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  • Calcio moderno: l’avanguardia della globalizzazione

    Calcio moderno: l’avanguardia della globalizzazione

    Giovedì, 12 giugno / 2018

    – di Roberto Pecchioli 

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli,  Calcio, globalizzazione, Cristiano Ronaldo , tifosi         

    Calcio moderno: l'avanguardia della globalizzazione

    L'effetto Ronaldo e l’outlet globalizzato del pallone

     

    di Roberto Pecchioli

    CALCIO MODERNO - L’AVANGUARDIA DELLA GLOBALIZZAZIONE

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Calcio, avanguardia della globalizzazione            

    Roma – di Roberto Pecchioli Il settore economico di massa in cui più è evidente la pervasività del mercato e più avanzata la mondializzazione è forse lo sport professionistico. Non è azzardato affermare che è un’avanguardia della globalizzazione, un vero e proprio outlet grande quanto il mondo, nel quale l’aspetto meno rilevante è il risultato sportivo. Esso importa soltanto ai clienti finali, gli appassionati e i tifosi, il cui unico compito è aprire il portafogli per acquistare a carissimo prezzo il materiale d’affezione, sciarpe, magliette e simili, il diritto di assistere – prevalentemente attraverso la televisione – alle manifestazioni sportive e naturalmente ogni altra merce di consumo griffata con il marchio della squadra del cuore o del campione del momento. La trasformazione del calcio è la prova di quanto asserito, la cui evidenza si manifesta nelle competizioni internazionali e, in ambito italiano, con il trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus, che la stampa specializzata ha battezzato, con scarsa fantasia, il colpo del secolo. Chi scrive è un tifoso pentito, frequentatore dall’infanzia dello stadio genovese di Marassi, sponda Sampdoria. Confessiamo un colpevole disinteresse per i mondiali di Russia, dovuto in piccola misura all’assenza della nazionale italiana, ma in larga parte al fastidio invincibile per un sistema che ha reso lo sport un’industria tra le tante, sfruttando l’ingenuità degli appassionati. Le squadre professionistiche sono società per azioni, alcune sono quotate in Borsa, unica legge è il profitto.

     Mercanti globali                                                         

    Anche in Italia, come è già capitato in Inghilterra e altrove, la titolarità dei club non solo non è nelle mani di azionisti connazionali, ma appartiene a fondi internazionali, entità finanziare, strane cordate di investitori dei cinque continenti. Gli stessi calciatori, a cui i tifosi si affezionavano fino a identificarli nella squadra (Rivera e il Milan, Totti e la Roma) sembrano attori di compagnie di giro. Oggi recitano a Buenos Aires, la settimana prossima, fuso orario permettendo, si esibiranno a Milano, poi a Tokyo o Shanghai. Sfidiamo i tifosi di una qualunque delle squadre di serie A, ma anche di B e persino C, a ricordare la formazione dell’anno precedente: il mercato è sempre aperto, calciatori di cento nazionalità si trasferiscono da un lato all’altro del mondo a velocità sorprendente. Ragazzini, specie africani, vengono imbarcati a frotte per essere inseriti nelle formazioni giovanili con il miraggio di una carriera da professionisti.

     Nel giro calcistico                                                       

    Un esercito di procuratori sportivi, agenti, mediatori, faccendieri, consulenti di ogni risma, sedicenti scopritori di talenti, si muovono nell’ambiente, decisi a prendere per sé una fetta della torta. Il trasferimento di Ronaldo alla Juventus è costato oltre cento milioni che andranno al Real Madrid, titolare del cartellino del campione portoghese, ma quanto altro denaro sarà andato a pubblicitari, fiscalisti, legali? E quanta parte delle somme di ogni operazione legata al calcio sfugge al fisco, tra pagamenti estero su estero, società schermo, fantasiose fatturazioni di servizi? In più, è relativamente semplice “aggiustare” i bilanci lavorando su plusvalenze e minusvalenze, attribuendo ai calciatori un valore esagerato o inferiore al reale. Attualmente, sono sotto processo sportivo il Chievo Verona e il Cesena, accusati di aver organizzato un sistema di compravendite reciproche a somme gonfiate per sistemare i bilanci, superare i controlli della federazione ed essere ammesse ai campionati. Il sistema pare collaudato. Nel frattempo un’altra società, il Foggia, è stata condannata a una pesante penalizzazione per aver effettuato pagamenti in nero, con l’aggravante, secondo l’accusa, che si tratterebbe di denaro proveniente da attività illecite. Nel giro calcistico si muovono torme di personaggi di assai dubbia correttezza. I fallimenti, negli ultimi venti anni, hanno coinvolto moltissime società grandi e piccole, senza risparmiare corazzate come la Fiorentina, il Napoli e più recentemente il Parma, già coinvolto nella bufera Parmalat.

     Mani straniere                                                             

    Il Cesena è nel mirino dell’Agenzia delle Entrate per un debito fiscale di 40 milioni di euro (ottanta miliardi delle vecchie lire), mentre la Roma, anni fa, travolta da debiti che misero in grave difficoltà la famiglia proprietaria, i Sensi, finì alle banche creditrici e poi a investitori americani. La Lazio ha ottenuto da tempo una lunghissima rateazione del proprio debito fiscale. Il caso del Milan è impressionante: dopo la trentennale gestione Berlusconi, la proprietà è in mani cinesi, così poco sicure da essersi indebitate con il fondo speculativo Elliott, divenuto padrone della prestigiosa società rossonera, di cui probabilmente non sa che farsene, nella quale dovrà investire denaro per non perdere somme enormi e poter rivendere la squadra che fu dei Rizzoli e del Cavaliere. L’Inter, l’altra grande milanese, ha visto gettare la spugna la famiglia Moratti, la quale, almeno, ha ceduto la Beneamata a cinesi di maggiore solidità economica. Tra le squadre della serie A, anche il Bologna è di proprietà americana, come il Venezia in B, mentre, a livelli più bassi, variopinti personaggi provenienti da ogni dove possiedono società di antica tradizione, tipo la Reggiana in crisi grave, mentre la provincia calcistica pullula di strani personaggi il cui ruolo si risolve in genere nel farsi gli affari propri.

     Il caso Ronaldo                                                             

    Significativo è il caso Ronaldo. L’asso portoghese ha lasciato il Real Madrid e la Spagna probabilmente per il pesante contenzioso con il fisco spagnolo, a cui ha dovuto corrispondere oltre venti milioni di imposte non pagate. Lo strapotere della Juventus (Fiat) consentirà ai bianconeri altre vittorie nel campionato in assenza di concorrenti, ma, paradossalmente, i primi a fregarsi le mani sembrano proprio gli avversari. Il patron del Napoli De Laurentiis chiede di rinegoziare il valore commerciale dei diritti televisivi del nostro campionato, fissato per la prossima stagione attorno al miliardo di euro, giacché la presenza di Ronaldo rende più appetibile la Serie A sul mercato globale. Nella divisione della torta la parte del leone la fanno le società dotate del maggiore bacino di utenza, dunque, oltre allo stesso Napoli, la Roma e ai colossi del nord, Juve, Inter e Milan.

     Società piccole sempre più povere                            

    I ricchi del calcio, dunque, come nella società del mercato globale, diventano sempre più ricchi, gli altri possono fallire, oppure si arrangino divenendo satelliti delle grandi. Già esistono casi di doppia proprietà da parte degli stessi azionisti (la Salernitana è del laziale Lotito), alcuni presidenti cambiano società con disinvoltura (Zamparini, Spinelli).  Novità assoluta è il trasbordo del Bassano (serie C) nel capoluogo, per raccogliere il nome del Vicenza acquisito dal gruppo Diesel. Tra gli sponsor del calcio figurano le maggiori imprese di scommesse sportive, fino al recentissimo divieto imposto da Di Maio con grande scandalo degli adoratori del mercato. L’ombra delle scommesse è pesante, ha già infangato calciatori, faccendieri e qualche società. Poco vale invocare la distinzione tra mercato legale e criminale, poiché prosperano entrambi, con il sospetto di manipolazione malavitosa di alcuni risultati del campo. I tifosi, ovvero i clienti, contano poco o nulla. I più fedeli sono costretti alla schedatura attraverso la tessera del tifoso, che peraltro è anche una carta di credito per comprare prodotti di ogni tipo nei circuiti commerciali; vengono sottoposti a perquisizione all’entrata degli stadi, accedere ai quali è un percorso a ostacoli: camminamenti, cancelli, sbarre, tornelli. Il risultato è tribune sempre meno affollate, anche per gli orari delle partite determinati dalla televisione, oltreché per assurdi divieti di assistere agli incontri a carico dell’intera cittadinanza. Per limitarci alla realtà genovese, in certe occasioni vige il divieto di vendita dei biglietti fuori provincia, con il risultato di impedire la presenza di tanti tifosi di Genoa e Sampdoria residenti nelle zone vicine. Ciò senza aver debellato il fenomeno della violenza, i cui protagonisti sono ben conosciuti in ogni tifoseria. Ciò che si persegue è ridurre il calcio a spettacolo televisivo di vertice, poiché Catanzaro-Matera ovviamente non verrà trasmesso. I tifosi scelgono sempre più di assistere da casa alle partite delle grandi, mettendo in crisi irreversibile le piccole e medie società professionistiche, legate agli incassi del botteghino. Ma è il mercato, bellezza, e pazienza se i fallimenti fioccano (gli ultimi hanno riguardato club di città ricche e importanti come Modena e Vicenza) e nessuno è interessato a finanziare il movimento giovanile per formare calciatori italiani. Nulla di strano, al di là delle responsabilità di federazione e selezionatore, se l’Italia non ha partecipato al campionato mondiale e se, guarda caso, diversi calciatori della rivelazione Croazia giocano da noi.

