente Giovanni Leone): entrambi spinsero affinché Moro facesse rientro anticipato in Italia. Molti storici hanno offerto ricostruzioni parallele a quella ufficiale proprio in seguito a questi poco pubblicizzati eventi, fatti di portata epocale ma inspiegabilmente epurati dai libri di “storia”. Durante il processo, Guerzoni identificò la suddetta figura politica americana di alto livello in Henry Kissinger.

     Nuove luci e ombre sul Caso Moro                               

                           Ma Moro fu dunque un eroe o la semplice vittima sacrificale

                           di un sistema di cui lo stesso, volente o nolente, era parte?

    La verità assoluta la potremo cogliere solo al cospetto di Dio. Tuttavia riteniamo che la questione dell’emissione delle 500 lire di Moro aliene da qualsiasi laccio debitocratico sia un evento storico di difficile codificazione, ancora sospeso tra verità e mito e in buona parte avvolto nel mistero. Ciò poiché, ad oggi,

                    non adeguatamente avvalorato da alcun documento probatorio,

              gap riconducibile ai polverosi ed impenetrabili archivi della Banca d’Italia,

                      di Palazzo Chigi e del Palazzo delle Finanze di Via XX Settembre.

    A sostenere questa tesi citiamo, per completezza storica, anche autorevoli studiosi auritiani del calibro del Professor Normanno Malaguti, del Professor Francesco Cianciarelli — collaboratore di una vita del grande Professor Giacinto Auriti — e del Professor Antonio Pantano, quest'ultimo tra i massimi esperti di Ezra Pound. Comunque è altrettanto vero che, come sostiene il Professor Pantano, nel recente regime repubblicano ad autonomia limitata impostoci dal 1° gennaio 1948, i “biglietti di Stato” emessi furono moltissimi, come risulta dalla pubblicazione iconografica in due volumi, degli anni Settanta, della Banca Popolare di Novara (da nostra intervista al professor Antonio Pantano – 30 luglio 2018). D’altra parte anche dalla seconda metà dell’Ottocento furono emessi molti biglietti di Stato e sicuramente senza debito (da nostra intervista al professor Normanno Malaguti – 28 giugno 2018). Come argomentato dai suddetti studiosi, le 500 lire emesse sotto il Governo Moro furono le ultime, ma — anche a loro dire — non costituirono ragione per accreditare Moro, in senso assoluto, come “virtuoso” (da nostre interviste ai professori Francesco Cianciarelli e Antonio Pantano – luglio 2018). Secondo altre tesi e come sostenuto dallo stesso Professor Pantano:

             “La soppressione dello statista fu probabilmente dovuta al non

             aver condiviso con i suoi colleghi delle ingenti somme conferite

                                        da Gheddafi a partire dal 1972”.

    A nostro avviso la pista Kissinger-Usa non è comunque trascurabile e resta fino ad ora la più accreditata, sia pur la meno battuta. Infatti concordiamo tutti sul fatto che la dissoluzione sistematica della “sovranità monetaria” italiana fu riconducibile certamente agli Americani. Come ricorda Pantano (intervista del 30 luglio 2018):

    “Gli Alleati iniziarono con 640 miliardi di Am-lire stampati negli USA nel giugno del 1942

                                     e ristampati anche in Italia fino al 1949-50.

                        Il regime usurocratico italiano nel 1965 regolò con leggi

                                         la residua circolazione assorbendola”.

    Moro comunque – e questa è una certezza storica che nessuno potrà mai sottrargli – ebbe il merito acclarato di aver sfidato apertamente il Fondo Monetario Internazionale, longa manus degli Stati Uniti d’America e del Governo Mondiale: la vera ragione della sua morte risiede, probabilmente, nella memoria storica dei fatti legati a quel Memorandum e a quella tragica, sconcertante e febbrile mattinata del 25 settembre 1974, all'ombra del bianco colonnato in stile neoclassico della White House: simbolico richiamo – ci scuserete la divagazione – dei farisaici sepolcri imbiancati di evangelica memoria.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    Scritto tratto, in parte, da:

    "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", di Sergio Basile,

    Ed. Solfanelli, 2018

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

    Segui su Facebook la nuova pagina – Qui Europa news | Facebook

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      Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25/9/1974 

    kissinger-memorandum-25-settembre

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • Illegittima Indifesa: società disorganica, paradiso dei delinquenti

    Illegittima Indifesa: società disorganica, paradiso dei delinquenti

    Sabato, 22 settembre / 2018

    – di Roberto Pecchioli

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, illegittima indifesa, società disorganica, legalità  

    Illegittima Indifesa: società disorganica, paradiso

    dei delinquenti

    Società despiritualizzata e disorganica: il paradiso dei delinquenti.

