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  • Bruxelles: i custodi dell’usura legalizzata danno l’ultimatum all’Italia

    Bruxelles: i custodi dell’usura legalizzata danno l’ultimatum all’Italia

    Lunedì, 19 novembre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa,  Sergio Basile, Ue, Europa, moneta debito , Procedura d'infrazione 

    Bruxelles: i custodi dell'usura legalizzata danno

    l'ultimatum all'Italia

    Nell'Europa dell'usura e del debito perenne, l'Italia verso

    la trappola della procedura d'infrazione Ue

     

    di Sergio Basile

    procedura d'infrazione ue - italia deficit

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     L'Italia verso la procedura d'infrazione                

    Bruxelles, Roma – di Sergio Basile Lo scorso martedì 13 novembre è scaduto l'ultimatum dell'Ue nei confronti del governo italiano per l'invio presso la sede della Commissione, in Rue de la Loi – Bruxelles – di una "considerevole" correzione della manovra finanziaria, richiesta per "eccesso di deficit". Pena, la probabile apertura di una procedura d'infrazione: rischio già paventato nelle scorse settimane da Jean-Cloude Juncker e soci. Dello stesso parere i ministri europei dell'economia, unanimi nel giudizio netto contro il collega Giovanni Tria e perfettamente allineati con la piramide comunitaria.  In tal solco l'ultima riunione Ecofin è parsa, come spesso accaduto in passato, perfettamente inutile; un'insensata sfilata di ministri che hanno obliato definitivamente il rovente tema della difesa della sovranità monetaria dei propri paesi. Anche perché a "comandare" sono di fatto i mercati, rigorosamente imbeccati e mai contraddetti da Bruxelles.  Spread docet! Debito docet! E così ad oggi, Conte, Salvini e Di Maio sembrano avere una missione diversa nei confronti dei guardiani dell'Unione: dilatare i tempi di allineamento al volere del padrone di turno ed evitare le sanzioni minacciate. Il prossimo 21 novembre con il rapporto sul debito potrebbe arrivare la doccia fredda Ue. Di scorta l'avvio della procedura sarebbe atteso per dicembre e potrebbe concretizzarsi in aprile. Il fatto è indubbiamente grave, specie per un paese già sovrastato da una montagna di debiti fittizi, ma di certo non meraviglia, considerato il venticello di una dittatura effettiva che spira ormai da decenni sulle capitali del Vecchio Continente. In tal senso, le ultime uscite del socialista francese d'origine ebraica, Pierre Moscovici, Commissario Ue per gli Affari Monetari, che ha intimato a Roma "una risposta forte e precisa con una correzione considerevole del deficit", sembrano inficiare "lo sforzo" che il governo rivendica di aver fatto definendo il 2,4% di deficit come tetto massimo.

     "Debito di cittadinanza" nell'occhio del ciclone  

    Nell'occhio del ciclone della finanziaria del governo Conte, il cosiddetto "reddito di cittadinanza": espressione strategica mutuata illegittimamente dal modello auritiano di moneta-credito di proprietà del portatore. Infatti, in soldoni, si tratta dell'ennesima presa in giro debitocratica che nulla c'entra con la portentosa scoperta del grande Prof. Giacinto Auriti. Dunque, la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle infrazioni Ue non è altro che l'ennesima forma di sussidio emesso a debito, cioé messo a bilancio prendendo in prestito moneta a tassi salati dal sistema bancario privato. Più che "reddito di cittadinanza" sarebbe logico parlare di "debito di cittadinanza"; mera uscita di marketing politico più che reale svolta monetaria destinata a svincolare l'Italia dai lacci dello sheol del debito perenne. I media di regime, tuttavia, sembrano stranamente non afferrare l'abissale differenza tra i due concetti. Come fotografare questo status quo? La verità è che l'Ue non è altro che una gabbia, e l'euro – creato dal nulla, senza riserva aurea, ed emesso a debito dei cittadini dalla Bce – è il sigillo che ne sbarra i cancelli d'uscita.

     Oltre l'anti-europeismo di facciata                         

    Dinanzia ciò, evidentemente, per risultare credibili non basta più dirsi anti-euro e anti-europeisti a fasi alterne. E' necessario essere, alla luce dei fatti e della storia anche e soprattutto in favore della proprietà popolare della moneta e per la piena conquista di una sovranità monetaria reale in seno ai popoli europei: solo così l’Europa potrà essere un giorno il luogo dei popoli liberi e delle nazioni liberate, indipendenti e con una stessa moneta di proprietà del portatore. D’altronde, non dimentichiamo che l’euro — e i suoi corollari d’ingegneria finanziaria — nei disegni dei banchieri e dei credenti mondialisti al potere non è che una moneta transitoria, avente il compito di facilitare l’ingresso nell’ultima fase del dominio globale, attraverso la successiva futura introduzione di nuove e definitive forme di controllo monetario, quali la moneta elettronica e/o la moneta unica mondiale. Il problema quindi non è l’euro in sé, ma l’emissione a debito dell’euro. Pertanto anche restare nell’Eurozona potrebbe rivelarsi positivo, a condizione: 1) che l’euro sia dichiarato di proprietà degli europei e non dei privati della BCE; 2) che i trattati siano modificati al più presto.

     Sovranità limitata perenne! Parola di Ue              

    Accettiamo, oggi, debiti su debiti in maniera automatica, grazie all’azione del mitico stato-apparato che ci induce ad attualizzare e reiterare passività contro la nostra volontà e con gran leggerezza della classe politica, anche quella dei cosiddetti partiti anti-casta. Accumuliamo fin dalla nascita debiti su debiti ad un ritmo di crescita, arrotondato per difetto, pari a 400 miliardi di euro all’anno. Sì perché, come ha recentemente confermato il Tesoro, l’Italia sta emettendo titoli per questa somma ogni anno, pur trattandosi di debiti che, prima o poi, dovranno esser ripagati con tanto di interessi. Come se non bastasse, qualsiasi decisione presa dal governo imposto (di turno) o dal Parlamento non dovrà rispettare i desideri degli italiani, ma realizzare gli interessi dei guardiani dei mercati. Non è un caso se il presidente dell’Eurogruppo, Joeren Dijsselbloem, di recente, abbia fatto capire chiaramente che l’Europa non si accontenterà di riforme scritte sulla carta. Come dichiarato dall’economista Vincenzo Visco nella Primavera 2014, in un’intervista a l’Unità: Saremo a sovranità limitata Almeno fino a quando avremo un debito così alto. Praticamente – aggiungiamo – per sempre!

     Truffa del vincolo del 3% e del Patto di Stabilità  

    Oggi è legittimo parlare di sovranità limitata perenne, sulla scorta di una truffa a monte: l’Ue, infatti, ha precedentemente legato le mani alle nazioni con vincoli come quello del 3% varato a Maastricht (1992) e poi le ha sanzionate per immobilismo seppellendole di debiti sempre nuovi con l’istituzione del Patto di Stabilità (1997). Non lo trovate assurdo? È questa la ratio delle misure correttive dell’Ue per mancato rispetto dei vincoli di bilancio e la ratio delle contestuali procedure d’infrazione annesse: misure protese a destabilizzare ancor più la situazione economica generale. Infatti sul sito della Commissione europea, possiamo leggere: Il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) è la concreta risposta dell’UE alle preoccupazioni circa la continuità nel rigore di bilancio nell’Unione Economica e Monetaria (UEM). Stipulato nel 1997, il PSC ha rafforzato le disposizioni sulla disciplina fiscale nella UEM di cui agli articoli 99 e 104, ed è entrato in vigore con l’adozione dell’euro, il 1º gennaio 1999. Astrusi tecnicismi a parte, possiamo inquadrare il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) come un accordo iniquo, stipulato e sottoscritto nel 1997 dai paesi membri dell’Ue, proteso ad un vero e proprio commissariamento delle economie nazionali e ad una paralisi sostanziale delle rispettive politiche di bilancio, al fine di mantenere fermi i requisiti di adesione all’Eurozona: ciò grazie alla nostra ignoranza sulle dinamiche dei meccanismi monetari che le scuole pubbliche e le università si guardano bene dall’insegnare, in uno sconcertante gioco del silenzio.

     La trappola della Procedura per deficit eccessivo 

    A sigillo di questa gabbia è stato poi apposto un meccanismo punitivo, una procedura di infrazione nota come Procedura per Deficit Eccessivo (PDE), che ne costituisce il principale strumento di controllo, articolato in 3 fasi: A) avvertimento preventivo (pseudo-intimidazione); B) raccomandazione; C) sanzione. Ben due, sconcertanti quanto irrispettabili, sono i parametri collegati: 1) mantenere un deficit pubblico non superiore al 3% del PIL664 (rapporto deficit/PIL  3%); 2) mantenere un debito pubblico al di sotto del 60% del PIL o, comunque, tendente al rientro (rapporto debito/PIL< 60%). Analizzando meglio questo rapporto (deficit/PIL), scopriamo cose davvero interessanti, avendo un quadro più chiaro sulla reale portata demagogica delle cosiddette lotte politico-economiche per la crescita, poste in essere dai nostri politici, e sulle contestuali farse parlamentari. Per uscire dall’equivoco non c’è bisogno di essere geni della matematica, infatti osservando il rapporto possiamo constatare: 1) come il numeratore, cioè il deficit o debito, sia una variabile condizionata — in negativo — che cresce indefinitamente nel tempo; 2) il denominatore, cioè il PIL, o la produzione, sia invece una variabile che, per sua natura — a causa delle capacità produttive, della saturazione del mercato o della chiusura indotta di migliaia di imprese — ha un limite fisico: soglia rappresentata dall’indice tecnologico nel processo produttivo, dalla qualità della vita (che incide sul livello e sulla quantità della domanda) nonché dalla distruzione indotta della domanda interna. Il rapporto è perciò incontenibile per natura e tende ad esplodere. Ecco svelato un altro colossale inganno made in Ue, legato a doppio filo con la truffa della moneta-debito. La persistenza di tale vincolo in seno all’Unione è un altro poco pubblicizzato motivo di inibizione della cosiddetta crescita: rimuoverlo è quindi essenziale. Com’è fondamentale rinunciare al cosiddetto Fiscal Compact o Patto di bilancio europeo del 2012, che — sulla scia del Patto di Stabilità — ha ulteriormente blindato il Principio della Convergenza verso parametri rigidi, già sancito con il Trattato di Maastricht, imponendo ad esempio, nel caso dell’Italia, di tagliare 45 miliardi di debito pubblico all’anno per 20 anni (spending rewiew), col pretesto del pareggio del debito: esposizione auto-rigenerante ed inestinguibile, a causa del meccanismo della moneta-debito. Il fatto che i cosiddetti "partiti anti-casta", espressione del governo Conte, non mettano minimamente in discussione questa sconcertante realtà, dovrebbe indurre tutti noi ad una profondo riflessione che affanda evidentemente le proprie radici nella retorica della più sottile dialettica hegeliana della falsa contrapposizione.

    Sergio Basile – Direttore www.quieuropa.it

    Presidente Sete di Giustizia / Ass. Naz. Monetaria Auritiana

    infounicz.europa@gmail.com 

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  • Corporativismo: tra retta ragione e Dottrina Sociale della Chiesa

    Corporativismo: tra retta ragione e Dottrina Sociale della Chiesa

    Sabato, 20 ottobre / 2018

    – di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano 

     Redazione Quieuropa,  Matteo Mazzariol, Corporativismo, Dottrina Sociale della Chiesa

    Corporativismo: tra retta ragione e Dottrina Sociale

    della Chiesa

    Incompatibilità tra Corporativismo Cattolico e Corporativismo Fascista

     

    di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano

    corporativismo

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Corporativismo e pensiero sociale cattolico        

    Roma – di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano – Nella mentalità comune il corporativismo è associato a due fattori principali: le gilde e corporazioni del medioevo – retaggio di un tempo oscuro che fu e che le magnifiche sorti e progressive dell’umanità ha contribuito a cancellare – e l’altrettanto male oscuro, questa volta addirittura assoluto, che è stato sconfitto con la seconda guerra, il fascismo. Tutto ciò ha contribuito e contribuisce tuttora a mettere il corporativismo nel dimenticatoio della storia, vittima di una damnatio memoriae definitiva ed inappellabile. Un’analisi più attenta, seria, competente e veritiera dei fatti e della storia ci porta però in un’altra direzione. Per prima cosa dobbiamo infatti prendere atto che le corporazioni medioevali, a partire dal Mille, furono indubitabilmente un esperimento in cui valorizzazione delle competenze, giustizia sociale, solidarietà e prosperità economica trovarono il loro posto in un amalgama in grado di garantire equilibrio, ordine e fruttuosa convivenza civile non per anni o per decenni ma per secoli, venendo poi progressivamente scardinate dall’emergere prepotente di una visione economico-sociale che mise lo sfruttamento, il profitto e la speculazione ai vertici dell’agire umano (Macchiavelli docet). In secondo luogo va chiarito una volta per tutte che

                      il fascismo, ideologia peraltro nuova e rivoluzionaria,

                    non fu in alcun modo il fondatore del corporativismo,

                      la cui origine origine si perde nella notte dei tempi

              e va rinvenuta nell’insopprimibile natura sociale dell’uomo,

               tant'è vero che non esiste civiltà degna di questo nome

                che non abbia avuto una sua componente corporativa.

    Il pensiero sociale cattolico, avviato con Gesù Cristo, approfondito dai Padri della Chiesa, ricapitolato ed arricchito da San Tommaso d’Aquino, formalizzato inizialmente con la Rerum Novarum del 1891 e continuato con la Quadragesimo Anno del 1931, contribuì enormemente a precisare, valorizzare, diffondere e realizzare il principio corporativo. Esiste infatti una ricca e vastissima letteratura di matrice cattolica, presente in tutte le nazioni, con figure di alto spicco quali il Card. Manning e Chesterton in Inghilterra, Von Ketteler ed Heinrich Pesch in Germania, La Tour du Pin in Francia, Toniolo in Italia, solo per citare le più emergenti, le quali delinearono in maniera incontrovertibile, sulla base della retta ragione e della Dottrina Sociale della Chiesa, come

                   il corporativismo fosse l’unico modello praticabile

                    per incrementare il bene comune nella società.