     L'effetto Ronaldo                                                           

    Intanto, l’effetto Ronaldo si sta sentendo sui media “social”. Nel mondo in poche ore sono aumentati di un milione i seguaci (follower) della Juventus. Maglie, gadget e gli altri oggetti – dai profumi alla ciabatte – legati all’immagine di Ronaldo andranno a ruba appena disponibili. Il mercato vince sempre e, diciamolo, imbroglia sempre poiché milioni di persone sono disponibili all’inganno. Tenuto conto delle somme da capogiro che vanno agli sportivi di vertice e del giro delle sponsorizzazioni, quali sono i profitti reali delle multinazionali che dominano il mercato? E qual è il costo industriale dei prodotti, visto l’elevatissimo valore di scambio? Un breve giro nei negozi specializzati desta scandalo in chi non è tifoso, o non ha gli occhi foderati di prosciutto. In tutto questo, poca importanza ha il risultato sportivo. Vincerà il più ricco; la competizione, impossibile in Italia, Francia, Germania, Spagna, resta a livello continentale, limitata a una decina di grandi società. Il fenomeno dell’Ajax Amsterdam di Cruijff è oggi irripetibile. Gli stessi Milan e Inter non reggono il massimo livello. Potremmo senz’altro indicare il nome delle finaliste della prossima coppa dei campioni (che in Italia chiamiamo Champions League) in una rosa di non più di cinque- sei grandi club. Il gigantismo del mercato industriale globalizzato si è trasferito nello sport, espellendo i meno grandi. I ricavi di pochi colossi costituiscono il grosso del volume d’affari totale. Stupisce davvero che tanti appassionati si ostinino a sperare nel successo delle loro squadre, estranee al giro che conta, ma ancora più colpisce il tifo di massa per le corazzate. A noi resta ben difficile appassionarci a un marchio industriale i cui fatturati dipendono dalla nostra stessa dabbenaggine, gioire per una rete del top player rivista da mille posizioni in TV, correre a comprare la maglietta fabbricata da poveracci per quattro soldi e rivenduta con ricarichi mostruosi e royalties messe al sicuro in qualche angolo di mondo presso società create alla bisogna. Tutt’al più possiamo scegliere se essere clienti di un affare simile all’amo e alla lenza di una pesca miracolosa (per loro).

     Saremo nostalgici ma…                                                 

    Saremo nostalgici, ma rimpiangiamo vecchi signori come l’avvocato Prisco, Paolo Mantovani che portò lo scudetto e la finale di Coppa Campioni alla Sampdoria, Costantino Rozzi che trascinò l’Ascoli in serie A, nomi del tutto sconosciuti ai tifosi di oggi. Rivorremmo allenatori come il povero Emiliano Mondonico e la sedia scagliata al cielo contro il destino avverso al suo Torino, o Nereo Rocco, il paron triestino che, sulla panchina del coriaceo Padova, all’augurio di un giornalista “vinca il migliore” rispose “speremo de no “. Era l’essenza, il fascino magico del calcio che potesse vincere, o almeno pareggiare il più scarso. Non è più possibile: i grandi hanno eliminato il rischio d’impresa. Hanno trenta calciatori a disposizione, sostituzioni a volontà, sono dieci, cento volte più ricchi degli altri, incassano per la loro partita cifre enormemente superiori all’avversario di turno. La concorrenza è pressoché finita, come negli altri monopoli o cartelli. Le finali di competizioni nazionali e internazionali si tengono nei luoghi più impensati, poiché chi paga i suonatori decide la musica e il teatro. Se lo facciano per conto proprio il loro campionato, nazionale, continentale, mondiale. Giochino contro se stessi, Real Madrid o Juventus A contro Real Madrid o Juventus B. Lascino a noi il vecchio sport del pallone, viva il parroco, l’arbitro cornuto senza la Var (la macchinetta che giudica sul campo i casi dubbi), i tifosi senza tessera, la domenica sera da incavolati neri dopo una sconfitta. Abbasso l’Outlet Globale del Calcio, il mercato misura di tutte le cose anche nel pallone, abbasso le trasferte vietate e le partite a tutte le ore. Il calcio moderno è la mecca degli straricchi: noi che c’entriamo?

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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  • Gay Pride: Rosario della Madonna di Pompei oscilla e Vesuvio trema

    Gay Pride: Rosario della Madonna di Pompei oscilla e Vesuvio trema

    Sabato, 30 giugno / 2018

    –  di Redazione "Nel cuore di Gesù"

     Redazione Quieuropa,  Pompei, Segni nel Cielo, Rosario della Madonna, Vesuvio, Gay Pride  

    Gay Pride: il Rosario tra le mani della Madonna di

    Pompei oscilla di nuovo e il Vesuvio trema

    Pompei / Strani segni dal Cielo nella vigilia del satanico Gay Pride (Ndr)

     

    di Redazione "Nel cuore di Gesù"

    GAY PRIDE A POMPEI - SEGNI DAL CIELO - ROSARIO MADONNA OSCILLA - VESUVIO TREMA

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Gay Pride a Pompei – Segni dal Cielo alla vigilia 

    Pompei Ci risiamo! Il Rosario della grande statua della Vergine di Pompei, in cima al Santuario, oscilla per la seconda volta. La prima volta si è cercato di dare la colpa al distacco della coroncina nelle mani della Madonna a causa del vento ma questa volta sorge il dubbio che ci sia un intervento di tipo divino. Nelle scorse ore sono intervenuti nuovamente i vigili del fuoco per fermare e mettere in sicurezza sul tetto del Santuario la Corona del Rosario oscillante e il vicedirettore del santuario aveva dato la sua interpretazione: «Si è semplicemente sganciato il tirante che fissa la corona alla base della statua. Per questo motivo il vento ha fatto oscillare la corona per un po’ fino a quando, grazie ai Vigili del Fuoco, è stato ripristinato l’aggancio. Tutto qui. Il vero miracolo accade quando il vento dello Spirito fa oscillare il cuore verso la conversione. Quando cambiamo vita, allora sì che la Madonna è contenta! La fede è una cosa seria». Questa volta che  spiegazione ci sarà? Possibile non intravedere un segno della Vergine Maria , un grido, un segno lì a  Pompei il giorno prima del Gay Pride che sfilerà senza vergogna e con sfida proprio in questa terra di Maria? (proprio davanti al santuario!). Intanto il Vesuvio da giorni trema con scosse di terremoto continue, ne sono state registrate più di 250 nell’ultima settimana, anche se di lieve intensità come non è mai accaduto negli ultimi anni.

                                                        Anche questo è un caso?

                    Oppure il Cielo, Dio e la Vergine ci stanno dando un segno grande

                per farci capire quanto tutto questo peccato abbia superato ogni limite?

    Non è un caso, preghiamo incessantemente, qualcosa sta accadendo, la misura è colma!

    Una manifestazione come il Gay Pride nella città di Maria non resterà impunita. Possiamo ancora catalogare tutto come un caso, o iniziare a capire, ascoltare e comprendere i segni che ci vengono da Dio? A Pompei questa volta non c’era vento, e la terra non tremava. Preghiamo!

    Redazione Qui Europa / Redazione "Nel cuore di Gesù"

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  • Migranti via mare e diritto internazionale: riflessioni di un esperto

    Migranti via mare e diritto internazionale: riflessioni di un esperto

    Sabato, 30 giugno / 2018

    – di Augusto Sinagra / Docente di Diritto Internazionale 

     Redazione Quieuropa, Augusto Sinagra, docente di Diritto Internazionale, Bandiera, Mediterraneo 

    Migranti via mare e diritto internazionale:

    riflessioni di un esperto

    Analisi giuridica: ecco perché ci troviamo alla presenza di una

    nuova e inedita tratta di schiavi, con la complicità della UE

     

    di

    Prof. Augusto Sinagra / docente di Diritto Internazionale

    MIGRANTI VIA MARE E DIRITTO INTERNAZIONALE

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Migranti e diritto: analisi del nuovo schiavismo 

    Roma – di Augusto Sinagra / Docente di Diritto Internazionale –  L'argomento dell'immigrazionismo e delle navi delle ONG che solcano il Mediterraneo scaricando migliaia e migliaia di immigrati africani (almeno fino ad ora in gran parte sulle coste italiane) è un argomento che merita approfondimenti anche dal punto di vista del diritto. In merito cercherò di fare una riflessione (schematica) esclusivamente tecnico-giuridica di diritto internazionale di cui sono stato Professore Ordinario nell’Università. (1) Le navi che solcano i mari battono una Bandiera. La Bandiera non è un'oggetto meramente folkloristico o di colore. La Bandiera della nave rende riconoscibile lo Stato di riferimento della nave nei cui Registri navali essa è iscritta (nei registri è indicata anche la proprietà pubblica o privata). (2) La nave è giuridicamente una “comunità viaggiante” o, in altri termini, una “proiezione mobile” dello Stato di riferimento. In base al diritto internazionale la nave, fuori dalle acque territoriali di un altro Stato, è considerata “territorio” dello Stato della Bandiera.

                 Dunque, sulla nave in mare alto si applicano le leggi, tutte le leggi,

                              anche quelle penali, dello Stato della Bandiera.

    (3) Il famoso Regolamento UE di Dublino prevede che dei cosiddetti “profughi” (in realtà, deportati) debba farsi carico lo Stato con il quale essi per prima vengono in contatto. A cominciare dalle eventuali richieste di asilo politico. (4) Non si vede allora quale sia la ragione per la quale una nave battente Bandiera, per esempio, tedesca, spagnola o francese, debba – d’intesa con gli scafisti – raccogliere i cosiddetti profughi appena fuori le acque territoriali libiche e poi scaricarli in Italia quando

               la competenza e l’obbligo è, come detto, dello Stato della Bandiera.

    (5) Da ultimo è emerso che due navi battenti Bandiera olandese e con il solito carico di merce umana, non si connettano giuridicamente al Regno di Olanda e né figurino su quei registri navali, come dichiarato dalle Autorità olandesi. Allora, giuridicamente, si tratta di “navi pirata”, le quali non sono solo quelle che battono la bandiera nera con il teschio e le tibie incrociate. (6) Ne deriva il

                diritto/dovere di ogni Stato di impedirne la libera navigazione,

            il sequestro della nave e l’arresto del Comandante e dell’equipaggio.

    Molti dei cosiddetti “profughi” cominciano a protestare pubblicamente denunciando di essere stati deportati in Italia contro la loro volontà. Si è in presenza, dunque, di una nuova e inedita tratta di schiavi,  con la complicità della UE, che offende la coscienza umana e che va combattuta con ogni mezzo.