    In mezzo l’illegittima indifesa, ovvero l’inerme figura della persona

    per bene, vittima di imbrogli, prevaricazioni, furti, rapine,

    insicurezza diffusa

     

    di Roberto Pecchioli

    Legittima difesa

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Sulla legittima difesa                                                

    Roma, Genova – di Roberto Pecchioli Si è riaperto il dibattito sulla legittima difesa. Da un lato un progetto di legge leghista secondo cui la difesa è sempre legittima, dall’altra la reazione stizzita dell’ANM, Associazione Nazionale Magistrati, che ha espresso con la consueta veemenza irrituale la propria contrarietà alla nuova formulazione giuridica dell’antichissimo istituto della legittima difesa. Lasciamo da parte ogni polemica nei confronti del sindacato dei giudici, i cui interventi a gamba tesa in politica sono quotidiani e sembrano animati dal timore di perdere un pezzo di discrezionalità nel valutare gli episodi di reazione all’illegalità e alla violenza subita. Non assumiamo interamente il punto di vista di Salvini, poiché difendere se stessi, la propria famiglia, il proprio pane è senz’altro giusto e lecito, ma non deve significare legittimare ogni reazione. Per capirci, io ho il diritto di fermare con ogni mezzo, sino all’uccisione, chi sta minacciando la vita mia e dei miei cari, ma non posso sparare a qualsiasi ladruncolo o truffatore. Altra cosa è la triste alternativa tra un brutto processo e un bel funerale.  La materia è estremamente complessa e merita una riflessione un po’ più ampia di un alterco sovreccitato, animato purtroppo da fatti drammatici, sentenze talora sconcertanti a favore dei delinquenti. I buonisti in servizio permanente effettivo evitino il solito comico argomento dell’Italia ridotta a Far West, giacché le armi, disgraziatamente, le possiedono e le usano bande di criminali di ogni risma, pericolosità e provenienza geografica, non gli uomini della strada. Dall’altro lato, il pericolo è quello di affidare ai singoli i compiti che spettano allo Stato, il grande assente. Henri de Montherlant scrisse che “moriamo di indulgenza”. Per questo si giustifica il gioco di parole del nostro titolo: esiste e diventa ogni giorno più grande l’illegittima indifesa. Indifesa è la maggioranza stragrande degli uomini e delle donne normali. Illegittimo, benché non illegale, è il comportamento delle istituzioni. Distorto se non invertito è il rapporto tra diritto, istituzioni, senso comune e violenza. Il principio irrinunciabile è quello di stare dalla parte delle vittime, non con la retorica ridondante di cui danno prova i rappresentanti del potere, ma nei fatti. Chi entra in casa mia, penetra nel mio ufficio o commercio deve avere chiari due concetti: sta rischiando concretamente una condanna penale che espierà per intero in un carcere; la comunità nella sua interezza è contro di lui. I fatti, una volta di più, narrano esattamente il contrario.

     Le legge è un ordine                                                  

    Pagare il fio di comportamenti criminali è raro, le pene sono fin troppo pesanti nella lettera, ma miti nella sostanza, tra permessi, condoni, norme che riducono per i più svariati motivi la carcerazione e non di rado la evitano del tutto. Cesare Beccaria, l’illuminista milanese autore del citatissimo Dei delitti e delle pene, era tutt’altro che un buonista del XVIII secolo. Le sue parole sono pietre: “uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse. (…) La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità”. Un’impunità determinata dal combinato disposto di un impianto legislativo che favorisce i colpevoli unito alla genetica indulgenza delle società individualiste e alla discrezionalità di una giurisdizione prigioniera delle gabbie ideologiche. Discrezionalità che, peraltro, non è responsabilità dei magistrati, ma di una legislazione sconcertante. E’ recentissima una sentenza, pronunciata applicando una norma emanata dal governo Renzi sui piccoli reati, che ha mandato assolta una badante colpevole del furto e rivendita di gioielli appartenenti ad una coppia di anziani del valore di 60mila euro. Non resta che dare ragione al  cancelliere Bismarck, per il quale

                “con cattive leggi e buoni funzionari si può sempre governare.

                Ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente".

    Le nostre leggi sono talmente numerose e contrastanti che il primo problema di chi le applica è districarsi tra di esse, con grande vantaggio di chi vuole sfuggire alle conseguenze dei suoi atti. Nella Politica, il sommo Aristotele aveva già sintetizzato il problema: “La legge è ordine; e una buona legge è un buon ordine”.