    Il Codice di Malines, del 1936, frutto dello sforzo congiunto dei maggiori pensatori cattolici del tempo, fu solo uno delle espressioni di questa tendenza.

      Corporativismo cattolico e fascista: divergenze 

    Già durante gli anni del fascismo esponenti illustri del mondo cattolico italiano avevano lucidamente colto la differenza sostanziale e l’incompatibilità di fondo tra corporativismo fascista e corporativismo cattolico, manifestatosi ad onor del vero più sul piano pratico che su quello dell’elaborazione teorica, dove invece si manifestarono punti di convergenza non secondari anche se parziali. L'inconsistenza strutturale del corporativismo fascista fu infatti quella di tentare di accomodare due principi di per sè opposti: un sano corporativismo, basato sulla massima possibile autonomia dal basso e quindi sulla più ampia possibile libertà dei corpi professionali ed intermedi, con il totalitarismo accentratore dello Stato fascista, più affine certamente al socialismo che non alla Dottrina Sociale della Chiesa. Le regole delle Corporazioni fasciste, il loro meccanismo di funzionamento, così pure come i loro vertici, furono quindi espressione non dei loro membri, aggregati secondo un principio di partecipazione e competenza, ma della macchina burocratica dello Stato fascista, svuotando così di ogni significato, funzionalità e vitalità le corporazioni stesse. Ciò che non funzionò non fu il corporativismo in sè ma il tentativo di attuarne una versione deforme e storpiata. Lo scoppio della guerra non consentì inoltre nessun possibile ulteriore sviluppo in senso autenticamente partecipativo.

      L'atteggiamento della DC                                           

    In un importantissimo libro del 1951, intitolato “Verso il Corporativismo Democratico”, un gruppo di illustri intellettuali cattolici, tra cui il sen. Alberto Canaletti Guadenti, professore dei Pontifici Atenei Lateranensi, il prof. Saverio De Simone dell’Università di Bari, l’insigne giurista Carnelutti – riproposero con forza e convinzione il progetto di un corporativismo democratico, considerandolo l’unica possibile e razionale via per attuare un sistema davvero democratico, in alternativa alla partitocrazia, intrinsecamente incapace di valorizzare adeguatamente i corpi intermedi e distribuire le libertà reali secondo i dettami della Dottrina Sociale della Chiesa. Questo forte richiamo fu fatto ancora una volta sulla base della retta ragione e della plurisecolare insegnamento sociale cattolico ma, per ragioni che meriterebbero da sole un trattato a parte,

                    fu sostanzialmente ignorato dai vertici della Democrazia Cristiana,

                                      che, gia nel Codice di Camaldoli del 1943,

                            in netta discontinuità con il Codice di Malines del 1936,

    avevano incominciato a mettere in secondo piano, se non ad emarginare del tutto,

           il principio corporativo, pilastro fondante della Dottrina Sociale della Chiesa

                                                   e del diritto naturale.

      Corporativismo democratico e Distributismo         

    Quanto comunque il vertice del partito democristiano abbia voluto intendere la sua azione politica come una presa di distanza dai principi costitutivi della Dottrina Sociale della Chiesa e come invece un ibrido avvicinamento ad ideologie moderne e progressive come il liberalismo ed il social-comunismo è poi evidente a tutti: basti pensare allo statalismo della politica delle aziende partecipate, copiato in buona parte dal fascismo, all’abbandono di ogni rilancio dell’autonomia politica dei corpi intermedi, tipico degli Stati liberali e socialisti, alla scarsa e flebile opposizione a tutti gli attacchi portati contro la famiglia, al cedimento totale alla partitocrazia. Il Distributismo a questo proposito rappresenta un antidoto invalicabile di fronte a questa perdita di identità rispetto ai valori del cattolicesimo sociale, indicando nel liberalismo capitalista e nello statalismo social-comunista due facce di una stessa medaglia, la tendenza cioè a mantenere capitale e lavoro separati ed a distruggere ogni spazio politico reale, e quindi ogni spazio di libertà vera, che si ponga tra l’individuo e lo Stato e che non sia basato, come i partiti, su meri fattori divisivi ideologici. Per questo il distributismo ha proposto e continua a proporre, in perfetta sintonia con la plurisecolare Dottrina Sociale della Chiesa, il corporativismo democratico come uno dei fondamentali  principi guida che deve indirizzare l’azione politica di tutti coloro che si ispirano al bene comune.

     Cittadini al centro della vita socio-economica          

    Ciò che quindi è estremamente urgente oggi è fare un’opera di bonifica culturale che spieghi a tutti gli uomini di buona volontà, cattolici e no, che se vogliano uscire dalla palude della falsa democrazia partitica e partitocratica e ridare, come è giusto che sia, poteri concreti alla gente, se vogliamo cioè instaurare un democrazia vera e partecipata, basata sulle competenza e la responsabilità, e non continuare ad accettare la sua parodia, abbiamo solo una strada: riprendere i principi del corporativismo democratico e trovare le forme concrete attraverso cui esso si possa incarnare nel vivo del nostro tessuto sociale. Ciò non vuol dire creare qualcosa di astratto che non esiste ma semplicemente dare corpo, forma, dignità e consapevolezza politica ha ciò che già esiste, cioè ai milioni di lavoratori e cittadini italiani che ogni giorno cercano di dare il meglio di sè attraverso il loro lavoro, producendo beni e servizi che rappresentano la vera ricchezza della nazione.

                Si tratta in sintesi di passare dal cittadino atomo, isolato ed impotente

                                 al cittadino responsabile e libero di poter decidere

    tutte le importanti questioni concrete che riguardano la propria vita socio-lavorativa:

             si tratta cioè di realizzare sul serio quegli ideali di equità e giustizia sociale

                             che sono alla base della Dottrina Sociale della Chiesa,

                     di passare da una libertà fittizia ed ipocrita ad una libertà vera.

    In tutto ciò il ruolo dello Stato dovrebbe limitarsi a quello di vigilare sul rispetto del bene comune, creare i contenitori legislativi ed istituzionali in grado di valorizzare al massimo l’autonomia delle gilde o corporazioni di arti e mestieri e dare loro una voce politica. Il primo passo sarebbe quello ovviamente di istituire le corporazioni di arti e mestieri secondo un ordinamento democratico, fissandone le modalità di rappresentanza politica a livello comunale, regionale e nazionale. Nel dopo guerra per esempio era stata abbozzata una proposta di trasformare il Senato in una camera delle corporazioni. Invitiamo quindi tutti coloro che condividano tale visione o vogliano approfondirla ad unirsi al Movimento Distributista Italiano, per dare il loro contributo concreto e fattivo ad un’Italia migliore, basata sul realismo del senso comune e della ragionevolezza e non sulle utopie delle ideologie morte e sepolte dalla storia.

     

    Matteo Mazzariol (Copyright © 2018 Qui Europa)

    Presidente Movimento Distributista Italiano

    Per informazioni ed adesioni distributismomovimento.blogspot.com

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    Dominio Rothschild – Evoluzione dei rapporti tra Finanza, Massoneria e Comunismo / 1

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    Venerdì, 6 Gennaio/ 2016    di Nicola Arena e Sergio Basile / Sete di Giustizia  Redazione Quieuropa, Giacinto Auriti, sistema bancario, Nicola Arena, Sergio Basile, Sete di Giustizia, moneta, schiavitù monetaria, sistema dei cambi, controllo   Giacinto Auriti: l'inganno monetario, la trappola del mercato dei cambi e della borsa valori Le variazioni della domanda e dell'offerta di valuta estera possono portare a delle oscillazioni dei […]

     

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    Il Liberalismo: l’anello di congiunzione tra Capitalismo, statalismo (Marxismo) e permissivismo morale

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    Giacinto Auriti – Banca super-stato e usura internazionale

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    Giacinto Auriti – I veri padroni? I banchieri! Sindacati semplici sottoposti

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    Lettera ad un amico – L’ora di andare oltre il luogo comune, oltre i partiti e il Sistema

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    Martedì, 8 Novembre/ 2016    – di Giancarlo Palazzolo –   Redazione Quieuropa, Giancarlo Palazzolo, Ripresa, Economia, Menzogne, sistema, Moneta   Lettera ad un amico – L'ora di andare oltre il luogo comune, oltre i partiti e il sistema! Cambiamo qualcosa, perché qualsiasi cosa cambi,  sarà a nostro favore…                     […]

     

    La falsa Democrazia e i cattivi profeti del nostro tempo, marxisti, liberisti & Co

    La falsa Democrazia e i cattivi profeti del nostro tempo, marxisti, liberisti & Co

    Lunedì, 7 Novembre/ 2016    – di Sergio Basile e Matteo Mazzariol –   Redazione Quieuropa, Sete di Giustizai, Movimento Distributista, Matteo Mazzariol, Sergio Basile, Moneta Debito, Socialismo, Gilbert Keith Chesterton, Giacinto Auriti, Ezra Pound, Social comunismo, socialismo, liberismo, sistema bancario internazionale, falsa democrazia, dittatura  La falsa Democrazia e i cattivi profeti del nostro tempo: marxisti, liberisti & Co.  L'alternativa auritiana e quella distributista […]

     

    Denaro-debito e Cabala: il maledetto trucco per schiavizzare i popoli

    Denaro-debito e Cabala: il maledetto trucco per schiavizzare i popoli

    Mercoledì, 2 Novembre/ 2016    di Matteo Mazzariol / Presidente Movimento Distributista Italiano  Redazione Quieuropa, Movimento Distributista, Chesterton, Matteo Mazzariol, banchieri, Cabala, Moneta Debito, satanismo, magia, schiavitù  Denaro-debito e Cabala: il maledetto trucco per schiavizzare i popoli Il nesso fondamentale tra cabala e pane quotidiano è costituito dal denaro ed in particolare dal meccanismo di creazione […]

  • Spread e debiti perenni: andare oltre la cartolarizzazione, verso la proprietà popolare della moneta

    Spread e debiti perenni: andare oltre la cartolarizzazione, verso la proprietà popolare della moneta

    Domenica, 7 ottobre / 2018

    – di Roberto Pecchioli e Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, Sergio Basile, Giacinto Auriti, Proprietà Popolare  

    Spread e debiti perenni: andare oltre la

    cartolarizzazione, verso la proprietà

    popolare della moneta

    I titoli di Stato non sono il mezzo per ottenere la democrazia integrale:

    urge il reddito di cittadinanza auritiano (a credito).

    ► L'FMI e l'esempio emblematico del "disastro giapponese"

     

    di Roberto Pecchioli  / con il contributo di Sergio Basile

    spread e titoli di stato - debito perenne

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     La tecnocrazia e il debito perenne                         

    Roma, Bruxelles, Tokyo – di Roberto Pecchioli e Sergio Basile –  Come visto in più sedi la truffa dell'emissione monetaria a debito è un qualcosa che va avanti dal 1694/1717, cioè dalla fondazione e istituzionalizzazione della privata "Banca d'inghilterra".

                         Ma diversi sono stati nel tempo gli stadi progressivi

               che hanno ancor di più blindato ed incancrenito questa truffa:

               tra di essi un cenno particolare lo meritano la cartolarizzazione

            e contestuale iper-emissione dei titoli di stato del debito pubblico

    e la successiva trovata "usurocratica" della diabolica accoppiata rating/spread.

    Riecco lo spread. Tornano sul palcoscenico le statue di cera dell’UE, il franco-romeno-israelita massone Moscovici e l’ineffabile Juncker gran contribuente delle accise sugli spiriti, si materializzano nuovamente i fantasmi dei decimali nel bilancio dello Stato, risuonano gli ordini imperiali di sconosciuti funzionari stranieri presso i governi eletti. L’occasione è la polemica sulla legge di bilancio, assai sgradita agli gnomi di Bruxelles e ai loro domines della cupola finanziaria. Non è inutile una rinfrescata alla memoria dei connazionali, alla ricerca di bugie tutt’altro che innocenti per una visione dei fatti alternativa alla vulgata corrente della stampa e delle accademie di luminari a contratto. Una controstoria per nerd, lontana dai grafici, dagli istogrammi, dalle formule incomprensibili degli esperti, esposta senza utilizzare la lingua di legno anglotecnocratica. Partiamo da lontano, poiché il cappio che ci strangola da tre secoli a questa parte (cioé dalla nascita ed istituzionalizzazione delle banche centrali e della moneta-debito: 1717) ce lo siamo stretti al collo con rinnovata forza, ancora una volta nel 1981, allorché un ministro della sinistra DC, Beniamino Andreatta, con una semplice lettera concordata con i vertici della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), decretò il cosiddetto divorzio tra Tesoro e banca centrale. Venne cioè rimosso l’obbligo per l’istituto di emissione di acquistare i titoli invenduti alle aste mensili, calmierandone il tasso. Liberati gli istinti animali della finanza, pur in una situazione in cui il sistema bancario era in mano allo Stato, il debito pubblico dell’epoca, 142 miliardi di euro, il 58 per cento del PIL, triplicò in soli quattro anni, per quintuplicare nel 1994. Il divorzio più caro della storia: mille miliardi in quindici anni.