    Prof. Augusto Sinagra / Diritto Internazionale (Copyright © 2018 Qui Europa)

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    Il Piano Kalergi – Quello che Nessuno ti ha mai detto sull’Europa

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    Il Piano Kalergi – La Terzomondializzazione dell’Europa e l’Eurocasta -Seconda Parte

    Il Piano Kalergi – La Terzomondializzazione dell’Europa e l’Eurocasta

    Sabato,  Marzo 9th/ 2013 – L'editoriale Sergio Basile e Giovanni Antonio Fois –  Il Piano Kalergi, Unione Europea, Ue, Richard Coudenhove Kalergi, Politiche europeiste, Multiculturalismo, Premio Carlo Magno, Premio Kalergi, Mescolanza razziale, Terzomondializzazione dell'Europa, Gerd Honsik, Mondialismo, NWO, Angela Merkel, Herman van Rompuy, Denuncia, Coppia tedesca, Crimini contro l'umanità, primavera araba, Robert Schuman, Mediterraneo, G.Brock Chisholm, OMS, […]

    La Terza Fase del Piano Kalergi – Comprare l’assenso alla paneuropeizzazione programmata

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  • Radicali: ancora denaro pubblico per alimentare il pensiero unico

    Radicali: ancora denaro pubblico per alimentare il pensiero unico

    Lunedì, 25 giugno / 2018 

    – di Danilo Quinto 

     Redazione Quieuropa,  Danilo Quinto,  Jorge Mario Bergoglio, Emma Bonino, Marco Pannella 

    Radicali: ancora denaro pubblico per alimentare

    il pensiero unico

    Il "vangelo radicale": da oltre vent'anni una pioggia di finanziamenti

    trasversali per dar voce al "pensiero unico" caro al "Nuovo Ordine"

     

    di Danilo Quinto

    PENSIERO UNICO

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Il "vangelo radicale" sull'immigrazionismo         

    Roma – di Danilo Quinto Non è un paradosso, ma un fatto da spiegare, insieme al denaro pubblico che da decenni viene dato a Radio Radicale, strumento di propaganda del pensiero unico dominante. Migranti? “Senza di loro l'Europa si svuota”, dice Bergoglio. “Accettare la forma strutturale dei flussi migratori”, afferma Emma Bonino. I contenuti e, quindi, le posizioni sono identici. E’ un paradosso? No. E’ un fatto e sui fatti bisogna riflettere. Perché le posizioni del papa e della leader radicale collimano? Si narra che Marco Pannella, sul letto di morte, abbia detto ai suoi compagni: “Tranquilli, abbiamo vinto”. Dubito che abbia detto queste parole con il Crocifisso regalatogli da Bergoglio tra le mani, ma questo potrà confermarlo il suo “assistente spirituale”, mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, che di Pannella ha detto:

                   “Marco ispiratore di una vita più bella non solo per l'Italia,

                                        ma per questo nostro mondo,

           che ha bisogno più che mai di uomini che sappiano parlare come lui…

    io mi auguro che lo spirito di Marco ci aiuti a vivere in quella stessa direzione”. 

                                              ( Mons. Vincenzo Paglia )

    Pannella, nel corso della sua vita politica, insieme ad Emma Bonino, ha fatto vivere, nelle leggi che la sua ideologia ha prodotto, il “materialismo nichilista-relativista, l’elemento del marxismo che sopravvive nella cultura contemporanea, segnata dall’illusione di considerare il problema di Dio come insolubile o, comunque, irrilevante”, come scriveva Augusto Del Noce ne “Il suicidio della rivoluzione”. Ha costruito quel “partito radicale di massa” – espressione sempre di Del Noce, che equivale ad una profezia avverata – che è penetrato nell’intera società umana. Della società umana fa parte anche la Chiesa, che è istituzione di origine divina, ma è composta da uomini. Come i discepoli – tutti – abbandonarono Gesù nel momento del Suo calvario e la fede rimase in una sola persona, la Santa Vergine Maria, così gli uomini di Chiesa del post-sessantotto – fagocitati dal desiderio espresso dal Concilio Vaticano II di “riconciliarsi” con il mondo e perfino di “chiedergli perdono”, come dichiarò Paolo VI – hanno abbandonato Dio e non hanno proclamato più, con la forza necessaria, le Sue leggi. Quando Giovanni Paolo II e soprattutto Benedetto XVI si sono accorti che questo avrebbe portato alla dissoluzione, era già troppo tardi.

     Al servizio della modernità                                      

    Bergoglio ha evitato di confrontarsi con il nichilismo-relativista. Un pò perché non gli interessava questo tema – che ha liquidato subito con la frase-bomba “Chi sono io per giudicare” – ma soprattutto perché, per la sua indole e per il suo carattere, vuole essere un vincitore, non un vinto. D’altra parte, per essere applaudito da questo mondo e trovare consenso, quale strumento migliore c’è se non quello di sbarazzarsi dei “retaggi del passato” e inseguire la modernità?

                   I suoi interlocutori non sono gli uomini e le donne da convertire.

                   Il suo interlocutore principale è il potere, la politica in senso lato.

                           Egli stesso è protagonista della scena politica mondiale.

    Non fa una piega, da questo punto di vista, che egli invii il suo Segretario di Stato alla riunione del Gruppo Bilderberg per discutere del fenomeno migratorio.

                    Diranno mai i partecipanti alle riunioni del Gruppo Bilderberg

         che l’Europa non si svuoterebbe se non ci fosse un aborto ogni secondo?

                  Lo direbbe Emma Bonino, che ha concorso con la sua ideologia

                                allo sterminio di 6 milioni di italiani in 40 anni?

    Per questi personaggi è naturale dire che i flussi migratori devono assumere una forma strutturale. Hanno già sferrato un colpo formidabile all’Occidente con l’aborto di massa e selettivo, che ha fatto seguito al divorzio, alla distruzione della famiglia e si è accompagnato allo sdoganamento dell’omosessualismo, dei matrimoni tra le persone dello stesso sesso e perfino dei figli fatti nascere con gli uteri delle donne affittati per destinarle a questo di tipo di unioni, dell’eutanasia, della promozione della droga come panacea per le nuove generazioni.

     Basterebbe questo per migliorare il mondo?     

    La forma strutturale nella società occidentale dell’immigrazionismo del terzo millennio, è il punto di caduta di questo processo. E’ la chiave di volta per infliggere il colpo mortale e  distruggere le identità nazionali, le Patrie e rendere i popoli servi di una “coscienza collettiva” in mano ai pochi detentori del capitale globalizzato, ai rappresentanti del Nuovo Ordine che si vuole creare. Non è un caso che rappresentanti della finanza internazionale – come George Soros – finanzino quasi tutte le campagne promosse dal pensiero unico dominante. E’ la logica che profetizzava all’inizio del secolo scorso un grande convertito, Robert Hugh Benson. Uno dei protagonisti del  suo insuperabile romanzo, “Il padrone del mondo”, dice: “Dobbiamo liberarci da questa lebbra cattolica; fino a quando non ci saremo liberati, non si potrà erigere, in modo totale e pieno, il mondo nuovo, che dipende dall’uomo, dall’unità degli uomini”. L’unità degli uomini – senza differenze e senza distinzioni – sono gli uomini a realizzarla, facendo a meno di Dio. E’ quello che Bergoglio ha teorizzato in una delle tante interviste concesse ad Eugenio Scalfari e mai smentite:

                           “Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male

    e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce.

                            Basterebbe questo per migliorare il mondo”.

                                                 ( J.M. Bergoglio )

     Quel che il cattolico deve testimoniare                   

    I cattolici sanno che Gesù non è venuto sulla Terra per migliorare il mondo, perché nel mondo – a causa del peccato originale – si confrontano e si confronteranno sempre, fino alla fine dei tempi, mescolate nel tempo, due città, come diceva  Sant’Agostino.

                                        Gesù è venuto in mezzo a noi per salvarci

                                   e per farci abitare la città del bene per l’eternità

               in base alle leggi che Dio ci ha dato e che Lui ha confermato e integrato.

    Questo il cattolico deve testimoniare nella sua vita terrena per guadagnarsi il Paradiso.

    Non può essere tiepido in questa sua testimonianza e consentire, anche con la sola omissione, che il male si propaghi. Per questa ragione il cattolico deve agire e compiere atti di bene e di giustizia, fino in fondo, anche al prezzo della sua vita. Perché sa che esiste l’ultimo giudizio, dove, come scrive Sant’Agostino, le due città saranno separate: «l'una per raggiungere la vita eterna in compagnia con gli angeli buoni sotto il proprio re, l'altra per essere mandata nel fuoco eterno con il suo re in compagnia degli angeli cattivi». Non è vero che i cattolici – quelli che sono rimasti tali – devono stare nel silenzio, come qualcuno consiglia o vuole far credere. Devono combattere. Hic et nunc. Facciamo un esempio, che a molti darà fastidio. A maggior ragione, lo facciamo lo stesso. L’ideologia del pensiero unico o del “partito radicale di massa”, penetrato anche nella Chiesa, ha avuto ed ha in Italia uno strumento formidabile per la sua propaganda: Radio Radicale.

     Il caso "Radio Radicale"                                               

    L’esistenza dei radicali e di Radio Radicale, è stata consentita grazie a quelle decisioni, prese di volta in volta da entrambi gli schieramenti con uno spirito e una volontà bipartisan senza precedenti, attraverso un’enorme elargizione di denaro di provenienza pubblica. Nell’agosto 2008 – Governo Berlusconi – Radio Radicale è stata l’unica emittente esclusa dal ridimensionamento dei fondi pubblici per l’editoria, in quanto impresa radiofonica privata che ha svolto attività di interesse generale ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 23: questa legge sancisce il primo cespite di finanziamento a favore di Radio Radicale, che corrisponde a 4 milioni di euro l’anno. Nel corso di ogni esercizio finanziario, vengono esaminate ed istruite, dal Dipartimento per l’Editoria, le domande per l’ammissione ai contributi e alle agevolazioni relativi all’anno precedente. L’ultima entrata per Radio Radicale è quella del 2016. Quest’anno riceverà quella relativa al 2018. E’ interessante il fatto che Radio Radicale è l’unico ente a ricevere questo introito in quanto impresa radiofonica che abbia svolto attività d’informazione d’interesse generale. La legge n. 23 del 1990 venne approvata per sancire l’esistenza di emittenti radiofoniche che avessero nei tre anni precedenti trasmesso quotidianamente propri programmi informativi su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore comprese tra le ore sette e le ore venti e avessero esteso il numero di impianti al 50% delle province e all’85% delle regioni. È anche la legge che elargisce a Radio Radicale (una tantum, allora) i primi dieci miliardi di derivazione pubblica. Sempre nel 1990 venne approvata la cosiddetta “legge Mammì”, che attribuiva alla Rai-Tv il compito di trasmettere le sedute parlamentari, ma questa disposizione restò misteriosamente lettera morta. Radio Radicale continuò a svolgere il suo servizio e non volle più inseguire finanziamenti una tantum. Preferì perseguire un’altra strategia: quella della convenzione con lo Stato per la trasmissione delle sedute parlamentari. Puntualmente, la ottenne.

      Da Prodi a Berlusconi                                                

    Quando il governo Prodi nel 1997 rifiutò di rinnovare la convenzione con Radio Radicale per la trasmissione delle dirette dal Parlamento e la Rai-Tv si accinse a creare la propria rete radiofonica, senatori a vita, presidenti emeriti della Corte Costituzionale e molti parlamentari, tra i quali numerosi furono i cosiddetti cattolici, chiesero al governo di considerare decaduta la disposizione della legge Mammì che imponeva la realizzazione della rete radiofonica Rai per il Parlamento, di prorogare per altri tre anni la convenzione con Radio Radicale e di affidare la convenzione in occasione del rinnovo successivo tramite una gara. Venne così approvata la legge 11 luglio 1998, n. 224, che s’intitolava: “Trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari e agevolazioni per l’editoria”. Mentre la legge confermava lo strumento della convenzione da stipulare a seguito di gara e nelle more rinnovava la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore triennio, venne mantenuto l’obbligo per la Rai-Tv di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all’entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni. Nel 2001, 2004 – governo Berlusconi – e 2006 – governo Prodi – la convenzione con Radio Radicale venne rinnovata ogni volta all’interno delle disposizioni della legge finanziaria! Come avviene ancora oggi: l’importo è di 10 milioni di euro l’anno. L’ultimo è stato erogato, per il 2018, con la legge finanziaria approvata nel dicembre 2017. Uno spreco che definire inutile è poco, nonostante la legge 11 luglio 1998 n. 224 dica che la convenzione è solo provvisoria – provvisoria da vent’anni! Come diceva Giuseppe Prezzolini “In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo” – perché il servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari deve essere concesso alla Rai attraverso una rete radiofonica (in aggiunta alle tre esercitate in base all’atto di concessione) riservata esclusivamente a tale scopo. E la Rai, dal canto suo, ha iniziato la trasmissione delle sedute parlamentari attraverso Gr Parlamento, così come le sedute parlamentari vengono trasmesse costantemente sui canali satellitari.