     In mezzo l'illegittima indifesa                              

    Da almeno mezzo secolo qualsiasi accenno al concetto di ordine provoca fastidio, reazioni, opposizioni, dunque il problema, come dicevano gli intellettualini di qualche decennio fa, “è a monte”. A monte c’è un rapporto distorto con la violenza, l’ordine civile, il principio di responsabilità. Sullo sfondo, mostra la corda il monopolio dell’uso della forza attribuito al potere pubblico, dunque allo Stato. Indebolito dalla prevalenza dei potentati privati, screditato culturalmente dall’estensione illimitata dell’idea di libertà, reso impotente dal soggettivismo dominante, lo Stato non riesce più a esercitare con il giusto equilibrio di forza, efficacia e proporzione il delicato monopolio che possiede. Per di più, varie correnti ideologiche ne contestano i fondamenti: da un lato, l’inimicizia per lo Stato del liberalismo egemone, libertario e liberista (anche se le élite che spesso e volentieri caratterizzano questi alterchi ideologici si ritrovano fianco a fianco a trafficaree combuttare in circoli élitari e logge massoniche: vere realtà informali di esercizio del potere dei tempi moderni – Ndr). Dall’altro, il pregiudizio della sinistra di ascendenza socialcomunista contro l’ordine “borghese”, definito reazionario, conservatore, patriarcale che induce a simpatizzare per chi infrange leggi proclamate ingiuste e classiste. La miscela dei due atteggiamenti è esplosiva: garantismo esasperato, attenuanti, esimenti per i reati dei “colletti bianchi” fanno il paio con la malcelata indulgenza verso rapinatori, ladri, immigrati, proclamate vittime del sistema. In mezzo, l’illegittima indifesa, ovvero l’inerme figura della persona per bene, vittima di imbrogli, prevaricazioni, furti, rapine, insicurezza diffusa. L’uomo (smarrito e despiritualizzato – Ndr) comune ha la certezza di essere l’agnello della fiaba di Fedro apostrofato dal lupo al ruscello. “Perché mi hai fatto diventare torbida l'acqua che sto bevendo? E l’agnello, tremando: come posso – dice – fare quello che lamenti, lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!" Sappiamo come finì, il lupo divorò l’agnello inerme. Quell’agnello si è stufato del ruolo di vittima e reclama il diritto di sparare al lupo prima di essere divorato.

     Società disorganica: paradiso dei delinquenti    

    Sono saltati due passaggi logici, capovolti a favore dei lupi. Manca la legalità, ovvero un impianto normativo concretamente dalla parte degli onesti e dei miti, ma fa cortocircuito la legittimità, ovvero la società, malata di soggettivismo (hegeliana, idealista, strumentalizzante e dis-organica – Ndr) e spezzata in mille segmenti non componibili a unità, non è più d’accordo su ciò che è bene e ciò che è male. Il risultato è che spadroneggiano i delinquenti, pesci nell’acqua di un sistema debole, contraddittorio e formalista. Se c’è un punto su cui concordiamo con il modo di pensare progressista è che la pericolosità sociale dei delinquenti in giacca e cravatta non è inferiore a quello dei mascalzoni armati. Ne sono prova il crollo del ponte Morandi non meno che le malversazioni finanziarie di tanti banchieri e la corruzione diffusa nell’economia, nella politica, nell’amministrazione. Ciò non significa che si debba invocare severità, Stato e giustizia a corrente alternata. La legittima difesa nei confronti dei soprusi del potere deve stare nelle leggi e nella volontà di applicarle senza sconti. La protezione dai criminali comuni passa da un ulteriore attitudine, quella di esercitare senza timori il monopolio della forza legittima. Poliziotti e carabinieri pistoleri non ci piacciono, ma i malviventi devono avvertire, oltre al peso reale della legge (pene effettive espiate in carcere, seguite, per chi è straniero, dall’espulsione) anche il rischio concreto dell’incolumità e della vita nella sfida alle forze dell’ordine. Le cose non vanno così e da questa disfunzione drammatica sorge la domanda di farsi giustizia da soli. Noi non crediamo affatto che commercianti, imprenditori aggrediti nel lavoro quotidiano, padri e madri di famiglia attaccati negli affetti e nel focolare, cittadini rapinati, donne assalite sessualmente abbiano il desiderio diffuso di uccidere. Se però la paura prevale, con buona pace dell’insopportabile disprezzo dell’allarme sociale delle finte anime candide, è insensato gridare al Far West prossimo venturo anziché fermare quello presente e reale alimentato da chi le armi se le procura senza fatica e le usa indifferente alla vita umana. Meglio sarebbe affrontare alla radice il problema della sicurezza piuttosto che negarlo, avviare interminabili dibattiti sociologici, sfoderare statistiche di parte o menare il torrone con disquisizioni giuridiche. Una popolazione sicura, ragionevolmente convinta di non correre pericoli, rassicurata dalla forza e dall’azione della legge, non chiede il porto d’armi, non invoca la legittima difesa né sollecita pene abnormi.

     Forza e violenza                                                             

    Milioni di illegittimi indifesi sperimentano ogni giorno sulla carne di avere torto a prescindere.