                                      Ovviamente già prima del divorzio

                         l'Italia era vittima degli strozzini internazionalisti,

    anche se il debito era targato "Italia" e il nodo attorno alla gola era più dolce

                                             (per usare un eufemismo)

     Gli internazionalizzatori                                            

    Basta comunque questo dato per destituire di fondamento la narrazione che descrive gli italiani spreconi intenti a vivere allegramente a spese altrui. Andreatta e Ciampi, da brillanti funzionari della cupola bancaria che stava rialzando la testa con rinnovato slancio, ma da nemici del popolo che dovevano servire, perseguivano un doppio obiettivo, internazionalizzare il debito pubblico,  all’epoca detenuto dalle famiglie italiane risparmiatrici (sia pur sempre indebitate verso la mangiatoia statale); gettare le basi per l'ancor più selvaggia espropriazione della sovranità monetaria (avviata con l'euro)  e per la privatizzazione del sistema bancario nazionale, che realizzarono, sempre loro, undici anni dopo, al crollo provocato della prima repubblica e immediatamente dopo la "presunta" fine (sicura metamorfosi) del comunismo sovietico, con gli accordi di spartizione del panfilo Britannia, presente tra gli altri un funzionario in carriera di nome Mario Draghi.

     Il vincolo esterno                                                         

    Ci scuserà il paziente lettore se introduciamo un concetto che ci viene propinato in tutte le salse dal sistema di comunicazione, ma mai spiegato: il vincolo esterno. Si tratta del principio per cui non possiamo spendere se prima non guadagniamo o non ci facciamo prestare soldi. Se una comunità, uno Stato non possiede mezzi di pagamento legale propri, non può fare altro che correre con il cappello in mano da chi detiene (o meglio si è appropriato) il mezzo monetario, nel nostro caso l’euro della Banca Centrale Europea. Poiché ci siamo spogliati sempre più di due enormi strumenti di sovranità, cioè di libertà, la sovranità monetaria e la determinazione del tasso di sconto, sono i banchieri a stabilire insindacabilmente se prestarci denaro, in quale quantità e determinare l’interesse (ovviamente – e lo ricordiamo specialmente ai nostalgici illusi – non va dimenticato come anche la lira fosse una distruttiva moneta-debito).

                  Se a ciò aggiungiamo che il denaro prestato non esisteva

      perché creato dal nulla, ex nihilo, e diventa reale solo perché lo accettiamo

                             e circola come il sangue per il nostro lavoro,

                              risulta chiaro chi comanda e chi obbedisce.

                Si rivela azzeccata la frase simbolo di un blog economico:

           "è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita".

    Parole non di un saggio o di un filosofo, ma di un personaggio dei fumetti, Pippo, l’amico di Topolino. Abbiamo il vincolo esterno che impone di vendere il frutto del lavoro collettivo del nostro popolo e abbiamo una "moneta-debito" esterofila e di proprietà degli usurai di turno, rigorosamente non di proprietà del popolo. Lo Stato prima del divorzio si finanziava – sia pur sempre a debito dei cittadini –  nei tempi in cui possedeva la banca centrale e controllava le banche commerciali, emettendo prevalentemente BOT, buoni del tesoro ordinari a breve termine, acquistati attraverso i canali postali e creditizi dalle famiglie italiane come risparmio garantito e sufficientemente remunerato. Differenti sono i CCT, certificati di credito del Tesoro, il cui valore reale è variabile in base al mercato, investimenti di medio termine. Oggi BOT per almeno 400 miliardi sono in mano alle banche commerciali che li depositano a tassi negativi presso la Banca Centrale, un’immensa ricchezza ferma da cui trae profitto solo la cupola finanziaria, pagata per custodire gli impulsi elettronici che hanno sostituito i titoli di proprietà cartacei.

     Il trucco della cartolarizzazione (titoli di Stato)      

    Ovvio che i risparmiatori italiani non li acquistino nella certezza di rimetterci, ponendo sul mercato la notevole ricchezza privata italiana, pari ad almeno 4.200 miliardi, due volte e mezzo il PIL. Lentamente, ma costantemente, essa passa di mano trasferendosi ai signori del rischio altrui.

                      Da anni, nel mercato dei titoli pubblici prevale il BTP,

       buono del tesoro poliennale con scadenza anche a lunghissimo termine,

                            che impegna chi lo emette fino a trent’anni,

    alimenta un vorticoso giro speculativo e lascia il Tesoro alla mercé dei mercati.

    Lo spread che tanto eccita i commentatori è la differenza di rendimento, a parità di scadenza, tra il buono considerato più sicuro, tedesco, dai tassi più bassi, e quello degli altri Stati. Perché l’eurosistema non preveda l’emissione di buoni propri, gli Eurobond inutilmente chiesti da Giulio Tremonti, non è un mistero:

    come non è un mistero per chi ha compreso il trucco del signoraggio bancario,

               e della cartolarizzazione (finanziamento tramite titoli di stato)

       il fatto che anche i bond sono strumenti – sia pur nelle mani dello Stato – 

                        destinati ad indebitare e dunque ad infelicitare

               e controllare le masse ignoranti e accondiscendenti (Ndr).

     L'ingerenza dell'FMI sull'Iva del Giappone               

     L'altissimo debito interno del Giappone (paese a cosiddetto "debito sovrano")

           e gli interventi impositivi sull'IVA del Fondo Monetario Internazionale

                                                         delle ultime ore

                       sono in merito un esempio davvero emblematico e chiaro,

                                   sulla truffa assoluta dei titoli di Stato.

    "La managing director dell'Fmi, Christine Lagarde, ha invitato il governo a ravvivare e rendere più incisive le politiche dell'«Abenomics» , in particolare sul fronte delle riforme finalizzate a aumentare la produttività, comprese quelle del lavoro. «Per ridurre le incertezze di politica economica, affrontare le sfide demografiche e ridurre i rischi sulla sostenibilità del debito è necessaria una cornice fiscale credibile per il medio e lungo termine – recita il rapporto dell'Fmi riguardante il Paese che ha il rapporto peggiore tra debito e Pil in area Ocse – Al fine di finanziare crescenti costi della sicurezza sociale e ridurre i rischi sulla sostenibilità dell'indebitamento, il consolidamento (fiscale) dovrebbe incentrarsi su un graduale aumento dell'imposta sui consumi finché raggiunga almeno il 15% con aumenti graduali e continui (rispetto al livello attuale dell'8%)" (1).

    (1) Fonte "Il Sole24 Ore"6 ottobre 2018 / «Dovete raddoppiare l'Iva sul medio termine». I compiti dell'Fmi al Giappone

     I derivati: l'altra faccia del casino finanziario             

    Il casinò finanziario (ma si può omettere l’accento per chi trae denaro dal denaro) ha inoltre inventato ulteriori meccanismi, i cosiddetti derivati. I più comuni sono i CDS (Credit Default Swaps), strumenti di copertura destinati a trasferire ad altri il rischio. Si può scommettere indefinitamente al rialzo o al ribasso sui dei conti pubblici, cioè sulla capacità o meno di rimborsare i BTP a scadenza da parte degli Stati.

            Basta un’oscillazione più elevata di quella normalmente accettata

                               dai modelli matematici degli operatori,

          o una voce, magari diffusa ad arte, per scatenare ondate di vendite

                                      seguendo l’effetto gregge.

    Le aste odierne sono dette marginali, poiché il BTP va a chi offre il tasso più elevato, cui sono costretti ad adeguarsi l’offerente e gli altri compratori. Ma, qui sta il punto, chi sono i partecipanti all’asta, i cosiddetti investitori istituzionali? Un gruppo ristretto, un cartello di pochi giganti della finanza comprendente il gotha affaristico del mondo, Citygroup, Goldman Sachs, Morgan Stanley eccetera. Gli unici italiani sono Unicredit e Intesa San Paolo, massimi partecipanti di Bankitalia, di cui conosciamo la prevalente composizione azionaria estera. Non ci toglieremo il cappio dal collo se continueremo a riservare il controllo della moneta a un cartello di speculatori internazionali che agiscono in sintonia e possiedono direttamente almeno 700 miliardi di nostri titoli, e molti altri attraverso partecipazioni e incroci azionari. La prima mossa sarebbe – secondo gli economisti – quella di imporre alla Banca d’Italia, che resta un soggetto di diritto pubblico, di comportarsi come la sua omologa tedesca, la Bundesbank, che, in caso di aste nelle quali il collocamento non è totale, non accetta vendite a tassi più elevati, ma trattiene i bond invenduti per piazzarli al momento più favorevole. Nonostante il Trattato di Maastricht, la Buba agisce come elemento di equilibrio del sistema tedesco. Ma al di là di questi palliativi debitocratici, bisogna agire sul "cancro del debito" in maniera netta e decisa.

     Di chi deve essere la proprietà della moneta?          

    Bisogna comprendere una volta per tutte che la cartolarizzazione è un inganno, poiché la pratica dell'acquisto dei titoli di Stato per finanziare l'economia di un Paese, in definitiva non permette agli stati di finanziarsi, ma produce solo debito e quindi schiavitù e malessere, povertà, disperazione e morte:

                                            la principale prerogativa di uno Stato

                 – come ci insegnano Lincoln, Kennedy, Ezra Pound e Giacinto Auriti –

                                     consta nel creare la propria moneta-credito

                     per far fronte  al proprio fabbisogno finanziario ed economico.

                                                   Tutto il resto è aria fritta!

    Tale moneta, poi, per liberare davvero l'umanità dai ceppi del debito deve essere creata ed emessa a credito dei cittadini ed attribuita al popolo in proprietà (reddito di cittadinanza a credito o "auritiano") cioé non deve assere accantonata tra le voci di debito del bilancio degli stati. In caso contrario, infatti, interessi e tasse annullerebbero ed inficierebbero gli sforzi economici e lavorativi dei cittadini. La conclusione è che la situazione è molto difficile, agire è complicato ma non impossibile, a patto che vengano assunte decisioni condivise da un popolo unito. Sappiamo che la tradizione di divisione intestina, il preferire lo straniero all’avversario interno è antica quanto la nostra nazione. Tuttavia, se intendiamo conservare non solo sovranità e indipendenza, ma la concreta proprietà del nostro denaro, frutto del sudore nostro e dei padri, da trasmettere ai figli, non vi sono alternative. La strada è stretta ma non del tutto impraticabile. Quel giorno i popoli torneranno a respirare. Sino ad allora, dovremo accettare un destino da servi o, al massimo, difenderci con meccanismi del tipo di quelli esposti, elaborati da studiosi estranei al potere dei signori del denaro. La Cartagine finanziaria non può essere riformata, ma sconfitta attraverso la volontà popolare e la proprietà popolare di meri valori convenzionali chiamati "moneta".

    L'unica strada percorribile per liberare l'umanità dai lacci del debito onnipresente

    è quella tracciata dal grande Prof. Giacinto Auriti. Tutto il resto è noia! E' debito!

     

    Roberto Pecchioli /  Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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    Allegato

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     B.A.R.: risposta odierna all'usura legalizzata        

    Oggi, in tempo di rarefazione monetaria indotta ed usura legalizzata, in tempo di spread e moneta-debito creata dal nulla (e senza riserva), la storia si ripete. I veri cattolici non possono stare a guardare e devono riscoprire il nobile ed antico esempio della Chiesa Cattolica, orientato sulla resistenza non violenta e sulla proposta attiva ed alternativa, ricalcando le orme dei loro avi. Oggi urge trasformare le comunità sociali (a partire dai comuni) in cooperative di credito solidali e orientate al mutuo soccorso, proprio com'era al tempo di Mosé (mille e duecento anni prima dell'Incarnazione di Cristo) ed al tempo dei santi francescani (Mille e Duecento / Mille e Quattrocento), durante il "bistrattato" Medioevo. La Dottrina Sociale della Chiesa attende giustizia e vuol ririvere sia nell'anima dei credenti che nelle loro opere. Il grande Professor Giacinto Auriti, padre della Teoria del Valore Indotto della Moneta e del SIMEC, lo aveva capito realizzando tale "Dottrina" attraverso l'immissione nel circuito economico-sociale di valori monetari convenzionali a credito e di proprietà del portatore (e non degli usurai). Egli ideando e promuovendo il SIMEC realizzò un vero e proprio miracolo economico-sociale nel comune di Guardiagrele, fino ad allora tra i centri italiani più colpiti dalla piaga del suicidio da insolvenza. Oggi si può e si deve agire con convinzione e determinazione: le armi di mutuo soccorso esistono, basta utilizzarle.

             Non farlo vorrebbe dire rientrare nella categoria degli stupidi e degli sprovveduti;

                    non rendere giustizia al nostro glorioso passato, alla nostra Fede e a Dio,

                alla storica battaglia contro l'usura ebraica posta in essere dai santi medievali

                                                          e dalla Chiesa Cattolica.

    A tal fine è stato creato il B.A.R. – Buono Comunale di Agevolazione Reddituale, uno strumento capace di dare ai sindaci la possibilità di prendere in mano il destino dei propri cittadini. Un'arma non violenta capace di mettere in moto la macchina economica della propria comunità sociale con efficienza e semplicità. Che ciascuno torni ad essere proprietario dei propri valori monetari, altrimenti l'usura indotta farà piazza pulita dei nostri cari, delle nostre famiglie e della nostra civiltà, costringendoci al suicidio, all'espatrio o alla disperazione. Non facciamoci complici dei grandi usurai e storici padroni oscuri della moneta-debito, nemici di Cristo e dell'umanità: l'immobilismo è un suicidio annunziato! L'immobilismo, una volta compreso il male e trovata la panacea, è un crimine ancor più grande!