     Milleproroghe e rinnovo della convenzione               

    Il 30 dicembre 2009 – governo Berlusconi – con la pubblicazione del decreto legge “Milleproroghe” in Gazzetta Ufficiale, la convenzione venne di nuovo rinnovata: la durata venne ridotta da tre a due anni. Durante la discussione sulla manovra finanziaria dell’estate 2011, fu presentato un ordine del giorno – dichiarato inammissibile dal presidente della Camera per estraneità di materia – che “impegna il governo a provvedere, entro la fine del 2011 alla proroga della convenzione tra il ministero dello Sviluppo economico e la Centro di produzione S.p.A., per gli anni 2012, 2013, 2014, stipulata ai sensi dell’articolo 1, comma 1, della legge 11 luglio 1998, n. 224, individuando, allo scopo, le risorse necessarie quantificate in 10,2 milioni di euro per ciascuno degli anni”. Riferisce il sito di Radio Radicale che “subito dopo la dichiarazione di inammissibilità, i deputati radicali hanno continuato la raccolta delle firme trasformando l’atto istituzionale in atto politico. Ora la raccolta delle sottoscrizioni è aperta anche ai senatori, ai deputati europei e ai consiglieri regionali di tutta Italia che, con la loro firma, intendano sostenere Radio Radicale e il servizio pubblico che svolge”. Quel testo, è stato sottoscritto – riferisce sempre il sito di Radio Radicale – da 568 parlamentari, la maggioranza assoluta di entrambe le Camere. Moltissimi bei nomi di tutti i gruppi parlamentari e tanti cattolici o che si professano tali. Per citarne solo alcuni: da Pierluigi Castagnetti a Giuseppe Fioroni; da Mario Baccini a Laura Bianconi; da Marco Follini a Maria Pia Garavaglia; da Luigi Bobba a Renato Farina; da Gianfranco Rotondi a Savino Pezzotta; da Gero Grassi a Franco Marini, da Enrico Gasbarra a Eugenia Roccella.

     L'interrogazione di Gramazio                                      

    Nel 2006, il 28 luglio, la seduta è la numero 28 del Senato della Repubblica, Domenico Gramazio di Alleanza Nazionale rivolse un’interrogazione a risposta scritta – la numero 4-00411 degli atti parlamentari – al Presidente del Consiglio dei Ministri. I radicali, in quella legislatura, erano per la prima volta nella loro storia al Governo, con Emma Bonino ministro del Commercio Internazionale e alle Politiche europee. Il senatore Gramazio scriveva: “Nel mese di ottobre 2006 viene a scadenza la convenzione tra la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il Centro di produzione S.p.a., proprietaria di Radio Radicale; i fondi confluenti in questa società, che percepisce finanziamenti quale organo di stampa della Lista Pannella e compensi per la trasmissione di servizi parlamentari, sembra che vengano trasferiti nelle casse della Lista Pannella, in tal modo finendo per costituire un ulteriore, surrettizio finanziamento pubblico al partito; dai bilanci pubblicati del Partito Radicale nell’anno 2004 risulta che questo ha un debito verso il Centro di produzione, ma un credito nei confronti della Lista Pannella del medesimo importo. Ciò potrebbe costituire, a giudizio dell’interrogante, sostanzialmente una partita di giro, che potrebbe preludere a surrettizi trasferimenti di somme tra Centro di produzione S.p.a. e Lista Pannella, utilizzando quale mezzo il Partito Radicale. Si chiede di sapere: quali controlli vengano esercitati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento dell’editoria, perché i fondi assegnati siano effettivamente destinati alle finalità previste nella convenzione”. La risposta fu il silenzio.

     La risposta fu l'archiviazione                                        

    Il 7 aprile 2006 avevo presentato alla Procura della Repubblica di Roma una querela-denuncia che illustrava una serie di fatti. Spiegai come Radio Radicale sembrava fosse un veicolo per far pervenire denaro alla Lista Pannella e di qui ad altre componenti del mondo radicale, aiutate, in caso di difficoltà, proprio dalla Lista Pannella. Tra questi fatti, citai la natura del debito di 2.817.000 euro del Partito Radicale verso il Centro di Produzione S.p.A., proprietario di Radio Radicale: un mero giroconto del credito che, a sua volta, vantava allo stesso titolo nei confronti della Lista Pannella. Questo perché i servizi del Centro di Produzione alla Lista Pannella erano bypassati attraverso il Partito Radicale, che rimase formale debitore, senza aver goduto nulla; mentre il debito del Partito Radicale nei confronti del Centro di Produzione era rappresentato da un atto di transazione da me sottoscritto, del credito del Partito Radicale verso la Lista Pannella vi era traccia solo in copie di bonifici effettuati a favore della Lista Pannella che avevano origine nel 1999. In quell’anno, la Lista Pannella ebbe necessità di risorse economiche per finanziare la campagna elettorale, ma verosimilmente non si volle far apparire un dirottamento di denaro dal Centro di Produzione, che equivale a dire Radio Radicale, bensì di utilizzare il Partito Radicale, che facesse formalmente da tramite, ricevendo le somme da Torre Argentina Società di Servizi ad altro titolo formale. Chiesi nella denuncia se si potesse configurare un’ipotesi di reato (l’uso di denaro pubblico a fini privatistici). La risposta fu l’archiviazione.

     Non mi hanno scoraggiato, ma fortificato nella fede 

    Io non ho combattuto queste ed altre battaglie contro l’ideologia del pensiero unico, di cui sono stato militante per una grande parte della mia vita, a titolo personale. Le ho combattute per affermare la verità. Ho subito ogni sorta di persecuzioni ed ostracismi.

               Non mi hanno scoraggiato, ma mi hanno fortificato nella fede, perché

                        la conversione è anche purificazione per il male compiuto.

    Ancora oggi, come accadrà il prossimo 20 luglio, sono costretto a frequentare i tribunali, per la denuncia di un radicale che si duole di due parole, “servo sciocco”, scritte in corsivo nel mio primo libro di 6 anni fa, in cui io stesso mi definivo “servo di Pannella”. Non m’interessa la mia sorte.

           L’ho dedicata a Cristo e questi anni di battaglie mi hanno insegnato che

                                   chi sta con Cristo non può temere nulla.

    Come ho già scritto, dico solo ai cattolici (il mio amico Mario Palmaro spesso si chiedeva: dove sono?): se non volete difendere me perchè sono antipatico, vi sbatto in faccia la verità e mi odiate, utilizzate almeno la mia storia di persecuzione per chiedere l'eliminazione dei contributi pubblici, pari a 15 milioni di euro, che Radio Radicale riceve ogni anno da oltre vent'anni. Sarà un’opera di giustizia contro l’ideologia del pensiero unico, ovunque questo si annidi. Fatelo ora!

    Danilo Quinto / iniziativa di libero confronto:

    Ancora denaro pubblico per alimentare il pensiero unico?

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     Un messaggio personale a lettori e amici             

    Messaggio personale ai lettori e ai miei amici – Lunedì 18 giugno sono stato presente a Roma all'ennesima udienza del processo che sto subendo per diffamazione su denuncia da parte dei radicali per le parole “servo sciocco” scritte in corsivo nel mio primo libro di 6 anni fa e per un'altra frase in cui spiegavo come Pannella intervenisse nei rapporti privati tra le persone. La prossima udienza si terrà il 20 luglio. Di fronte a questa persecuzione giudiziaria, chiedo a chi vuole una preghiera e a chi può di aiutarmi ad affrontare le spese per la mia difesa, perchè non mi hanno concesso il patrocinio gratuito. Il mio cc è su UNICREDIT intestato Pasquale Quinto IBAN IT 22 I 02008 67171 000104880997. Per i versamenti dall’estero: Codice BIC/SWIFT UNCRITM1B88. Grazie.

    Un caro saluto, Danilo Quinto

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  • La partitocrazia è in crisi ma nessuno se ne accorge

    La partitocrazia è in crisi ma nessuno se ne accorge

    Martedì, 19 giugno / 2018 

    – di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano 

     Redazione Quieuropa, Nicola Arena,  Partitocrazia, crisi, sistema democratico, distributismo        

    La partitocrazia è in crisi ma nessuno se ne

    accorge

    Il sistema partitico è un modello fallito e bocciato dalla storia.

    Esso è lo specchio di una crisi sistemica di valori che invoca

    nuovi paradigmi di sovranità: la proposta distributista

     

    di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano

    Crisi della Partitocrazia

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Partitocrazia: modello bocciato dalla storia        

    Roma – di Matteo Mazzariol La parola “crisi” è ormai inflazionata: oggigiorno tutto – o quasi tutto – è in crisi. Nessuno però si accorge di una tra le crisi più gravi e macroscopiche, quella della partitocrazia. Cosa intendo? Intendo il fatto che abbiamo adottato e stiamo incredibilmente e supinamente continuando ad adottare un sistema politico folle, inefficiente, intrinsecamente perverso, senza battere ciglio. La partitocrazia è infatti folle perché folli sono tutte le teorie che negano la realtà così com’è e ad essa pretendono di sostituirsi: perché infatti la gente dovrebbe essere privata di ogni potere decisionale reale, per affidarlo a persone sconosciute, a volte ignoranti e poco preparate, selezionate – in gran parte dei casi – secondo criteri faziosi e poco trasparenti, ed oltretutto si dovrebbe chiamare tutto ciò democrazia, cioè letteralmente “potere del popolo”? Inefficiente, perché in questo modo, allontanando la responsabilità decisionale dalle persone direttamente coinvolte in prima linea nella gestione delle diverse questioni si allontana la possibilità di trovare soluzioni oggettivamente in grado di porre rimedio ai vari problemi,

                                   ci allontana dal mondo delle competenze reali

                per approdare in quello delle raccomandazioni, delle amicizie trasverse,

                                         delle speculazioni sulla pelle degli altri.