                        Fisco, usura legalizzata, burocrazia, giustizia, malavita, diritti sociali:

                            la presunzione di colpevolezza è caricata alle persone comuni

                                    da un potere insolente, arrogante, spesso corrotto.

    Nulla di strano se qualcuno ritenga primario difendere in armi se stesso e la “roba” di verghiana memoria. Aleggia un errore di fondo della mentalità occidentale moderna, non distinguere tra forza e violenza. La forza è una virtù, comunitaria e personale, che viene trasferita allo Stato a fini di difesa e giustizia. La violenza è la sua degenerazione. Insorgere anche fisicamente, reagire a partire da se stessi è un diritto naturale che nessun potere o concezione irenistica del diritto può sottrarre all’essere umano. La normalità quotidiana è diventata una perniciosa indifferenza che confonde, opacizza i confini, logora i principi a tutto vantaggio del malaffare e della malvivenza. Ci si attarda a stabilire se sia peggiore la delinquenza in guanti bianchi (idea della sinistra) o quella armata della strada (idea della destra), con il risultato di offrire spazio all’una e all’altra, le opposte facce di una stessa realtà.

                                                    Il quadro giuridico è preoccupante,

                   i processi diventano sempre più un gioco agonale di esperti a pagamento

                               dal quale è espunta la giustizia e assente il senso comune.

    Affiora il pensiero di un artista divorato dall’angoscia, Cesare Pavese, allorché, nel Mestiere di Vivere, prendeva atto che “non ci si libera di una cosa evitandola, ma attraversandola”. Non affrontiamo la violenza diffusa di mille bande proterve, sprecando energie in dibattiti, diatribe, difendendo ciascuno un punto di vista ideologico che perde di vista l’essenziale. Ossia il diritto di ciascuno a una vita normale, violata da rapine, furti, aggressioni, ricatti, estorsioni, libero spaccio di sostanze che danno morte, tanto quanto dal clima di corruzione diffusa, privilegio di casta, imposizioni oligarchiche. In più, si esige a fronte corrugata il rispetto di un presunto spirito del tempo nelle leggi. Avverso alla legalità quanto alla legittimità, esso è bollato dal Beccaria con parole taglienti: “non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni", specie in un’epoca individualista, relativista e nemica della decisione, cui si preferisce sempre la discussione sterile e interminabile.

     Legittima difesa e codardia illegittima                   

    Legittima difesa è cosa assai distinta dal ricorso ai giustizieri armati, i Ringo e i Sartana dei film western-spaghetti. E’ il riconoscimento di un fatto naturale, un dato permanente della personalità umana che volentieri lasceremmo ai casi estremi, poiché una convivenza ordinata si realizza nella comunità e nelle norme che la sorreggono, non certo nell’iniziativa individuale o peggio nella sociopatia diffusa. Serve una legittima difesa collettiva contro ogni malaffare e prevaricazione. Soprattutto, si deve sconfiggere l’equazione figlia della viltà secondo cui forza è uguale a violenza. Lo Stato deve poter esercitare una santa, legittima violenza contro i crimini con il peso della legge, fatta di norme semplici e pene non esemplari ma certe, e, ove necessario, con l’uso senza complessi delle armi, oggi monopolio dei mascalzoni. Ci piace citare alcuni venerati maestri dei sedicenti non violenti, Karl Marx e il pomposo signore della gauche caviar parigina, Jean Paul Sartre, l’autore de L’essere e il nulla. Il pensatore tedesco riconobbe, dinanzi alle elucubrazioni intellettuali, che “l’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale.“  Per il philosophe de La nausea, addirittura, “solo con la violenza si diventa uomini.“ Una sciocchezza cui è facile opporre una riflessione positiva di un cattivo maestro, Jean Jacques Rousseau.“ La forza è un potere fisico; la pistola del brigante è anch’essa un potere fisico “. A cui abbiamo il diritto dovere di contrapporci senza timidezza. La civiltà italiana seppe esprimere splendidamente già nel XIII secolo il senso della comunità e del vivere civile nell’ affresco senese di Ambrogio Lorenzetti Il buono e il cattivo governo e gli effetti sulla città. In una parte del grande dipinto, un’opera d’arte intrisa di filosofia e scienza politica, nell’aria vola la personificazione della Sicurezza, che reca un delinquente impiccato, simbolo di giustizia implacabile e regge un cartiglio su cui si legge: “Senza paura ogn’uom cammini / e lavorando semini ciascuno”. L'ideale di una comunità forte e giusta è simboleggiato dal contrasto tra la carnale sensualità della Sicurezza e la dura allusione alla pena di morte. Lo Stato protegge gli onesti e punisce chi non segue la legge. Nell’Allegoria del cattivo governo, la città è ingombra di macerie, sul punto di crollare, i cittadini distruggono anziché costruire, la legge imprigiona gli innocenti, languono le attività economiche. Tutto è rovina, le campagne sono in fiamme e un esercito nemico marcia sotto le mura. In cielo aleggia sinistro il Timore. Dobbiamo scegliere: sicurezza o timore, vita o rovina, legittima difesa o il suo contrario, l’abbandono al destino. Per prendere posizione, bisogna decidere, assumere responsabilità, agire, rischiare. Seguire il Bene o il Male, l’Amico o il Nemico. Che disgrazia per il debosciato collettivo, il moderno “Narcisetto Adoncino d'amor. Non più avrai questi bei pennacchini, quel cappello leggero e galante, quella chioma, quell'aria brillante, quel vermiglio donnesco color.” Con la musica mozartiana delle Nozze di Figaro, i versi di Lorenzo Daponte paiono scritti per l’incipriato, indifeso damerino del secolo corrente, tutto chiacchiere, tolleranza e codardia.