    Sergio Basile 

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • Moro, Kissinger e l’usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Moro, Kissinger e l’usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Martedì, 25 settembre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio  Basile, Henry Kissinger, Aldo  Moro,  Cinquecento  Lire,  Usura             

    Moro, Kissinger e l'usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Nuovi spunti di riflessione sul caso più scottante della politica italiana

    a 44 anni dalla minaccia di Henry Kissinger, durante la storica

    visita di Aldo Moro alla Casa Bianca

    (Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974)

     

    di Sergio Basile

    moro - kissinger

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa: Sulla lunga strada della sovranità      

    Catanzaro – di Sergio Basile Il Tiramisù è uno dei dolci più conosciuti della tradizione culinaria italiana: famoso fin dagli Anni Sessanta è diventato negli ultimi decenni il simbolo per eccellenza della dolcezza nostrana nel mondo. La tradizione ne contende la paternità tra Roberto Linguanotto e Speranza Garatti. Così come avvenne per il perfezionamento della ricetta del dolce in seno a tali affermati chef, la scoperta che tutto il mondo ci invidia, la strada verso la sublime scoperta monetaria del Professor Giacinto Auriti – il genio di Guardiagrele – è stata costellata da febbrili decenni di studio in materia giuridica e monetaria, ma anche da concatenate intuizioni e stadi di crescita, progressive e rinnovate consapevolezze, esperimenti, osservazioni e comparazioni con gli studi di grandi uomini del passato che hanno portato alla prodezza empirica dell'elaborazione auritiana:

                            il dolce ideale, confezionato a vantaggio dell'umanità,

                  per contrastare l'amarezza senza fondo della piaga feneratizia!

    Serebbe un errore, tuttavia, separare e decontestualizzare la scoperta auritiana dal fil rouge della storia passata e trapassata. Auriti si pone, evidentemente, in continuità con un glorioso passato, ricapitolato mirabilmente nell'esperienza anti-usurocratica dei "francescani" Monti di Pietà medievali e nella tradizionale Dottrina Sociale della Chiesa, figlia a sua volta dell'originaria "Dottrina Monetaria di Mosé": miracolo spirituale ed economico che, oltre mille anni prima della venuta di Gesù Cristo, vide nascere in Medioriente la prima moneta-convenzionale a credito della storia (il Mamré) e le prime cooperative creditizie, organizzate in tribù. Quindi, come in pittura la perfezione del gioco d'ombre e del realismo di Caravaggio non poté realizzarsi senza le premesse sugli studi della prospettiva di Giotto;  come l'elicottero sperimentale di Enrico Forlanini (1877) non avrebbe avuto ragion d'essere senza gli studi sulla "vite aerea" del Codice Atlantico (1480) di Leonardo Da Vinci, oggi non potremmo celebrare a pieno le lodi del professor Auriti, e non potremmo apprezzarne il genio assoluto, senza riconoscere e comprendere la grandezza dei suoi predecessori ed il loro contributo alla causa della libertà. Ovviamente, cedere alla facile tentazione di tracciare un'ipotetica scala di valori sul grado di sensibilità di tali giganti della storia, "classificando" personaggi di epoche diverse – protagonisti a loro volta di diversi stadi di perfezionamento della fattispecie giuridico-monetaria – rispetto alla "verità auritiana", risulterebbe anacronistico. Ogni facile paragone tra Auriti e i suoi storici predecessori, volto magari a ridimensionare lo spessore di questi ultimi o a colorarne i contorni con un filo di ironia, risulterebbe infatti fortemente ingeneroso e inopportuno verso costoro.

    Il fatto che il genio Giotto non comprese il segreto del contrasto dei chiaroscuri e della luce

               nel miracolo della tridimensioalità delle figure, chiara al genio Caravaggio,

                                  di certo non può esser un motivo valido

                       ad adombrare la grandezza del primo rispetto al secondo.

    Ciò dal momento che gli eventi storici, come ben sappiamo e come ci insegna Gian Battista Vico, hanno sempre seguito moti evolutivi unici ma ciclici e sono stati caratterizzati da stadi di sviluppo ben definiti e ugualmente preziosi. Questa realtà evoca l'immagine dei granelli di sabbia di una clessidra, cadenti a cascata e in perfetta successione. Essi segnano il tempo e perseguono una comune missione: riempire la base dello strumento vitreo svuotando nel contempo la parte superiore, seguendo un preciso ritmo. Così è per i giganti che precedettero la scoperta auritiana: tante tessere di un domino che hanno segnato la storia degli ultimi venti secoli, facilitando la comprensione dello strumento monetario, verso lo smascheramento delle strategie dell'usura internazionale. Esse hanno riempito di valore e dignità la base della società (la comunità sociale degli esseri viventi) svuotando di senso e valore i vertici del potere monetario e politico.

                 L'inarrivabile Prof. Giacinto Auriti e i suoi illustri predecessori,

                  sul lungo e tortuoso sentiero della lotta all'usura monetaria

                 – tra i quali citiamo il tandem presidenziale Lincoln-Kennedy –

                    rappresentano un modello per tutti gli studiosi di moneta

                               che si accostano seriamente all'argomento.

    Si tratta di un terreno di ricerca ostico ed impervio che, in un modo o nell'altro, non può che ricondurre le fila dell'indagine storica ai misteri del cartello bancario e ai complotti "religiosi" orchestrati dalle grandi famiglie di banchieri internazonalisti, d'estrazione ebraica e fede talmudica, capaci di influenzare con la nascita delle banche centrali, le loro pertinenze e le loro azioni concertate, il destino di intere nazioni e continenti. La volontà univoca e il comun denominatore all'azione degli eroi che contrastarono il cartello bancario e la "rivoluzione monetaria", può evincersi nell'indomabile necessità di mettere in dubbio i dogmi bancari. Tale priorità l’aveva avvertita, sia pur parzialmente e con pathos probabilmente minore rispetto ai primi, anche Aldo Moro, dando segnali incoraggianti dal suo esecutivo, malgrado la disastrosa esperienza del “compromesso storico” sancito dalla stretta di mano con Enrico Berlinguer il 28 giugno 1977.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

     

    Moro, Kissinger e l'usura: nuove ricostruzioni

    e ipotesi

    Nuovi spunti di riflessione sul caso più scottante della politica italiana

    a 44 anni dalla minaccia di Henry Kissinger, durante la storica

    visita di Aldo Moro alla Casa Bianca

    (Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974)

     

    di Sergio Basile

    Scritto tratto, in parte, da: "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse"

    di Sergio Basile, Ed. Solfanelli, 2018

    moro - kissinger

     

     

     

     

     

     

     

     

     

      

     

     Il Caso Moro e l'usura da moneta-debito             

    Washington, Romadi Sergio BasileMoro nella seconda metà degli anni Sessanta, decise di sottrarsi, sia pur in parte, dal pressing forzato dei potentati bancari e di "risollevare l’economia nazionale" emettendo biglietti di Stato a corso legale, "pare" senza bisogno di chiedere prestiti via Bankitalia o FMI (1): così facendo egli avrebbe posto (restiamo rigorosamente nel condizionale) l’obiettivo morale di assolvere ai bisogni del popolo italiano, ricorrendo alla cosiddetta

                                             emissione sovrana senza debito.

    Ma, come vedremo, questa pagina di storia resta ancora avvolta da dense nebbie, difficilmente diramabili, per ragioni che spiegheremo di seguito. Trent’anni dopo il Professor Auriti ebbe il gran merito di superare questa sia pur provvidenziale ricetta dei "biglietti di Stato", comprendendo — rispetto a Moro, ma anche ad Abramo Lincoln, John F. Kennedy, Andrew Jackson ed altri eroi della contro-rivoluzione monetaria — l’importanza di elargire a ciascun cittadino la propria quota di moneta-credito, attribuendone loro la proprietà diretta (reddito di cittadinanza a credito) e andando così oltre la mera spendita di moneta statale senza debito. In tal guisa Auriti aprì nuovi orizzonti di sviluppo socio-economico, sormontando l’ottica  del circoscritto limite dell'investimento statale e liberando inimmaginabili "valori" ed energie economico-finanziarie, fino ad allora sconosciuti alla sfera degli economisti classici: incapaci storicamente di comprendere a fondo il concetto di "moneta-credito". La panacea alla guerra del sangue contro l’oro giunse grazie alla scoperta della Teoria del Valore Indotto della Moneta (2), l’unica arma pacifica capace di ridonare dignità ai cittadini in un contesto di democrazia integrale, svincolando la coscienza nazionale da perigliose e fuorvianti elucubrazioni economiche innestate sia nel mito del dio-stato che nel giogo dell’onnipotente banca centrale.

    (1) Fondo Monetario Internazionale  / FMI / IFM – Il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund) è un'organizzazione internazionale a carattere universale (e mondialista) istituita il 27 dicembre 1945 (nata ufficialmente nel maggio del 1946) e composta dai governi nazionali di 189 Paesi. Con la Banca Mondiale rientra nelle cosiddette organizzazioni internazionali di Bretton Woods. (2) Cfr.: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", Ed. Solfanelli, 2018 – Capitolo XII; Conclusioni – par. 7.

     La politica monetaria di Aldo Moro                      

    L’impegno di Aldo Moro nella ridefinizione della politica monetaria nazionale fu significativo ma marginale, o meglio non decisivo, e comunque segnato dai ben noti fatti di cronaca nera consumatisi in quei drammatici anni. Lo statista democristiano tra gli Anni Sessanta e Settanta finanziò la spesa pubblica per cinquecento miliardi di lire attraverso l’emissione di biglietti di Stato da 500 lire (emissioni Aretusa (3) e Mercurio (4): (*) la prima emissione fu normata con i DPR del 20 giugno 1966 e 20 ottobre 1967, del Presidente Giuseppe Saragat (5); (*) la seconda mediante DPR del 14 febbraio 1974, firmato Giovanni Leone (6). Le 500 lire di Moro erano emesse senza ricorrere al processo bancario e debitocratico della cartolarizzazione (Cfr.: 8.3.1) e con dicitura “Repubblica Italiana”, perché immesse nel circuito economico direttamente dallo Stato, per la spesa pubblica. Esse prevedevano, in aggiunta, la scritta “Biglietto di Stato a corso legale”, in quanto garantite dall’autorità statale. Essendo slegati dalla Banca d’Italia, tali biglietti di Stato, secondo una delle tesi più diffuse tra numerosi studiosi di settore, “non avrebbero generavano debito e interessi passivi”: cioé sarebbero stati agli antipodi dei biglietti emessi sia da Bankitalia (1947) che dall’odierna BCE. Le 500 lire del 1947 recavano impressa, invece, la scritta “Banca  d’Italia” assieme alla dicitura “Pagabile a vista al portatore” (perché cambiabili con monete statali).

        L’Italia in quel frangente storico poteva emettere monete ma non banconote,

    che doveva acquistare dal Fondo Monetario Internazionale tramite la Zecca di Stato.

                         Moro permise l’emissione di monete a valore 500 lire,

                   nonché (in deroga) l’emissione contemporanea del cartaceo.

    In seguito all’assassinio del politico, che si consumò a Roma il 9 maggio 1978, e alle dimissioni anticipate di Leone, l’Italia smise di emettere cartamoneta di Stato, tornando sistematicamente schiava dell’usura internazionale e dei processi bancari di cartolarizzazione.

     Moro, Mattei, Caffé, Dossetti, La Pira                      

    Moro, con la sua parentesi politica, malgrado il compromesso rosso, provò in qualche modo a cambiare gli equilibri internazionali: passo sancito anche dalla sfida lanciata al monopolio dell’FMI e, in aggiunta, al tentativo di realizzare la sovranità energetica del Paese, cercata da Enrico Mattei, passando per il pieno sviluppo e l’indipendenza dell’ENI.

                Furono questi i tasselli che accomunarono nel bene e nel male

                        le vite di Enrico Mattei (ucciso nel 1962), Aldo Moro

               e Federico Caffé (scomparso misteriosamente il 15 aprile 1987).

    Va ricordato ad onor di cronaca come Caffé, sia pur formatosi nel fumoso humus statalista di stampo neo-keynesiano, fu integerrimo e prezioso consulente dello statista della DC, nonché suo collaboratore all’interno di un gruppo allargato, esteso a uomini di chiaro stampo cattolico del calibro di Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira.

    (3) Vedi DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat per le 500 lire cartacee biglietto di Stato serie Aretusa. (4) Vedi DPR 14-02-1974, del Presidente Giovanni Leone per le 500 lire cartacee biglietto di stato serie Mercurio, DM 2/4/1979.    (5) Biglietto di Stato serie Aretusa – Legge 31 maggio 1966.   (6) Biglietto di stato serie Mercurio – DM del 2 aprile 1979.

     La fuorviante pista a senso unico                                 

    Tra l’altro, va ricordato, come lo stesso Mattei scelse di appoggiare Moro apertamente, urtando evidentemente gli interessi della grande usura internazionale, padrona della moneta-debito e, secondo proprietà transitiva, di gran parte delle fonti energetiche planetarie. Per anni si indagò sul Caso Moro a senso unico, dissertando sul ruolo delle Brigate Rosse con tesi aleatorie e parziali, cercando di dare all’omicidio una connotazione politica in senso stretto o addirittura partitica, circoscrivendo quanto accaduto all’interno dei meri confini nazionali. Seguendo l’oscuro fil rouge brigatista, un’altra curiosa analogia che unì Caffé e Moro, fu l’omicidio del professor Ezio Tarantelli, allievo, amico e collaboratore di Federico Caffé, ucciso sempre dalle “fantomatiche” BR in data 27 marzo 1985. Qualche anno dopo l’omicidio, tuttavia, un vento nuovo spirò su Roma, andando a smorzare l’afa estiva che avanzava e l’ancor più insopportabile cappa di omertà: nel giugno e luglio del 1982, qualcuno iniziò a tirare in ballo gli Stati Uniti d’America. A rompere il ghiaccio bollente fu la stessa moglie dello statista, Eleonora Chiavarelli Moro in una esplosiva testimonianza:

            l’assassinio — sostenne la Chiavarelli, in tribunale — avrebbe fatto seguito

                      a serie minacce di morte avanzate da colui che indicò come

                                    una figura politica americana di alto livello.