    Intrinsecamente perverso perché un sistema che nega strutturalmente la partecipazione di tutti i diretti interessanti, sulla base delle capacità ed esperienze dei singoli, e si basa invece solo sull’appartenenza all’una o l’altra fazione ideologica, inevitabilmente “verte” in una direzione ben lontana dalla risoluzione dei problemi reali della gente e quindi, appunto, si “perverte”.

     Un sistema che non incentiva i valori e l'onestà 

    Valori quali l’onestà, la laboriosità, lo spirito di sacrificio e dedizione, l’amore per il proprio lavoro, per il bene comune, vengono calpestati e conculcati dalla partitocrazia, che, invertendo l’ordine naturale delle cose – ecco qui un’altra forma di perversione! – lascia senza potere chi è davvero competente e capace ed affida tale potere ad una casta costituita in gran parte da incompetenti. Casta partitica che, a sua volta, è permeabile agli influssi ed al controllo di un’altra casta, ben più alta e potente, quella dell’oligarchia finanziaria nazionale ed internazionale. Solo un cieco infatti potrebbe obiettare che oggi il potere reale non sia saldamente in mano di chi possiede i soldi. Il meccanismo è molto semplice, quasi elementare: i partiti ed i politici hanno bisogno di finanziamenti per sovvenzionare le loro attività, quindi chi da più soldi sarà più in grado di condizionare programmi, decisioni, scelte concrete dei partiti stessi.

     Il caso Macron                                                            

    Scopriamo così, per esempio, che la campagna elettorale del fino a poco tempo fa sconosciuto Emanuel Macron è stata finanziata tra gli altri da George Soros (2.354.910 di euro), David Rothschild (976.126 euro), Goldman-Sachs (2.145.000 euro) (1).

                                 Pensate forse che Macron ed i suoi sostenitori

             possano anche solo lontanamente ipotizzare una legge che affronti

                    il problema delle speculazioni bancarie o del denaro-debito?

    Nel caso lo facessero, state sicuri, – come purtroppo è successo fin troppe volte nella storia –  metterebbero a capo dei relativi comitati di “studio” i rappresentanti di quelle stesse banche che li hanno finanziati e che andrebbero invece in teoria almeno limitate nei loro illeciti affari.

    (1) http://www.articolotre.com/2017/05/i-finanziatori-di-emmanuel-macron-guarda-chi-si-rivede/

     Un nuovo paradigma, una diversa sovranità       

    Cosa aspettiamo quindi per ribellarci, civilmente e pacificamente ma con ferma e determinata tenacia, a questo sistema corrotto e perverso chiamato partitocrazia? Vogliamo forse aspettare che la depredazione delle risorse umane e produttive del nostro paese giunga a compimento, privando sempre più i cittadini di poteri reali e trasformando noi tutti in schiavi delle banche? Il Movimento Distributista Italiano non ha dubbi! Prima che questo avvenga bisogna dare vita ad una vera propria rivolta politica, pacifica ed ordinata, all’insegna del senso comune e del bene comune, chiedendo in maniera forte e chiara – per quando utopistico o paradossale possa apparire, di primo acchito – che

                        la partitocrazia venga messa definitivamente da parte

                          e al suo posto il potere venga restituito alla gente,

                                       divisa per comparti socio-lavorativi.

    E’ l’ora quindi delle gilde o corporazioni di arti e mestieri, è l’ora di ristabilire un minimo di equità e giustizia sociale, è ora di aprire la strada al distributismo, condannando definitivamente all’oblio le nefaste ideologie – capitalismo e social-comunismo – che tanti lutti e tragedie hanno provocato alla nazione italiana, all’Europa ed al mondo (confiscando ai popoli sia l'anima che la sovranità – Ndr). E' l'ora che ciascun popolo possa godere della sovranità monetaria, cioé della proprietà della moneta che ha in tasca (Ndr)

    Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano

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  • Migranti: quella strana sinergia che unisce Bergoglio, Bonino e Soros

    Migranti: quella strana sinergia che unisce Bergoglio, Bonino e Soros

    Sabato, 16 giugno / 2018 

    – di Danilo Quinto 

     Redazione Quieuropa,  Danilo Quinto,  Jorge Mario Bergoglio, Emma Bonino, Soros, copione 

    Migranti: quella strana sinergia che unisce

    Bergoglio, Bonino e Soros

    Sui migranti, Bergoglio dice le stesse cose di Bonino e Soros e

    della sinistra condannata dalla storia e anticristica

     

    di Danilo Quinto

    PIANO KALERGI

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Uno strano fil rouge.. una bizzarra sinergia        

    Roma – di Danilo Quinto Inserendosi nel dibattito di questi giorni sulla nave Acquarius e sull’ineccepibile posizione assunta dal Governo italiano ed in particolare dal Ministro dell'Interno Matteo Salvini, Bergoglio sostiene che “i migranti possono arricchire la nostra società”. Usa parole quasi identiche a quelle di Emma Bonino, titolare di una campagna politica dal titolo “Ero straniero, l'umanità che fa bene”, alla quale lo stesso Bergoglio ha dato la sua adesione (politica) – dopo averla definita, al pari di Giorgio Napolitano, “grande italiana” per la sua conoscenza delle questioni che riguardano l'Africa ed averla ricevuta in Vaticano più volte – e grazie alla quale la Bonino viene invitata in molte chiese di questo paese per dibattere sul tema e “ammaestrare le genti”. Se affermassi, come affermo, che i due – il papa e la leader del pensiero unico dominante – parlano e agiscono in modo sinergico, c'è qualcuno che potrebbe obiettare qualcosa? Non è singolare che il Vicario di Cristo, il dolce Cristo in Terra – come definiva il papa Santa Caterina da Siena – ed uso quest'espressione con qualche pudore rispetto al caso da esaminare, si trovi così allineato alle posizioni della Bonino e di George Soros?

     Bonino, Bilderberg & Co                                           

    Potremmo dire anche a quelle di Lilli Gruber – più volte invitata alle riunioni segrete del Club Bilderberg – che invita Salvini nella sua trasmissione con il proposito di togliergli la parola in continuazione, soprattutto quando il Ministro dell'Interno cita George Soros. Il grande speculatore finanziario internazionale – che ha dichiarato egli stesso alle Nazioni Unite il 19 settembre 2016, durante il summit dell’ONU sulle migrazioni, di finanziare i flussi migratori – deve essere protetto. Di quello che fa per destabilizzare il mondo, non si deve parlare. Così com'è necessario far credere che siano innocue le riunioni segrete del Club Bildeberg, nelle quali qualche parola viene sicuramente spesa sulla gestione del fenomeno migratorio, che interessa a tanti, troppi, perchè è un’arma formidabile per destabilizzare intere società. L'ha fatto la Bonino, ospite sempre della Gruber, a “Otto e mezzo” dell’8 febbraio 2018. Nei due minuti finali, con la conduttrice che la guarda attonita, dice:

                    “Se abbiamo finito, vorrei dire una cosa a lei.

                           La prossima volta che viene Travaglio,

       gli può spiegare che il Gruppo Bildeberg non è il Ku Klux Kan?"

    "No, perché io vengo accusata di aver partecipato una volta durante la crisi della mucca pazza. Magari se glielo dice e gli dice anche che lei ci va qualche volta, come Bernabè, come Gozi, come Fabiola Giannotti, come Maurizio Molinari. Il Ku Klux Kan è un’altra cosa! Glielo vuole dire, per favore?”. Il Vaticano l'ha ascoltata: all'ultima riunione che si è svolta a Torino ha inviato il Segretario di Stato, il cardinale Parolin. Se ci va la Chiesa, dev'essere una cosa buona, qualcuno dirà.

     Quale Chiesa?                                                              

    Quale Chiesa? Quella di Bergoglio, che è un'altra Chiesa, rispetto a quella fondata da Nostro Signore Gesù Cristo. Egli sa che i migranti o i poveri, in senso più lato, in quanto tali, non si salvano se non si convertono. Non chiede mai la loro conversione, però. Non dice mai una parola sulle opere di misericordia spirituale e non ricorda mai la frase di Cristo riportata nei Vangeli e rivolta al principe delle tenebre. Quando è solo nel deserto, per preparare la Sua missione tra gli uomini, il diavolo Lo tenta più volte. Una di queste volte, Gli dice: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane». Nostro Signore gli risponde: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,3-6). Dice Francesco d’Assisi, il rifondatore della Chiesa Cattolica, di cui Bergoglio ha preso il nome da papa: «Non sono più io che vivo. È Cristo che vive in me».

             La povertà del santo non è il fine. È un mezzo per operare la conversione,

                   offerto come esempio a colui che vuole imitare Gesù e cercare Dio.

    Non ha nulla a che fare con le ingiustizie e le diseguaglianze sociali o con la mancanza o lo sfruttamento del lavoro, condizioni e situazioni che l’umanità ha conosciuto lungo tutta la sua storia a causa del peccato originale. Condizioni che c’erano prima della venuta sulla terra di Cristo e che ci saranno sempre, fino alla fine dei tempi.

                             Dio manda nel mondo Suo figlio per salvare le anime,

                                          non per soddisfare i bisogni materiali.

    Gesù non è venuto nel mondo per togliere i poveri dalla loro condizione. È venuto per redimerli e infondere anche in loro il messaggio della salvezza. Francesco si veste della povertà evangelica, quella spirituale. La prima delle beatitudini:

                        «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»

                                                                (Mt, 5-3)

    Il concetto di povero è un concetto religioso, non mondano. Non riguarda la situazione sociale o le condizioni materiali della povertà, ma quelle spirituali. Era già presente nell’Antico Testamento: «Cercate il Signore voi tutti, umili della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l'umiltà, per trovarvi al riparo nel giorno dell'ira del Signore» (Sof. 2,3). Il povero è colui che davanti a Dio si mette a nudo, vestito solo della sua umiltà, che non propone nessun merito davanti al Signore, che fa penitenza e confida nella Sua misericordia per essere salvato.

     Bergoglio queste cose le sa?                                    

    Bergoglio queste cose le sa? Certo che le sa, ma egli – dalle strategie mediatiche adottate, vicine a quelle di personaggi come Bonino e Soros – Ndr – dimostra di non avere alcuna intenzione di custodire e tramandare la fede. Non intende convertire, come più volte ha dichiarato. Non intende proporre – come suo primo dovere – gli insegnamenti di Cristo. Egli sembra voglia fare – in sostanza – politica. Mera politica.

                                  Una politica buonista, di sinistra, anticristica,

                                               che la storia ha condannato.

    I suoi “alleati” – del resto – non sono i poveri o i migranti. Sono coloro – come la Bonino e Soros – che attraverso i poveri e i migranti vogliono trarre profitto per la loro azione politica e per costruire una società che faccia a meno di Cristo.