    Roberto Pecchioli  (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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  • The School of Darkness – 5 – Il viaggio in Europa

    The School of Darkness – 5 – Il viaggio in Europa

    Martedì, 18 settembre / 2018

    di Bella Visono Dodd –

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

     Redazione Quieuropa,  Sergio  Basile, Bella Dodd, Comunismo, Europa,  Nazismo,  Fascismo        

    The School of Darkness – La Scuola delle Tenebre / 5°

    Capitolo 5° – Il viaggio in Europa

    The School of Darkness, Ed. P.J. Kennedy & Sons, New York, 1954

    (Traduzione dall'originale a cura di Sergio Basile)

     

    di Bella V. Dodd

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile

    School of Darkness - Bella Dodd - viaggio in Europa

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Capitolo Quinto                                                         

    New York – di Bella V. Dodd / Traduzioni dall'originale "The School of Darkess" a cura di Sergio Basile(Continua da qui The School of Darkness – 1 – 2 – 3 – 4) – Dall’autunno del 1927 al giugno 1930, frequentai la New York University Law School e insegnai all'Hunter College, si trattò di un periodo in cui fui profondamente coinvolta nelle attività degli studenti nel mio college, del quale non fui solo insegnante ma anche consigliere di molti di loro, sia individualmente che nelle attività di gruppo. Come giovane insegnante, preoccupata dalle correnti conflittuali tra gli intellettuali, mi rivolsi a Sarah Parks per consigli e chiarimenti. L'insegnante che avevo ammirato da studentessa universitaria era coinvolta in polemiche sulle politiche salariali e promozionali del college. Allora quei temi non mi interessavano, perché amavo così tanto la mia posizione di insegnante che le polemiche sugli stipendi mi sembravano secondarie. Sarah invece era infervorata per le disuguaglianze di grado e di stipendio e per il suo bene cercai di interessarmi a queste cose. Fu un periodo in cui incontrai uomini e donne che seguivano idee e vivevano vite non ortodosse. Fu un periodo in cui l'amore per la letteratura, le arti e l'interesse per la rivoluzione russa divennero la scusa per lasciare casa e vivere in piccoli appartamenti angusti nel Greenwich Village. A quel tempo passavamo lunghe ore, notte dopo notte, seduti davanti ai camini in una soffitta del villaggio, parlando all'infinito. Sarah era stata una di noi, ma ora il suo coinvolgimento con la politica del college era sfociata in disperazione. Non ritenevo che la situazione giustificasse i suoi eccessi emozionali. Non sapevo che anch'io avrei seguito le sue orme. In quel momento sentii solo che tutto ciò che faceva nella sua vita la stava catapultando violentemente in un grande vuoto. Tendevo a ritirarmi dalla nostra stretta amicizia e a coltivare nuovi amici che costituivano le fondamenta che lei stessa aveva contribuito a stabilire.

     Il suicidio di Sarah Parks                                      

    Quando nel gennaio del 1928 si suicidò, fui gettata in una spirale emotiva. Mi sentii in colpa per non aver passato più tempo con lei. Pensavo di averla delusa. Ero amareggiata da quelli del college a cui si era rivolta per affetto e che, invece, le avevano chiuso la porta. La sua morte ebbe un profondo effetto su quelli tra noi che lei aveva influenzato. Sentivamo che Sarah aveva avuto il coraggio intellettuale di credere nella nuova nascente società collettiva, ma non l'audacia pratica necessaria per diventare un membro disciplinato del gruppo. Sentivamo che lei pensava come una collettivista, ma che combatté e visse come un’individualista e nella nostra impietosa analisi della sua vita, questo era stato il suo fallimento.

         Non ci rendevamo conto che la vita era diventata insopportabile per lei

                                    a causa del disordine del suo pensiero

                 che inevitabilmente l'avrebbe portata all'autodistruzione.

