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  • Spread e debiti perenni: andare oltre la cartolarizzazione, verso la proprietà popolare della moneta

    Spread e debiti perenni: andare oltre la cartolarizzazione, verso la proprietà popolare della moneta

    Domenica, 7 ottobre / 2018

    – di Roberto Pecchioli e Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, Sergio Basile, Giacinto Auriti, Proprietà Popolare  

    Spread e debiti perenni: andare oltre la

    cartolarizzazione, verso la proprietà

    popolare della moneta

    I titoli di Stato non sono il mezzo per ottenere la democrazia integrale:

    urge il reddito di cittadinanza auritiano (a credito).

    ► L'FMI e l'esempio emblematico del "disastro giapponese"

     

    di Roberto Pecchioli  / con il contributo di Sergio Basile

    spread e titoli di stato - debito perenne

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     La tecnocrazia e il debito perenne                         

    Roma, Bruxelles, Tokyo – di Roberto Pecchioli e Sergio Basile –  Come visto in più sedi la truffa dell'emissione monetaria a debito è un qualcosa che va avanti dal 1694/1717, cioè dalla fondazione e istituzionalizzazione della privata "Banca d'inghilterra".

                         Ma diversi sono stati nel tempo gli stadi progressivi

               che hanno ancor di più blindato ed incancrenito questa truffa:

               tra di essi un cenno particolare lo meritano la cartolarizzazione

            e contestuale iper-emissione dei titoli di stato del debito pubblico

    e la successiva trovata "usurocratica" della diabolica accoppiata rating/spread.

    Riecco lo spread. Tornano sul palcoscenico le statue di cera dell’UE, il franco-romeno-israelita massone Moscovici e l’ineffabile Juncker gran contribuente delle accise sugli spiriti, si materializzano nuovamente i fantasmi dei decimali nel bilancio dello Stato, risuonano gli ordini imperiali di sconosciuti funzionari stranieri presso i governi eletti. L’occasione è la polemica sulla legge di bilancio, assai sgradita agli gnomi di Bruxelles e ai loro domines della cupola finanziaria. Non è inutile una rinfrescata alla memoria dei connazionali, alla ricerca di bugie tutt’altro che innocenti per una visione dei fatti alternativa alla vulgata corrente della stampa e delle accademie di luminari a contratto. Una controstoria per nerd, lontana dai grafici, dagli istogrammi, dalle formule incomprensibili degli esperti, esposta senza utilizzare la lingua di legno anglotecnocratica. Partiamo da lontano, poiché il cappio che ci strangola da tre secoli a questa parte (cioé dalla nascita ed istituzionalizzazione delle banche centrali e della moneta-debito: 1717) ce lo siamo stretti al collo con rinnovata forza, ancora una volta nel 1981, allorché un ministro della sinistra DC, Beniamino Andreatta, con una semplice lettera concordata con i vertici della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), decretò il cosiddetto divorzio tra Tesoro e banca centrale. Venne cioè rimosso l’obbligo per l’istituto di emissione di acquistare i titoli invenduti alle aste mensili, calmierandone il tasso. Liberati gli istinti animali della finanza, pur in una situazione in cui il sistema bancario era in mano allo Stato, il debito pubblico dell’epoca, 142 miliardi di euro, il 58 per cento del PIL, triplicò in soli quattro anni, per quintuplicare nel 1994. Il divorzio più caro della storia: mille miliardi in quindici anni.

                                      Ovviamente già prima del divorzio

                         l'Italia era vittima degli strozzini internazionalisti,

    anche se il debito era targato "Italia" e il nodo attorno alla gola era più dolce

                                             (per usare un eufemismo)

     Gli internazionalizzatori                                            

    Basta comunque questo dato per destituire di fondamento la narrazione che descrive gli italiani spreconi intenti a vivere allegramente a spese altrui. Andreatta e Ciampi, da brillanti funzionari della cupola bancaria che stava rialzando la testa con rinnovato slancio, ma da nemici del popolo che dovevano servire, perseguivano un doppio obiettivo, internazionalizzare il debito pubblico,  all’epoca detenuto dalle famiglie italiane risparmiatrici (sia pur sempre indebitate verso la mangiatoia statale); gettare le basi per l'ancor più selvaggia espropriazione della sovranità monetaria (avviata con l'euro)  e per la privatizzazione del sistema bancario nazionale, che realizzarono, sempre loro, undici anni dopo, al crollo provocato della prima repubblica e immediatamente dopo la "presunta" fine (sicura metamorfosi) del comunismo sovietico, con gli accordi di spartizione del panfilo Britannia, presente tra gli altri un funzionario in carriera di nome Mario Draghi.

     Il vincolo esterno                                                         

    Ci scuserà il paziente lettore se introduciamo un concetto che ci viene propinato in tutte le salse dal sistema di comunicazione, ma mai spiegato: il vincolo esterno. Si tratta del principio per cui non possiamo spendere se prima non guadagniamo o non ci facciamo prestare soldi. Se una comunità, uno Stato non possiede mezzi di pagamento legale propri, non può fare altro che correre con il cappello in mano da chi detiene (o meglio si è appropriato) il mezzo monetario, nel nostro caso l’euro della Banca Centrale Europea. Poiché ci siamo spogliati sempre più di due enormi strumenti di sovranità, cioè di libertà, la sovranità monetaria e la determinazione del tasso di sconto, sono i banchieri a stabilire insindacabilmente se prestarci denaro, in quale quantità e determinare l’interesse (ovviamente – e lo ricordiamo specialmente ai nostalgici illusi – non va dimenticato come anche la lira fosse una distruttiva moneta-debito).

                  Se a ciò aggiungiamo che il denaro prestato non esisteva

      perché creato dal nulla, ex nihilo, e diventa reale solo perché lo accettiamo

                             e circola come il sangue per il nostro lavoro,

                              risulta chiaro chi comanda e chi obbedisce.

                Si rivela azzeccata la frase simbolo di un blog economico:

           "è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita".

    Parole non di un saggio o di un filosofo, ma di un personaggio dei fumetti, Pippo, l’amico di Topolino. Abbiamo il vincolo esterno che impone di vendere il frutto del lavoro collettivo del nostro popolo e abbiamo una "moneta-debito" esterofila e di proprietà degli usurai di turno, rigorosamente non di proprietà del popolo. Lo Stato prima del divorzio si finanziava – sia pur sempre a debito dei cittadini –  nei tempi in cui possedeva la banca centrale e controllava le banche commerciali, emettendo prevalentemente BOT, buoni del tesoro ordinari a breve termine, acquistati attraverso i canali postali e creditizi dalle famiglie italiane come risparmio garantito e sufficientemente remunerato. Differenti sono i CCT, certificati di credito del Tesoro, il cui valore reale è variabile in base al mercato, investimenti di medio termine. Oggi BOT per almeno 400 miliardi sono in mano alle banche commerciali che li depositano a tassi negativi presso la Banca Centrale, un’immensa ricchezza ferma da cui trae profitto solo la cupola finanziaria, pagata per custodire gli impulsi elettronici che hanno sostituito i titoli di proprietà cartacei.

     Il trucco della cartolarizzazione (titoli di Stato)      

    Ovvio che i risparmiatori italiani non li acquistino nella certezza di rimetterci, ponendo sul mercato la notevole ricchezza privata italiana, pari ad almeno 4.200 miliardi, due volte e mezzo il PIL. Lentamente, ma costantemente, essa passa di mano trasferendosi ai signori del rischio altrui.

                      Da anni, nel mercato dei titoli pubblici prevale il BTP,

       buono del tesoro poliennale con scadenza anche a lunghissimo termine,

                            che impegna chi lo emette fino a trent’anni,

    alimenta un vorticoso giro speculativo e lascia il Tesoro alla mercé dei mercati.

    Lo spread che tanto eccita i commentatori è la differenza di rendimento, a parità di scadenza, tra il buono considerato più sicuro, tedesco, dai tassi più bassi, e quello degli altri Stati. Perché l’eurosistema non preveda l’emissione di buoni propri, gli Eurobond inutilmente chiesti da Giulio Tremonti, non è un mistero:

    come non è un mistero per chi ha compreso il trucco del signoraggio bancario,

               e della cartolarizzazione (finanziamento tramite titoli di stato)

       il fatto che anche i bond sono strumenti – sia pur nelle mani dello Stato – 

                        destinati ad indebitare e dunque ad infelicitare

               e controllare le masse ignoranti e accondiscendenti (Ndr).

     L'ingerenza dell'FMI sull'Iva del Giappone               

     L'altissimo debito interno del Giappone (paese a cosiddetto "debito sovrano")

           e gli interventi impositivi sull'IVA del Fondo Monetario Internazionale

                                                         delle ultime ore

                       sono in merito un esempio davvero emblematico e chiaro,

                                   sulla truffa assoluta dei titoli di Stato.

    "La managing director dell'Fmi, Christine Lagarde, ha invitato il governo a ravvivare e rendere più incisive le politiche dell'«Abenomics» , in particolare sul fronte delle riforme finalizzate a aumentare la produttività, comprese quelle del lavoro. «Per ridurre le incertezze di politica economica, affrontare le sfide demografiche e ridurre i rischi sulla sostenibilità del debito è necessaria una cornice fiscale credibile per il medio e lungo termine – recita il rapporto dell'Fmi riguardante il Paese che ha il rapporto peggiore tra debito e Pil in area Ocse – Al fine di finanziare crescenti costi della sicurezza sociale e ridurre i rischi sulla sostenibilità dell'indebitamento, il consolidamento (fiscale) dovrebbe incentrarsi su un graduale aumento dell'imposta sui consumi finché raggiunga almeno il 15% con aumenti graduali e continui (rispetto al livello attuale dell'8%)" (1).

    (1) Fonte "Il Sole24 Ore"6 ottobre 2018 / «Dovete raddoppiare l'Iva sul medio termine». I compiti dell'Fmi al Giappone

     I derivati: l'altra faccia del casino finanziario             

    Il casinò finanziario (ma si può omettere l’accento per chi trae denaro dal denaro) ha inoltre inventato ulteriori meccanismi, i cosiddetti derivati. I più comuni sono i CDS (Credit Default Swaps), strumenti di copertura destinati a trasferire ad altri il rischio. Si può scommettere indefinitamente al rialzo o al ribasso sui dei conti pubblici, cioè sulla capacità o meno di rimborsare i BTP a scadenza da parte degli Stati.

            Basta un’oscillazione più elevata di quella normalmente accettata

                               dai modelli matematici degli operatori,

          o una voce, magari diffusa ad arte, per scatenare ondate di vendite

                                      seguendo l’effetto gregge.

    Le aste odierne sono dette marginali, poiché il BTP va a chi offre il tasso più elevato, cui sono costretti ad adeguarsi l’offerente e gli altri compratori. Ma, qui sta il punto, chi sono i partecipanti all’asta, i cosiddetti investitori istituzionali? Un gruppo ristretto, un cartello di pochi giganti della finanza comprendente il gotha affaristico del mondo, Citygroup, Goldman Sachs, Morgan Stanley eccetera. Gli unici italiani sono Unicredit e Intesa San Paolo, massimi partecipanti di Bankitalia, di cui conosciamo la prevalente composizione azionaria estera. Non ci toglieremo il cappio dal collo se continueremo a riservare il controllo della moneta a un cartello di speculatori internazionali che agiscono in sintonia e possiedono direttamente almeno 700 miliardi di nostri titoli, e molti altri attraverso partecipazioni e incroci azionari. La prima mossa sarebbe – secondo gli economisti – quella di imporre alla Banca d’Italia, che resta un soggetto di diritto pubblico, di comportarsi come la sua omologa tedesca, la Bundesbank, che, in caso di aste nelle quali il collocamento non è totale, non accetta vendite a tassi più elevati, ma trattiene i bond invenduti per piazzarli al momento più favorevole. Nonostante il Trattato di Maastricht, la Buba agisce come elemento di equilibrio del sistema tedesco. Ma al di là di questi palliativi debitocratici, bisogna agire sul "cancro del debito" in maniera netta e decisa.

     Di chi deve essere la proprietà della moneta?          

    Bisogna comprendere una volta per tutte che la cartolarizzazione è un inganno, poiché la pratica dell'acquisto dei titoli di Stato per finanziare l'economia di un Paese, in definitiva non permette agli stati di finanziarsi, ma produce solo debito e quindi schiavitù e malessere, povertà, disperazione e morte:

                                            la principale prerogativa di uno Stato

                 – come ci insegnano Lincoln, Kennedy, Ezra Pound e Giacinto Auriti –

                                     consta nel creare la propria moneta-credito

                     per far fronte  al proprio fabbisogno finanziario ed economico.

                                                   Tutto il resto è aria fritta!

    Tale moneta, poi, per liberare davvero l'umanità dai ceppi del debito deve essere creata ed emessa a credito dei cittadini ed attribuita al popolo in proprietà (reddito di cittadinanza a credito o "auritiano") cioé non deve assere accantonata tra le voci di debito del bilancio degli stati. In caso contrario, infatti, interessi e tasse annullerebbero ed inficierebbero gli sforzi economici e lavorativi dei cittadini. La conclusione è che la situazione è molto difficile, agire è complicato ma non impossibile, a patto che vengano assunte decisioni condivise da un popolo unito. Sappiamo che la tradizione di divisione intestina, il preferire lo straniero all’avversario interno è antica quanto la nostra nazione. Tuttavia, se intendiamo conservare non solo sovranità e indipendenza, ma la concreta proprietà del nostro denaro, frutto del sudore nostro e dei padri, da trasmettere ai figli, non vi sono alternative. La strada è stretta ma non del tutto impraticabile. Quel giorno i popoli torneranno a respirare. Sino ad allora, dovremo accettare un destino da servi o, al massimo, difenderci con meccanismi del tipo di quelli esposti, elaborati da studiosi estranei al potere dei signori del denaro. La Cartagine finanziaria non può essere riformata, ma sconfitta attraverso la volontà popolare e la proprietà popolare di meri valori convenzionali chiamati "moneta".

    L'unica strada percorribile per liberare l'umanità dai lacci del debito onnipresente

    è quella tracciata dal grande Prof. Giacinto Auriti. Tutto il resto è noia! E' debito!

     

    Roberto Pecchioli /  Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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    Allegato

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     B.A.R.: risposta odierna all'usura legalizzata        

    Oggi, in tempo di rarefazione monetaria indotta ed usura legalizzata, in tempo di spread e moneta-debito creata dal nulla (e senza riserva), la storia si ripete. I veri cattolici non possono stare a guardare e devono riscoprire il nobile ed antico esempio della Chiesa Cattolica, orientato sulla resistenza non violenta e sulla proposta attiva ed alternativa, ricalcando le orme dei loro avi. Oggi urge trasformare le comunità sociali (a partire dai comuni) in cooperative di credito solidali e orientate al mutuo soccorso, proprio com'era al tempo di Mosé (mille e duecento anni prima dell'Incarnazione di Cristo) ed al tempo dei santi francescani (Mille e Duecento / Mille e Quattrocento), durante il "bistrattato" Medioevo. La Dottrina Sociale della Chiesa attende giustizia e vuol ririvere sia nell'anima dei credenti che nelle loro opere. Il grande Professor Giacinto Auriti, padre della Teoria del Valore Indotto della Moneta e del SIMEC, lo aveva capito realizzando tale "Dottrina" attraverso l'immissione nel circuito economico-sociale di valori monetari convenzionali a credito e di proprietà del portatore (e non degli usurai). Egli ideando e promuovendo il SIMEC realizzò un vero e proprio miracolo economico-sociale nel comune di Guardiagrele, fino ad allora tra i centri italiani più colpiti dalla piaga del suicidio da insolvenza. Oggi si può e si deve agire con convinzione e determinazione: le armi di mutuo soccorso esistono, basta utilizzarle.

             Non farlo vorrebbe dire rientrare nella categoria degli stupidi e degli sprovveduti;

                    non rendere giustizia al nostro glorioso passato, alla nostra Fede e a Dio,

                alla storica battaglia contro l'usura ebraica posta in essere dai santi medievali

                                                          e dalla Chiesa Cattolica.

    A tal fine è stato creato il B.A.R. – Buono Comunale di Agevolazione Reddituale, uno strumento capace di dare ai sindaci la possibilità di prendere in mano il destino dei propri cittadini. Un'arma non violenta capace di mettere in moto la macchina economica della propria comunità sociale con efficienza e semplicità. Che ciascuno torni ad essere proprietario dei propri valori monetari, altrimenti l'usura indotta farà piazza pulita dei nostri cari, delle nostre famiglie e della nostra civiltà, costringendoci al suicidio, all'espatrio o alla disperazione. Non facciamoci complici dei grandi usurai e storici padroni oscuri della moneta-debito, nemici di Cristo e dell'umanità: l'immobilismo è un suicidio annunziato! L'immobilismo, una volta compreso il male e trovata la panacea, è un crimine ancor più grande!