    Danilo Quinto (Copyright © 2018 Qui Europa)

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     Un messaggio personale a lettori e amici             

    Messaggio personale ai lettori e ai miei amici – Lunedì 18 giugno sarò presente a Roma all'ennesima udienza del processo che sto subendo per diffamazione su denuncia da parte dei radicali per le parole “servo sciocco” scritte in corsivo nel mio primo libro di 6 anni fa e per un'altra frase in cui spiegavo come Pannella intervenisse nei rapporti privati tra le persone. Di fronte a questa persecuzione giudiziaria, chiedo a chi vuole una preghiera e a chi può di aiutarmi ad affrontare le spese per la mia difesa, perchè non mi hanno concesso il patrocinio gratuito. Il mio cc è su UNICREDIT intestato Pasquale Quinto IBAN IT 22 I 02008 67171 000104880997. Per i versamenti dall’estero: Codice BIC/SWIFT UNCRITM1B88. Grazie.

    Un caro saluto, Danilo Quinto

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  • Aborto, omosessualismo, immigrazione: una sinistra dissoluzione

    Aborto, omosessualismo, immigrazione: una sinistra dissoluzione

    Martedì, 12 giugno / 2018 

    – di Roberto Pecchioli 

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli,  sinistra dissoluzione, omosessualismo, Aborto 

    Aborto, omosessualismo, immigrazione:

    una sinistra dissoluzione

    Fotografia di una civilizzazione al capolinea: l'incarnazione

    ideale della post-modernità

     

    di Roberto Pecchioli

    SINISTRA DISSOLUZIONE

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Una civilizzazione al capolinea                               

    Roma – di Roberto Pecchioli Tutto si tiene. Una civilizzazione che non riproduce più stessa biologicamente è al capolinea, soprattutto se le ragioni sono l’egoismo, l’orrore per le responsabilità, il rifiuto del futuro, l’assenza di principi comuni. L’esito non può essere che l’esaltazione dell’aborto, il rigetto della vita vecchia e malata, la ricerca ossessiva del piacere, il disprezzo per la normalità naturale, la preferenza accordata a ciò che è comodo, l’odio di sé. Il cardinale Robert Sarah, un africano che avremmo voluto come successore di Benedetto XVI ha così sintetizzato lo stato delle società occidentali:

                              “L’Europa senza fede ha creato un mondo di tenebre.

                            La società occidentale ha scelto di organizzarsi senza Dio.

            Ed ecco che oggi la vediamo abbandonata alle luci tremolanti e ingannatrici

      della società dei consumi, del profitto a ogni costo e di un individualismo forsennato"

    Il grande baraccone malato deve essere tenuto in piedi con braccia nuove. Di qui la preferenza ipocrita per lo straniero al fine di giustificare un’immigrazione sostitutiva per colmare i vuoti, disporre di nuovi servi.

                          Una potentissima macchina culturale, mediatica, economica

                               è al servizio di un progetto ormai pressoché concluso,

                           farla finita con la civiltà più vasta e persistente della storia,

                                 insieme con le genti europee che l’hanno realizzata.

    Tutto si tiene, pensavamo guardando i partecipanti entusiasti al periodico raduno romano del Gay Pride, orgoglio omosessuale. Insieme con gerarchi della sinistra capitolina, il vice sindaco della città eterna, l’immancabile signora Cirinnà, matrigna delle unioni civili, cioè delle nozze omo, spiccavano Susanna Camusso, segretario/a generale del maggiore sindacato italiano, la CGIL, Emma Bonino antica abortista con pompe di bicicletta e, udite udite, i partigiani dell’ANPI (forse i loro discendenti) riuniti per l’occasione nella Brigata Arcobaleno, nemici della famiglia naturale, gay friendly anche loro. Non poteva mancare il patrocinio delle istituzioni, il timbro ufficiale di approvazione; ben visibili nomi e marchi di chi ha sponsorizzato la manifestazione versando fior di quattrini, industrie, multinazionali, entità finanziarie.  Un’ottima causa. 

     L'incarnazione ideale della post-modernità           

    Una sinistra, gaia dissoluzione avanza. Emma Bonino – grande italiana secondo un influente argentino, Jorge Mario Bergoglio – ci sembra il simbolo e il trait-d’union di tutte le anime gaie del presente. Liberale, libertaria, liberista e libertina, gran sostenitrice delle guerre umanitarie americane, incarna perfettamente la postmodernità: destra del denaro e degli affari, sinistra dei costumi, immigrazionismo. Con lei sul palco, i superstiti comunisti ingrigiti dell’ANPI alla ricerca di un ruolo qualsiasi sulla scena del secolo. Cantavano Bella ciao, o forse Bello ciao, chissà, ci è parsa un’offesa ai partigiani di allora, nessuno dei quali si batté per il matrimonio gay.  Sotto il palco, le comparse multicolori, gli schiamazzanti portatori dell’orgoglio dell’inversione, ex trasgressivi divenuti parte integrante del panorama. Ci ha colpito uno dei loro cartelloni: famiglia è dove c’è amore. Che meraviglia, come si fa a non essere d’accordo, applausi scroscianti del pubblico televisivo, qualche furtiva lacrima delle nonne. Nichi Vendola, simil papà dopo aver affittato l’utero di una donna povera- ed era comunista! – ha attaccato il governo reo di aver istituito il ministero della famiglia “al singolare”. Nel resto del mondo avanza l’aborto, che qualcuno vorrebbe considerare un diritto umano, come la vita, il cibo, la salute. Dappertutto, si dà voce a un nuovo femminismo deciso non solo a distruggere l’uomo e la virilità (#MeToo, Asia Argento) ma ad andare oltre, in una deriva che impaurisce. Una nota attivista e giornalista argentina, Marta Dillon, ha affermato testualmente “la coppia eterosessuale è un fattore di rischio per la vita delle donne”, mentre “il patriarcato è una struttura sociale che si sostiene con la violenza fisica ed economica”. Aggiunge: “Violenza è che dobbiamo svolgere lavori domestici senza essere mai pagate “. Propone che gli apprezzamenti sgraditi a una donna siano considerati “reato di molestia stradale”, concludendo la sua prestazione intellettuale con una perla di diritto penale: “i femminicidi non sono solamente un crimine che si commette contro quella vittima, ma un crimine commesso per disciplinare tutte le donne”. Echi di risacca del maoismo: colpirne una per educarne cento.

                             L’uomo è un criminale per il solo fatto di essere di sesso,

                                                    pardon di genere maschile.

    La fondatrice del collettivo “Ni una menos” (non una di meno) incalza con una scusa non richiesta (accusa manifesta…): “Questa cosa secondo cui noi odieremmo gli uomini è un’altra strategia del patriarcato per difendersi “. Termina con un’incendiaria difesa dell’aborto, atto di “sovranità sui nostri corpi, autonomia sulle nostre decisioni, accesso a una libertà sessuale sempre minacciata dal problema della gravidanza”.

     Una antica filastrocca.. ormai caduta                       

    Insomma, le relazioni con gli uomini sono per le donne una pessima cosa in via generale, un rischio, ma se proprio qualcuna vuole provare il brivido, che almeno possa abortire in santa pace, magari dopo essere andata alla previdenza sociale a riscuotere i corrispettivi per il lavoro domestico. Le avanguardie rivoluzionarie aprono la via, le istituzioni, come l’intendenza di Napoleone, seguiranno. Ci stiamo arrivando. In Irlanda l’aborto è passato dopo una campagna elettorale caratterizzata dall’impegno dei poteri forti e dal disimpegno della chiesa locale, in chissà quali altre faccende affaccendata.

                Non per caso la difesa della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza

                                  (sintagma eufemistico politicamente corretto)

                      è una priorità della CGIL, come i “diritti” degli omosessuali.

    Una perfetta immagine di ciò che è diventata la sinistra occidentale, anche nella sua componente sindacale. Da difensori degli operai e dei lavoratori, nemici dei padroni, del profitto e della proprietà (almeno secondo la filastrocca che ci hanno insegnato a scuola… Ndr) a sostenitori delle coscienze privatizzate, del soggettivismo più estremo, guardie rosse del vecchio nemico di classe di cui condividono gli orizzonti. Una volta avrebbero sostenuto il diritto umano al lavoro, oggi inclinano per la sessualità “omo” e sono intransigenti abortisti. Le operaie che rifanno i letti degli alberghi inseguite dal cronometro, i magazzinieri di Amazon dai ritmi massacranti, i lavoratori a chiamata, i “somministrati” dipendenti di Caio che lavorano a tempo per Tizio possono aspettare. Altre sono le priorità del sindacato di classe. Prima i gay e le donne che hanno avuto relazioni, come dire, imprudenti.

     I cantori del progresso contro il nascituro             

    Sul tema dell’aborto l’accordo tra tutti i cantori del Progresso, è ferreo: libertà totale per la donna, nessun diritto per il nascituro, nessuna possibilità di dissenso del padre, l’inutile personaggio che ha casualmente partecipato all’atto concluso malauguratamente con il concepimento di un essere umano. Tutto si tiene: la volontà di non riprodurre se stessa di una società stremata diventa idea politica, movimento sociale, pressione sindacale. L’astrazione individualista si fa concreta pulsione di morte. L’orrore per la genitorialità, l’indifferenza per i non nati va di pari passo con la spinta a legalizzare la fine “assistita”. Eutanasia, un altro diritto, quello di morire. L’inversione è totale, si cancella il diritto alla vita per la scomoda condizione di genitore (i figli, come i diamanti, sono per sempre…) ma si lotta per la morte, senza neanche il coraggio di chiamarla per nome.  Il lato positivo, per chi vuol ancora vedere, è che hanno tolto definitivamente la maschera. Il femminicidio è descritto come un crimine più grave di ogni altro assassinio. E’ molestia sessuale, come afferma la femminista argentina, anche una parola di troppo, un’occhiata ritenuta concupiscente. Avanza un grottesco puritanesimo in cui gli atti omosessuali diventano libere manifestazioni, mentre gli sguardi rivolti a una donna possono essere oggetto di contestazione giudiziaria. Nella solita Svezia, punta di lancia della regressione, una serissima deputata socialdemocratica ha proposto una legge volta a burocratizzare con un esplicito consenso le relazioni sessuali. Ci sarebbe da ridere per non piangere, ma chissà che presto a Stoccolma esista un modulo a doppia, tripla, o quadrupla firma in caso di atti sessuali di gruppo, una specie di liberatoria dove potrebbero essere descritti i rapporti che si intendono intrattenere. Naturalmente, il progressismo libertario neo moralista conosce eccezioni. I beniamini dei crociati della correttezza politica sono le minoranze “civili”: femministe, abortiste, omosessuali, e naturalmente immigrati. Così è esplicitamente proibito negli avanzatissimi paesi dell’Europa settentrionale raccogliere statistiche sui reati commessi dagli stranieri; non sono poche le voci di chi pretende che sia dato asilo e condizione di profugo politico all’immigrato omosessuale e via impazzendo. Odiosi omicidi come quello subito dal giovane maliano in Calabria diventano occasione per colpevolizzare tutti esigendo pene esemplari per l’assassino. Se le merita perché ha spezzato una giovane vita, paghi il suo conto.