     L'incontro a Washington e la Minaccia di Kissinger 

    Dello stesso tenore fu la denuncia resa in sede processuale da Corrado Guerzoni, portavoce di Aldo Moro. La frase incriminata sarebbe stata la seguente:

                        Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico (…)

                        Qui, o lei smette di fare questa cosa, o la pagherà cara,

                                          veda lei come la vuole intendere.

    Una cosa è certa: il 25 settembre 1974 il Presidente Aldo Moro, in visita ufficiale negli Stati Uniti, a Washington, incontrò il Segretario di Stato Henry Kissinger (vedi foto giù in allegato: Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974, del quale prorio oggi, 25 settembre 2018, corre il 44° anniversario). Subito dopo il colloquio lo statista fu colpito da un malore e soccorso da Mario Giacovazzo (suo medico personale) e Giuseppe Giunchi (medico personale del Presidente Giovanni Leone): entrambi spinsero affinché Moro facesse rientro anticipato in Italia. Molti storici hanno offerto ricostruzioni parallele a quella ufficiale proprio in seguito a questi poco pubblicizzati eventi, fatti di portata epocale ma inspiegabilmente epurati dai libri di “storia”. Durante il processo, Guerzoni identificò la suddetta figura politica americana di alto livello in Henry Kissinger.

     Nuove luci e ombre sul Caso Moro                               

                           Ma Moro fu dunque un eroe o la semplice vittima sacrificale

                           di un sistema di cui lo stesso, volente o nolente, era parte?

    La verità assoluta la potremo cogliere solo al cospetto di Dio. Tuttavia riteniamo che la questione dell’emissione delle 500 lire di Moro aliene da qualsiasi laccio debitocratico sia un evento storico di difficile codificazione, ancora sospeso tra verità e mito e in buona parte avvolto nel mistero. Ciò poiché, ad oggi,

                    non adeguatamente avvalorato da alcun documento probatorio,

              gap riconducibile ai polverosi ed impenetrabili archivi della Banca d’Italia,

                      di Palazzo Chigi e del Palazzo delle Finanze di Via XX Settembre.

    A sostenere questa tesi citiamo, per completezza storica, anche autorevoli studiosi auritiani del calibro del Professor Normanno Malaguti, del Professor Francesco Cianciarelli — collaboratore di una vita del grande Professor Giacinto Auriti — e del Professor Antonio Pantano, quest'ultimo tra i massimi esperti di Ezra Pound. Comunque è altrettanto vero che, come sostiene il Professor Pantano, nel recente regime repubblicano ad autonomia limitata impostoci dal 1° gennaio 1948, i “biglietti di Stato” emessi furono moltissimi, come risulta dalla pubblicazione iconografica in due volumi, degli anni Settanta, della Banca Popolare di Novara (da nostra intervista al professor Antonio Pantano – 30 luglio 2018). D’altra parte anche dalla seconda metà dell’Ottocento furono emessi molti biglietti di Stato e sicuramente senza debito (da nostra intervista al professor Normanno Malaguti – 28 giugno 2018). Come argomentato dai suddetti studiosi, le 500 lire emesse sotto il Governo Moro furono le ultime, ma — anche a loro dire — non costituirono ragione per accreditare Moro, in senso assoluto, come “virtuoso” (da nostre interviste ai professori Francesco Cianciarelli e Antonio Pantano – luglio 2018). Secondo altre tesi e come sostenuto dallo stesso Professor Pantano:

             “La soppressione dello statista fu probabilmente dovuta al non

             aver condiviso con i suoi colleghi delle ingenti somme conferite

                                        da Gheddafi a partire dal 1972”.

    A nostro avviso la pista Kissinger-Usa non è comunque trascurabile e resta fino ad ora la più accreditata, sia pur la meno battuta. Infatti concordiamo tutti sul fatto che la dissoluzione sistematica della “sovranità monetaria” italiana fu riconducibile certamente agli Americani. Come ricorda Pantano (intervista del 30 luglio 2018):

    “Gli Alleati iniziarono con 640 miliardi di Am-lire stampati negli USA nel giugno del 1942

                                     e ristampati anche in Italia fino al 1949-50.

                        Il regime usurocratico italiano nel 1965 regolò con leggi

                                         la residua circolazione assorbendola”.

    Moro comunque – e questa è una certezza storica che nessuno potrà mai sottrargli – ebbe il merito acclarato di aver sfidato apertamente il Fondo Monetario Internazionale, longa manus degli Stati Uniti d’America e del Governo Mondiale: la vera ragione della sua morte risiede, probabilmente, nella memoria storica dei fatti legati a quel Memorandum e a quella tragica, sconcertante e febbrile mattinata del 25 settembre 1974, all'ombra del bianco colonnato in stile neoclassico della White House: simbolico richiamo – ci scuserete la divagazione – dei farisaici sepolcri imbiancati di evangelica memoria.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    Scritto tratto, in parte, da:

    "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", di Sergio Basile,

    Ed. Solfanelli, 2018

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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      Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25/9/1974 

    kissinger-memorandum-25-settembre

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • La grande opera medievale della Chiesa Cattolica contro l’usura ebraica

    La grande opera medievale della Chiesa Cattolica contro l’usura ebraica

    Domenica, 2 settembre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio  Basile, Medioevo, usura ebraica, Chiesa Cattolica, Monti  di Pietà 

    La grande opera medievale della Chiesa Cattolica

    contro l'usura ebraica

    Il francescanesimo e la mirabile opera dei Monti di Pietà

     

    di Sergio Basile

    Tratto da: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse"

    Ed. Solfanelli, 2018

    Monti di Pietà - Chiesa Cattolica contro Usura Ebraica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Chiesa Cattolica: millenario faro contro l'usura 

    Catanzaro di Sergio Basile  Il problema dell’ingiustizia connesso alla tirannide del legislatore e all’usura era avvertito con particolare sensibilità dalla comunità cattolica, specie nell’epoca preilluministica (1). Oggi, malgrado gli appelli insipidi, slegati, discontinui e sporadici di vasti comparti della Chiesa-istituzione, a tratti filo-europeista, questa prioritaria istanza di giustizia sembra essersi affievolita. Alcuni settori clericali, espressione di una chiesa modernista e progressista, sembrano diventati sordi e ciechi al grido di aiuto dei popoli europei, soggiogati da trattati comunitari e accordi transnazionali che hanno finito per legalizzare orrori di ogni tipo. Durante il glorioso Medioevo la comunità cristiana — clericale e laica — nutriva una grande considerazione verso la sacralità della vita e verso la stessa morte (2), considerando l’usura al pari del crimine più grande, perché capace di compromettere il normale ritmo dell’esistenza umana e di incidere sulla fine naturale della stessa: capace cioè di condizionare nefastamente sia il corpo (tempio dello Spirito) che l’anima. Così San Bernardino da Siena, nel Sermone XLIV della sua Opera Omnia, scrisse sull’usura e i suoi più abili architetti:

                          Gli usurai sottraggono il pane dalle mani degli affamati e dei fanciulli,

                       l’acqua dalle mani degli assetati, la casa e l’alloggio a chi non ne ha uno,

                                gli indumenti dal corpo di chi è nudo, fanno ammalare i sani,

                                           cacciano in prigione i liberi e, come lupi voraci,

                                         si affannano a saziarsi della carne dei miseri (3)

                                                            San Bernardino da Siena

    (1) Nel contesto di una società organica e teocentrica. (2) La diffusione delle cosiddette Ars Moriendi — o arti della buona morte — ne sono un esempio emblematico.  (3)  San Bernardino da Siena, Opera Omnia, Sermone XLIV.

     Usura giudaica e Concilio Laterano IV                  

    Ecco perché la Chiesa di Cristo ha da sempre combatutto l’usura, specie quella più aggressiva praticata dai mercanti giudei, condannando esplicitamente alcuni passi del Talmud ebraico che la avallavano. La piaga feneratizia era considerata dalla Chiesa come un gravissimo peccato, reiterato sia contro Dio (e la Sua Provvidenza) che contro gli uomini e la Creazione, ingenerando nel corpo sociale incommensurabili danni materiali e spirituali. All’epoca il prestito su pegno era erogato dai privati con tassi d’interesse che variavano dal 14 al 50%, con punte dell’80%, anche se la leva fiscale era meno opprimente rispetto a quanto avviene oggi. È curioso notare come il cancro dell’usura, andato in metastasi con la nascita delle private banche centrali a partire dal 1694 (4), andò propagandosi in tutta Europa fin dai primi secoli dopo Cristo. Successivamente, verso la fine del Duecento, con la progressiva affermazione dell’economia monetaria e dei banchi, gestiti in gran parte da speculatori ebrei, essa esplose diventando un fenomeno di malcostume. Ciò spiega la centralità che il fenomeno trovò presso tutti i grandi concili del Medioevo, a cavallo tra il 1123 e il 1312, sulla scia di quanto sancito già ad Elvira (5) (306 d.C.), Nicea (6) (325 d.C.) e Clichy (Francia, 626 d.C.) (7). Tra i concili in questione spiccò il Laterano IV del 1215, che denunciò con forza la perfidia giudaica testimoniata nell’usura:

                                                     Quanto più la religione cristiana

                           viene oppressa dalla riscossione del denaro prestato a usura,

                            tanto più gravemente la perfidia giudaica diviene prepotente,

                       tanto che in breve tempo le ricchezze della Chiesa si esauriranno (8).

    (4)  Cfr. par. 6.2 (Una catena di disastrosi effetti ed eventi); par. 6.3 (Londra 1964 – Royal Charter: una rivoluzione epocale).  (5)  Oggi Granada (Spagna).  (6)  Oggi Iznik (Turchia).  (7)  Il Concilio di Elvira (Spagna) si celebrò nel 306 d.C. (circa) nella città di Elvira (il nome di Granada prima della conquista araba, nell’allora Hispania). Vi si trattò, tra l’altro, il tema della separazione dalle comunità ebraiche che risiedevano nella penisola iberica. Il Concilio di Nicea (Turchia) fu il primo dei concili ecumenici e si tenne nel maggio-giugno del 325, convocato dall’imperatore Costantino. Vi parteciparono da 220 a 318 vescovi, in maggioranza orientali. Condannò l’eresia di Ario, proclamando il Figlio consustanziale a Dio Padre nel cd. Simbolo niceno (il Credo), tuttora in uso. Il Concilio di Clichy (o Concilium Clippiacense) fu un concilio sotto forma di sinodo locale che si tenne nell’omonima città francese, attorno al 626. Esso si occupò, tra l’altro, del diritto di asilo per criminali e schiavi che si fossero rifugiati in chiese o monasteri (Fonti: Enciclopedia Treccani e Cathopedia.org). (8) Dagli Atti del IV Concilio Laterano del 1215.

     I Mestieranti del debito                                               

                   Inoltre, gran parte delle prediche ufficiali, nelle chiese come nelle piazze,

                                                 erano volte a difendere i poveri

                    dal potere distruttivo della diabolica arte “alchemica” dell’estorsione,

                     che vedeva l’umano stato di bisogno, naturale o indotto che fosse,

                       quale suo naturale fondamento, ragion di gaudio e conseguenza.

    A reggere i giochi nacque una nuova categoria di mestieranti o specialisti del credito ad interesse, per lo più d’estrazione ebraica. Ad essi la sensibilità cattolica, quella francescana in particolare , contrappose i Monti di Pietà, luoghi privilegiati di mutuo soccorso permeati di solidarietà cristiana e simili, per certi versi, alle antiche pseudo-cooperative creditizie ebraiche dell’era mosaica (9). Il pioniere dei Monti di Pietà — realtà che da Ascoli Piceno e dalle Marche ben presto si diffusero in tutte le regioni — fu il Beato Marco da Montegallo (10) in de Marchio, discepolo di San Giacomo della Marca e autore della Tabula della Salute. Il Beato considerava i Monti di Pietà come

                          L’unico humano rifugio (concesso dal benignissimo Dio – Nds)

    de esso sventurato popolo cristiano, manecato, stracciato e devorato dagli usurai (11).

                                                       Beato Marco da Montegallo

    (9) Cfr. paragrafo 5.3 (Le prime cooperative creditizie della storia).  (10) Il Beato Marco de Marchio da Montegallo (Montegallo – Ascoli Piceno – 1425; Vicenza, 19 marzo 1496) è stato un religioso italiano appartenente all’Ordine dei Frati Minori, riconosciuto come l’ideatore — o co-ideatore — dei Monti di Pietà, pensati per sottrarre le classi meno abbienti al giogo dell’usura (fonte Cathopedia.org).  (11) Beato Marco da Montegallo, Tabula della salute, Venezia 1486, Cap. XI.

     La riforma socio-economia di contrasto all'usura   

    Tuttavia il primo istitutore dei Monti — o comunque coistitutore assieme al Beato Marco da Montegallo e al Beato Bernardino da Feltre — fu tale Fra Domenico da Leonessa (12), nativo di San Severino Marche. Dopo l’esperienza di Ascoli Piceno un altro passo decisivo alla causa fu dato dalla comunità francescana, nella seconda metà del Trecento, in seno all’Eremo di San Bartolomeo di Brogliano (13) (provincia di Macerata) nei pressi di Camerino, ivi nacque una vera e propria riforma socio-economica di contrasto all’usura, alla quale aderirono, nei decenni successivi, prestigiosi accademici, universitari e vescovi. Tra i documenti più importanti dell’epoca, a testimonianza di questo straordinario fenomeno socio-economico, degna di nota è la Bolla di Papa Niccolò V (14) del 1454, approvante il Monte dei Prestiti in Ancona (15).