    Sergio Basile 

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • La dittatura della salute e i vaccini

    La dittatura della salute e i vaccini

    Domenica, 30 settembre / 2018 

    di Francesca C.

     Redazione Quieuropa,  Francesca , Democrazia, vaccini, Dittatura, Montanari, Luc Montagnier  

    La dittatura della salute e i vaccini

    Chi desidera vedere la dittatura non deve prendere

    il cannocchiale ma la lente d’ingrandimento…

     

    di Francesca C.

     Vaccini - dittatura della salute

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa                                                                     

    Roma – di Francesca C.  Quanta gente osserva con terrore smisurato il regime dell’indiscusso principe della Corea del Nord, Kim Jong-un, e che paura tremenda ci fa questa mutilazione della libertà! Noi possiamo star calmi perché abbiamo la democrazia, vessillo luminoso delle genti, pilastro solido dei popoli, stendardo del primeggiare delle masse, e non ombra evanescente che pochi distinguono come un corpo. I cittadini da noi non sono comparse mosse da oscuri registi, sono i protagonisti. Questo significa, almeno in senso etimologico, l’espressione “democrazia” che mastichiamo spesso in bocca, come una gomma americana, tanto che alla fine perde lo zucchero ed il sapore. Nei meandri della penisola dell’estremo oriente, governata dai capricci dello stravagante dittatore, accadono cose impensabili che squarciano ogni parvenza di libero arbitrio nei sudditi. Da noi certe cose non accadono, la libertà non viene dilaniata da nessuno, non sanguina la giustizia e non trema la sacrosanta libertà personale. Se ne deduce che a casa nostra nessun presidente della Repubblica può essere targato Bilderberg, e, cosa ancor più inverosimile, nessun ministro a ore perse può svegliarsi un giorno ed imporre che i vaccini s’hanno da fare.

             Una signora a malapena diplomata, non ci interessa se con lode,

       ha obbligato sprovveduti genitori a bombardare di vaccini disgraziati figli,

                                         o li vaccinano o niente scuola.

                  Nemmeno per i criminali restrizioni tanto intimidatorie.

    Direi, visto l’indottrinamento ateo, materialista, nichilista, ed oggi, pure perverso, che manderei più volentieri mio figlio a formarsi in un’isola deserta, guardando crescere un albero faretra piuttosto che a scuola! Di certo  maturerebbe come uomo e non come un individuo dall’identità incerta.

     Delirio democratico: "i figli sono dello Stato!"     

             Si sa che in queste buone scuole dell’istruzione, come alla televisione,

                            viene insegnato il male come bene e viceversa,

           tutto gira nella ruota del capovolgimento colossale fra valori ed orrori.

    L’ex, grazie a Dio, ministro (non mi abbasso ad usare un termine carnevalesco come ministra)  della salute ha affermato di fare il bene degli italiani ad obbligarli ad introdurre farmaci nei loro figli per non rischiare la salute della nazione. Tradurrei quest’imposizione della signora come una minaccia degna dei più crudeli dittatori, anche se, detta con la dolcezza di una donna potrebbe suonare più come un invito. Nella mia mente poco politicamente corretta le parole dell’ex ministro rimbombavano con un’eco spaventosa:

                                    I VOSTRI FIGLI SONO DELLO STATO!

    Di certo risponderete che non ha detto questo, infatti ha espresso la sua preoccupazione per pindariche epidemie, quelle che sembravano sparite, quando a tutti sembrava normale che tre vaccini fossero più che sufficienti! Per anni nessuno ha visto l’unicorno dell’epidemia che i servi dei mass media hanno iniettato nell’immaginazione delle genti compiacenti, con la violenza di un’emergenza.

                                   Dove sono queste malattie risorte,

                  se non nella fantasia di qualche giornalista venduto?

    Mi chiedo soprattutto: come si concilia questa drammatica urgenza con il libero accesso di chiunque in un paese tanto minacciato da pandemie? Già mi sento gridare che siamo untori da parte di quei bravi genitori che per necessità o virtù si sono accodati alla nuova moda infantile. Mi diranno che medici, giornalisti, pure presidi dicono con certezza che vaccinare i bambini degli altri faccia bene, è per il bene degli italiani. Non viene specificato esattamente di quali. Se così dicono saranno salutari, di certo non fanno meno bene del glifosofato nei pannolini, dei pesticidi negli omogeneizzati, dell’olio di palma nel latte in polvere. Tutte prelibatezze riservate ai più piccoli!

    Anche nei sieri della salute vi sono ingredienti di tutto rispetto come

                                feti morti, alluminio, mercurio,

    tutte delizie che di certo non hanno a che fare con danni neurologici,

                   immunitari e problemi alla flora intestinale.

     Saltimbanchi del senno vs scienziati pro-verità    

    Il re dei dilettanti, il Nobel Luc Montagnier, che afferma la connessione fra vaccini ed autismo impallidisce di fronte alla saggezza medica dei partigiani del vaccino coatto. Che dire poi dello scienziato Stefano Montanari, contestatore degli antidoti, eroe del dissenso, immolato anch’egli  alla causa della verità che fa più vittime dei vaccini. Direi che non si possa far nemmeno un lontano paragone fra un uomo come Montanari e persone del calibro di Mentana, accesissimo avversario dell’attendibilità. Aggiungerei fra i crociati dell’antivaccino il giornalista Gianni Lannes, astro di certo morente di fronte alla costellazione di articolisti votati alla veridicità come i pro vaccini. Con Lannes non si parla solo di avvelenamento corporeo ma si scende sotto l’iceberg, il reporter parla di controllo umano e di un progetto di ingegneria sociale. Sento il loro odore, eccoli di nuovo i complottisti, tutti visionari. Meno male che politici, editorialisti, dottori ci vedono e bene per quanto riguarda ciò che conviene al cittadino cerebroleso. Del resto quando si mostrano in tv programmi come il Grande Fratello, Guess my age, o reality vari non si può aver stima di un popolo, quindi perché non decidere quale sia il meglio per queste pecore addomesticate? La cosa più intelligente è affidare i tendini della nostra ignoranza nelle mani dei burattinai dell’intelligenza.  Tutto è più facile e meno faticoso così. Qualche malalingua ha fatto il nome del rinomato colosso farmaceutico Glaxo, ma stiamo scherzando! Una così rispettabile casa farmaceutica insozzata negli intrighi dei signori del Male, non ci si può credere. A volte questi complottisti esagerano! Per fortuna c’è chi fa tacere le cosiddette fake news.

         Le grandi verità sono celate dal manto dell’incredulità della gente.

    Che volete farci? Viviamo in un mondo variopinto in cui il delirio è ragione, si può vedere di tutto fra i saltimbanchi del senno, due padri, due madri, mercato degli uteri. Se si può ignorare la natura per inventare inesistenti realtà familiari si può anche trascurare la medicina per creare false realità mediche. L’anno scorso partecipai ad un importante convegno dei fanatici del vaccino, tanto erano esaltati da voler vaccinare, oltre alle creature, pure i vecchi! Questa premurosa gente non solo si occupa di accompagnare con gli antidoti  i giovanissimi durante la vita ma anche di affiancare gli anziani verso la dipartita. Che attenzioni squisite, da commuoversi quasi, da piangere. Io ed altre persone meno sensibili al benessere del genere umano eravamo, invece, dall’altra parte, da quella dei cattivi, dei detrattori, degli antivaccini. Non piacevamo a nessuno, ancor meno ai poliziotti che videro fermare questa fiera di umanità da noi bestie che ignoravamo la retta via della salute. Hanno cercato di denunciarci perché la verità non è una luce che si può spegnere come una lampadina, è troppo molesta e fastidiosa per gli occhi di molti. Vi direte, non si può imbavagliare la vox populi! Infatti essa condannava giustamente noi, gli untori. Una volta, quando le menti erano più accese si diceva: gabbati e contenti.

     Ci hanno insegnato il contrario della verità             

     I popoli, ahime, non sono i giocatori ma le pedine. E quelle rivoluzioni dell’indipendenza nazionale, sociale, morale, tanto celebri, non le hanno fatte le masse? Sempre loro, i complottisti, a suggerire che tutto parte dai poteri forti e che le masse contano come coppe quando a briscola comanda bastoni!

                           Ci hanno insegnato che Marx lavorava per il popolo,

                                                  la Steinhem per le donne,

              Robespierre ha fatto la Rivoluzione francese per volere dei francesi,

                                Lenin ha fatto la Rivoluzione russa per i russi,

                             Mao Zedong ha lottato per i cinesi e via dicendo.

                  Aggiungerei che Soros si occupa seriamente dei diritti umani

                             (peccato l’umanità sia racchiusa in minoranze),

    la Bonino agisce per la causa femminile (si uccidono i figli per emancipare le mamme),

                            e Obama ha sinceramente operato per la pace.

    Perché non crederci? Gli hanno pure dato il Nobel. La virtù che preferiscono i signori del Male è l’obbedienza. Quelli che non tradirebbero mai Dio, patria e l’umanità non li trovano, a loro difesa posso dire che non sono neanche facili da trovare. Per un attimo di potere, per inebriarsi di quel profumo ci sono individui che non solo venderebbero la loro anima ma anche quella di figli, nipoti, e generazioni future. Vi sono pure donne che offrono i figli al diavolo, così finalmente si spiegano incarnazioni sataniche come Tsipras, Sanchez, Macron, Trudeau et alii.  

                      Di tutti questi, chiamiamoli uomini, si sazia il potere

                                    ma esso non sfama mai nessuno.

    La potenza è come un Manchineel, albero dai superbi pomi, stupendo alla vista e al tatto, eppure i suoi frutti non vanno assaggiati, anzi, non si deve proprio toccare la pianta, la cosa migliore sarebbe scappar via non appena si incontra per non fare una brutta fine. Per costruire la ragnatela del comando servono ragni silenziosi, operosi che lavorino nell’oscurità, nella cecità generale.

             In Italia hanno usato ignoranti come ministri dell’istruzione,

              ministri degli esteri che spedivano all’estero solo gli italiani,

                   ministri della salute che non conoscono la medicina.

            Manca solo zio Tobia come ministro dei diritti degli animali.

    Il colorato circo dei parassiti è completo. Il comando avvolge i popoli con la dolcezza di un pitone, sembra ti abbracci invece ti stritola. Vogliono usare le nuove generazioni per aprire le macabre danze dell’avvelenamento globale infantile. I profeti son sempre stati ridicolizzati, quindi non mi aspetto una sorte migliore. La morale di questo mio discorso è solo una: chi desidera vedere la dittatura non deve prendere il cannocchiale ma la lente d’ingrandimento.

    Francesca C. (Copyright © 2017 Qui Europa)

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    Sostieni – Stefano Montanari

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  • Moro, Kissinger e l’usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Moro, Kissinger e l’usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Martedì, 25 settembre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio  Basile, Henry Kissinger, Aldo  Moro,  Cinquecento  Lire,  Usura             

    Moro, Kissinger e l'usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Nuovi spunti di riflessione sul caso più scottante della politica italiana

    a 44 anni dalla minaccia di Henry Kissinger, durante la storica

    visita di Aldo Moro alla Casa Bianca

    (Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974)

     

    di Sergio Basile

    moro - kissinger

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa: Sulla lunga strada della sovranità      

    Catanzaro – di Sergio Basile Il Tiramisù è uno dei dolci più conosciuti della tradizione culinaria italiana: famoso fin dagli Anni Sessanta è diventato negli ultimi decenni il simbolo per eccellenza della dolcezza nostrana nel mondo. La tradizione ne contende la paternità tra Roberto Linguanotto e Speranza Garatti. Così come avvenne per il perfezionamento della ricetta del dolce in seno a tali affermati chef, la scoperta che tutto il mondo ci invidia, la strada verso la sublime scoperta monetaria del Professor Giacinto Auriti – il genio di Guardiagrele – è stata costellata da febbrili decenni di studio in materia giuridica e monetaria, ma anche da concatenate intuizioni e stadi di crescita, progressive e rinnovate consapevolezze, esperimenti, osservazioni e comparazioni con gli studi di grandi uomini del passato che hanno portato alla prodezza empirica dell'elaborazione auritiana:

                            il dolce ideale, confezionato a vantaggio dell'umanità,

                  per contrastare l'amarezza senza fondo della piaga feneratizia!

    Serebbe un errore, tuttavia, separare e decontestualizzare la scoperta auritiana dal fil rouge della storia passata e trapassata. Auriti si pone, evidentemente, in continuità con un glorioso passato, ricapitolato mirabilmente nell'esperienza anti-usurocratica dei "francescani" Monti di Pietà medievali e nella tradizionale Dottrina Sociale della Chiesa, figlia a sua volta dell'originaria "Dottrina Monetaria di Mosé": miracolo spirituale ed economico che, oltre mille anni prima della venuta di Gesù Cristo, vide nascere in Medioriente la prima moneta-convenzionale a credito della storia (il Mamré) e le prime cooperative creditizie, organizzate in tribù. Quindi, come in pittura la perfezione del gioco d'ombre e del realismo di Caravaggio non poté realizzarsi senza le premesse sugli studi della prospettiva di Giotto;  come l'elicottero sperimentale di Enrico Forlanini (1877) non avrebbe avuto ragion d'essere senza gli studi sulla "vite aerea" del Codice Atlantico (1480) di Leonardo Da Vinci, oggi non potremmo celebrare a pieno le lodi del professor Auriti, e non potremmo apprezzarne il genio assoluto, senza riconoscere e comprendere la grandezza dei suoi predecessori ed il loro contributo alla causa della libertà. Ovviamente, cedere alla facile tentazione di tracciare un'ipotetica scala di valori sul grado di sensibilità di tali giganti della storia, "classificando" personaggi di epoche diverse – protagonisti a loro volta di diversi stadi di perfezionamento della fattispecie giuridico-monetaria – rispetto alla "verità auritiana", risulterebbe anacronistico. Ogni facile paragone tra Auriti e i suoi storici predecessori, volto magari a ridimensionare lo spessore di questi ultimi o a colorarne i contorni con un filo di ironia, risulterebbe infatti fortemente ingeneroso e inopportuno verso costoro.

    Il fatto che il genio Giotto non comprese il segreto del contrasto dei chiaroscuri e della luce

               nel miracolo della tridimensioalità delle figure, chiara al genio Caravaggio,

                                  di certo non può esser un motivo valido

                       ad adombrare la grandezza del primo rispetto al secondo.

    Ciò dal momento che gli eventi storici, come ben sappiamo e come ci insegna Gian Battista Vico, hanno sempre seguito moti evolutivi unici ma ciclici e sono stati caratterizzati da stadi di sviluppo ben definiti e ugualmente preziosi. Questa realtà evoca l'immagine dei granelli di sabbia di una clessidra, cadenti a cascata e in perfetta successione. Essi segnano il tempo e perseguono una comune missione: riempire la base dello strumento vitreo svuotando nel contempo la parte superiore, seguendo un preciso ritmo. Così è per i giganti che precedettero la scoperta auritiana: tante tessere di un domino che hanno segnato la storia degli ultimi venti secoli, facilitando la comprensione dello strumento monetario, verso lo smascheramento delle strategie dell'usura internazionale. Esse hanno riempito di valore e dignità la base della società (la comunità sociale degli esseri viventi) svuotando di senso e valore i vertici del potere monetario e politico.

                 L'inarrivabile Prof. Giacinto Auriti e i suoi illustri predecessori,

                  sul lungo e tortuoso sentiero della lotta all'usura monetaria

                 – tra i quali citiamo il tandem presidenziale Lincoln-Kennedy –

                    rappresentano un modello per tutti gli studiosi di moneta

                               che si accostano seriamente all'argomento.

    Si tratta di un terreno di ricerca ostico ed impervio che, in un modo o nell'altro, non può che ricondurre le fila dell'indagine storica ai misteri del cartello bancario e ai complotti "religiosi" orchestrati dalle grandi famiglie di banchieri internazonalisti, d'estrazione ebraica e fede talmudica, capaci di influenzare con la nascita delle banche centrali, le loro pertinenze e le loro azioni concertate, il destino di intere nazioni e continenti. La volontà univoca e il comun denominatore all'azione degli eroi che contrastarono il cartello bancario e la "rivoluzione monetaria", può evincersi nell'indomabile necessità di mettere in dubbio i dogmi bancari. Tale priorità l’aveva avvertita, sia pur parzialmente e con pathos probabilmente minore rispetto ai primi, anche Aldo Moro, dando segnali incoraggianti dal suo esecutivo, malgrado la disastrosa esperienza del “compromesso storico” sancito dalla stretta di mano con Enrico Berlinguer il 28 giugno 1977.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

     

    Moro, Kissinger e l'usura: nuove ricostruzioni

    e ipotesi

    Nuovi spunti di riflessione sul caso più scottante della politica italiana

    a 44 anni dalla minaccia di Henry Kissinger, durante la storica

    visita di Aldo Moro alla Casa Bianca

    (Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974)

     

    di Sergio Basile

    Scritto tratto, in parte, da: "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse"

    di Sergio Basile, Ed. Solfanelli, 2018

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     Il Caso Moro e l'usura da moneta-debito             

    Washington, Romadi Sergio BasileMoro nella seconda metà degli anni Sessanta, decise di sottrarsi, sia pur in parte, dal pressing forzato dei potentati bancari e di "risollevare l’economia nazionale" emettendo biglietti di Stato a corso legale, "pare" senza bisogno di chiedere prestiti via Bankitalia o FMI (1): così facendo egli avrebbe posto (restiamo rigorosamente nel condizionale) l’obiettivo morale di assolvere ai bisogni del popolo italiano, ricorrendo alla cosiddetta

                                             emissione sovrana senza debito.