    Attenta a non continuare sulla strada che portò al suo suicidio, dovetti intraprendere una strada più lunga, più ingannevole ma parallela, fino all'annientamento. Mi rifiutai di tornare sui miei passi e riconoscere i miei errori. Non sapevo che questo avrebbe potuto portare solo disarmonia, confusione e sconfitta. Gli anni 1928 e 1929 furono pieni di confusione e bruttezza. Mi rifugiai sempre di più nella letteratura della disperazione. Provai a scrivere, ma scoprii che la mia confusione interiore si rifletteva sul mio lavoro. Per la prima volta nella mia vita guardai al futuro con apprensione. Nulla sembrava gratificarmi. Il mio lavoro presso la scuola di legge era mediocre. All'Hunter College le lezioni stavano diventando più impegnative e gli studenti che venivano da noi dalle scuole superiori non erano ben preparati. Il senso di dedizione all'apprendimento si stava affievolendo. Molti si iscrivevano all'università solo per adempiere il desiderio dei loro genitori, il desiderio moderno degli ignoranti determinati a far sì che i loro figli avessero un'istruzione universitaria. Ero consapevole del fatto che una massa crescente di giovani entrassero all'università quasi automaticamente dopo aver frequentato le scuole medie e superiori. Ero consapevole dell'abbassamento degli standard qualitativi. Si pensava poco al significato e allo scopo di un'educazione universitaria e praticamente non si pensava al ruolo delle libere università statali.

     In viaggio per il Vecchio Continente                     

    Durante la primavera del 1930 iniziai i corsi di Medina Cram e preparai l'esame per l'ammissione al New York Bar. Dopo la fine dell’esame chiesi un permesso di congedo dal college e con la mia amica Beatrice partii per l'Europa. In modo sciocco, speravo di trovare lì risposte che non trovavo a casa. Ero stanca e irrequieta. Volevo scappare da ogni senso di responsabilità. Ero giovane e volevo godermi la vita. Fu un viaggio ricco di nuove conoscenze. Grazie alla capacità di socializzare facilmente conobbi persone interessanti in ogni ambito della vita nei diversi paesi che visitammo. Fu in questo viaggio che incontrai il mio futuro marito, John Dodd. Atterrammo ad Amburgo. La trovai una città interessante, piena di marinai, scaricatori di porto, soldati. C'erano i nuovi benestanti con le tasche piene della ricchezza del paese. C'erano comunisti ovunque e in marcia, incontrandosi, cantavano. C'erano decadenti ed audaci locali notturni. C'erano anche vecchi ristoranti, vecchie case e chiese e altre testimonianze di un tempo ormai andato. Era una città di contrasti. Troppo spesso ci trovavamo al cospetto di tedeschi della classe media con facce smunte e tirate, pronte, quando notavano simpatia, a raccontarti i loro problemi. La cosa che mi colpii fu la loro perplessità. Non capivano né la causa della loro situazione, né dove stavano andando. Li guardammo e ascoltammo le loro storie. Ma eravamo americani pieni di dollari nelle borse, intenzionati a divertirci. A Berlino vedemmo più volti accigliati, smunti e, d’altra parte, più sfacciati sfarzi.

    Eravamo sconcertate dal degrado sessuale e morale ostentato nei locali notturni

                                   e presentato ai turisti di tutto il mondo.

    L'atmosfera della città sembrava carica come l'aria prima di una tempesta elettrica.

    Incontrai alcuni dei miei amici dell'Hunter College all'Università di Berlino ed avemmo l'opportunità di confrontarci su ciò che stava succedendo nei luoghi dell'apprendimento. Parlammo con studenti universitari e professori. L'università era dilaniata dai conflitti.

          Socialisti, comunisti, nazionalsocialisti si stavano combattendo a vicenda

         e congiuntamente si scagliavano contro chi si considerava conservatore,

             attaccato al proprio paese dall'amore naturale della propria patria.

     Nel degrado di Berlino                                                  

    Gli atti di violenza erano comuni nella città e nei dintorni dell'università. Ero consapevole del fatto che le questioni politiche fossero per loro una questione di vita o di morte. Ero anche consapevole del fatto che intellettuali, insegnanti, professori e scienziati fossero arrogantemente chiusi nel loro orgoglio e mancavano del desiderio interiore di svolgere un ruolo salutare nell'ora del bisogno del paese.

                                         Erano uomini di altissimo livello intellettuale,

                                 ma erano pronti ad attaccarsi alle forze della violenza.

                      Allora non mi resi conto, come faccio ora, che per quasi un secolo

    il mondo giudiziario tedesco era stato sottoposto a una sistematica despiritualizzazione

                         che poteva risultare solo nella disumanizzazione ora evidente.