     (12) Fra Domenico da Leonessa nacque nella prima metà del sec. XV. Incerti sono il luogo d’origine e la data: una tradizione lo vuole comunque nato a San Severino Marche (provincia di Macerata) e quindi trasferito a Leonessa (o Gonessa, Gonissa, Lagonissa nelle fonti); un’altra tradizione nato a Leonessa (provincia di Rieti) da genitori provenienti da San Severino (si veda Chiaretti, pp. 309 s. n. 30 e Enciclopedia Treccani).  (13) L’Eremo di San Bartolomeo di Brogliano, situato sugli altopiani Plestini ai confini tra Umbria e Marche, fu edificato nella seconda metà del XIII Sec., ad opera degli abitanti di Colfiorito, nel 1270. Dopo un lungo contenzioso, nel 1984, la chiesa è entrata a far parte dell’arcidiocesi di Camerino, essendo situata territorialmente nella provincia di Macerata (già appartenuta alla diocesi di Nocera Umbra). Da qui, nel XIV secolo, partì una delle più esaltanti e meravigliose esperienze di rinnovamento dell’Ordine francescano nota come Riforma degli Zoccolanti, opera iniziata dapprima da Fra Giovanni della Valle (1334-1351) e poi proseguita da Fra Gentile da Spoleto (1352-1355). (Cfr. M. Sensi, Brogliano e l’opera di Fra Paoluccio Trinci, Falconara, 1975; Cfr. M. Sensi, Le Osservanze Francescane, Roma, 1985).  (14) Nato a Sarzana (Spezia) il 15 novembre 1397; morto a Roma, il 24 marzo 1455.  (15) Papa Niccolò V, al secolo Tomaso Parentucelli, con la bolla in questione approvò la fondazione del Monte dei Prestiti in Ancona nel 1454, uno dei più attivi e floridi del tempo. Il pontefice passò alla storia anche per aver approvato, in data 20 luglio 1447, con la bolla Pastoralis officii, il Terzo Ordine Regolare di San Francesco, quale ordine canonicamente distinto all’interno della famiglia francescana, dotato di un proprio Ministro Generale (Cfr.: Massimo Miglio in Enciclopedia dei Papi ed Enciclopedia Treccani).

     Il francescanesimo e la nascita dei Monti di Pietà  

    La riforma legittimò ed istituzionalizzò sul larga scala il fenomeno dei Monti di Pietà, definendone la disciplina giuridica:

                              all’interno di essi i prestiti concessi erano privi di interesse

                            e venivano elargiti dietro consegna di un pegno di pari valore

               — ma comunque non inferiore — poi restituito all’estinzione dell’obbligazione.

                                                             In caso contrario

                  il pegno veniva venduto per rimborsare la somma prestata e non restituita.

    Nel Quattrocento fiorirono nelle sole Marche ben ventotto Monti di Pietà, soprattutto, come detto, grazie all’opera del Beato Marco de Marchio da Montegallo e di Fra Domenico da Leonessa. Accanto alla fortunatissima esperienza di Ancona, tra i più noti Monti di Pietà sbocciati come fiori preziosi, ricordiamo quello di San Sepolcro (1464/1466), Macerata e Recanati (1468), Fabriano (1470), Fano e Tolentino (1471), Jesi (16) (1472), Fermo (1478). Famosi anche i monti di Ripatransone (1479), Arcevia (1483), Vicenza (fuori dal territorio marchigiano – 1486) (17). I Monti di Pietà si diffusero provvidenzialmente in tutta la penisola (18) nel Tardo Quattrocento, andando a contrastare in maniera non violenta i deleteri effetti del prestito ad usura (giudaico e non). Un altro eccezionale strumento utile alla causa fu l’istituzione, presso il comune di Macerata (1492), del Monte Frumentario (19), ideato dal cattolico Andrea da Faenza, che

    rendeva possibile l’anticipazione di grano alle famiglie, in periodo di necessità o carestia,

                                  da restituirsi ex-post con il primo raccolto utile.

    Tra i più attivi anche il Beato Francesco Piani da Caldarola (20) (collaboratore di San Bernardino da Feltre) e San Giacomo della Marca (21), fondatore del Monte di Pietà dell’Aquila (1466).

    (16)  Vedi: Giovanni Annibaldi, I banchi degli ebrei ed il Monte di pietà di Jesi, pp. 88-129 — Biblioteca francescana, Falconara M., Ancona, 1972. (17)  Cfr.: Adriano Gattucci, Lo sviluppo dell’Osservanza minoritica (13681517), in AA.VV., Il Francescanesimo nelle Marche. Storia, presenze attualità, Movimento Francescano delle Marche, Ancona, 2000; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Arcevia con gli Statuti del 1470, del 1483 e del 1546 e molte notizie sui Monti di Pietà delle Marche, Foligno 1894; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Arcevia promosso nel 1428 da Lodovico da Camerino, riproposto nel 1470 e fondato nel 1483 da Marco da Montegallo, in “Nuova Rivista Misena”, IV, 1891, pp. 6-14; Cfr.: Anselmo Anselmi, Bolla di Niccolò V approvante il Monte dei Prestiti in Ancona nel 1454, in “Nuova Rivista Misena”, VI, 1893; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Foligno, Foligno 1898; Anselmo Anselmi, Storia del Monte di Pietà di Cingoli fondato da Fra Lorenzo da Roccacontrada, in “Picenum Seraphicum”, 1, 1915; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Arcevia, in “Miscellanea Francescana di Storia, di Lettere, di Arti”, V, 1890, pp. 165-179; VI, 1895, pp. 31-32.  (18) Cfr.: Anna Esposito, Prestito ebraico e Monti di Pietà nei territori pontifici del tardo Quattrocento: il caso di Rieti, in Società italiana degli Storici dell’economia, Credito e sviluppo economico in Italia dal Medioevo all’età contemporanea. Atti del I convegno nazionale 4-6 giugno 1987, Verona, 1988, pp. 97-111.  (19)  Cfr.: Adriano Gattucci, Lo sviluppo dell’Osservanza minoritica (13681517), in AA.VV., Il Francescanesimo nelle Marche. Storia, presenze attualità, Movimento Francescano delle Marche, Ancona, 2000.  (20)  Provenendo dalle Marche, una regione ad economia prevalentemente agricola, Francesco Piani — questo il nome del Beato — conosceva bene le miserie dei lavoratori delle campagne costretti ad indebitarsi e a diventare schiavi degli usurai e a costoro dedicò la sua vita. Francesco fu anche un predicatore ferventissimo che sapeva sedare le frequenti liti nei paesi della sua terra, divisi da lotte violente, tra fazioni ambiziose e famiglie potenti. Il segreto del successo del predicatore di pace era semplice: parlare al popolo di giorno e passare la notte in preghiera (fonte: www.santiebeati.it). (21) San Giacomo della Marca (1393 Monteprandone, Ascoli Piceno – 1476 Napoli). La sua biografia è affidata alla testimonianza di Venanzio da Fabriano (1434-1506), confratello laico che gli fu compagno e segretario fin dal 1463 (Cfr. Marino Sgattoni, La vita di San Giacomo della Marca (13931476) per fra Venanzio da Fabriano (1434-1506)”/ studiata e edita da p. M.S. — Zara, Convento S. Francesco, 1940 (Gubbio, Tip. Oderisi); Cfr.: Tabula Librorum librarie sante Marie de gratia iuxta opidum Montisprandoni, p. 80.

     Sant'Agostino contro l'usura giudaica                       

    Così come riportato dall’esegesi cristiana tradizionale e come argomentato da personaggi del calibro di San Giovanni Crisostomo, Padre della Chiesa d’Oriente, celebre autore di Omelie contro i giudei (22), e Sant’Agostino, nel suo celebre Trattato contro i Giudei (23), nonché dall’analisi sia pur sommaria dei capitoli salienti della storia economica degli ultimi due millenni — specie di quella medievale — ci si accorge come parte di quegli ebrei votati anima e corpo ai principi talmudici sull’usura, nemici di Cristo e dei Cristiani, legittimarono a ritmi crescenti la pratica feneratizia, al fine di accaparrarsi, attraverso il prestito e il conseguente debito, i beni dei “gentili” (Cristiani), reputati falsari indegni della Terra Promessa. Sant’Agostino dedicò al tema diversi scritti, tra i quali Adversus Judaeos Tractatus e il De Civitate Dei, accusando gli storici controllori del denaro di avversare la fede di Cristo, osteggiandone il percorso con ogni mezzo e senza limiti. Le disgrazie patite dagli ebrei con la distruzione dei due templi e la successiva diaspora, rappresentano per Agostino la testimonianza della validità della religione cristiana e l’erronea interpretazione delle scritture, tutta terrena e legata al sangue e non allo spirito, fornita da scribi, farisei e seguaci di Talmud e Kabbalah.

                           Noi discendiamo da altre genti e tuttavia, imitando la sua virtù,

                                                  siamo divenuti figli di Abramo. (…)

                        Noi siamo dunque fatti discendenti di Abramo per grazia di Dio.

                               Dio non fece suoi eredi i discendenti carnali di Abramo.

                              Anzi questi li ha diseredati per adottare quegli altri (24)

                                                            ( Sant’Agostino )

    Ovviamente è impossibile in tal sede offrire uno squarcio esaustivo e completo sull’immensa eredità in chiave antiusurocratica, lasciata dal Cattolicesimo nel cosiddetto Medioevo; tuttavia, quanto detto è comunque sufficiente a smontare le tesi di quanti vorrebbero in modo superficiale, falso ed anacronistico, bollare come oscurantista un’epoca di gran fermento e pathos spirituale, specie verso la causa dei poveri e degli ultimi e contro le ingiustizie sociali, economiche e giuridiche, perpetrate dai signori dell’inganno monetario. Tuttavia, malgrado l’impegno profuso dai Cristiani nella lotta contro l’usura ebraica, costoro commisero un madornale errore storico, che di seguito cercheremo di ricomporre, in sintesi.

     (22) San Giovanni Crisostomo, Omelie contro i giudei, C.L. Sodalitium, Verrua Savoia (TO) 1997. (23)  S. Agostino, Adversus Judaeos Tractatus (Trattato contro i Giudei). (24) San Agostino, Commento su Giovanni. Discorso XLII. 

      L'usura ebraica e l'errore dei popoli cristiani          

    I Cristiani non riuscirono mai a decifrare in concreto, la chiave di lettura del segreto monetario, infatti essi a conti fatti ebbero il grande demerito storico di non aver carpito a fondo il codice del Deuteronomio e del Libro di Tobia, custodito invece dal popolo ebraico — che ne fu l’atavico depositario — specie attraverso la tradizione orale e la stessa Cabala: strumenti della tradizione che nel tempo sono serviti a difendere gelosamente il segreto dei segreti (25), quello dell’arte regia ed alchemica della “trasformazione della materia in oro”. Mistero meraviglioso e terribile capace di favorire la sottomissione di interi popoli e nazioni,

       innescando processi di demonetizzazione o rarefazione monetaria su scala globale

                                               (crisi economiche e finanziarie).

    Questo segreto rivelato, come visto, muta la comprensione della storia fin dal crollo dell’Impero Romano (26). Il problema delle crisi economiche e della tradizionale e proverbiale usura ebraica nei confronti dei gentili (cristiani e non) è stata spesso e volentieri inquadrata, specie a partire dal Duecento, sotto l’unica prospettiva dell’interesse (da usura). Ma la radice dell’inganno aliena dal mero strumento dell’interesse. La demonetizzazione delle comunità cristiane che abitarono il bacino del Mediterraneo, a partire dalla diaspora, come dimostrato (27), deve essere ricondotta prim’ancora che all’interesse da usura,

      all’uso improprio della ricevuta di credito promosso dal sistema monetario ebraico,

                                  senza volatilizzazione settennale del debito.

       Sistema, questo, capace alla lunga di attrarre e far proprie le immense ricchezze

                      in oro, argento e bronzo accumulate dall’impero romano,

                                       d’improvviso volatilizzatesi nel nulla.

    In questo processo può cogliersi una sorta di vendetta del popolo ebraico d’ispirazione talmudica, verso i dominatori romani, che nel 70 d.C. occuparono e distrussero Gerusalemme, costringendo il popolo alla diaspora. I popoli cristiani e pagani del bacino del Mediterraneo, infatti, furono costretti ad utilizzare una moneta cartacea (ricevuta di credito) che poneva gli speculatori ebraici in una posizione di vantaggio e privilegio, consentendo loro di monetizzare il mercato, avvelenandolo con una moneta che era, invero, un tributo (28).

    (25) Cfr. Cap. 4.2.4.; (26) Ibidem; (27) Ibidem; (28) Cit. La Rivolta del Popolo, anno IX, n. 1, 15 gennaio 1969;

     Nominalismo: la grande opera degli "eletti"         

    La comunità mondiale, a causa del nominalismo (la cosiddetta Grande Opera degli eletti) fu quindi ben presto asservita ad una cerchia di privilegiati, promotori di un sistema tributario-monetario iniquo, generatore di debito indotto, orientato all’espropriazione dei beni reali degli “infedeli”. Più centri triangolari di irradiazione ed emissione di questi assegni in bianco si crearono, e si creano ancora oggi, maggiore fu, ed è, la capacità di attrazione di ricchezza reale e il controllo delle masse e delle regioni. Fu questa l’essenza del segreto dei segreti nascosto alle genti nelle pieghe della storia.

                           Il Sistema Bancario Internazionale dei “nuovi antichi eletti”

                                        si è, dunque, surrogato a quello di Mosè.

    Il non aver compreso questo sottile inganno (quella che potremmo definire come la più colossale opera satanica della storia) è, di sicuro, l’errore più grossolano mai compiuto dai popoli cristiani. L’Illuminismo, di seguito, appose i sigilli ad un modello economico-sociale e culturale tutto orientato ad occultare queste verità e proteso, per statuto, a denigrare quanti si fossero opposti al nuovo sistema di pensiero nascente, un complesso sistema di relazioni tra intellighenzia illuminata ed élite giudeomassonico-bancaria, fondato sull’usura e sull’istituzionalizzazione del sistema bancario del debito, su scala continentale.