    Ma, come vedremo, questa pagina di storia resta ancora avvolta da dense nebbie, difficilmente diramabili, per ragioni che spiegheremo di seguito. Trent’anni dopo il Professor Auriti ebbe il gran merito di superare questa sia pur provvidenziale ricetta dei "biglietti di Stato", comprendendo — rispetto a Moro, ma anche ad Abramo Lincoln, John F. Kennedy, Andrew Jackson ed altri eroi della contro-rivoluzione monetaria — l’importanza di elargire a ciascun cittadino la propria quota di moneta-credito, attribuendone loro la proprietà diretta (reddito di cittadinanza a credito) e andando così oltre la mera spendita di moneta statale senza debito. In tal guisa Auriti aprì nuovi orizzonti di sviluppo socio-economico, sormontando l’ottica  del circoscritto limite dell'investimento statale e liberando inimmaginabili "valori" ed energie economico-finanziarie, fino ad allora sconosciuti alla sfera degli economisti classici: incapaci storicamente di comprendere a fondo il concetto di "moneta-credito". La panacea alla guerra del sangue contro l’oro giunse grazie alla scoperta della Teoria del Valore Indotto della Moneta (2), l’unica arma pacifica capace di ridonare dignità ai cittadini in un contesto di democrazia integrale, svincolando la coscienza nazionale da perigliose e fuorvianti elucubrazioni economiche innestate sia nel mito del dio-stato che nel giogo dell’onnipotente banca centrale.

    (1) Fondo Monetario Internazionale  / FMI / IFM – Il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund) è un'organizzazione internazionale a carattere universale (e mondialista) istituita il 27 dicembre 1945 (nata ufficialmente nel maggio del 1946) e composta dai governi nazionali di 189 Paesi. Con la Banca Mondiale rientra nelle cosiddette organizzazioni internazionali di Bretton Woods. (2) Cfr.: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", Ed. Solfanelli, 2018 – Capitolo XII; Conclusioni – par. 7.

     La politica monetaria di Aldo Moro                      

    L’impegno di Aldo Moro nella ridefinizione della politica monetaria nazionale fu significativo ma marginale, o meglio non decisivo, e comunque segnato dai ben noti fatti di cronaca nera consumatisi in quei drammatici anni. Lo statista democristiano tra gli Anni Sessanta e Settanta finanziò la spesa pubblica per cinquecento miliardi di lire attraverso l’emissione di biglietti di Stato da 500 lire (emissioni Aretusa (3) e Mercurio (4): (*) la prima emissione fu normata con i DPR del 20 giugno 1966 e 20 ottobre 1967, del Presidente Giuseppe Saragat (5); (*) la seconda mediante DPR del 14 febbraio 1974, firmato Giovanni Leone (6). Le 500 lire di Moro erano emesse senza ricorrere al processo bancario e debitocratico della cartolarizzazione (Cfr.: 8.3.1) e con dicitura “Repubblica Italiana”, perché immesse nel circuito economico direttamente dallo Stato, per la spesa pubblica. Esse prevedevano, in aggiunta, la scritta “Biglietto di Stato a corso legale”, in quanto garantite dall’autorità statale. Essendo slegati dalla Banca d’Italia, tali biglietti di Stato, secondo una delle tesi più diffuse tra numerosi studiosi di settore, “non avrebbero generavano debito e interessi passivi”: cioé sarebbero stati agli antipodi dei biglietti emessi sia da Bankitalia (1947) che dall’odierna BCE. Le 500 lire del 1947 recavano impressa, invece, la scritta “Banca  d’Italia” assieme alla dicitura “Pagabile a vista al portatore” (perché cambiabili con monete statali).

        L’Italia in quel frangente storico poteva emettere monete ma non banconote,

    che doveva acquistare dal Fondo Monetario Internazionale tramite la Zecca di Stato.

                         Moro permise l’emissione di monete a valore 500 lire,

                   nonché (in deroga) l’emissione contemporanea del cartaceo.

    In seguito all’assassinio del politico, che si consumò a Roma il 9 maggio 1978, e alle dimissioni anticipate di Leone, l’Italia smise di emettere cartamoneta di Stato, tornando sistematicamente schiava dell’usura internazionale e dei processi bancari di cartolarizzazione.

     Moro, Mattei, Caffé, Dossetti, La Pira                      

    Moro, con la sua parentesi politica, malgrado il compromesso rosso, provò in qualche modo a cambiare gli equilibri internazionali: passo sancito anche dalla sfida lanciata al monopolio dell’FMI e, in aggiunta, al tentativo di realizzare la sovranità energetica del Paese, cercata da Enrico Mattei, passando per il pieno sviluppo e l’indipendenza dell’ENI.

                Furono questi i tasselli che accomunarono nel bene e nel male

                        le vite di Enrico Mattei (ucciso nel 1962), Aldo Moro

               e Federico Caffé (scomparso misteriosamente il 15 aprile 1987).

    Va ricordato ad onor di cronaca come Caffé, sia pur formatosi nel fumoso humus statalista di stampo neo-keynesiano, fu integerrimo e prezioso consulente dello statista della DC, nonché suo collaboratore all’interno di un gruppo allargato, esteso a uomini di chiaro stampo cattolico del calibro di Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira.

    (3) Vedi DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat per le 500 lire cartacee biglietto di Stato serie Aretusa. (4) Vedi DPR 14-02-1974, del Presidente Giovanni Leone per le 500 lire cartacee biglietto di stato serie Mercurio, DM 2/4/1979.    (5) Biglietto di Stato serie Aretusa – Legge 31 maggio 1966.   (6) Biglietto di stato serie Mercurio – DM del 2 aprile 1979.

     La fuorviante pista a senso unico                                 

    Tra l’altro, va ricordato, come lo stesso Mattei scelse di appoggiare Moro apertamente, urtando evidentemente gli interessi della grande usura internazionale, padrona della moneta-debito e, secondo proprietà transitiva, di gran parte delle fonti energetiche planetarie. Per anni si indagò sul Caso Moro a senso unico, dissertando sul ruolo delle Brigate Rosse con tesi aleatorie e parziali, cercando di dare all’omicidio una connotazione politica in senso stretto o addirittura partitica, circoscrivendo quanto accaduto all’interno dei meri confini nazionali. Seguendo l’oscuro fil rouge brigatista, un’altra curiosa analogia che unì Caffé e Moro, fu l’omicidio del professor Ezio Tarantelli, allievo, amico e collaboratore di Federico Caffé, ucciso sempre dalle “fantomatiche” BR in data 27 marzo 1985. Qualche anno dopo l’omicidio, tuttavia, un vento nuovo spirò su Roma, andando a smorzare l’afa estiva che avanzava e l’ancor più insopportabile cappa di omertà: nel giugno e luglio del 1982, qualcuno iniziò a tirare in ballo gli Stati Uniti d’America. A rompere il ghiaccio bollente fu la stessa moglie dello statista, Eleonora Chiavarelli Moro in una esplosiva testimonianza:

            l’assassinio — sostenne la Chiavarelli, in tribunale — avrebbe fatto seguito

                      a serie minacce di morte avanzate da colui che indicò come

                                    una figura politica americana di alto livello.

     L'incontro a Washington e la Minaccia di Kissinger 

    Dello stesso tenore fu la denuncia resa in sede processuale da Corrado Guerzoni, portavoce di Aldo Moro. La frase incriminata sarebbe stata la seguente:

                        Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico (…)

                        Qui, o lei smette di fare questa cosa, o la pagherà cara,

                                          veda lei come la vuole intendere.

    Una cosa è certa: il 25 settembre 1974 il Presidente Aldo Moro, in visita ufficiale negli Stati Uniti, a Washington, incontrò il Segretario di Stato Henry Kissinger (vedi foto giù in allegato: Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974, del quale prorio oggi, 25 settembre 2018, corre il 44° anniversario). Subito dopo il colloquio lo statista fu colpito da un malore e soccorso da Mario Giacovazzo (suo medico personale) e Giuseppe Giunchi (medico personale del Presidente Giovanni Leone): entrambi spinsero affinché Moro facesse rientro anticipato in Italia. Molti storici hanno offerto ricostruzioni parallele a quella ufficiale proprio in seguito a questi poco pubblicizzati eventi, fatti di portata epocale ma inspiegabilmente epurati dai libri di “storia”. Durante il processo, Guerzoni identificò la suddetta figura politica americana di alto livello in Henry Kissinger.

     Nuove luci e ombre sul Caso Moro                               

                           Ma Moro fu dunque un eroe o la semplice vittima sacrificale

                           di un sistema di cui lo stesso, volente o nolente, era parte?

    La verità assoluta la potremo cogliere solo al cospetto di Dio. Tuttavia riteniamo che la questione dell’emissione delle 500 lire di Moro aliene da qualsiasi laccio debitocratico sia un evento storico di difficile codificazione, ancora sospeso tra verità e mito e in buona parte avvolto nel mistero. Ciò poiché, ad oggi,

                    non adeguatamente avvalorato da alcun documento probatorio,

              gap riconducibile ai polverosi ed impenetrabili archivi della Banca d’Italia,

                      di Palazzo Chigi e del Palazzo delle Finanze di Via XX Settembre.

    A sostenere questa tesi citiamo, per completezza storica, anche autorevoli studiosi auritiani del calibro del Professor Normanno Malaguti, del Professor Francesco Cianciarelli — collaboratore di una vita del grande Professor Giacinto Auriti — e del Professor Antonio Pantano, quest'ultimo tra i massimi esperti di Ezra Pound. Comunque è altrettanto vero che, come sostiene il Professor Pantano, nel recente regime repubblicano ad autonomia limitata impostoci dal 1° gennaio 1948, i “biglietti di Stato” emessi furono moltissimi, come risulta dalla pubblicazione iconografica in due volumi, degli anni Settanta, della Banca Popolare di Novara (da nostra intervista al professor Antonio Pantano – 30 luglio 2018). D’altra parte anche dalla seconda metà dell’Ottocento furono emessi molti biglietti di Stato e sicuramente senza debito (da nostra intervista al professor Normanno Malaguti – 28 giugno 2018). Come argomentato dai suddetti studiosi, le 500 lire emesse sotto il Governo Moro furono le ultime, ma — anche a loro dire — non costituirono ragione per accreditare Moro, in senso assoluto, come “virtuoso” (da nostre interviste ai professori Francesco Cianciarelli e Antonio Pantano – luglio 2018). Secondo altre tesi e come sostenuto dallo stesso Professor Pantano:

             “La soppressione dello statista fu probabilmente dovuta al non

             aver condiviso con i suoi colleghi delle ingenti somme conferite

                                        da Gheddafi a partire dal 1972”.

    A nostro avviso la pista Kissinger-Usa non è comunque trascurabile e resta fino ad ora la più accreditata, sia pur la meno battuta. Infatti concordiamo tutti sul fatto che la dissoluzione sistematica della “sovranità monetaria” italiana fu riconducibile certamente agli Americani. Come ricorda Pantano (intervista del 30 luglio 2018):

    “Gli Alleati iniziarono con 640 miliardi di Am-lire stampati negli USA nel giugno del 1942

                                     e ristampati anche in Italia fino al 1949-50.

                        Il regime usurocratico italiano nel 1965 regolò con leggi

                                         la residua circolazione assorbendola”.

    Moro comunque – e questa è una certezza storica che nessuno potrà mai sottrargli – ebbe il merito acclarato di aver sfidato apertamente il Fondo Monetario Internazionale, longa manus degli Stati Uniti d’America e del Governo Mondiale: la vera ragione della sua morte risiede, probabilmente, nella memoria storica dei fatti legati a quel Memorandum e a quella tragica, sconcertante e febbrile mattinata del 25 settembre 1974, all'ombra del bianco colonnato in stile neoclassico della White House: simbolico richiamo – ci scuserete la divagazione – dei farisaici sepolcri imbiancati di evangelica memoria.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    Scritto tratto, in parte, da:

    "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", di Sergio Basile,

    Ed. Solfanelli, 2018

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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      Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25/9/1974 

    kissinger-memorandum-25-settembre

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • Illegittima Indifesa: società disorganica, paradiso dei delinquenti

    Illegittima Indifesa: società disorganica, paradiso dei delinquenti

    Sabato, 22 settembre / 2018

    – di Roberto Pecchioli

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, illegittima indifesa, società disorganica, legalità  

    Illegittima Indifesa: società disorganica, paradiso

    dei delinquenti

    Società despiritualizzata e disorganica: il paradiso dei delinquenti.

    In mezzo l’illegittima indifesa, ovvero l’inerme figura della persona

    per bene, vittima di imbrogli, prevaricazioni, furti, rapine,

    insicurezza diffusa

     

    di Roberto Pecchioli

    Legittima difesa

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Sulla legittima difesa                                                

    Roma, Genova – di Roberto Pecchioli Si è riaperto il dibattito sulla legittima difesa. Da un lato un progetto di legge leghista secondo cui la difesa è sempre legittima, dall’altra la reazione stizzita dell’ANM, Associazione Nazionale Magistrati, che ha espresso con la consueta veemenza irrituale la propria contrarietà alla nuova formulazione giuridica dell’antichissimo istituto della legittima difesa. Lasciamo da parte ogni polemica nei confronti del sindacato dei giudici, i cui interventi a gamba tesa in politica sono quotidiani e sembrano animati dal timore di perdere un pezzo di discrezionalità nel valutare gli episodi di reazione all’illegalità e alla violenza subita. Non assumiamo interamente il punto di vista di Salvini, poiché difendere se stessi, la propria famiglia, il proprio pane è senz’altro giusto e lecito, ma non deve significare legittimare ogni reazione. Per capirci, io ho il diritto di fermare con ogni mezzo, sino all’uccisione, chi sta minacciando la vita mia e dei miei cari, ma non posso sparare a qualsiasi ladruncolo o truffatore. Altra cosa è la triste alternativa tra un brutto processo e un bel funerale.  La materia è estremamente complessa e merita una riflessione un po’ più ampia di un alterco sovreccitato, animato purtroppo da fatti drammatici, sentenze talora sconcertanti a favore dei delinquenti. I buonisti in servizio permanente effettivo evitino il solito comico argomento dell’Italia ridotta a Far West, giacché le armi, disgraziatamente, le possiedono e le usano bande di criminali di ogni risma, pericolosità e provenienza geografica, non gli uomini della strada. Dall’altro lato, il pericolo è quello di affidare ai singoli i compiti che spettano allo Stato, il grande assente. Henri de Montherlant scrisse che “moriamo di indulgenza”. Per questo si giustifica il gioco di parole del nostro titolo: esiste e diventa ogni giorno più grande l’illegittima indifesa. Indifesa è la maggioranza stragrande degli uomini e delle donne normali. Illegittimo, benché non illegale, è il comportamento delle istituzioni. Distorto se non invertito è il rapporto tra diritto, istituzioni, senso comune e violenza. Il principio irrinunciabile è quello di stare dalla parte delle vittime, non con la retorica ridondante di cui danno prova i rappresentanti del potere, ma nei fatti. Chi entra in casa mia, penetra nel mio ufficio o commercio deve avere chiari due concetti: sta rischiando concretamente una condanna penale che espierà per intero in un carcere; la comunità nella sua interezza è contro di lui. I fatti, una volta di più, narrano esattamente il contrario.

     Le legge è un ordine                                                  

    Pagare il fio di comportamenti criminali è raro, le pene sono fin troppo pesanti nella lettera, ma miti nella sostanza, tra permessi, condoni, norme che riducono per i più svariati motivi la carcerazione e non di rado la evitano del tutto. Cesare Beccaria, l’illuminista milanese autore del citatissimo Dei delitti e delle pene, era tutt’altro che un buonista del XVIII secolo. Le sue parole sono pietre: “uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse. (…) La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità”. Un’impunità determinata dal combinato disposto di un impianto legislativo che favorisce i colpevoli unito alla genetica indulgenza delle società individualiste e alla discrezionalità di una giurisdizione prigioniera delle gabbie ideologiche. Discrezionalità che, peraltro, non è responsabilità dei magistrati, ma di una legislazione sconcertante. E’ recentissima una sentenza, pronunciata applicando una norma emanata dal governo Renzi sui piccoli reati, che ha mandato assolta una badante colpevole del furto e rivendita di gioielli appartenenti ad una coppia di anziani del valore di 60mila euro. Non resta che dare ragione al  cancelliere Bismarck, per il quale

                “con cattive leggi e buoni funzionari si può sempre governare.

                Ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente".

    Le nostre leggi sono talmente numerose e contrastanti che il primo problema di chi le applica è districarsi tra di esse, con grande vantaggio di chi vuole sfuggire alle conseguenze dei suoi atti. Nella Politica, il sommo Aristotele aveva già sintetizzato il problema: “La legge è ordine; e una buona legge è un buon ordine”.

     In mezzo l'illegittima indifesa                              

    Da almeno mezzo secolo qualsiasi accenno al concetto di ordine provoca fastidio, reazioni, opposizioni, dunque il problema, come dicevano gli intellettualini di qualche decennio fa, “è a monte”. A monte c’è un rapporto distorto con la violenza, l’ordine civile, il principio di responsabilità. Sullo sfondo, mostra la corda il monopolio dell’uso della forza attribuito al potere pubblico, dunque allo Stato. Indebolito dalla prevalenza dei potentati privati, screditato culturalmente dall’estensione illimitata dell’idea di libertà, reso impotente dal soggettivismo dominante, lo Stato non riesce più a esercitare con il giusto equilibrio di forza, efficacia e proporzione il delicato monopolio che possiede. Per di più, varie correnti ideologiche ne contestano i fondamenti: da un lato, l’inimicizia per lo Stato del liberalismo egemone, libertario e liberista (anche se le élite che spesso e volentieri caratterizzano questi alterchi ideologici si ritrovano fianco a fianco a trafficaree combuttare in circoli élitari e logge massoniche: vere realtà informali di esercizio del potere dei tempi moderni – Ndr). Dall’altro, il pregiudizio della sinistra di ascendenza socialcomunista contro l’ordine “borghese”, definito reazionario, conservatore, patriarcale che induce a simpatizzare per chi infrange leggi proclamate ingiuste e classiste. La miscela dei due atteggiamenti è esplosiva: garantismo esasperato, attenuanti, esimenti per i reati dei “colletti bianchi” fanno il paio con la malcelata indulgenza verso rapinatori, ladri, immigrati, proclamate vittime del sistema. In mezzo, l’illegittima indifesa, ovvero l’inerme figura della persona per bene, vittima di imbrogli, prevaricazioni, furti, rapine, insicurezza diffusa. L’uomo (smarrito e despiritualizzato – Ndr) comune ha la certezza di essere l’agnello della fiaba di Fedro apostrofato dal lupo al ruscello. “Perché mi hai fatto diventare torbida l'acqua che sto bevendo? E l’agnello, tremando: come posso – dice – fare quello che lamenti, lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!" Sappiamo come finì, il lupo divorò l’agnello inerme. Quell’agnello si è stufato del ruolo di vittima e reclama il diritto di sparare al lupo prima di essere divorato.

     Società disorganica: paradiso dei delinquenti    

    Sono saltati due passaggi logici, capovolti a favore dei lupi. Manca la legalità, ovvero un impianto normativo concretamente dalla parte degli onesti e dei miti, ma fa cortocircuito la legittimità, ovvero la società, malata di soggettivismo (hegeliana, idealista, strumentalizzante e dis-organica – Ndr) e spezzata in mille segmenti non componibili a unità, non è più d’accordo su ciò che è bene e ciò che è male. Il risultato è che spadroneggiano i delinquenti, pesci nell’acqua di un sistema debole, contraddittorio e formalista. Se c’è un punto su cui concordiamo con il modo di pensare progressista è che la pericolosità sociale dei delinquenti in giacca e cravatta non è inferiore a quello dei mascalzoni armati. Ne sono prova il crollo del ponte Morandi non meno che le malversazioni finanziarie di tanti banchieri e la corruzione diffusa nell’economia, nella politica, nell’amministrazione. Ciò non significa che si debba invocare severità, Stato e giustizia a corrente alternata. La legittima difesa nei confronti dei soprusi del potere deve stare nelle leggi e nella volontà di applicarle senza sconti. La protezione dai criminali comuni passa da un ulteriore attitudine, quella di esercitare senza timori il monopolio della forza legittima. Poliziotti e carabinieri pistoleri non ci piacciono, ma i malviventi devono avvertire, oltre al peso reale della legge (pene effettive espiate in carcere, seguite, per chi è straniero, dall’espulsione) anche il rischio concreto dell’incolumità e della vita nella sfida alle forze dell’ordine. Le cose non vanno così e da questa disfunzione drammatica sorge la domanda di farsi giustizia da soli. Noi non crediamo affatto che commercianti, imprenditori aggrediti nel lavoro quotidiano, padri e madri di famiglia attaccati negli affetti e nel focolare, cittadini rapinati, donne assalite sessualmente abbiano il desiderio diffuso di uccidere. Se però la paura prevale, con buona pace dell’insopportabile disprezzo dell’allarme sociale delle finte anime candide, è insensato gridare al Far West prossimo venturo anziché fermare quello presente e reale alimentato da chi le armi se le procura senza fatica e le usa indifferente alla vita umana. Meglio sarebbe affrontare alla radice il problema della sicurezza piuttosto che negarlo, avviare interminabili dibattiti sociologici, sfoderare statistiche di parte o menare il torrone con disquisizioni giuridiche. Una popolazione sicura, ragionevolmente convinta di non correre pericoli, rassicurata dalla forza e dall’azione della legge, non chiede il porto d’armi, non invoca la legittima difesa né sollecita pene abnormi.

     Forza e violenza                                                             

    Milioni di illegittimi indifesi sperimentano ogni giorno sulla carne di avere torto a prescindere.

                        Fisco, usura legalizzata, burocrazia, giustizia, malavita, diritti sociali:

                            la presunzione di colpevolezza è caricata alle persone comuni

                                    da un potere insolente, arrogante, spesso corrotto.

    Nulla di strano se qualcuno ritenga primario difendere in armi se stesso e la “roba” di verghiana memoria. Aleggia un errore di fondo della mentalità occidentale moderna, non distinguere tra forza e violenza. La forza è una virtù, comunitaria e personale, che viene trasferita allo Stato a fini di difesa e giustizia. La violenza è la sua degenerazione. Insorgere anche fisicamente, reagire a partire da se stessi è un diritto naturale che nessun potere o concezione irenistica del diritto può sottrarre all’essere umano. La normalità quotidiana è diventata una perniciosa indifferenza che confonde, opacizza i confini, logora i principi a tutto vantaggio del malaffare e della malvivenza. Ci si attarda a stabilire se sia peggiore la delinquenza in guanti bianchi (idea della sinistra) o quella armata della strada (idea della destra), con il risultato di offrire spazio all’una e all’altra, le opposte facce di una stessa realtà.

                                                    Il quadro giuridico è preoccupante,

                   i processi diventano sempre più un gioco agonale di esperti a pagamento

                               dal quale è espunta la giustizia e assente il senso comune.

    Affiora il pensiero di un artista divorato dall’angoscia, Cesare Pavese, allorché, nel Mestiere di Vivere, prendeva atto che “non ci si libera di una cosa evitandola, ma attraversandola”. Non affrontiamo la violenza diffusa di mille bande proterve, sprecando energie in dibattiti, diatribe, difendendo ciascuno un punto di vista ideologico che perde di vista l’essenziale. Ossia il diritto di ciascuno a una vita normale, violata da rapine, furti, aggressioni, ricatti, estorsioni, libero spaccio di sostanze che danno morte, tanto quanto dal clima di corruzione diffusa, privilegio di casta, imposizioni oligarchiche. In più, si esige a fronte corrugata il rispetto di un presunto spirito del tempo nelle leggi. Avverso alla legalità quanto alla legittimità, esso è bollato dal Beccaria con parole taglienti: “non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni", specie in un’epoca individualista, relativista e nemica della decisione, cui si preferisce sempre la discussione sterile e interminabile.

     Legittima difesa e codardia illegittima                   

    Legittima difesa è cosa assai distinta dal ricorso ai giustizieri armati, i Ringo e i Sartana dei film western-spaghetti. E’ il riconoscimento di un fatto naturale, un dato permanente della personalità umana che volentieri lasceremmo ai casi estremi, poiché una convivenza ordinata si realizza nella comunità e nelle norme che la sorreggono, non certo nell’iniziativa individuale o peggio nella sociopatia diffusa. Serve una legittima difesa collettiva contro ogni malaffare e prevaricazione. Soprattutto, si deve sconfiggere l’equazione figlia della viltà secondo cui forza è uguale a violenza. Lo Stato deve poter esercitare una santa, legittima violenza contro i crimini con il peso della legge, fatta di norme semplici e pene non esemplari ma certe, e, ove necessario, con l’uso senza complessi delle armi, oggi monopolio dei mascalzoni. Ci piace citare alcuni venerati maestri dei sedicenti non violenti, Karl Marx e il pomposo signore della gauche caviar parigina, Jean Paul Sartre, l’autore de L’essere e il nulla. Il pensatore tedesco riconobbe, dinanzi alle elucubrazioni intellettuali, che “l’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale.“  Per il philosophe de La nausea, addirittura, “solo con la violenza si diventa uomini.“ Una sciocchezza cui è facile opporre una riflessione positiva di un cattivo maestro, Jean Jacques Rousseau.“ La forza è un potere fisico; la pistola del brigante è anch’essa un potere fisico “. A cui abbiamo il diritto dovere di contrapporci senza timidezza. La civiltà italiana seppe esprimere splendidamente già nel XIII secolo il senso della comunità e del vivere civile nell’ affresco senese di Ambrogio Lorenzetti Il buono e il cattivo governo e gli effetti sulla città. In una parte del grande dipinto, un’opera d’arte intrisa di filosofia e scienza politica, nell’aria vola la personificazione della Sicurezza, che reca un delinquente impiccato, simbolo di giustizia implacabile e regge un cartiglio su cui si legge: “Senza paura ogn’uom cammini / e lavorando semini ciascuno”. L'ideale di una comunità forte e giusta è simboleggiato dal contrasto tra la carnale sensualità della Sicurezza e la dura allusione alla pena di morte. Lo Stato protegge gli onesti e punisce chi non segue la legge. Nell’Allegoria del cattivo governo, la città è ingombra di macerie, sul punto di crollare, i cittadini distruggono anziché costruire, la legge imprigiona gli innocenti, languono le attività economiche. Tutto è rovina, le campagne sono in fiamme e un esercito nemico marcia sotto le mura. In cielo aleggia sinistro il Timore. Dobbiamo scegliere: sicurezza o timore, vita o rovina, legittima difesa o il suo contrario, l’abbandono al destino. Per prendere posizione, bisogna decidere, assumere responsabilità, agire, rischiare. Seguire il Bene o il Male, l’Amico o il Nemico. Che disgrazia per il debosciato collettivo, il moderno “Narcisetto Adoncino d'amor. Non più avrai questi bei pennacchini, quel cappello leggero e galante, quella chioma, quell'aria brillante, quel vermiglio donnesco color.” Con la musica mozartiana delle Nozze di Figaro, i versi di Lorenzo Daponte paiono scritti per l’incipriato, indifeso damerino del secolo corrente, tutto chiacchiere, tolleranza e codardia.

    Roberto Pecchioli  (Copyright © 2018 Qui Europa)

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  • La grande opera medievale della Chiesa Cattolica contro l’usura ebraica

    La grande opera medievale della Chiesa Cattolica contro l’usura ebraica

    Domenica, 2 settembre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio  Basile, Medioevo, usura ebraica, Chiesa Cattolica, Monti  di Pietà 

    La grande opera medievale della Chiesa Cattolica

    contro l'usura ebraica

    Il francescanesimo e la mirabile opera dei Monti di Pietà

     

    di Sergio Basile

    Tratto da: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse"

    Ed. Solfanelli, 2018

    Monti di Pietà - Chiesa Cattolica contro Usura Ebraica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Chiesa Cattolica: millenario faro contro l'usura 

    Catanzaro di Sergio Basile  Il problema dell’ingiustizia connesso alla tirannide del legislatore e all’usura era avvertito con particolare sensibilità dalla comunità cattolica, specie nell’epoca preilluministica (1). Oggi, malgrado gli appelli insipidi, slegati, discontinui e sporadici di vasti comparti della Chiesa-istituzione, a tratti filo-europeista, questa prioritaria istanza di giustizia sembra essersi affievolita. Alcuni settori clericali, espressione di una chiesa modernista e progressista, sembrano diventati sordi e ciechi al grido di aiuto dei popoli europei, soggiogati da trattati comunitari e accordi transnazionali che hanno finito per legalizzare orrori di ogni tipo. Durante il glorioso Medioevo la comunità cristiana — clericale e laica — nutriva una grande considerazione verso la sacralità della vita e verso la stessa morte (2), considerando l’usura al pari del crimine più grande, perché capace di compromettere il normale ritmo dell’esistenza umana e di incidere sulla fine naturale della stessa: capace cioè di condizionare nefastamente sia il corpo (tempio dello Spirito) che l’anima. Così San Bernardino da Siena, nel Sermone XLIV della sua Opera Omnia, scrisse sull’usura e i suoi più abili architetti:

                          Gli usurai sottraggono il pane dalle mani degli affamati e dei fanciulli,

                       l’acqua dalle mani degli assetati, la casa e l’alloggio a chi non ne ha uno,

                                gli indumenti dal corpo di chi è nudo, fanno ammalare i sani,

                                           cacciano in prigione i liberi e, come lupi voraci,

                                         si affannano a saziarsi della carne dei miseri (3)

                                                            San Bernardino da Siena

    (1) Nel contesto di una società organica e teocentrica. (2) La diffusione delle cosiddette Ars Moriendi — o arti della buona morte — ne sono un esempio emblematico.  (3)  San Bernardino da Siena, Opera Omnia, Sermone XLIV.

     Usura giudaica e Concilio Laterano IV                  

    Ecco perché la Chiesa di Cristo ha da sempre combatutto l’usura, specie quella più aggressiva praticata dai mercanti giudei, condannando esplicitamente alcuni passi del Talmud ebraico che la avallavano. La piaga feneratizia era considerata dalla Chiesa come un gravissimo peccato, reiterato sia contro Dio (e la Sua Provvidenza) che contro gli uomini e la Creazione, ingenerando nel corpo sociale incommensurabili danni materiali e spirituali. All’epoca il prestito su pegno era erogato dai privati con tassi d’interesse che variavano dal 14 al 50%, con punte dell’80%, anche se la leva fiscale era meno opprimente rispetto a quanto avviene oggi. È curioso notare come il cancro dell’usura, andato in metastasi con la nascita delle private banche centrali a partire dal 1694 (4), andò propagandosi in tutta Europa fin dai primi secoli dopo Cristo. Successivamente, verso la fine del Duecento, con la progressiva affermazione dell’economia monetaria e dei banchi, gestiti in gran parte da speculatori ebrei, essa esplose diventando un fenomeno di malcostume. Ciò spiega la centralità che il fenomeno trovò presso tutti i grandi concili del Medioevo, a cavallo tra il 1123 e il 1312, sulla scia di quanto sancito già ad Elvira (5) (306 d.C.), Nicea (6) (325 d.C.) e Clichy (Francia, 626 d.C.) (7). Tra i concili in questione spiccò il Laterano IV del 1215, che denunciò con forza la perfidia giudaica testimoniata nell’usura:

                                                     Quanto più la religione cristiana

                           viene oppressa dalla riscossione del denaro prestato a usura,

                            tanto più gravemente la perfidia giudaica diviene prepotente,

                       tanto che in breve tempo le ricchezze della Chiesa si esauriranno (8).

    (4)  Cfr. par. 6.2 (Una catena di disastrosi effetti ed eventi); par. 6.3 (Londra 1964 – Royal Charter: una rivoluzione epocale).  (5)  Oggi Granada (Spagna).  (6)  Oggi Iznik (Turchia).  (7)  Il Concilio di Elvira (Spagna) si celebrò nel 306 d.C. (circa) nella città di Elvira (il nome di Granada prima della conquista araba, nell’allora Hispania). Vi si trattò, tra l’altro, il tema della separazione dalle comunità ebraiche che risiedevano nella penisola iberica. Il Concilio di Nicea (Turchia) fu il primo dei concili ecumenici e si tenne nel maggio-giugno del 325, convocato dall’imperatore Costantino. Vi parteciparono da 220 a 318 vescovi, in maggioranza orientali. Condannò l’eresia di Ario, proclamando il Figlio consustanziale a Dio Padre nel cd. Simbolo niceno (il Credo), tuttora in uso. Il Concilio di Clichy (o Concilium Clippiacense) fu un concilio sotto forma di sinodo locale che si tenne nell’omonima città francese, attorno al 626. Esso si occupò, tra l’altro, del diritto di asilo per criminali e schiavi che si fossero rifugiati in chiese o monasteri (Fonti: Enciclopedia Treccani e Cathopedia.org). (8) Dagli Atti del IV Concilio Laterano del 1215.