           Ciò rese possibile il fatto che uomini così despiritualizzati avessero potuto servire

                            sia il potere nazista, prima, che il potere comunista, dopo,

                                                 con una lealtà ed efficienza spietate.

    In Germania discutevo spesso della crescente ondata di conflitti, ma su una cosa i professori e gli studenti erano d'accordo: il fascismo non sarebbe mai potuto venire in Germania. Era possibile in Italia, dissero, a causa della mancanza di istruzione generale, una cosa del genere non poteva accadere in Germania. Due istituzioni avrebbero impedito questo: le grandi università tedesche e il servizio civile tedesco. Quando, contrariamente alle loro dichiarazioni, accadde in Germania, le due grandi istituzioni che crollarono prima di tutte furono le università tedesche e il servizio civile tedesco. Dovevano servire il Fuhrer, ed era da loro che dovevamo imparare la lezione che l'istruzione in sé e per sé non è un deterrente alla distruzione di una nazione. Le vere domande da porre erano: che tipo di educazione? a quale scopo? con quale obiettivo? sotto quali standard?

     Via da Berlino… verso Dresda e Vienna                     

    Ero felice di lasciare Berlino, insistendo per un itinerario che non era nei nostri programmi. Fino ad allora mi ero rifiutata di passare molto tempo nei musei e nelle chiese, ma ora volevo andare a Dresda e vedere la Madonna Sistina (dipinto a olio su tela di Raffaello, databile al 1513-1514, e conservato nella Gemäldegalerie di Dresda – Ndt). Valeva la pena il lungo viaggio per vedere l'adorabile Vergine col Bambino e i cherubini ai loro piedi che sembravano dei piccoli allegri monelli. Il giorno che trascorsi a Dresda fu il mio più felice in Germania. Non vedevo l'ora di visitare Vienna. Fu una fortuna che Beatrice avesse parenti nella favolosa capitale degli Asburgo. Ma

      ancora una volta fummo colpiti dal dolore nelle facce bianche e smunte degli austriaci.

    Indossammo i nostri abiti più semplici per non offendere le persone incontrate. Volevamo andare all'opera, ma in un atto di rinuncia decidemmo di non farlo perché avevamo visto uomini e donne che amavano la musica stare fuori dal teatro dell'opera, mentre turisti e profittatori prenotavano i posti. Lo zio di Beatrice, che era stato consigliere finanziario nel regime di Francesco Giuseppe, ci intratteneva portandoci in alcuni famosi caffè. Mentre parlava della storia di Vienna, mi resi conto che amava profondamente la città, ma capii che essa stava morendo. Ci disse che aveva preso accordi per portare la sua famiglia in Uruguay.

                                   Ancora una volta fui colpita dal fatto che

              coloro i quali deploravano la perversione che aleggiava su di loro

            non avevano modelli per mobilitarsi e riprendersi. Erano spaventati.

       Avvertivano il senso del dolore del mondo e il desiderio di tornare al passato,

            ma non avevano la minima consapevolezza di dove stessero andando.

     Finalmente in Italia                                                       

    Dall'Austria andammo in Italia. Avevo atteso con malcelata eccitazione un ritorno alla mia terra natia. Mi aspettavo che il senso di non appartenenza che avvertivo d'improvviso sarebbe potuto svanire. Stavo contando su una trasformazione mistica. Attraversammo il confine e l'ispettore doganale frugò nel nostro bagaglio. Arrivammo a Venezia e andammo in un albergo con un nome tedesco.

           Cercai invano di trovare l'Italia che la mia memoria aveva custodito

                       e la mia immaginazione aveva abbellito, idealizzato.

    Venezia era una città altamente sofisticata, frivola, fragile, materialista. Era invasa da uomini in uniforme. Praticamente una persona su tre era un soldato. Andai al Duomo, ma non mi entusiasmò per i servizi. Era affollato da gente ben vestita, proveniente da tutte le nazioni. Fuori i mercanti trafficavano subdolamente con i ricchi turisti.

    La qualità spirituale e meditabonda dell'Italia che avevo molto apprezzato

     non si vedeva da nessuna parte e mi resi conto che non appartenevo più

                           al paese che avevo lasciato da bambina.

        Ora vedevo la prova tangibile del degrado della filosofia fascista.