     B.A.R.: risposta odierna all'usura legalizzata        

    Oggi, in tempo di rarefazione monetaria indotta ed usura legalizzata, in tempo di spread e moneta-debito creata dal nulla (e senza riserva), la storia si ripete. I veri cattolici non possono stare a guardare e devono riscoprire il nobile ed antico esempio della Chiesa Cattolica, orientato sulla resistenza non violenta e sulla proposta attiva ed alternativa, ricalcando le orme dei loro avi. Oggi urge trasformare le comunità sociali (a partire dai comuni) in cooperative di credito solidali e orientate al mutuo soccorso, proprio com'era al tempo di Mosé (mille e duecento anni prima dell'Incarnazione di Cristo) ed al tempo dei santi francescani (Mille e Duecento / Mille e Quattrocento), durante il "bistrattato" Medioevo. La Dottrina Sociale della Chiesa attende giustizia e vuol ririvere sia nell'anima dei credenti che nelle loro opere. Il grande Professor Giacinto Auriti, padre della Teoria del Valore Indotto della Moneta e del SIMEC, lo aveva capito realizzando tale "Dottrina" attraverso l'immissione nel circuito economico-sociale di valori monetari convenzionali a credito e di proprietà del portatore (e non degli usurai). Egli ideando e promuovendo il SIMEC realizzò un vero e proprio miracolo economico-sociale nel comune di Guardiagrele, fino ad allora tra i centri italiani più colpiti dalla piaga del suicidio da insolvenza. Oggi si può e si deve agire con convinzione e determinazione: le armi di mutuo soccorso esistono, basta utilizzarle.

             Non farlo vorrebbe dire rientrare nella categoria degli stupidi e degli sprovveduti;

                    non rendere giustizia al nostro glorioso passato, alla nostra Fede e a Dio,

                alla storica battaglia contro l'usura ebraica posta in essere dai santi medievali

                                                          e dalla Chiesa Cattolica.

    A tal fine è stato creato il B.A.R. – Buono Comunale di Agevolazione Reddituale, uno strumento capace di dare ai sindaci la possibilità di prendere in mano il destino dei propri cittadini. Un'arma non violenta capace di mettere in moto la macchina economica della propria comunità sociale con efficienza e semplicità. Che ciascuno torni ad essere proprietario dei propri valori monetari, altrimenti l'usura indotta farà piazza pulita dei nostri cari, delle nostre famiglie e della nostra civiltà, costringendoci al suicidio, all'espatrio o alla disperazione. Non facciamoci complici dei grandi usurai e storici padroni oscuri della moneta-debito, nemici di Cristo e dell'umanità: l'immobilismo è un suicidio annunziato! L'immobilismo, una volta compreso il male e trovata la panacea, è un crimine ancor più grande!

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    Tratto da: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", Ed. Solfanelli, 2018

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  • The School of Darkness – 4 – La via dell’indottrinamento

    The School of Darkness – 4 – La via dell’indottrinamento

    Domenica, 26 agosto / 2018

    di Bella Dodd –

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

     Redazione Quieuropa,  Sergio  Basile, Bella Dodd, Comunismo, internazionalismo, Roosevelt, Legge  

    The School of Darkness – La Scuola delle Tenebre / 4°

    Capitolo 4° – La via dell'indottrinamento

    The School of Darkness, Ed. P.J. Kennedy & Sons, New York, 1954

    (Traduzione dall'originale a cura di Sergio Basile)

     

    di Bella Dodd

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile

    Bella Dodd - THE SCHOOL OF DARKNESS - 4

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Capitolo Quarto                                                         

    New York – di Bella Dodd / Traduzioni dall'originale "The School of Darkess" a cura di Sergio Basile(Continua da qui The School of Darkness – 1 – 2 – 3) – Quella Primavera del 1926 ebbi un programma d'insegnamento completo da matricola, di quindici ore settimanali, in scienze politiche. Le classi erano numerose ed eravamo piuttosto sacrificati per lo spazio. Il dottor Dawson, presidente del dipartimento, un virginiano, fu il mio insegnante in tutte le lezioni in scienze politiche che seguii. Conoscevo il suo temperamento e i suoi metodi. Era un gentiluomo educato, il cui metodo di insegnamento era insolito, perché indirizzava semplicemente i suoi studenti in biblioteca e gli diceva di leggere. In classe non si entusiasmava mai, né esprimeva opinioni appassionate. Aveva insegnato a Princeton quando Woodrow Wilson era presidente lì. Era un democratico wilsoniano e sosteneva acriticamente Wilson e la Società delle Nazioni e credeva che la Corte Internazionale dell'Aja fosse l'inizio della stabilità internazionale. Era un propagandista persuasivo su tali realtà e sosteneva un nuovo sistema di gestione delle città, nonché primarie dirette e budget per i dirigenti. Non ebbi difficoltà ad accettare le sue convinzioni e a renderle mie. Mai una volta affrontammo i temi critici afferenti al governo; le nostre chiacchierate erano formali e superficiali. Ero una delle sue studentesse preferite perché mentre molti studenti si applicavano poco quando i docenti davano ampli margini di azione, io mi buttavo anima e corpo in infinite ore di lettura in biblioteca, studiando specialmente le opere di Tocqueville, Lord Bryce e Charles A. Beard, che fecero crescere il mio interesse per il governo americano e il mio apprezzamento per i fondamenti della Costituzione. Forse, perché il Dott. Dawson era della Virginia, riuscimmo ad ottenere di più di quanto non fosse accaduto negli altri stati, in merito al riconoscimento di diritti.

     La via dell'attivismo politico                                      

    Ero un'insegnante anch'io, ma non avevo una chiara visione degli obiettivi dell'insegnamento. Non sapevo cosa aspettarmi dai miei studenti. Perciò cercai di stimolarli, di farli pensare e discutere su questioni pubbliche, per prepararli all'azione nella società di domani. Volevo che imparassero attraverso l'esperienza pratica e attraverso il libro di testo. Ruth Goldstein, Margaret Gustaferro e io diventammo assistenti del Dottor Dawson. Nel 1926 la valanga di matricole trovò il college impreparato. Le strutture erano inadeguate. Noi tre tenevamo lezioni contemporaneamente in diverse sezioni dell'auditorium ed eravamo intimi amici. Lavoravamo insieme sviluppando i contenuti della programmazione dei corsi, le bibliografie e nuove tecniche d'insegnamento. Eravamo tutti iscritti alla Columbia University per la specializzazione in Scienze Politiche. A quel tempo molti professori stavano orientando il loro insegnamento verso una via non politicamente corretta nota come "muckraking" (controinformazione – Ndt).

                          Alcuni professori sostenevano pubblicamente che la guerra

              non era stata combattuta per rendere il mondo sicuro per la democrazia

    e che la Germania era stata strapazzata dal Trattato di Versailles. Fu anche il tempo in cui i professori della Columbia, appena tornati dalla London School of Economics e dal Brookings Institute, scoprivano e sperimentavano l'importanza dell'attivismo partitico e della politica pratica. Alcuni stavano iniziando ad arruolarsi nelle compagini impegnate nelle battaglie politiche locali. Questi inviarono (in missione – Ndt) gli studenti in città, nei condomini, spronandoli a suonare ai campanelli tra un piano e l'altro, per insegnare loro il processo democratico attraverso una ricerca vera e propria (pragmatica – Ndt).

     L'enzima necessario per il progresso!?                     

    Entrammo in questo nuovo tipo di attività sperimentale con entusiasmo. Selezionammo i capi politici locali con antico cinismo e poi iniziammo a spingerci nei club politici per imparare ancora di più questa affascinante professione. Uno dei miei corsi alla Columbia quell'anno ebbe ad oggetto uno studio del Senato degli Stati Uniti e dei suoi poteri per il trattato. Alcuni professori si domandarono perché mai Lindsey Rogers, considerasse questo argomento così importante da dedicargli un intero corso. Passarono solo sei anni dalla decisione afferente ad un trattato relativo agli uccelli migratori dello Stato del Missouri contro l'Olanda, e il modello della legge sui trattati non era ancora chiaro a molti. Rimasi affascinata da questo argomento. Fiorirono nuovi corsi quell'anno e giunsero nuovi professori, tra cui Raymond Moley, sia pur non ancora all'altezza del genio di Roosevelt. C'erano fermenti nell'ambito della libertà di stampa e di opinione.

                                          Noi giovani eravamo incuriositi dalle possibilità

                            di partecipazione al controllo governativo e dai diversi mezzi

                                                    per raggiungere questo obiettivo.

    Attraverso il nostro entusiasmo trasmettevamo ai nostri studenti dell'Hunter ciò che avevamo appreso. Sfidammo il pensiero tradizionale che avevano portato al College. Invitammo anche le ragazze ad essere attiviste politiche nei club. Presto i leader politici iniziarono a consultare l'Hunter per orientarsi su quale fosse la strada migliore per avviare i "bambini" alla politica. Noi non fermammo tutto ciò! Li inviammo a coppie per visitare tribunali e prigioni, assemblee legislative e istituzioni. Quando uno studente socialista chiese se i gruppi potevano visitare anche i club socialisti, noi accolsimo favorevolmente il suggerimento. Li incoraggiammo a mescolarsi con tutti i gruppi.

        In poco tempo ci convinsimo del fatto che non ci sarebbe stato progresso

                                          se non ci fossero stati dei radicali.

    Nei giorni che seguirono dalla promozione di tali slogan con cotanta disinvoltura, avemmo molte occasioni per constatare come l'aver catalogato tali persone come "giuste" (di "sinistra") rispetto ai seguaci di qualsiasi altra ideologia, avesse portato a una maggiore confusione nella vita americana. Sembrava tutto così semplice e giusto. Usando questo modello schematico mettemmo i comunisti a sinistra e poi li considerammo liberali avanzati, dopodiché fu facile considerarli come l'enzima necessario per il progresso.

                              I comunisti usurpano la posizione della sinistra,

            ma quando li si esamina alla luce di ciò che rappresentano realmente,

                 nessuno può vederli davvero come un tipo retto di reazionari

                   e il comunismo appare come il balzo indietro più reazionario

                                   nella lunga storia dei movimenti sociali.

                 Un qualcosa che cerca di cancellare in un modo rivoluzionario

                                     duemila anni di progresso dell'uomo.

    Durante i miei tredici anni di insegnamento presso l'Hunter dovetti ripetere questa falsità semantica molte volte. Non vedevo la verità sul fatto che le persone non potessero nascere "giuste" o "di sinistra" né potessero diventare "giuste" o "di sinistra" se non educate sulla base di una filosofia che fosse così scrupolosamente organizzata e allusiva come il comunismo.

     Indottrinare gli studenti sul "collettivismo"         

    Fui tra i primi rappresentanti di un nuovo tipo di insegnanti che avrebbero dovuto popolare in gran numero le università della città. Il marchio del decennio era su di noi. Con gli studenti eravamo sofisticati, intellettualmente snob, ma di solito feticisticamente "democratici". È vero che capivamo gli studenti meglio di molti insegnanti anziani; la nostra solidarietà con loro era parte del nostro essere. Durante i pomeriggi e le sere continuai il mio lavoro alla Columbia. Studiai "The Rise of Nationalism" di Carlton J. H. Hayes. Studiai in maniera approfondita A. A. Berle e Gardiner Means che trattarono delle duecento corporazioni che controllavano l'America alla fine della prima guerra mondiale. Lessi ampiamente sull'imperialismo e iniziai ad essere critica nei confronti del ruolo che il mio paese stava giocando. Scoprii la John Dewey Society e la Progressive Education Association. Mi resi conto del significato popolare di frontiera sociale. Ripetevamo con disinvoltura di aver raggiunto l'ultimo dei nostri confini naturali e che i nuovi confini da ricercare sarebbero dovuti essere sociali.

    Ci fu detto che in un prossimo futuro il mondo – ed in particolare il nostro Paese –

                              sarebbe andato verso una società collettiva,

            e nell'insegnare agli studenti bisognava prepararli per quel giorno.

    In risposta allo studio di quell'anno, afferente alla storia americana, alla politica nazionale e all'esperienza diretta nella politica locale, mia e dei miei studenti, iniziai a fare a pezzi gli studenti appartenenti a gruppi pubblici rispettati – impegnati nella chiesa, nella carità e in altre organizzazioni similari – che stavano cercando di migliorare la società secondo metodi antiquati. Ora mi rendo conto come questo approccio ebbe un effetto distruttivo su di me, ma ebbe un effetto ancora peggiore sui miei studenti più sensibili.

                                 Se avessero seguito il mio insegnamento

                            a loro non sarebbe rimasto nulla in cui credere.

                    Avevo cercato di sondare i loro vecchi modi di pensare

                      e non avevo dato loro nessuna nuova via da seguire.

                                  La ragione era semplice: non ne avevo!

                        Perché davvero non sapevo dove stavo andando.

    Più tardi, quando nel Partito Comunista incontrai uno di questi miei ex studenti, ebbi sempre la sensazione di essere stata responsabile per il suo modo di vivere; fu attraverso di me che essi avevano accettato questa fredda, dura fede con la quale vivevano. Nel 1926 non pensavo minimamente ai comunisti, tranne per il fatto di non averli preclusi come soluzione ai problemi. Mi stavo solo convincendo che bisognava fare qualcosa per aiutare ad ovviare gli errori nel mondo. Enfatizzavo i miei discorsi perché ero in collera verso coloro i quali si arricchivano senza lavorare e verso coloro i quali mostravano indifferenza verso il problema della riduzione della crescente miseria dei proletari.