     Dov'erano gli indignati a comando?                       

    Ci permettiamo però di osservare che l’omicidio in Italia è ordinariamente punito con l’ergastolo senza riguardo all’origine etnica della vittima; chiediamo altresì agli indignati a comando dov’erano, personalmente e attraverso i loro politici al governo, quando si permetteva la nascita e la persistenza di vergognosi ghetti di miseria, degrado e illegalità dove si raccolgono i dannati del sistema, l’esercito multietnico di riserva del capitalismo ultimo? Hanno forse impedito il nuovo caporalato, lo sfruttamento incivile di chiunque, bianco, nero, meticcio, in nome del profitto a ogni costo e dell’individualismo forsennato di cui parla il guineano cardinale Sarah?  I sindacati, tanto solleciti a partecipare alle adunate omosex, femministe ed abortive, hanno scordato la lezione sulla reificazione, ovvero la riduzione delle persone a cose, oggetti, pedine del grande gioco del profitto. Hanno oltrepassato l’internazionalismo, che parlava di fraternità tra i popoli – senza dimenticare che il nazionalismo è figlio naturale del liberalismo del XIX secolo – per finire a braccetto del padrone globale nella cosmopoli in cui ciascuno è estraneo a tutti gli altri, dove cittadino del mondo è un’espressione di involontaria comicità.

     Gaia, sinistra, orgogliosa (pride…) dissoluzione   

    Tace la Chiesa e chiede più moschee, con buona pace di Thomas S. Eliot che scrisse i Cori della Rocca per promuovere la costruzione di chiese nelle periferie operaie inglesi. Tace e si frega le mani la destra economica insieme con sfruttatori di ogni bandiera; la retorica dell’accoglienza cela affari lucrosi, vergogne, pene indicibili. Sono gli spasmi di un mondo in fase terminale. Tutte le civiltà nascono e muoiono, in genere per consunzione interna. Le modalità le spiegò tre secoli fa G.B. Vico nella Scienza Nuova, ripreso nel Novecento da storici come Toynbee e pensatori come Spengler. Il dramma della decadenza è che, da un certo momento, non è più percepita come tale. Oggi siamo al ribaltamento, all’inversione in cui si chiama progresso la fine penosa di un tragitto lunghissimo. Le stesse leggi non significano più nulla, come le “grida” manzoniane. Il processo ha acquisito una forza tale che arriverà alla sua conclusione. L’ edificio che abbiamo amato crolla, alcuni vivono la tragedia con sofferenza lacerante. Nuovi equilibri si formeranno, altre generazioni troveranno la loro strada. Resta il compito di resistere in piedi tra le rovine, ribelli, rivoluzionari per fedeltà, levare tenacemente la voce affinché si sappia, domani o dopodomani, che non tutti collaborarono alla dissoluzione, non tutti dimenticarono la terra dei padri, tradirono la fede ricevuta, rinnegarono i principi in cui nacquero, vissero e morirono generazioni con i nostri stessi volti, gente che chiamò bene il bene e male il male. E’ una gaia, sinistra, orgogliosa (pride…) dissoluzione. Allegria di naufraghi.

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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    Lo slogan dell’impero: le famiglie gay non fanno male a nessuno

    Mercoledì, 6 giugno / 2018 

    – di Roberto Pecchioli 

    con integrazioni e note a cura della redazione

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli,  Famiglie gay, aborto, Lorenzo Fontana, matrimonio 

    Lo slogan dell'impero: le famiglie gay non

    fanno male a nessuno

    Lo stesso copione si applicò per l'aborto. Dietro le quinte,

    i soliti ingegneri sociali, servi del sistema: liberisti,

    social-comunisti, neo-marxisti francofortesi

     

    di Roberto Pecchioli

    con integrazioni e note a cura della redazione

    FAMIGLIE GAY

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     "Non facciamo male a nessuno"                             

    Roma – di Roberto Pecchioli   Mattia Feltri è un brillante giornalista vicino al potere. I suoi commenti, brevi, asciutti, ironici sono seguiti con interesse da molti lettori. Tipico esemplare del progressismo liberal luogocomunista, nel senso di sostenitore di tutti i luoghi comuni dell’epoca, la sua penna non delude mai. Si è unito al coro scomposto di chi ha attaccato il neo ministro della famiglia Lorenzo Fontana citando con il cuore spezzato una frase della sconsolata esponente democratica Paola Concia, lesbica militante. A proposito delle famiglie gay, la coniugata signora ha dichiarato

                                      “Non facciamo male a nessuno!”

    Un’ovvietà per Mattia Feltri, la cui tecnica preferita è l’indignazione a ciglio alzato mista a irrisione di chi è inevitabilmente dalla parte della storia, della logica, del senso comune violato da biechi reazionari. Costoro non hanno solo torto marcio, ma non meritano neppure di essere confutati nel merito, tanto è lampante il loro errore.

        Eppure, l’argomento della Concia accolto da Feltri non è solo insidioso.

                                          E’, purtroppo, assai potente.

    Non fanno nulla di male le coppie dello stesso sesso desiderose di matrimonio.

      E’ il classico argomento vincente del relativismo etico individualista liberale.

                                      Pensiero debole, esito fortissimo.

    Da ragazzini, partecipammo alla battaglia del referendum sul divorzio, in cui l’affermazione più comune, impossibile da confutare, era che nessuno era obbligato a divorziare. Si trattava solo di dare un’opportunità alle coppie infelici: nulla di male per alcuno. Nel frattempo il matrimonio, ancora limitato a un uomo e a una donna, si trasformava in un contratto. Comunque la si pensi, il divorzio facile ha mutato in profondità l’idea di famiglia e i rapporti sociali, dunque non era, non è, una norma neutra, una semplice scelta individuale che “non fa male a nessuno”.

     Aborto: stesso copione, stessi protagonisti                

    Il copione si ripeté pochi anni dopo sul tema dell’aborto, ben più spinoso. Ebbene, a parte le disquisizioni sulla liberazione della donna (liberazione, non libertà!)

                     i colti, i riflessivi, i “moderni” tanto attenti ai segni del tempi,

                dissero con tono lacrimevole che abortire non era certo un obbligo

                   e che in fin dei conti espellere quel grumo di cellule indesiderato

                                               non faceva male a nessuno.

             Per il nascituro interesse zero, per il padre un ruolo del tutto marginale.

             Che c’entrava lui con quell’escrescenza fastidiosa in un corpo femminile?

    L’aborto si è banalizzato in fretta, nessuno ci fa caso, si sono acquietati anche i preti.

      Maschio e femmina li creò                                             

    Un pensoso editoriale di prima pagina, stesso giornale del Mattia Feltri di Vittorio, avverte le forze oscure della reazione in agguato: “i sessi non sono solo due, fatevene una ragione”. Negare la realtà è facile, se hai l’intero schieramento mediatico a favore, il prossimo passo sarà esigere l’espunzione dal Genesi della frase sessista, politicamente scorretta e forse segretamente eteropatriarcale “maschio e femmina li creò”. Del resto, lo slogan, efficace visti i risultati, della legge francese sui matrimoni omosessuali fu “il matrimonio per tutti”. Già, perché prima era colpevolmente limitato a maschi e femmine, escludendo tutti gli altri sessi. Facciamocene una ragione: perbacco, non fanno male a nessuno, sono fatti loro, scelte individuali, chi siamo noi per giudicare (Bergoglius dixit). In fondo, che importa alla gente se in casa mia le pareti sono verniciate o tappezzate con carta da parati, se preferisco le patatine fritte alla verdura? Fatti miei, nessuno mi può giudicare. Individualmente, non essendo un lavoratore precario, non mi alcun male il lavoro flessibile, ergo non mi importa nulla di quello intermittente, somministrato e a chiamata. Nulla eccepisco allo sciopero dei bus perché uso il treno, furti, rapine e corruzione non mi riguardano se non ne sono la vittima diretta. E’ il liberalismo, bellezza. La società non esiste, farina del sacco della conservatrice Thatcher, ci sono solo gli individui, figurarsi la comunità. Una cappa di piombo, regole non scritte, valori obsoleti, il giudizio altrui che influenza la nostra vita.

     La dissoluzione concertata, premeditata                     

    Meglio, molto meglio, la comodità (un concetto chiave, vago quanto onnicomprensivo) di liberarmi da ogni impaccio. I contratti si invalidano, il matrimonio è una trappola a tempo indeterminato, viva la libertà, la sessualità non può essere intralciata dal fastidioso fardello della possibile nascita di figli, le nozze valgono poco o nulla tranne nel caso che siano tra sposi dello stesso sesso (fu questa una delle maggiori preoccupazioni della neo-marxista Scuola di Francoforte: corrompere la società partendo dalla famiglia con mirate operazioni di ingegneria sociale – Ndr – vedi allegati). Allora, il matrimonio, cui dovrà essere rapidamente dato un nome meno imbarazzante, non legato all’antiquata figura della madre, diventa improvvisamente importantissimo. Deve essere “per tutti”, egalité,

                                                        che male c’è?

    Nessuno, tranne la dissoluzione della comunità, la frantumazione delle famiglie,

                                         la perdita della stessa società,

            la mancata riproduzione biologica della nostra gloriosa civilizzazione,

       la più grande, la più perfetta, la più libera, il compimento ideale della storia.

    A latere, la decomposizione della figura paterna, un rapporto tra i sessi (due, cinque, quanti, spiegatecelo affinché possiamo farcene una ragione) fatto di conflitti, distanza, rancore, una convivenza civile privata di qualunque valore comune. L’unico principio è che ciascuno ha i suoi o anche nessuno, con tutte le ostilità reciproche, le incomprensioni, i nuovi muri, le barriere di odio, l’assenza di codici comuni. Atomi reciprocamente ostili riuniti in sodalizi provvisori. Tuttavia, niente paura, la rivoluzione familiare, etica, civile di mezzo secolo “non fa male a nessuno”. Si limita a dissolvere. Un suicidio gaio, spensierato, tra musica e colori. Capitò anche al Titanic, orgoglio dell’ingegneria navale del primo Novecento. Affondò perché un iceberg, la natura, fu più forte del possente manufatto umano (almeno questa è la versione ufficiale… Ndr). La musica risuonò sino all’ultimo, i saloni erano pieni di gioia, la festa era all’apice. Poi, il colpo: prima, quell’iceberg non aveva mai fatto male a nessuno.