     I Mestieranti del debito                                               

                   Inoltre, gran parte delle prediche ufficiali, nelle chiese come nelle piazze,

                                                 erano volte a difendere i poveri

                    dal potere distruttivo della diabolica arte “alchemica” dell’estorsione,

                     che vedeva l’umano stato di bisogno, naturale o indotto che fosse,

                       quale suo naturale fondamento, ragion di gaudio e conseguenza.

    A reggere i giochi nacque una nuova categoria di mestieranti o specialisti del credito ad interesse, per lo più d’estrazione ebraica. Ad essi la sensibilità cattolica, quella francescana in particolare , contrappose i Monti di Pietà, luoghi privilegiati di mutuo soccorso permeati di solidarietà cristiana e simili, per certi versi, alle antiche pseudo-cooperative creditizie ebraiche dell’era mosaica (9). Il pioniere dei Monti di Pietà — realtà che da Ascoli Piceno e dalle Marche ben presto si diffusero in tutte le regioni — fu il Beato Marco da Montegallo (10) in de Marchio, discepolo di San Giacomo della Marca e autore della Tabula della Salute. Il Beato considerava i Monti di Pietà come

                          L’unico humano rifugio (concesso dal benignissimo Dio – Nds)

    de esso sventurato popolo cristiano, manecato, stracciato e devorato dagli usurai (11).

                                                       Beato Marco da Montegallo

    (9) Cfr. paragrafo 5.3 (Le prime cooperative creditizie della storia).  (10) Il Beato Marco de Marchio da Montegallo (Montegallo – Ascoli Piceno – 1425; Vicenza, 19 marzo 1496) è stato un religioso italiano appartenente all’Ordine dei Frati Minori, riconosciuto come l’ideatore — o co-ideatore — dei Monti di Pietà, pensati per sottrarre le classi meno abbienti al giogo dell’usura (fonte Cathopedia.org).  (11) Beato Marco da Montegallo, Tabula della salute, Venezia 1486, Cap. XI.

     La riforma socio-economia di contrasto all'usura   

    Tuttavia il primo istitutore dei Monti — o comunque coistitutore assieme al Beato Marco da Montegallo e al Beato Bernardino da Feltre — fu tale Fra Domenico da Leonessa (12), nativo di San Severino Marche. Dopo l’esperienza di Ascoli Piceno un altro passo decisivo alla causa fu dato dalla comunità francescana, nella seconda metà del Trecento, in seno all’Eremo di San Bartolomeo di Brogliano (13) (provincia di Macerata) nei pressi di Camerino, ivi nacque una vera e propria riforma socio-economica di contrasto all’usura, alla quale aderirono, nei decenni successivi, prestigiosi accademici, universitari e vescovi. Tra i documenti più importanti dell’epoca, a testimonianza di questo straordinario fenomeno socio-economico, degna di nota è la Bolla di Papa Niccolò V (14) del 1454, approvante il Monte dei Prestiti in Ancona (15).

     (12) Fra Domenico da Leonessa nacque nella prima metà del sec. XV. Incerti sono il luogo d’origine e la data: una tradizione lo vuole comunque nato a San Severino Marche (provincia di Macerata) e quindi trasferito a Leonessa (o Gonessa, Gonissa, Lagonissa nelle fonti); un’altra tradizione nato a Leonessa (provincia di Rieti) da genitori provenienti da San Severino (si veda Chiaretti, pp. 309 s. n. 30 e Enciclopedia Treccani).  (13) L’Eremo di San Bartolomeo di Brogliano, situato sugli altopiani Plestini ai confini tra Umbria e Marche, fu edificato nella seconda metà del XIII Sec., ad opera degli abitanti di Colfiorito, nel 1270. Dopo un lungo contenzioso, nel 1984, la chiesa è entrata a far parte dell’arcidiocesi di Camerino, essendo situata territorialmente nella provincia di Macerata (già appartenuta alla diocesi di Nocera Umbra). Da qui, nel XIV secolo, partì una delle più esaltanti e meravigliose esperienze di rinnovamento dell’Ordine francescano nota come Riforma degli Zoccolanti, opera iniziata dapprima da Fra Giovanni della Valle (1334-1351) e poi proseguita da Fra Gentile da Spoleto (1352-1355). (Cfr. M. Sensi, Brogliano e l’opera di Fra Paoluccio Trinci, Falconara, 1975; Cfr. M. Sensi, Le Osservanze Francescane, Roma, 1985).  (14) Nato a Sarzana (Spezia) il 15 novembre 1397; morto a Roma, il 24 marzo 1455.  (15) Papa Niccolò V, al secolo Tomaso Parentucelli, con la bolla in questione approvò la fondazione del Monte dei Prestiti in Ancona nel 1454, uno dei più attivi e floridi del tempo. Il pontefice passò alla storia anche per aver approvato, in data 20 luglio 1447, con la bolla Pastoralis officii, il Terzo Ordine Regolare di San Francesco, quale ordine canonicamente distinto all’interno della famiglia francescana, dotato di un proprio Ministro Generale (Cfr.: Massimo Miglio in Enciclopedia dei Papi ed Enciclopedia Treccani).

     Il francescanesimo e la nascita dei Monti di Pietà  

    La riforma legittimò ed istituzionalizzò sul larga scala il fenomeno dei Monti di Pietà, definendone la disciplina giuridica:

                              all’interno di essi i prestiti concessi erano privi di interesse

                            e venivano elargiti dietro consegna di un pegno di pari valore

               — ma comunque non inferiore — poi restituito all’estinzione dell’obbligazione.

                                                             In caso contrario

                  il pegno veniva venduto per rimborsare la somma prestata e non restituita.

    Nel Quattrocento fiorirono nelle sole Marche ben ventotto Monti di Pietà, soprattutto, come detto, grazie all’opera del Beato Marco de Marchio da Montegallo e di Fra Domenico da Leonessa. Accanto alla fortunatissima esperienza di Ancona, tra i più noti Monti di Pietà sbocciati come fiori preziosi, ricordiamo quello di San Sepolcro (1464/1466), Macerata e Recanati (1468), Fabriano (1470), Fano e Tolentino (1471), Jesi (16) (1472), Fermo (1478). Famosi anche i monti di Ripatransone (1479), Arcevia (1483), Vicenza (fuori dal territorio marchigiano – 1486) (17). I Monti di Pietà si diffusero provvidenzialmente in tutta la penisola (18) nel Tardo Quattrocento, andando a contrastare in maniera non violenta i deleteri effetti del prestito ad usura (giudaico e non). Un altro eccezionale strumento utile alla causa fu l’istituzione, presso il comune di Macerata (1492), del Monte Frumentario (19), ideato dal cattolico Andrea da Faenza, che

    rendeva possibile l’anticipazione di grano alle famiglie, in periodo di necessità o carestia,

                                  da restituirsi ex-post con il primo raccolto utile.

    Tra i più attivi anche il Beato Francesco Piani da Caldarola (20) (collaboratore di San Bernardino da Feltre) e San Giacomo della Marca (21), fondatore del Monte di Pietà dell’Aquila (1466).

    (16)  Vedi: Giovanni Annibaldi, I banchi degli ebrei ed il Monte di pietà di Jesi, pp. 88-129 — Biblioteca francescana, Falconara M., Ancona, 1972. (17)  Cfr.: Adriano Gattucci, Lo sviluppo dell’Osservanza minoritica (13681517), in AA.VV., Il Francescanesimo nelle Marche. Storia, presenze attualità, Movimento Francescano delle Marche, Ancona, 2000; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Arcevia con gli Statuti del 1470, del 1483 e del 1546 e molte notizie sui Monti di Pietà delle Marche, Foligno 1894; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Arcevia promosso nel 1428 da Lodovico da Camerino, riproposto nel 1470 e fondato nel 1483 da Marco da Montegallo, in “Nuova Rivista Misena”, IV, 1891, pp. 6-14; Cfr.: Anselmo Anselmi, Bolla di Niccolò V approvante il Monte dei Prestiti in Ancona nel 1454, in “Nuova Rivista Misena”, VI, 1893; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Foligno, Foligno 1898; Anselmo Anselmi, Storia del Monte di Pietà di Cingoli fondato da Fra Lorenzo da Roccacontrada, in “Picenum Seraphicum”, 1, 1915; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Arcevia, in “Miscellanea Francescana di Storia, di Lettere, di Arti”, V, 1890, pp. 165-179; VI, 1895, pp. 31-32.  (18) Cfr.: Anna Esposito, Prestito ebraico e Monti di Pietà nei territori pontifici del tardo Quattrocento: il caso di Rieti, in Società italiana degli Storici dell’economia, Credito e sviluppo economico in Italia dal Medioevo all’età contemporanea. Atti del I convegno nazionale 4-6 giugno 1987, Verona, 1988, pp. 97-111.  (19)  Cfr.: Adriano Gattucci, Lo sviluppo dell’Osservanza minoritica (13681517), in AA.VV., Il Francescanesimo nelle Marche. Storia, presenze attualità, Movimento Francescano delle Marche, Ancona, 2000.  (20)  Provenendo dalle Marche, una regione ad economia prevalentemente agricola, Francesco Piani — questo il nome del Beato — conosceva bene le miserie dei lavoratori delle campagne costretti ad indebitarsi e a diventare schiavi degli usurai e a costoro dedicò la sua vita. Francesco fu anche un predicatore ferventissimo che sapeva sedare le frequenti liti nei paesi della sua terra, divisi da lotte violente, tra fazioni ambiziose e famiglie potenti. Il segreto del successo del predicatore di pace era semplice: parlare al popolo di giorno e passare la notte in preghiera (fonte: www.santiebeati.it). (21) San Giacomo della Marca (1393 Monteprandone, Ascoli Piceno – 1476 Napoli). La sua biografia è affidata alla testimonianza di Venanzio da Fabriano (1434-1506), confratello laico che gli fu compagno e segretario fin dal 1463 (Cfr. Marino Sgattoni, La vita di San Giacomo della Marca (13931476) per fra Venanzio da Fabriano (1434-1506)”/ studiata e edita da p. M.S. — Zara, Convento S. Francesco, 1940 (Gubbio, Tip. Oderisi); Cfr.: Tabula Librorum librarie sante Marie de gratia iuxta opidum Montisprandoni, p. 80.

     Sant'Agostino contro l'usura giudaica                       

    Così come riportato dall’esegesi cristiana tradizionale e come argomentato da personaggi del calibro di San Giovanni Crisostomo, Padre della Chiesa d’Oriente, celebre autore di Omelie contro i giudei (22), e Sant’Agostino, nel suo celebre Trattato contro i Giudei (23), nonché dall’analisi sia pur sommaria dei capitoli salienti della storia economica degli ultimi due millenni — specie di quella medievale — ci si accorge come parte di quegli ebrei votati anima e corpo ai principi talmudici sull’usura, nemici di Cristo e dei Cristiani, legittimarono a ritmi crescenti la pratica feneratizia, al fine di accaparrarsi, attraverso il prestito e il conseguente debito, i beni dei “gentili” (Cristiani), reputati falsari indegni della Terra Promessa. Sant’Agostino dedicò al tema diversi scritti, tra i quali Adversus Judaeos Tractatus e il De Civitate Dei, accusando gli storici controllori del denaro di avversare la fede di Cristo, osteggiandone il percorso con ogni mezzo e senza limiti. Le disgrazie patite dagli ebrei con la distruzione dei due templi e la successiva diaspora, rappresentano per Agostino la testimonianza della validità della religione cristiana e l’erronea interpretazione delle scritture, tutta terrena e legata al sangue e non allo spirito, fornita da scribi, farisei e seguaci di Talmud e Kabbalah.

                           Noi discendiamo da altre genti e tuttavia, imitando la sua virtù,

                                                  siamo divenuti figli di Abramo. (…)

                        Noi siamo dunque fatti discendenti di Abramo per grazia di Dio.

                               Dio non fece suoi eredi i discendenti carnali di Abramo.

                              Anzi questi li ha diseredati per adottare quegli altri (24)

                                                            ( Sant’Agostino )

    Ovviamente è impossibile in tal sede offrire uno squarcio esaustivo e completo sull’immensa eredità in chiave antiusurocratica, lasciata dal Cattolicesimo nel cosiddetto Medioevo; tuttavia, quanto detto è comunque sufficiente a smontare le tesi di quanti vorrebbero in modo superficiale, falso ed anacronistico, bollare come oscurantista un’epoca di gran fermento e pathos spirituale, specie verso la causa dei poveri e degli ultimi e contro le ingiustizie sociali, economiche e giuridiche, perpetrate dai signori dell’inganno monetario. Tuttavia, malgrado l’impegno profuso dai Cristiani nella lotta contro l’usura ebraica, costoro commisero un madornale errore storico, che di seguito cercheremo di ricomporre, in sintesi.

     (22) San Giovanni Crisostomo, Omelie contro i giudei, C.L. Sodalitium, Verrua Savoia (TO) 1997. (23)  S. Agostino, Adversus Judaeos Tractatus (Trattato contro i Giudei). (24) San Agostino, Commento su Giovanni. Discorso XLII. 

      L'usura ebraica e l'errore dei popoli cristiani          

    I Cristiani non riuscirono mai a decifrare in concreto, la chiave di lettura del segreto monetario, infatti essi a conti fatti ebbero il grande demerito storico di non aver carpito a fondo il codice del Deuteronomio e del Libro di Tobia, custodito invece dal popolo ebraico — che ne fu l’atavico depositario — specie attraverso la tradizione orale e la stessa Cabala: strumenti della tradizione che nel tempo sono serviti a difendere gelosamente il segreto dei segreti (25), quello dell’arte regia ed alchemica della “trasformazione della materia in oro”. Mistero meraviglioso e terribile capace di favorire la sottomissione di interi popoli e nazioni,

       innescando processi di demonetizzazione o rarefazione monetaria su scala globale

                                               (crisi economiche e finanziarie).

    Questo segreto rivelato, come visto, muta la comprensione della storia fin dal crollo dell’Impero Romano (26). Il problema delle crisi economiche e della tradizionale e proverbiale usura ebraica nei confronti dei gentili (cristiani e non) è stata spesso e volentieri inquadrata, specie a partire dal Duecento, sotto l’unica prospettiva dell’interesse (da usura). Ma la radice dell’inganno aliena dal mero strumento dell’interesse. La demonetizzazione delle comunità cristiane che abitarono il bacino del Mediterraneo, a partire dalla diaspora, come dimostrato (27), deve essere ricondotta prim’ancora che all’interesse da usura,

      all’uso improprio della ricevuta di credito promosso dal sistema monetario ebraico,

                                  senza volatilizzazione settennale del debito.

       Sistema, questo, capace alla lunga di attrarre e far proprie le immense ricchezze

                      in oro, argento e bronzo accumulate dall’impero romano,

                                       d’improvviso volatilizzatesi nel nulla.

    In questo processo può cogliersi una sorta di vendetta del popolo ebraico d’ispirazione talmudica, verso i dominatori romani, che nel 70 d.C. occuparono e distrussero Gerusalemme, costringendo il popolo alla diaspora. I popoli cristiani e pagani del bacino del Mediterraneo, infatti, furono costretti ad utilizzare una moneta cartacea (ricevuta di credito) che poneva gli speculatori ebraici in una posizione di vantaggio e privilegio, consentendo loro di monetizzare il mercato, avvelenandolo con una moneta che era, invero, un tributo (28).

    (25) Cfr. Cap. 4.2.4.; (26) Ibidem; (27) Ibidem; (28) Cit. La Rivolta del Popolo, anno IX, n. 1, 15 gennaio 1969;

     Nominalismo: la grande opera degli "eletti"         

    La comunità mondiale, a causa del nominalismo (la cosiddetta Grande Opera degli eletti) fu quindi ben presto asservita ad una cerchia di privilegiati, promotori di un sistema tributario-monetario iniquo, generatore di debito indotto, orientato all’espropriazione dei beni reali degli “infedeli”. Più centri triangolari di irradiazione ed emissione di questi assegni in bianco si crearono, e si creano ancora oggi, maggiore fu, ed è, la capacità di attrazione di ricchezza reale e il controllo delle masse e delle regioni. Fu questa l’essenza del segreto dei segreti nascosto alle genti nelle pieghe della storia.

                           Il Sistema Bancario Internazionale dei “nuovi antichi eletti”

                                        si è, dunque, surrogato a quello di Mosè.