    Come studente dell'Hunter College, nei primi anni venti, mi ero dichiarata antifascista in un periodo in cui non era di moda farlo. Era stata una dichiarazione emotiva contro quei compiaciuti membri della società che parlavano delle meraviglie che il fascismo aveva compiuto per l'Italia. Sentivo che erano più interessati agli orari dei treni e ai servizi igienico-sanitari che alla bellezza della sua cultura e all'anima della sua gente. Tuttavia, quando arrivammo a Firenze, scoprii che persino il fascismo non era in grado di corrodere i simboli incredibilmente belli del passato. Mi piacque molto ritrovarmi a Firenze. La delicata restrizione dei suoi paesaggi e della sua architettura sembrava riflettere il carattere delle persone stesse. Mi trovai in piedi nelle piazze pubbliche e osservavo i volti di quelli che passavano, colpita dal fatto che la commessa più semplice sembrava una delle modelle di Raffaello. Mi incuriosì sempre cogliere le diversità e la bellezza della cultura antica delle città italiane. Venezia era diversa da Firenze. Verona e Bologna erano un mondo a parte rispetto a Roma.

    Oggi, quando si parla così tanto e con cotanta adorazione di cultura di massa

       o ci si spaventa dell'accettazione dell’idea di un unico governo mondiale,

           guardo indietro alla gioia che promanava dalla cultura del passato

                                      di queste piccole città-stato

                e mi chiedo se l'arte e l'architettura dei nostri giorni

         raggiungeranno mai la bellezza di quella di quei tempi andati.

     Roma e la prova della rottura col passato                  

                                           Quando raggiunsi Roma

                     ero più interessata alle rovine dei templi classici

    che ai monumenti simbolo dello spirito vivente del cuore del cristianesimo.

                                             Era la prova di quanto io,

              attraverso la mia educazione e il mio perverso orgoglio mentale,

    mi fossi allontanata dal passato della mia stessa gente e dalla saggezza e sicurezza

                         accumulate in duemila anni di Cristianesimo

                e di come tali ataviche prerogative (smarrite – Ndt)

     avessero potuto salvaguardare i figli moderni di tutto l’Occidente.

    Guidai per miglia e miglia al sole caldo per visitare la tomba del poeta Orazio e passai ore alle Terme di Caracalla e presso altre rovine dell'antichità, e in una notte illuminata dalla luna guardai con ammirazione i livelli sfalsati del Colosseo avvertendo tutto il senso del tempo passato. Visitai il Vaticano e alcune chiese, ma la verità è che le visitai in gran parte per i loro inestimabili tesori artistici, cieca dinanzi al loro reale significato. A Roma il potere dello stato fascista era evidente ovunque e si coglieva soprattutto dall’impressionante numero di uomini in uniforme. All'improvviso pensai a mia madre e al suo disprezzo contadino per le forze armate. "Vivono tutti sulle nostre spalle", era solita dire. E ora pensavo all'Italia come a una dolorosa schiena che trasportava la vasta schiera di funzionari e soldati del governo. Avevo deciso di visitare la città in cui ero nata per vedere i miei genitori adottivi, con cui avevamo perso il contatto nel corso degli anni. Tuttavia, quando raggiunsi Napoli ci fu la notizia di un terremoto, quindi tornammo a Firenze e da lì nel sud della Germania per una breve visita.

     Ritorno a New York e adesione al Teachers Union    

    Successivamente Beatrice e io andammo insieme a Parigi, dove raccolsi la mia posta presso l'ufficio dell'American Express. Ruth aveva telegrafato: "Hai superato entrambe le parti dell'esame del Bar." Avevano scritto anche mia madre e mio padre: "Torna a casa, siamo soli senza di te". Sulla nave, di ritorno a casa, incontrai un gruppo di insegnanti di New York, che dissero di far parte dell'Unione degli Insegnanti. Ci catechizzarono sull’importanza di coinvolgere gli insegnanti all'interno del movimento sindacale e ci esortarono a far parte dell'Unione. Quando sottolineai il fatto che la loro unione abbracciasse in gran parte insegnanti di scuola pubblica e che non pensavo che gli insegnanti universitari avessero posto in quel contesto, i persistenti reclutatori mi assicurarono che i cervelli e gli organizzatori originari della Federazione americana degli insegnanti erano insegnanti universitari. Promisi di unirmi al sindacato come prova della mia volontà di partecipazione attiva alla causa della classe lavoratrice, anche se non pensavo che l'Unione potesse essermi di aiuto a livello personale. Al mio ritorno a New York andai alle riunioni della Teachers Union. Li trovai sconcertanti perché c'era tanta lotta e competizione intestina tra i gruppi che cercavano di ottenere il controllo del sindacato. Allora non capivo perché adulti intelligenti dovessero lottare così duramente per controllare un'organizzazione numericamente piccola e insignificante. Ero sorpresa di trovare i nomi di illustri professori come John Dewey e George Counts coinvolti nella polemica. Solo più tardi, quando compresi meglio la politica di sinistra, fui consapevole dell'importanza strategica del controllo di questa testa di ponte. (continua…).

    Bella V. Dodd / New York 1954

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

    N.B.: i titoli dei sottoparagrafi sono stati aggiunti dal traduttore e non sono presenti

    nella versione originale in lingua inglese

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