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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     Redazione Quieuropa, Matteo Mazzariol, schiavità finanziaria, sistema politico, distributismo 

    Siamo ostaggi della grande finanza speculativa

    e nessuno lo dice

    Un mondo virtuale retto sull'usura e sulla speculazione,

    che sommerge quello reale

     

     di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano

    OSTAGGI DELLA GRANDE FINANZA SPECULATIVA

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Ostaggi della grande finanza speculativa             

    Roma di Matteo Mazzariol –  Non so se vi ricordate il vecchio mito della caverna di Platone: secondo tale racconto gli uomini vivrebbero incatenati in una caverna, costretti a vedere le ombre degli oggetti reali proiettati sul fondo della caverna stessa e scambiando per realtà tali ombre, impossibilitati a volgere lo sguardo in direzione opposta, cioè verso il sole e la verità. Ecco, dopo aver letto un interessantissimo e documentatissimo quanto chiaro articolo apparso ieri sul giornale irlandese Sunday Indipedent, a firma di Paul Sommerville (vedi qui: The markets will bite back against ECB dinosaurs), il mio pensiero è corso immediatamente a tale reminiscenza degli studi umanistici, capace, con una sola immagine, di rendere bene lo stato attuale delle cose. Il giornalista irlandese infatti, dalla sua posizione di osservatore esterno delle vicende italiane, snocciola una serie di dati e di numeri che consentono di avere un quadro molto chiaro di quello che sta succedendo. Sommerville incomincia con l’esprimere una certa preoccupazione per la stabilità finanziaria della Germania, dicendo che la Deutsche Bank naviga in acque piuttosto precarie. Tale banca detiene infatti nella sua pancia ben 50.000 miliardi di euro in derivati – una cifra 21 volte superiore al debito pubblico italiano! – acquistati nel tentativo di realizzare facili profitti speculativi ma rivelatisi adesso un fattore di enorme vulnerabilità. Questo spiega perché alla fine del 2016 sembrò addirittura che la Deutsche Bank fosse sull’orlo del fallimento, fallimento evitato solo grazie ad una serie di operazioni di ricapitalizzazione sui mercati. Il giornalista continua con l’osservare che la maggior parte del debito pubblico italiano è posseduto non certo dalle famiglie del bel paese ed europee ma dalle grandi banche e dalle grandi istituzioni finanziarie, soprattutto tedesche e francesi: il 20% è posseduto dalla Banca Centrale Europea, il 35% da “investitori finanziari stranieri” e il 41% da istituzioni finanziarie italiane. La sua preoccupazione aumenta quando riferisce che anche il settore finanziario irlandese, soprattutto fondi pensione, possiede quantità non indifferenti del debito pubblico italiano.

     La truffa monetaria, oltre Summerville…            

    Summerville quindi si sofferma sul ruolo della BCE in questo delicato momento. Riporta che il suo ruolo è  stato quello di creare denaro “out of thin air”, cioè “dal nulla” (aggiungiamo, "a debito dei cittadini", dato fondamentale per comprendere davvero le dimensioni della truffa monetaria – Ndr) , con cui comprare, tra le altre cose, titoli del debito italiano in modo da evitare il fallimento del nostro Stato. Questo in sostanza è il famoso “Quantitative Easing”, non altro. La cifra che Draghi ha finora creato dal nulla è di circa 4500 miliardi di euro, cioè circa il 40% dell’intero PIL europeo! Il fallimento dello Stato italiano, abbiamo visto, è considerato una terribile evenienza non tanto per le eventuali e tutte discutibili conseguenze negative su noi cittadini ma perché creerebbe un crollo dell’intero precario sistema finanziario europeo, descritto al momento con l’aggettivo “zombified”, “zombificato”. L’articolista cita poi i due principali partiti italiani – Lega e 5Stelle – ed il ruolo che hanno in questo frangente: di fronte al fallimento totale della politica economica europea queste due forze – secondo Sommerville – non hanno fatto altro che raccogliere il comprensibile disagio della popolazione. Ora andranno a premere in Europa per chiedere un alt alla politica di austerity e se dovessero ricevere un no è probabile che inneschino una crisi del sistema finanziario europeo così come lo conosciamo. Per questo oggi tutti gli occhi sono puntati sul nostro paese.

     Il mondo virtuale ed invisibile                              

    Ricapitoliamo quindi: parallelamente all’economia reale – noi persone normali che ci alziamo ogni giorno per andare al lavoro, chi ce l’ha, e contribuire con la produzione di beni e servizi al bene comune – esiste un altro mondo, del tutto virtuale ed invisibile, quello del denaro e della finanza, che si trova in una condizione di estrema precarietà e fragilità. Tale mondo è controllato da pochi attori, coloro che hanno il monopolio totale dell’emissione monetaria, cioè banche centrali e, soprattutto, banche commerciali. Ricordiamo infatti che solo il 3% del denaro esistente viene creato dalle banche centrali mentre il rimanente 97% viene creato appunto dalle banche commerciali tramite il meccanismo della riserva frazionaria. Questo spiega perché la maggior parte di quei 4500 miliardi di euro creati dal nulla da Draghi sono finiti a tasso praticamente zero nella pancia delle banche, che li hanno utilizzati per stabilizzare i loro bilanci, dissennati dopo anni di speculazione fallimentare, e ricominciare ad indebitare la gente a tassi compresi tra il 3% ed il 12%.

     Appesi ad un filo                                                      

    Da questo scenario oggettivo emerge che i bilanci degli Stati sono appesi ad un filo tenuto nelle mani dei grandi banchieri, i quali non rispondono a nessuno, tanto meno ai cittadini, e potrebbero, con una digitazione di computer, come hanno già fatto, vendere od acquistare i titoli pubblici dei vari Stati, determinandone la rovina o l’ascesa. Tale sistema decisamente perverso non si è creato dal nulla. Impossibile qui esporne in maniera esauriente la storia, menzionerò solo due tappe principali: 1)    27 luglio 1694: creazione della Banca d’Inghilterra. Banchieri privati, imprestando al re Guglielmo d’Orange 1 milione di sterline in oro, ottengono il privilegio di far diventare la moneta cartacea da loro prodotta moneta a corso legale. Da allora la sterlina diventò un debito dello Stato inglese e dei cittadini verso il sistema bancario privato e lo Stato inglese non riuscì più a liberarsi dal debito pubblico. 2) 23 dicembre 1913: dopo secoli di lotte con il potere politico, il sistema bancario riesce a creare negli Stati Uniti la Federal Reserve, una banca posseduta da privati con il monopolio dell’emissione monetaria, sul modello della Banca d’Inghilterra.

     Alcune domande fondamentali                             

    Alcune riflessioni si impongono di fronte a questo scenario: 1) quale potere effettivo ha la politica oggi di incidere in maniera libera ed autonoma sulle nostre vite, se ogni decisione importante viene assunta in totale autonomia dai banchieri? 2) Perché i nostri politici non affrontano direttamente questo tema centrale e sostanziale, che ha enormi ripercussioni dirette sulle nostre vite ed impedisce lo sviluppo di un’economia prospera e stabile, generando anche l’incredibile disparità sociale che abbiano sotto i nostri occhi? 3) Perché i nostri valenti giornalisti più in vista – penso ai vari Enrico Mentana, Corrado Formigli, Lilly Gruber, Bruno Vespa, Bianca Berlinguer, Giovanni Floris, Lucia Annunziata solo per citarne alcuni – non utilizzano i mezzi a loro disposizione per informare gli italiani su questa realtà, facendo dei servizi che spieghino nel dettaglio quanto sta accadendo e soprattutto il semplice meccanismo sotteso a tutto il mondo finanziario, cioè il denaro-debito?

     La risposta distributista                                          

    Come distributisti, una risposta parziale a queste domande l’abbiamo: perché il ceto dirigente italiano ed europeo oggi è succube rispetto al potere dei banchieri e viene anzi attentamente selezionato all’interno di Think Thank, associazioni apparentemente filantropiche finanziate e organizzate da quegli stessi banchieri che detengono il potere reale. Basta pensare ad associazioni quali il Gruppo Builderberg, l’Aspen Institute, il Club di Roma, l’Open Society, creati direttamente od indirettametne dalla grande finanza dei vari Rothschild, Rockefeller, Soros. Solo un esempio, l’Aspen Institute (https://en.wikipedia.org/wiki/Aspen_Institute). Fondato nel 1949 a Washington, esso è finanziato principalmente dalla Carnegie Foundation e dal Rockefeller Brothers Fund. Il suo scopo ufficioso  è quello di essere “forum” per una leadership basata sui valori e lo scambio di idee” (https://en.wikipedia.org/wiki/Aspen_Institute). L’Aspen Institute è diffuso praticamente in tutto il mondo. Nel Comitato Esecutivo dell’Aspen Institute Italia risultano tra gli altri (http://www.aspeninstitute.it/istituto/comunita-aspen/comitato-esecutivo): Luigi Abete, Giuliano Amato, Sergio Berlinguer, Gianni De Michelis, Franco Frattini, Gianni Letta, Emma Marcegaglia, Paolo Mieli, Mario Monti, Lorenzo Ornaghi, Romano Prodi, Francesco Profumo, Cesare Romiti, Carlo Scognamiglio, Marco Tronchetti Provera. L’attuale presidente è Giulio Tremonti, uno dei vice-presidenti Paolo Savona. Lucia Annunziata è il direttore responsabile di Aspenia, la rivista ufficiale dell’associazione. Che fare dunque?

     Quattro punti da cui ripartire                                

    Il distributismo ha le idee ben chiare. Per prima cosa va informata l’opinione pubblica riguardo allo stato attuale delle cose. Bisogna uscire dalla caverna di Platone ed incominciare a guardare in faccia la realtà così com’è. Non ne deve uscire un gruppo sparuto di intellettuali ma tutto il popolo. In secondo luogo bisogno creare una classe dirigente che, sulla base di questi dati, sia in grado di proporre una visione totalmente alternativa ed una radicale riforma del sistema monetario-finanziario, in modo che la politica ritorni ad avere quei poteri che le consentano di perseguire il bene comune senza sottostare ai diktat dei banchieri e si possa ristabilire un minimo di equità, giustizia sociale e prosperità economica. Questa “pars costruens” è la vocazione principale del distributismo e quattro sono i pilastri della sua visione:
                                                                     1)   

                 famiglia tradizionale al centro dello sviluppo economico-sociale
                                                                     2)   

         unione di capitale e lavoro e massima diffusione della proprietà produttiva
                                                                     3)   

    restituzione di potere reale alla gente attraverso aggregazioni per comparto lavorativo

                     (gilde o corporazioni di arti e mestieri), contro la partitocrazia
                                                                     4)   

          Denaro libero da debito e di proprietà dei cittadini al momento dell’emissione

    La strada per uscire da questa specie di incubo in cui siamo finiti quindi c’è, è semplice, ragionevole, lineare. Sta a noi imboccarla senza esitazione, nella convinzione che non si tratta altro che di intercettare il reale, subordinando al bene comune la finanza ed il denaro.

    Matteo Mazzariol
    Presidente MODIT (Movimento Distributista Italiano)

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