    Il non aver compreso questo sottile inganno (quella che potremmo definire come la più colossale opera satanica della storia) è, di sicuro, l’errore più grossolano mai compiuto dai popoli cristiani. L’Illuminismo, di seguito, appose i sigilli ad un modello economico-sociale e culturale tutto orientato ad occultare queste verità e proteso, per statuto, a denigrare quanti si fossero opposti al nuovo sistema di pensiero nascente, un complesso sistema di relazioni tra intellighenzia illuminata ed élite giudeomassonico-bancaria, fondato sull’usura e sull’istituzionalizzazione del sistema bancario del debito, su scala continentale.

     B.A.R.: risposta odierna all'usura legalizzata        

    Oggi, in tempo di rarefazione monetaria indotta ed usura legalizzata, in tempo di spread e moneta-debito creata dal nulla (e senza riserva), la storia si ripete. I veri cattolici non possono stare a guardare e devono riscoprire il nobile ed antico esempio della Chiesa Cattolica, orientato sulla resistenza non violenta e sulla proposta attiva ed alternativa, ricalcando le orme dei loro avi. Oggi urge trasformare le comunità sociali (a partire dai comuni) in cooperative di credito solidali e orientate al mutuo soccorso, proprio com'era al tempo di Mosé (mille e duecento anni prima dell'Incarnazione di Cristo) ed al tempo dei santi francescani (Mille e Duecento / Mille e Quattrocento), durante il "bistrattato" Medioevo. La Dottrina Sociale della Chiesa attende giustizia e vuol ririvere sia nell'anima dei credenti che nelle loro opere. Il grande Professor Giacinto Auriti, padre della Teoria del Valore Indotto della Moneta e del SIMEC, lo aveva capito realizzando tale "Dottrina" attraverso l'immissione nel circuito economico-sociale di valori monetari convenzionali a credito e di proprietà del portatore (e non degli usurai). Egli ideando e promuovendo il SIMEC realizzò un vero e proprio miracolo economico-sociale nel comune di Guardiagrele, fino ad allora tra i centri italiani più colpiti dalla piaga del suicidio da insolvenza. Oggi si può e si deve agire con convinzione e determinazione: le armi di mutuo soccorso esistono, basta utilizzarle.

             Non farlo vorrebbe dire rientrare nella categoria degli stupidi e degli sprovveduti;

                    non rendere giustizia al nostro glorioso passato, alla nostra Fede e a Dio,

                alla storica battaglia contro l'usura ebraica posta in essere dai santi medievali

                                                          e dalla Chiesa Cattolica.

    A tal fine è stato creato il B.A.R. – Buono Comunale di Agevolazione Reddituale, uno strumento capace di dare ai sindaci la possibilità di prendere in mano il destino dei propri cittadini. Un'arma non violenta capace di mettere in moto la macchina economica della propria comunità sociale con efficienza e semplicità. Che ciascuno torni ad essere proprietario dei propri valori monetari, altrimenti l'usura indotta farà piazza pulita dei nostri cari, delle nostre famiglie e della nostra civiltà, costringendoci al suicidio, all'espatrio o alla disperazione. Non facciamoci complici dei grandi usurai e storici padroni oscuri della moneta-debito, nemici di Cristo e dell'umanità: l'immobilismo è un suicidio annunziato! L'immobilismo, una volta compreso il male e trovata la panacea, è un crimine ancor più grande!

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    Tratto da: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", Ed. Solfanelli, 2018

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • Ponte di Genova e Nave Diciotti: lo squarcio del velo

    Ponte di Genova e Nave Diciotti: lo squarcio del velo

    Giovedì, 30 agosto / 2018

    – di Roberto Pecchioli

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli,  Genova,  Ponte Morandi,  Nave Diciotti, Comunismo 

    Ponte di Genova e Nave Diciotti: lo squarcio del velo

    Italia parafulmine d'Europa senza sovranità monetaria

     

    di Roberto Pecchioli 

    DICIOTTI PONTE GENOVA

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Corre la storia                                                            

    Genova – di Roberto Pecchioli Corre la storia. Esistono periodi in cui tutto sembra fermo, altri dove il movimento pare precedere il tempo e sfuggire alla comprensione. Le ultime settimane, in piene vacanze agostane, hanno prodotto un’accelerazione profonda, lasciato un solco significativo, segnato un prima e un dopo. Poco sarà come prima nel giudizio comune dopo il crollo del Ponte Morandi di Genova e la vicenda della nave Diciotti della nostra Marina.  I fatti sono noti. Nel primo caso, un ponte costruito da soli 50 anni, unico mezzo di comunicazione tra le due parti della Liguria, proteso verso la Francia, si spezza e lascia sul terreno, dopo un volo spaventoso, oltre quaranta vittime, seicento sfollati, giacché quella struttura autostradale, gestita dal gruppo privato Benetton, posava direttamente sopra un quartiere popolare della città e minaccia di infliggere un colpo mortale all’economia di una regione che vive di turismo e di logistica dei trasporti.  Nel secondo, una nave italiana che incrociava nel Mediterraneo ha raccolto circa 180 eritrei i quali, all’arrivo a Catania, non sono stati sbarcati per ragioni di salute, sicurezza pubblica e per dare un ulteriore segnale di cambiamento nella politica nazionale dinanzi all’invasione di finti profughi provenienti dall’Africa con l’aiuto di imbarcazioni private ( le cosiddette Organizzazioni Non Governative) finanziate da chi organizza il traffico di esseri umani sotto la copertura di ragioni umanitarie. A seguito degli eventi catanesi, il ministro degli Interni in carica è indagato per sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale. Marcello Veneziani ha intitolato un suo magistrale intervento “difendere gli italiani è reato”.

     Il paradigma piddiota                                             

    Il maggiore partito di opposizione, il PD architrave del sistema da 25 anni sotto diversi nomi, ha mobilitato i propri dirigenti a Catania a favore degli stranieri, ma ha brillato per la sua assenza a Genova dinanzi alla tragedia di una grande città italiana che, per inciso, ha sgovernato per oltre 40 anni, come PCI prima, PDS, DS e PD poi. I pochi esponenti visti ai funerali sono stati accolti da salve di fischi impressionanti, che hanno lasciato sotto choc la povera (si fa per dire) deputata Pinotti, fascinosa signora del partito in città, ex ministro della Difesa, dunque responsabile diretta per anni dei movimenti della Marina Militare nelle acque del Mediterraneo meridionale. Un osservatore del calibro del professor Meluzzi, ex uomo politico, ha tuonato contro l’alleanza di fatto tra il potere mediatico (tutto dalla parte del vecchio sistema), l’apparato tecnologico di dominazione (il mondo della rete, di Facebook, Google, Silicon Valley) e le oligarchie finanziarie. Ha dimenticato, per l’Italia, il grumo di potere giudiziario che da un quarto di secolo tiene in scacco la politica, cercando attivamente non solo di influire sulle scelte generali, ma addirittura di riscrivere la storia della nazione degli ultimi 75 anni. In questa calda estate italiana, tuttavia, non solo i ponti crollano, ma si vanno sgretolando i muri di menzogne e falsificazioni innalzati dall’inizio degli anni 90, allorché, finito il comunismo (almeno così sostengono gli storici: in realtà il modello comunista sulle ali della globalizzazione si è intrecciato all'unisono con il liberal-capitalismo – sua fratello  speculare e monocefalo –   che ha invaso come un morbo tutte le nazioni, secondo quanto predetto dalla Madonna a Fatima – Ndr), gli Usa abbandonarono al loro destino il sistema potere basato sulla DC, il PSI, le partecipazioni statali, alcune grandi industrie e alcune banche d’affari (Mediobanca). L’esito è stato la svendita di gran parte della ricchezza nazionale attraverso privatizzazioni pilotate da un gruppo di potere interno legato a centrali estere anglo americane e francesi. I gioielli dell’economia, dell’industria, della ricerca, della finanza sono stati svenduti e solo oggi, dopo 25 anni si squarcia il velo, dopo la caduta di un ponte pagato con il denaro di tutti e affidato in concessione a un privato, Autostrade della famiglia Benetton, che ha guadagnato miliardi e reinvestito spiccioli nella manutenzione, senza alcun interesse per un piano infrastrutturale. Le condizioni della concessione stanno emergendo come scandalosamente contrarie all’interesse erariale e nazionale, una specie di patto leonino alla rovescia, in cui tutti gli oneri stanno dalla parte pubblica (la proprietaria!), tutti i vantaggi da quella privata. Sta venendo a galla un groviglio di interessi e di meccanismi, a partire del finanziamento dell’operazione, che sanno di tradimento del popolo italiano. Il governo ha finalmente battuto un colpo, impegnandosi a sottrarre la concessione al gruppo Autostrade. Lo stuolo di legali di alto livello messo in campo da lorsignori è capitanato da personaggi della politica e delle istituzioni di lunghissimo corso come Paola Severino e Giovanni Maria Flick. Ex ministri, ex membri della Corte Costituzionale giunti al rango di presidente, ex dirigenti di tutto. Personalità di altissima professionalità, ovviamente, ma, guarda caso, membri di quei centri di potere riuniti attorno a Romano Prodi, protagonisti delle privatizzazioni, delle modalità di adesione all’unione europea e di tutti gli eventi che hanno segnato la storia recente.

     Lo squarcio del velo                                                       

    Per la prima volta il velo si sta squarciando e una parte maggioritaria degli italiani comincia ad aprire gli occhi. Doveva cadere un ponte, uccidere innocenti, ferire a morte una regione intera, affinché diventasse patrimonio di verità la parola inascoltata dei pochi che hanno gridato per anni, vox clamantis in deserto, voce di chi urla nel deserto, come Giovanni il Battista. Complottisti, mentitori, estremisti per un quarto di secolo, adesso risulta che avessero ragione. Un’inchiesta di questi giorni, a proposito della privatizzazione delle banche pubbliche che controllavano tra l’altro Bankitalia, ipotizza che siano state cedute a un decimo del valore reale. Dovremmo citare la Sme, la chimica, l’Enel, l’agroalimentare, l’abbandono folle della siderurgia (chi fornirà i materiali per il nuovo ponte in acciaio?), un elenco talmente lungo da occupare pagine intere. A cose fatte, a Italia fatta a brandelli, venduta, regalata, offerta al minor offerente, veniamo a sapere che i protagonisti sono ancora in sella, alcuni ai vertici delle società private che hanno smantellato da boiardi pubblici e da politici infedeli. Eppure Mani Pulite venne fatta passare come una benefica operazione contro la corruzione, che c’era, eccome e chi la denunciava anche allora era sbeffeggiato, perseguitato, deriso. I corruttori- l’industria, l’economia, la finanza – vennero fatti passare per vittime, sia pure ben disposte ad aprire il portafogli. Il popolo applaudì, voltando le spalle al sistema che, pur tra mille difetti e gravissime ombre, aveva comunque accompagnato la ricostruzione dopo la tragedia del 1945. Ebbero un sacco di colpe, ma non smantellarono il buono costruito prima di loro (l’Iri e il sistema bancario) e, attraverso uomini come Enrico Mattei – ucciso nel 1962 – Adriano Olivetti e tanti altri, portarono l’Italia all’avanguardia. Ciò che lascia la classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo è un cumulo di macerie il cui simbolo è il ponte spezzato che scavalcava la valle del Polcevera, un’opera che in mezzo secolo è stata muta testimone della penosa deindustrializzazione di una delle città simbolo della storia nazionale. Non abbiamo idea se le cose cambieranno nella sostanza, il sistema è fortissimo e, come ci ha spiegato Alessandro Meluzzi, ha in mano l’apparato mediatico, quello tecnologico e controlla il denaro. Per la prima volta, però, è chiaro che non ha il favore della gente, la cui collera non è ancora esplosa, siamo piuttosto allo sconcerto e all’indignazione, ma adesso il bimbo della fiaba che rivela la nudità del re viene creduto.

     Il caso Diciotti                                                                    

    Negli stessi giorni, è esploso fragorosamente il caso dei migranti eritrei portati in Sicilia non da una nave delle ONG, ma dalla nostra Marina. In un suo modo rozzo ma efficace, Matteo Salvini ha dimostrato nelle settimane scorse che l’invasione non è un dato di natura cui non ci si può opporre. Orrore e fastidio di chi comanda e dei fiancheggiatori prezzolati (stampa, TV, clero, membri della cupola culturale). Silenzio e orecchie da mercante da parte delle istituzioni europoidi, i cui gerarchi sono indifferenti a tutto fuorché agli interessi delle lobby che li hanno scelti e garantiscono loro privilegi e reddito da nababbi. E’ chiaro anche ai ciechi che nessuno vuole gli africani ma tutti si vergognano a dirlo. Si rifugiano allora nelle frasi umanitarie, nell’indignazione a tariffa, nella retorica di maniera. L’Italia si arrangi, colpa sua se è uno stivale incastrato in mezzo al Mediterraneo. Maggiore comprensione merita la Spagna, che getta fuori con le spicce migliaia di persone, e ne ha pieno diritto, ma può farlo senza suscitare l’ira di Bruxelles perché i suoi governi da anni eseguono i compiti finanziari assegnati dall’oligarchia per salvare le banche esposte con la zoppicante economia iberica. Può chiudere la frontiera Emmanuel Macron, il socio di minoranza della Germania & Francia spa, caro a Jacques Attali, ai Rothschild e al mondo bancario. Può anche sforare il comico parametro del 3 per cento perché la Francia non va, fare un piano per mandare a casa 50 mila statali e continuare a spendere il 54 per cento del PIL nel settore pubblico.  Una Francia che sarebbe letteralmente in braghe di tela, nonostante gli acquisti in Italia a prezzo di saldo, se non contasse con la rendita da signoraggio dell’emissione e del controllo del Franco dell’Africa Centrale, valuta di ben 14 stati, saldamente nelle mani di Parigi. Noi no, non possiamo fare nulla, e se tentiamo di difendere i confini, a mali estremi, estremi rimedi. Entra in scena un altro pezzo dell’Italia di potere, l’inquirente che indaga Salvini, probabilmente nella speranza di far saltare il patto di governo giallo blu tanto inviso ai “superiori”. Comunque vada l’iniziativa giudiziaria, è un enorme sasso in piccionaia. Un politico esperto, Gianni Alemanno, reagisce denunciando la procura agrigentina per attentato alle libertà politiche. Anche in questo caso, almeno si è fatta chiarezza. Gli schieramenti sono più netti, nessun vacanziero può dire di non aver visto e di non aver capito. Falliscono uno dopo l’altro i vertici europei sull’immigrazione per varie ragioni. Due ci sembrano decisive: l’oligarchia non può ammettere apertamente di essere dalla parte dell’invasione per timore di reazioni popolari; i governi non vogliono accogliere altri immigrati per l’ottimo motivo che non possono. Mancano le risorse, è sfumato il consenso sociale, lo dimostra la Germania e la stessa Svezia che sta per attribuire un grande successo elettorale ai partiti anti immigrazione ed euroscettici, la Francia in cui Macron è in difficoltà serie dove ogni giorno avvengono mille aggressioni, per lo più da parte di immigrati o di “nuovi francesi”.

     Parafulmine Italia                                                               

    L’Italia diventa così, per motivi geografici e per antica subalternità, il parafulmine di tutto. Il capo del governo ha fatto balenare l’ipotesi di non votare il bilancio dell’Unione e si sono aperte nuove cateratte. La voce dell’Italia interessa solo quando è accompagnata da assegni di decine di miliardi, quelli che conferiamo al bilancio comunitario e gli altri che regaliamo al Meccanismo Europeo di Solidarietà. Se poi il ministro Di Maio ipotizza di bloccare i pagamenti, apriti cielo. Un commissario europoide, un signore non eletto da alcuno, ma catapultato ai vertici per la sua appartenenza a certi ambienti, Guenther Oettinger, tedesco non per caso, ci rammenta che pagare è obbligatorio e tacere assai apprezzato. Contesta anche le cifre, non sarebbero 20 i miliardi (nostri) in ballo, ma 16 o 17. Chissà se ha messo nel conto quanto versiamo quasi quotidianamente per dazi all’importazione, che si chiamano “risorse proprie dell’Unione”, di cui possiamo trattenere solo il 20 per cento come aggio per le spese di riscossione e mantenimento della struttura tributaria, nonché la parte di IVA – che pure è un’imposta nazionale – che versiamo ai signori di Bruxelles. La storia corre, però, nulla è immodificabile, neppure l’Unione Europea, neanche i suoi trattati fatti apposta per sottrarre sovranità a popoli e Stati e impedire azioni di revoca. Corre anche nell’ambito dell’immigrazione, che è percepita come invasione e non è più un tabù. Marcia veloce anche nell’economia, ove la parola nazionalizzazione non è più vietata dai sacri testi liberisti e diventa un’opzione da discutere in libertà. Un piccolissimo esempio riguarda il ponte Morandi: per il concessionario privato la manutenzione è un costo, per lo Stato proprietario dell’infrastruttura sarebbe un investimento. Con il ponte stanno cadendo molti calcinacci. Il muro del mercato è il più resistente. L’impegno del governo dovrà essere quello di mostrare volontà di sviluppo, equilibrio e capacità di controllo del paese, decisione nella discussione del bilancio UE. Se ci riuscirà, gli “spiriti animali” si acquieteranno, anzi si schiereranno dalla parte di chi, in un modo o nell’altro, può farli guadagnare. Spezzare i monopoli privati potrebbe essere operazione gradita a settori ampi del mondo affaristico. Non sono pochi i soggetti tagliati fuori dal monopolismo dominante dagli anni 90 che potrebbero essere indotti a investire in Italia; esiste già il piano di Paolo Savona sugli attivi di bilancio al netto degli interessi sul debito. Quanto all’immigrazione, la voce assordante che sale da gran parte dell’opinione pubblica chiede che sia regolata, ricondotta alle necessità reali, ove esistano, venga ripristinata la legalità nei buchi neri in cui troppi ospiti sgraditi e non richiesti la fanno da padroni. Se esiste un clima sfavorevole agli stranieri, la migliore soluzione è ripulire l’immigrazione da due piaghe, la clandestinità e la malvivenza. Ce ne saranno grati per primi i tanti stranieri per bene che non vogliono essere confusi con i farabutti e meritano il nostro rispetto. L’operazione giudiziaria conto Salvini sembra un ballon d’essai, un tentativo proveniente dagli stessi ambienti interessati alla riscrittura giudiziaria della storia nazionale. In questi giorni tocca rivalutare persino Silvio Berlusconi, che poco ha fatto per cambiare le cose, finendo per diventare un elemento di stabilizzazione del sistema, ma che ha subito un attacco giudiziario ben al di là dei demeriti suoi – molti- e di chiunque altro. Come ha fatto questa nostra Patria a ridursi così? La storia corre, ma dovrebbe andare alla velocità della luce per recuperare trenta, quarant’anni devastanti. Da oggi, però, dopo il crollo del ponte e la paradossale vicenda della nave Diciotti, gli italiani sanno molto più di prima, alcuni hanno capito. Tocca a loro, tocca a noi, se vogliamo tornare protagonisti. Nella corsa, chi si ferma ha perduto.

                        Necessita impadronirsi delle nostre sovranità,

    ma senza sovranità monetaria e proprietà popolare dei valori monetari,

          nessun'altra sovranità sarà mai possibile, perché tutte sono

         subordinate e collegate alla prima, come in un grande domino

                                                            (Ndr)

     

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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  • Sessualità biologica o immaginaria? Siamo alla follia!

    Sessualità biologica o immaginaria? Siamo alla follia!

    Martedì, 31 luglio / 2018

    – di Patrizia Stella

     Redazione Quieuropa, Patrizia Stella, Disforia di genere, Comitato Nazionale per la Bioetica, Gender  

    Sessualità biologica o immaginaria? Siamo alla follia!

    L'ultima trovata dei profeti della teoria gender: "curare" la

    "disforia di genere" (patologia inventata)

     

    di Patrizia Stella

    disforia di genere

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa                                                                     

    Verona – di Patrizia Stella In un periodo di ferie come quello estivo dove la gente vorrebbe pensare solo positivo per potersi ritemprare dalle varie preoccupazioni, non è stata data sufficiente importanza a

                     uno dei provvedimenti più gravi e pericolosi di sempre,

                         voluti dal Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB)

            riguardo la liberalizzazione dell’uso di un farmaco dagli effetti devastanti

              che è la triptorelina, ormone che ha la possibilità di bloccare la pubertà

      in preadolescenti cui sarebbe stata diagnosticata la cosiddetta “disforia di genere”,

                            cioè l’incertezza riguardo alla propria sessualità,

    per metterli poi in grado di decidere “con cognizione di causa!” a quale sesso o categoria appartenere! (no comment!) – (1). Ancor meno risonanza è stata data dai media alla voce del Centro Studi Livatino, formato da illustri magistrati, docenti universitari, avvocati e notai che mettono in guarda dalle conseguenze devastanti che potrebbe avere l’uso di questo farmaco come da loro dichiarazione ufficiale: “I pareri del CNB si sono sempre distinti per rigore scientifico e sono stati un riferimento autorevole per le tematiche bioetiche. In questo caso invece il CNB ha avallato un farmaco che non ha evidenze scientifiche a sostegno (l’astensione dei due rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità e del Consiglio Superiore di Sanità è significativa al riguardo), e mostra una serie di gravi controindicazioni e potenziali pericoli per la salute fisica e psichica dei minori coinvolti. (…)"

    (1) Presidenza del Consiglio dei Ministri

     Disforia di genere: pura idiozia criminale!          

    Tutto ciò premesso: 1) Visto che non esistono assolutamente dimostrazioni scientifiche a supporto della esistenza di questa malattia immaginaria definita “disforia di genere”, dal momento che tutti gli esseri viventi, sia umani, che animali, vegetali, ecc.,  si sono da sempre e chiaramente distinti in “maschi e femmmine", tranne pochissimi casi da “Cottolengo” che sono semmai da curare e non certo da proporre come modelli culturali; 2) vista la gravità delle conseguenze psico-fisiche di questo farmaco che interviene a bloccare in modo devastante una delle fasi più complesse e delicate dello sviluppo della persona che è l’adolescenza maschile o femminile per lasciare i ragazzini in una specie di mondo neutrale, assurdo, virtuale, immaginario e pericoloso…

                     è indispensabile parlare chiaro facendo leva sul buon senso,

                                   vale a dire sul cosiddetto “senso comune”,

             prerogativa di tutti gli uomini, almeno di quelli che non hanno voluto

                                               perdere il “ben dell’intelletto”.

    Pensare che pediatri o genitori di un preadolescente di 7/8 anni abbiano la certezza o il dubbio che il loro figlioletto sia affetto da "disforia di genere", vale a dire individuare in lui l'incertezza circa il suo essere maschio o femmina, è pura idiozia criminale. Lo sappiamo tutti quanto la psiche, soprattutto di un bambino, sia influenzabile, al punto che, se qualcuno vuole insinuare che tu, o lui, o lei, sono affetti da una tale forma di “disforia” da pensare di poter diventare o assomigliare un giorno… (che so!) a un cane o tigre o scimpanzé… si finisce col crederci per davvero, o per lo meno dubitare di sé a tal punto da

      creare nella psiche della persona e di chi la segue con troppa superficialità,

                       squilibri psichici, idiosincrasie o schizofrenie pericolose

                                                che portano anche al suicidio.

      Le trappole del gender                                                

    La mente può essere offuscata mille volte da mille dubbi su tutto, ma abbiamo una certezza che non smentisce mai: il DNA. Fidiamoci del DNA, dell'aspetto biologico eterno che combacia perfettamente con la struttura interna e cominciamo a smontare queste pure idiozie campate su falsità distruttive dell'uomo, mettendole anche in ridicolo proprio attraverso quella scienza che loro pretendono di usare ignobilmente perché ci considerano poveri imbecilli da manipolare a loro uso e consumo. Purtroppo è talmente martellante questa propaganda pro gender in tutto il mondo, che affermare ciò che è stato creduto da sempre dall’umanità, ovvero che il sesso è determinato sin dalla nascita irreversibilmente, espone ad attacchi feroci, come accaduto al dott. David Mackereth (foto in copertina: la prima grande da sinistra) il quale è stato licenziato dall’ospedale di Londra dove lavorava, per aver affermato questo.

                                                  La propria indentità è unica,

                       sola, irripetibile, esclusiva, come l'impronta digitale di ciascuno!

                  E' quella che è uscita dal grembo materno e che, per nostra fortuna,

                                                    ci identifica fino alla morte.

    Cadere nelle trappole del gender è come vivere la fiaba di Alice quando viene catapultata nel paese delle meraviglie: si vive in un mondo immaginario, fantasioso, fiabesco o brutale, però sempre molto pericoloso per tutti perché, negando la propria identità sessuale, si finisce col negare anche i rapporti parentali, sociali e perfino spirituali con lo stesso Dio che con assoluta certezza "maschio o femmina li creò" dice la Bibbia. Adesso che le ragazzine vestono peggio dei maschi, non piu con graziose gonnelline a fiori ma con disgustosi pantaloncini-slip a giro gluteo, tutte uguali come pecore nude, si è perso perfino il gusto del bello, dell'eleganza, della raffinatezza femminile. Godiamo invece della nostra chiara identità sessuale biologica, evidente fin dalla nascita, pienamente maschio o pienamente femmina, totalmente e felicemente “maschio o femmina”, tutte le altre fantasie immaginarie sono solo sinonimo di grandi sofferenze. Purtroppo, mentre i Vescovi e la chiesa in genere fanno campagne roboanti in favore dell’immigrazione selvaggia, non c’è una sola voce autorevole, o assai poche e deboli per la verità, che si alzi a tuonare contro la criminale teoria del gender, rovina delle future generazioni.  E' ora di dire basta!

    Patrizia Stella (Copyright © 2018 Qui Europa)

    patrizia@patriziastella.com

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    15 febbr

  • La moneta, la nave Italia e l’armatore disonesto

    La moneta, la nave Italia e l’armatore disonesto

    Domenica, 29 luglio / 2018

    – di Nicola Arena, Sete di Giustizia  

     Redazione Quieuropa, Auriti, Nicola Arena, moneta-debito, Nave Italia,  armatore disonesto     

    La moneta, la nave Italia e l'armatore disonesto

    La proprietà popolare della moneta è l'unica rotta percorribile

    dalla nave Italia, per evitare l'affondamento programmato

     

    di Nicola Arena / Sete di Giustizia

     Redazione Quieuropa, Auriti, Nicola Arena, moneta-debito, Nave Italia,  armatore disonesto

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     L'armatore disonesto                                                

    Roma – di Nicola Arena / Sete di Giustizia In una società organica ogni membro della collettività deve svolgere un ruolo al servizio degli altri, affinché tutti ne traggano beneficio, realizzando il cosiddetto "bene comune". Possiamo paragonare quindi una nazione a una nave che, per navigare, ha bisogno del comandante e del suo equipaggio. Ognuno deve svolgere il proprio lavoro con responsabilità, impegno e determinazione, sapendo che da questo dipende il buon funzionamento di tutta la nave e il raggiungimento dell’approdo desiderato.  A volte si è costretti a navigare attraversando il mare in burrasca con onde alte, dove i più forti sono costretti a compiere estenuanti turni di lavoro per sopperire alla mancanza di aiuto di quelli che non sono in grado di sopportare il mal di mare. Altre volte invece durante i periodi di bonaccia, le giornate scorrono in tranquillità e ritorna fra la gente il sorriso; la quiete dopo la tempesta. A bordo le difficoltà non mancano, ma con l’aiuto di tutti e l’intento comune di mantenere la giusta rotta si vive nella speranza e consapevolezza di riuscire a vincere le difficoltà e raggiungere l’approdo.

           Il sistema del debito genera in una nazione gli stessi effetti devastanti

    per una nave messa appositamente, dal proprio armatore sotto una cascata,

                    rischiandone l’affondamento con tutto il suo equipaggio.

    Per comprendere la portata negativa della realtà descritta, possiamo immaginare un armatore disonesto e senza scrupoli e paragonarlo al sistema bancario mondiale che decide arbitrariamente le sorti d’intere nazioni. L’armatore disonesto mette in atto un crimine servendosi di mercenari loschi, creando nello scafo  tante falle; poi ordina al comandante di far correre l’equipaggio da prora a poppa per cercare di turarle, svuotado l'acqua che nel frattempo ha allagato i piani bassi della nave.  Così i marinai sono costretti a fare turni estenuanti con i secchi per esaurire l’acqua imbarcata, onde evitare l’affondamento della nave. Alcuni marinai sotto coperta si accusano a vicenda d’inefficienza. Intanto il livello dell’acqua sale… I marinai che si trovano nei ponti in alto hanno invece un atteggiamento più rilassato e disinteressato, nella falsa consapevolezza che l’acqua non arriverà mai al loro livello: molti di loro non si accorgono nemmeno di quello che sta accadendo ai piani inferiori. Il comandante e gli ufficiali di guardia in plancia, servitori malvagi e fedeli all'armatore, certamente sanno quello che accade perché conoscono i piani diabolici del loro oscuro superiore. Essi vivono però serenamente, certi che se la nave dovesse affondare, arriverà tempestivamente un elicottero a prelevarli. Intanto il livello è già salito oltremisura ed è prossimo ormai al ponte di coperta, quando già si vedono le prime vittime.

     Verso porti sicuri                                                        

    Eppure la soluzione per evitare l’affondamento esiste ed è semplice, cioè quella di togliere la nave da sotto le cascate e indirizzarla nel bacino più vicino per effettuare le necessarie riparazioni. Nessuno però vuole suggerire al comandante e agli alti ufficiali di intraprendere queste giuste azioni. L’armatore intanto se la ride dal salotto di casa perché, avendo scommesso sull’affondamento della nave, riceverà un enorme premio assicurativo. Non importa quante siano le vittime, anzi spesso sono necessarie per rendere il crimine come un accadimento imprevedibile e dovuto a circostanze inspiegabili o a problemi tecnici contingenti.

    Nella vita reale è chiaro che le cosiddette crisi economiche sono create dai grandi usurai,

                     che dominano il sistema politico-economico-finanziario mondiale,

                                   solo per generare malessere e controllo sociale

                                                  (sia materiale che spirituale).

    Non esisterebbe alcuna crisi economica se ogni popolo fosse proprietario della propria moneta e potesse disporre e attuare a proprio grado e piacimento le scelte politiche, monetarie ed economiche del proprio paese. Nel mondo in cui chi comanda è il banchiere non esistono regole morali ma solo programmi ben studiati per far crescere negli uomini la sete di denaro e di potere.. e quindi per legare la società con il debito indotto dall'emissione monetaria (senza riserva aurea). La carenza di mezzi monetari spesso genera conflitti sanguinosi fra la povera gente costretta ad aggredire i propri simili per riuscire a sopravvivere, come in una giungla.

                         E’ giunto il momento che i rappresentanti del popolo,

                                   attraverso una nuova presa di coscienza,

             comprendano finalmente la centralità e l'urgenza dell'applicazione

                   della teoria auritiana della proprietà popolare della moneta

         e, così facendo, prendano in mano il timone di questa bella nave Italia

    oltraggiata e ferita nella sua struttura socio economica, approdando a porti sicuri e acque tranquille: il più lontano possbile dalla mortale cascata del debito non dovuto. Occorreranno tanti anni per riparare il danno subito ma, ne siamo certi, il popolo italiano (e non solo) saprà ritrovare la forza e l’onore per sconfiggere l’armatore disonesto (il grande usuraio) e navigare finalmente in acque tranquille nel mare della giustizia e dell’amore reciproco.

    Nicola Arena (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito:
     

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • Moneta, Lavoro, Schiavitù: inganni della prospettiva lavorista

    Moneta, Lavoro, Schiavitù: inganni della prospettiva lavorista

    Domenica, 22 luglio / 2018 

    – di Sergio Basile / Presidente Sete di Giustizia – 

     Redazione Quieuropa, Sergio Basile,  marxismo, liberismo, moneta-debito,  schivitù, costituzione         

    Moneta, Lavoro, Schiavitù: inganni della prospettiva lavorista

    In una società fondata sull'usura, il lavoro è un subdolo e potente

    strumento di schiavitù. L'arcano svelato nel documento segreto

    della Banca d'Inghilterra del 1862: The Hazard Circular

     

                                       Capitalismo e Comunismo giocano con il popolo

             come fanno due gatti affamati con il topo moribondo, togliendogli il formaggio

                  e facendoglielo sognare eternamente, all'interno di una gabbia dorata

                                                    costruita dal sistema bancario e

                                           con al centro una grossa ruota per criceti

                                                                        ( Sergio Basile )

     

    di Sergio Basile / Presidente Sete di Giustizia

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     Lavorismo, come strumento di dominio              

    Catanzaro  di Sergio Basile –  Tra la folta schiera dei falsi maestri del pensiero che di più hanno influito – e influiscono ancor oggi – sull'involuzione delle moderne comunità sociali, ne possiamo citare almeno sette (numero della pienezza) o otto, senza nulla togliere alla potenza distruttiva di altri loro "illustri" colleghi. Tra di essi i più falsi e pericolosi sono stati indubbiamente Freud, Darwin, Lutero, Cartesio, Rousseau, Hegel, Adam Smith e Marx. Quest'ultimo, in particolare, è stato il fondatore della religione laica più subdola e pervasiva della storia, il social-comunismo. La parola sinistra, come riconosciuto dallo stesso "compagno-filosofo" Massimo Cacciari in Il concetto di sinistra, è storicamente segnata dal marchio dell’insufficienza, condannata da un destino inscritto nella sua stessa etimologia latina: sinisteritas significa inettitudine, goffaggine. In effetti mai definizione fu più azzeccata! Dal momento che il tentativo (riuscito) di proletarizzare i popoli del mondo attraverso la "rivoluzione totale", privandoli dello status originario di proprietari e quindi della facoltà di essere davvero liberi di gestire il proprio presente e futuro, dinanzi al tribunale della storia, non può che definirsi come il più goffo tentativo dell'élite che innalzò il primo governo comunista (governo Kerensky) nel violento settembre 1917 (cioé dei banchieri internazionalisti) di rivendicare un ipotetico, mitico, evanescente processo di "liberazione umana". Tentativo goffo e fallito, anche se i filosofi e gli storici sembrano non essersene accorti, invocando spesso e volentieri, come nel caso del filosofo Diego Fusaro, autore di "Bentornato Marx", il ritorno dei soliti antichi fantasmi, trasformati in improbabili e fieri cavalieri dell'Apocalisse inviati in una "presunta guerra" o "missione di pace" – espressione cara al gergo democratista – contro i  signori del "Capitale".

                              E' curioso notare come la sinistra, nata dalla rivoluzione

                              fomentata dai banchieri d'estrazione giudeo-bolscevica

    una volta assicuratasi la confisca della sovraità monetaria dei popoli, a vantaggio dei primi,

           abbia storicamente difeso la supremazia logico-temporale del lavoro sulla libertà,

              cioè del principio lavorista non tanto su quello liberale, quanto sui principi di

                       Dignità, Libertà, Uguaglianza, Solidarietà, Cittadinanza e Giustizia:

     che invero, sarebbero stati valorizzati soltanto in un regime di piena proprietà privata.

            Così facendo la sinistra, innalzando e istituzionalizzando la prospettiva lavorista

      a livello"democratico", costituzionale e "statale", al di fuori di ogni sovranità monetaria

            ha finito per ingabbiare l'uomo in una prigione economico-sociale ed ideologica

                    che non ha precedenti nella storia: neppure i faraoni osarono tanto

                                     durante la biblica prigionia del popolo d'Israele.

     Liberismo e collaborazionismo alla proletarizzazione   

    D'altra parte il liberismo ha giocato lo stesso ruolo (ingabbiare le masse) puntando sempre sul presupposto lavorista, ma inquadrato da una diversa angolazione: quella del grande capitale dispensatore di briciole di libertà impiegatizia, nei confronti di un substrato sociale reso bestiale e proletario dallo "Stato" caro a Marx.

                 "Esiste anche un’altra alleanza — a prima vista strana e sorprendente —

                              ma che se ci si pensa è ben fondata e facile da capire.

                       Questa alleanza è tra i nostri capi comunisti e i vostri capitalisti"

                                                          ( Vladimir Lenin )

    Il liberismo, e la sua metamorfosi repentina in dittatura iper-capitalista globale, ha dunque assunto un ruolo strategico essenziale nel contraltare ideale della rivoluzione marxista, infiammata da due presunti contendenti (capitalisti e proletari) posti in stato di perenne agitazione e ideale precarietà per l'accaparramento di un surplus (teoria del surplus/plusvalore marxista) gestito a priori e senza appello dai signori della moneta, i banchieri:

               ciò attraverso l'immissione arbitraria nel circuito economico e finanziario,

              di un tributo criminale e non dovuto, chiamato moneta-debito, destinato

      a ripagare beffardamente le masse salariate con un semplice debito e quindi destinato

      1) ad indebitare perennemente sia i lavoratori-proletari che le piccole e medie imprese

                                non rientranti nelle grazie dei banchieri di turno

          2) a solidificare le basi delle grandi multinazionali, foraggiandole lautamente e

                 distruggendo di fatto la libera concorrenza e il "libero mercato"

     Dimensione spirituale e relazioni socio-economiche 

    Come inquadrare dunque il lavoro? Dono, maledizione, schiavitù o panacea all'atavico malessere umano? La risposta esiste ed è avvolta tra le pieghe della storia. Dio nelle Sacre Scritture (Bibbia) dopo aver creato il mondo e l'uomo ed aver reso Questi proprietario universale dell'Eden (e non schiavo-debitore), dopo la caduta e la superbia originale pone il lavoro al centro della vita dell’uomo qual freno al suo orgoglio, ma non gli nega la "sacra ed originaria proprietà" della terra e dei suoi provvidenziali frutti. Il lavoro nobilita l'uomo (essere spirituale e proprietario/destinatario di beni materiali e spirituali), quest'essere eletto che Dio, malgrado la caduta, dimostra di amare restituendogli dignità e preservandolo dai rischi dell’ozio e della connessa perdizione. In quest'ottica, e solo in quest'ottica, il lavoro assume un'importanza quasi mistica: lavoro è dignità e dignità è lavoro, in una perfetta e biunivoca corrispondenza.

                               Mangerai il pane con il sudore della tua fronte

                                                         ( Genesi 3,19 )

    "Stai fermo al tuo impegno e fanne la tua vita, invecchia compiendo il tuo lavoro".

                                                       ( Siracide 11,20 )

    A prova di ciò, San Benedetto predicava "Ora et Labora", consapevole della dimensione inanzitutto spirituale della vita e delle relazioni sociali e poi – di scorta – della necessità evangelica e biblica del lavoro, contemplato, tuttavia, non come mezzo di auto-liberazione "religiosa e sociale", ma come mezzo di ulteriore innalzamento delle virtù personali, annaffiate preventivamente ed affrancate dalla linfa vitale dello spirito. La sinistra e lo stesso liberismo, sbarazzandosi dell'accezione benedettina "Ora (prega)", propedeutica alla seconda (labora) hanno ricondotto subdolamente il lavoro a unico protagonista della scena, riconoscendogli atavicamente, tra l'alro, un valore – oserei dire – religioso e sacro che non gli spetta assolutamente al di fuori di una visione spirituale del processo storico. Mentre il lavoro diventava il "tutto dell'uomo" (trasformato da proprietario universale dei doni di Dio a proletario indebitato, depresso e frustrato) nel contempo l'uomo si trasformava in un semplice pezzo dell'ingranaggio economico globale, costringendo se stesso ad un ergastolo volontario e "benedetto", all'interno della sofisticata macchina economico-sociale e industriale creata dall'impero bancario.

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     The Hazard Circular: lavoro come schiavitù       

    La palese ammissione di questo crimine, probabilmente il più mistificato della storia, può ricondursi a un documento segretissimo, in lingua inglese, di cui non esisteva traduzione in italiano sul web, almeno fino ad oggi: The Hazard Circular. Tale documento dirompente, in Italia è stranamente sfuggito a tutti i corsi universitari di economia, diritto del lavoro e diritto commerciale. Si tratta di una circolare emessa nel 1862 dalla privata Banca d’Inghilterra, emanazione Rothschild, nei confronti dei banksters americani nel tentativo di bloccare il presidente Usa Abramo Lincoln e il suo Greenback (biglietto di stato emesso senza debito) poiché esso simboleggiava il grado massimo di insubordinazione dell'uomo comune nei confronti del cartello bancario.  The Hazard Circular è l'ammissione di un crimine, avente come corpo del reato, in ultima istanza, proprio l'arma lavoro. In essa la Bank of England ammise come, in un sistema di usura legalizzata (cioé di creazione ed emissione di moneta-bebito quale linfa mortale dell'economia) il controllo sui lavoratori fosse possibile mediante il controllo sui salari, e che a loro volta i salari sarebbero potuti essere condizionati e falsati attraverso il controllo sulla moneta. Ovviamente il biglietto verde sgravato da debito pubblico, voluto coraggiosamente da Lincoln, svincolato della morsa del sistema bancario privato, minacciava la buona riuscita, a livello internazionale, di un piano egemonico antico, esercitato in primis in Europa, proprio attraverso la Banca d’Inghilterra. Il lavoro in un regime di usura – qual è quello odierno – diventa quindi un'arma di controllo di massa e auto-distruzione: il lavoratore dapprima viene ripagato con un debito, vedendo praticamente azzerato il proprio sforzo; di scorta viene privato del suo tempo libero e ingabbiato in una ruota per criceti. Che formidabile forma di shiavitù! Eppur spacciata per forma eccelsa di "liberazione" sia dai governi liberali che social-comunisti.

                              "La schiavitù sembrerebbe abolita dal potere delle guerre

                                      e la schiavitù dei beni mobili (danaro) distrutta.

    Di ciò io e i miei amici europei siamo lieti, perché gli schiavi non sono i proprietari del lavoro,

         ma sono quelli che lo portano avanti, mentre il piano europeo guidato dall’Inghilterra

                             è che il capitale controllerà il lavoro, controllando le tasse.

                                         Ciò può essere fatto controllando il denaro.

                   Il grande debito che i capitalisti vedranno è portato avanti dalle guerre

                    e deve essere usato come mezzo di controllo della quantità di denaro.

          Per realizzare ciò, i bonds (titoli d stato) devono essere usati come base bancaria.

                                   Ora stiamo aspettando il Segretario del Tesoro,

            che darà luogo alla sua raccomandazione al Congresso (Congresso Usa – Ndr).

    Ciò non permetterà al “Greenback” (circolante emesso da Lincoln, sgravato da debito – Nds)

         di circolare come denaro per sempre, infatti, questo non lo possiamo permettere.

                           (  The Hazard Circular – Bank of England, London, luglio 1862 )

    La schiavitù, come traspare dal compromettente documento in esame, non è altro che l'asfissiante dominio sul lavoro umano, esercitato “legalmente” mediante il controllo sui salari, a sua volta possibile grazie al controllo arbitrario sull’emissione della moneta a debito e senza riserva aurea (puro ed illusorio alibi storico). Nel 1863, per la cronaca, dopo aver finanziato l’elezione di numerosi senatori, i banchieri degli Stati Uniti d'America, in obbedienza al diktat Rothschild, esercitarono con successo pressioni affinché il Congresso revocasse la legge sui Greenback.

     Definitivo crollo del castello di bugie marxista          

    La conoscenza di questo documento esplosivo (sia pur tra i meno conosciuti della storia), occultato sia dagli storici che dai sociologi e filosofi (marxisti e liberisti) ha implicazioni enormi, andando a destabilizzare l'intero impianto del castello marxista.

                                      Esso confuta e ridicolizza la concezione marxista

                           per la quale è il lavoro che emancipa l’uomo e che, pertanto,

                        l’emancipazione dal lavoro, cioè la libertà assoluta dell’individuo,

                      sia nient’altro che una conseguenza dell’emancipazione del Lavoro,

                            cioè del soggetto collettivo di contraddizione al Capitale.

    Come dimostrato questo postulato è intriso di falsità, poiché il lavoro è diventato uno strumento di dominio e schiavitù e (secondariamente) il Grande Capitale non fu mai veramete posto in antitesi al modello di proletarizzazione marxista, in quanto entrambi furono generati dal cartello bancario unito: tre piedi di un unico, maledetto, vizioso tavolo d'azzardo popolato da avidi bari.

     Falsità della teoria lavorista in chiave di "progresso"   

    La teoria lavorista, in questo sistema, è quindi un grande inganno e non può essere la coerente espressione del progresso del movimento popolare del lavoro, auspicata dal social-comunismo; cioé non può essere il "verbo sacro" e invocato su più fronti (haimé anche su quello del modernismo cattolico eretico) utile all'affrancamento degli uomini dalla miseria e dalla schiavitù. Il socialismo, in tal modo, ha sempre negato i diritti e le libertà del soggetto, sacrificandolo allo strumento moneta e alla "volontà del partito", sull'altare della causa rivoluzionaria: causa di estenzione globale del potere dell'élite bancaria e dei suoi oscuri mentori e profeti, devoti alla religione oscura dell'anticristo e ai suoi blasfemi postulati. Il socialismo e il liberismo capitalistico – due facce della medesima medaglia – si sono serviti del popolo lavoratore per perseguire gli obiettivi egemonici dell'élite attraverso l'innalzamento dei modelli costituzionali al rango infallibile di Sacre Scritture.

     Vero scopo delle costituzioni massoniche                       

    Ecco perché le costituzioni massoniche, invero, nascondendo e non riconoscendo la sovranità monetaria ai popoli, hanno di fatto negato ogni forma sostanziale di sovranità popolare. Ecco dunque svelato l'arcano lavorista dell'articolo 1 della Costituzione, che vede proprio nel lavoro-schiavitù (poiché orfano della sovranità monetaria) il fulcro dell'inganno estremo su cui si fonda la Repubblica democratica. Ne consegue l'assoluta inconsistenza di ogni teoria lavorista e l'assoluta urgenza dell'affermazione di un regime di sovranità monetaria che passi dalla piena proprietà (universale) dei beni in seno alle masse (postulato chestertoniano)  e non dalla proletarizzazione delle masse. Gli uomini devono tornare ad appropriarsi dei frutti e dei tesori del biblico Eden, mediante il riconoscimento della proprietà popolare dello strumento monetario (postulato auritiano). L'assenza di sovranità monetaria e l'esame storico-giuridico-filosofico sopra esposto, regalano un'immagine impietosa ma reale degli assunti lavoristici della nostra osannata e "amata" (quanto devastante) Costituzione.

                       « L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

                                           La sovranità appartiene al popolo,

                           che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. »

                                                                Art. 1 Cost

                          "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro

                        e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

      Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta,

     un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".

                                                    Art.4  Cost, comma 1 e 2

    L'Italia non dovrebbe essere una Repubblica fondata sul lavoro (cioé sul precariato proletario con retrogusto schiavista) ma sulla felicità, dolcissima parola che fa rima con sovranità: spirituale, monetaria, territoriale e culturale, in primis. Non a caso oggi Spirito, Moneta, Territorio e Cultura, sono i principali teatri di scontro di una guerra di religione senza confini; i luoghi ideali dell'essere posti sotto assedio dall'invasore e nemico di Dio e degli uomini.

    Sergio Basile (Copyright Qui Europa © 2018 )

    infounicz.europa@gmail.com

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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    Lunedì, 23 Gennaio/ 2017    di Nicola Arena e Sergio Basile / Sete di Giustizia  Redazione Quieuropa, sistema bancario, Nicola Arena, Sergio Basile, Sete di Giustizia, moneta, Bit-coin  Bit-coin: l'apoteosi dell'astrazione e del nulla, la perfetta moneta satanica L'ultima frontiera della schiavitù monetaria passa per l'impulso di un computer                […]

    Blockchain, un nome nuovo per attuare i vecchi paradigmi del Socialismo

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    Sabato, 7 ottobre / 2017  di Patrizia Arcana / gamerlandia.net  Redazione Quieuropa, Patrizia Arcana, Socialismo, Blockchain, Sistema bancario, trappola  Blockchain, un nome nuovo per attuare i vecchi paradigmi del Socialismo L'arma nuova dello gnosticismo e socialismo-massonico: alleanza bilaterale tra governo a carattere confiscatorio  e tecnologia pervasiva di sorveglianza   di Patrizia Arcana                 […]

    L’uomo sottomesso all’oggetto moneta

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    Mercoledì, 23 agosto/ 2017  di Nicola Arena, Sete di Giustizia  Redazione Quieuropa, Sete di Giustizia, Giacinto  Auriti,  Nicola Arena, Moneta  Debito, creazione del valore, criptovalute   L'uomo sottomesso all'oggetto moneta Il grande paradosso della mancanza di danaro nell'odierna società e la grandissima balla delle criptovalute   di Nicola Arena, Sete di Giustizia       […]

    Draghi, i draghi delle Banche Centrali e il ruolo della Chiesa di Cristo

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    Lunedì,  Agosto 25th/ 2014  – di Sergio Basile – Redazione Quieuropa, Sergio Basile, Mario Draghi, Janet Yellen, Federal Reserve, Vaticano, Papa francesco, Banca Centrale Europea, Spread, moneta, questione monetaria, BCE, FED, Washington, Roma, Politiche accomodanti, disoccupazione e previsioni della BCE, Usura, usurocrazia in Europa, lo scudo anti-spread è una bufala, convocare i propri vescovi e le proprie conferenze episcopali  Draghi, i draghi […]

    Rivoluzione e Sionismo, Rivelazioni eccellenti – 2 – Le ammissioni dei rabbini Lior e Waton

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    Venerdì,  Luglio 25th/ 2014 – Redazione Qui Europa – Redazione Quieuropa, Gaza, sionismo-ebraico, comunismo, editto del rabbino dell’enclave sionista di Kiryat Arba, Dov Lior, bolscevismo, destra e sinistra, rivelazioni eccezionali, Università di Mosca, Marx, marxismo, bolscevismo, Rabbi Harry Waton, Rivoluzione bolscevica, comunismo e socialismo, Adolphe Cremioux, Program for the Jews, distruzione degli stati cristiani  Rivoluzione e Sionismo, Rivelazioni eccellenti – […]