     Influenza sul sistema educativo rivoluzionario russo 

    Accanto a ciò, ovviamente nei miei giorni ci furono momenti leggeri di spensieratezza. A volte, in quel tempo di proibizioni, ci incontravamo per chiacchierare e andavamo alle feste; a volte andavamo nei bistrot. Una volta portai una delle docenti più anziane dell'Hunter ad uno "speakeasy" (bar clandestino all'epoca del proibizionismo – Ndt), in parte per svago ed in parte per cortesia, pensando di mostrargli quella realtà. Bessie Dean Cooper visse la serata in relax. Era una vecchia signora robusta che insegnava Storia e dava brio all'intero dipartimento. I suoi undici gatti erano una leggenda. Quella sera mi chiese se avesse potuto lasciare uno di loro da me mentre partiva per l'Europa; gli amici stavano prendendo il sopravvento. Diedi la mia disponibilità e consegnai il gatto a mia madre, insieme al cibo, alle medicine, alla coperta, al cuscino del gatto e ad attente raccomandazioni. Mia madre diede un'occhiata a tutto questo armamentario e disse brevemente: "nutro i gatti come gatti!", e lo fece finché la padrona non fosse tornata. Alcuni anni dopo Miss Cooper si ritirò dall'Hunter e portò con sé gli undici gatti per andare a vivere in Costa Azzurra. Spesso, durante questo periodo, andavo al Teachers College della Columbia. Mi colpii sempre il gran numero di insegnanti, provenienti da quasi tutti gli stati dell'unione. Li osservavo mentre si radunavano attorno agli alberi che portavano gli stendardi dei loro stati.

                                                 Anch'io mi resi conto

          quale potentissimo effetto  avesse potuto avere il Teachers College

                       sull'educazione americana con migliaia di insegnanti

             protesi ad influenzare la politica nazionale e l'opinione pubblica. 

    Quell'anno appresi che George Counts, un collaboratore di John Dewey (filosofo e pedagogista statunitense neohegeliano – Ndr), come lui filosofo e teorico dell'istruzione, era andato in Russia. Lui, naturalmente, era stato lì prima. In effetti, aveva istituito il sistema educativo per il governo russo durante il periodo rivoluzionario. Aveva tradotto il sillabario russo in inglese e desiderava che gli insegnanti americani lo studiassero attentamente, promettendo un rapporto sulle scuole russe al suo ritorno.

     L'enfasi per l'internazionalismo                                 

    In quel periodo fui influenzata da molte istituzioni nel campus della Columbia nel corso delle lezioni alle quali partecipai. Divenni ospite frequente all'International House, alla quale fui invitata per la prima volta da uno studente di economia delle Filippine. Lì incontrai un gran numero di persone, Albert Bachman del dipartimento di francese, che aveva insegnato alla scuola di Tagore in India e che mi fece conoscere i bei studenti del Punjab, come me giovani e pieni di idee. Si creò un clima di uguaglianza e tolleranza, nella speranza che un mondo migliore sarebbe potuto nascere per mano di giovani di tutte le nazioni; un mondo in cui tutti gli uomini avessero potuto vivere e lavorare in libertà. Non eravamo consapevoli della stretta rete di potere che stava preparando il terreno per plasmare le nostre opinioni. Quell'estate ebbi la prima opportunità di confrotarmi con persone di altri paesi e di imparare come anche loro nutrissero il desiderio appassionato di migliorare i propri paesi e il mondo.

         In quest'humus iniziai a provare il desiderio di essere un cittadino del mondo.

         Era un desiderio che rendeva facile e naturale per me accettare il comunismo

                                    e la sua enfasi sull'internazionalismo.

    In merito al passato, quando avvertivo un senso di rimpianto per quello che stavo lasciando alle spalle, l'ignoravo. Accettavo il presente con tutto il suo egoismo indiretto, ma non potevo davvero adattarmi ad esso. Sempre più volevo parlare e agire solo in termini di futuro, di un futuro che non avrebbe conosciuto la corruzione del presente. Mi deprimeva che le persone vicine a me avessero potuto adattarsi ad una simile realtà. Le persone che non conoscevo, la grande massa di esseri umani sconosciuti, iniziarono a risvegliare in me un acuto senso di parentela.

                            Iniziai a trasferire i miei sentimenti personali

                   a questa massa sconfitta assolutamente sconosciuta.

             E così avvenne che cominciai a cercare la mia casa spirituale

                                         tra i diseredati della terra.

    Un insegnante non può fare a meno di trasmettere ai suoi studenti qualcosa di ciò in cui crede, ed io so di aver fatto molti danni. Ma la grazia salvifica nel mio insegnamento distruttivo di quel tempo constò nel fatto che nei miei rapporti interpersonali con gli studenti

    conservai in me qualcosa dell'essenza di ciò che Dio aveva voluto che io fossi:

                                               una donna, una madre.

    Amavo i miei studenti, tutti loro, i noiosi, i deboli, i forti, i conniventi, i contorti. Li amavo perché erano giovani e vivi, perché erano in procinto di realizzarsi e non erano stati ancora omologati nei target di una società cinica o da un potere connivente. Insegnare fu sempre la mia passione, perché nel farlo c'era un rinnovamento continuo, e in quel rinnovamento c'era sempre la promessa di quella freschezza che ci avvicinava alla perfezione. Per me le matricole erano sempre una piacevole sorpresa. Arrivavano all'università con grande determinazione e un senso di dedizione verso l'apprendimento; essi non erano ancora condizionati da considerazioni pragmatiche in merito ai posti di lavoro o alla carriera, non essendo ancora costretti ad adattarsi allo status quo. Erano come gli accoliti che stanno imparando il rituale. Se avessi potuto, durante quegli anni, avrei pregato intensamente per la conservazione di questa fiamma nei miei studenti. Quella fiamma c'è sempre ed è in tutti loro! Ma se in seguito esplode in un incendio che distrugge, o sfarfalla nel nulla, dipende in gran misura dagli insegnanti e dagli obiettivi e dalle norme che essi trasmettono.

     Non c'era ordine nella mia vita!                               

    Durante i miei primi due anni di insegnamento trascorsi infinite ore nella biblioteca della Columbia e nella sala 300 della biblioteca pubblica di New York. Per la mia dissertazione del master scelsi l'argomento: "Il Congresso è uno specchio della nazione?" Il mio lavoro non portò ad alcuna conclusione. In effetti, quando lo lessi in forma dattiloscritta,

                        ebbi l'infelice sensazione che il Congresso fosse un pò

    come quegli specchi di Coney Island che ora allargano, ora restringono il reale.

    Durante il mio lavoro lessi centinaia di brevi biografie nel Direttorio congressuale, dalla fondazione della Repubblica fino ad oggi, e trovai uno schema ripetuto molte volte: quello degli uomini che trovarono riscatto dalle loro umili origini e che lottarono per acquisire un'istruzione. Rimasi impressionata dal numero di coloro i quali dopo la scuola si iscrissero alla facoltà di giurisprudenza e successivamente entrarono in politica. Io stessa diventavo sempre più intollerante verso gli studi astratti, perché ciò sembrava non condurre da nessuna parte. Odiavo l'enfasi posta dal sistema scolastico sulla laurea. Un titolo era necessario per ottenere determinati lavori e un dottorato di ricerca; era essenziale per una promozione e un aumento del salario. Misi in dubbio il valore di molte dissertazioni conservate negli archivi. Gli argomenti scelti per le dissertazioni sembravano sempre più irrilevanti. E la mia ansiosa gioventù era desiderosa di significato, contenuto, partecipazione. Non mi rendevo conto di quello che ora so, e imparai a comprendere attraverso molti tumulti di spirito, che il senso di tutto era dentro di noi e che veniva dall'ordine. Non c'era ordine nella mia vita. Non avevo schemi con cui organizzarlo. Sentimenti ed emozioni mi commossero e sperimentai come quell'accumulo di conoscenza non mi portasse gioia di vivere.

     Il ritorno in campagna                                                

    Dopo aver consegnato il mio elaborato e aver conseguito il titolo di Master of Arts nell'estate del 1927, Ruth Goldstein e io, entrambi stanche per il duro lavoro, decidemmo di prendere un cottage per l'estate e andarcene da New York. Così, con Beatrice Feldman, una matricola dell'Hunter College, fittammo una casa sul lago Schroon, nell'Adirondack. Ero felice di tornare in campagna. Non mi ero resa conto di quanto mi mancasse la terra finché non mi ritrovai lì. Alcuni anni prima la nostra casa era stata demolita, presa dalla marcia del progresso. Durante i miei anni spesi all'università e nell'insegnamento, la vita della comunità attorno a Pilgrim's Rest era cambiata molto. Al posto del paesaggio svanito della mia infanzia c'era ora una comunità vivace, con palazzi e sottopassaggi. Dovemmo abbandonare la nostra vecchia casa perché fatiscente e non valeva più la pena ripararla. La proprietà fu venduta, la casa abbattuta e la terra divisa in lotti edificabili. A Schroon Lake, Ruth e Beatrice e io restammo da sole per molti giorni. I nostri amici venivano a trovarci nei week end e il nostro cottage si riempiva. Avevamo libri ma non leggevamo molto. Passavamo ore al lago, e a volte Ruth e Beatrice giocavano a tennis e a golf mentre io sedevo sull'erba a guardarle. Parlavamo spesso fino a tarda notte, discutendo di molti argomenti: delle teorie di John Dewey e Justice Holmes, della filosofia dell'educazione e ci ponevamo domande pratiche sulla vita, sull'amore e sul matrimonio. Discutevamo sul valore di molte delle cose che i nostri genitori avevano accettato senza farmi problemi o domande. C'è qualcosa di idilliaco in un gruppo di giovani che non cercano niente l'uno dall'altro, tranne la compagnia. Per me, che avevo visto la mia famiglia disintegrarsi, questo era come un nuovo tipo di famiglia. Ovviamente non ero l'unica ragazza che aveva visto i membri della propria famiglia prendere direzioni diverse, e neppure l'unica che stava diventando parte di una  famiglia sociale di persone affini.

     Unità e tradizione                                                         

    Era un periodo in cui nelle metropoli le grandi case familiari andavano scomparendo e i monolocali stavano diventando popolari.  Prima di allora, indipendentemente dal grado di povertà della famiglia, non si erano mai viste case con meno di tre o più stanze. Ora la cucina era finita in una piccola alcova, il letto nascosto in un armadio, e i vivevi in ​​una stanza moderna, a volte elegante e grande, ma pur sempre una stanza. Il matrimonio per il proletariato intellettuale divenne il processo di convivenza con un uomo o una donna in quartieri così asfissianti che la liberazione e la soddisfazione dovevano essere trovate fuori dalla casa, per timore che i muri di una stanza soffocassero gli abitanti. Uno degli eventi più piacevoli di quell'estate negli Adirondacks fu incontrare i Finkelstein, Louis e Carmel, ei loro figli, una graziosa bambina, Hadassah, e un bambino di nome Ezra. Carmel proveniva da una distinta famiglia inglese e parlava con un accento affascinante. Pensai di primo acchito che lei e sua figlia sembrassero personaggi venuti fuori dalla Bibbia. Il dottor Louis era un rabbino del Bronx e aveva il volto di un apostolo. Spesso i suoi fratelli "Hinky" e Maurice venivano a trovarli e mi piaceva ascoltarli mentre parlavano insieme, prendendosi allegramente in giro l'uno con l'altro. Li trovai interessanti perché non solo erano colti e profondamente interessati alle arti e alla filosofia, ma erano anche uomini di affari pratici che capivano la politica. La mia amicizia con i Finkelstein continuò per anni. In loro trovavo l'affinità e il calore di una famiglia, strettamente unita e determinata a stare insieme, impermeabile alle influenze corrosive di una grande città industriale. Mi chiesi perché le altre famiglie che conoscevo non avevano questa capacità di essere unitE.

      Sentivo che la stabilità familiare era in gran parte dovuta alla cura delle tradizioni,

    al continuo rinnovarsi dei ricordi del passato che includevano la loro amicizia con Dio

                                               e una lealtà illimitata l'uno all'altro.

    Una sera, quell'estate, rimasi a casa con i bambini. Dopo un pò di tempo vidi che Hadassah, che stava cercando di andare a dormire, aveva iniziato a piangere senza una ragione apparente. Era una bambina distaccata e pensavo che non le piacesse, ma ora mi lasciava tenere la mano mentre parlavo tranquillamente per consolarla. Era ovvio che non sapevo perché stesse piangendo, ma quando guardò verso di me, i suoi occhi scuri pieni di lacrime sembravano più vecchi di quelli di una bambina; c'era una strana paura nel modo in cui si sedeva vicino a me e piangeva. Quando finalmente si addormentò, tenendomi ancora la mano, mi sedetti ed avvertii una strana sensazione, come se avesse pianto per un lungo passato, come se duemila anni fossero stati solo una notte.

     Una pressante voglia di cambiamento                         

    Quell'autunno la mia carriera subì un brusco passaggio. Stanca della sterilità del lavoro di specializzazione, Ruth Goldstein e io entrammo alla New York University Law School. Insegnavo mattina e sera all'Hunter College e frequentavo i corsi di legge nel pomeriggio. Le lezioni alla facoltà di giurisprudenza erano molto frequentate, a volte si potevano contare diverse centinaia di studenti. Il metodo del caso (sistema di insegnamento del diritto incentrato su casi selezionati e precedenti presi ad esempio – Ndt) che aveva un valore quasi universale, non mi interessava, lo trovai noioso. Nonostante ciò lo studio della legge mi appassionava; era una disciplina che valeva la pena di padroneggiare. Trovai interessanti anche gli studenti. In una lezione mi sedetti accanto ad un giovane di nome Samuel Di Falco che ora è un giudice della Corte Suprema. Trovava da ridire su di me per aver scarabocchiato poesie sul mio taccuino quando avrei dovuto lavorare su casi. Anche Ruth mi criticò per le mie divagazioni rispetto all'oggetto dei nostri studi. In effetti era vero: mentre la sostanza della legge mi incuriosiva, perché riflesso di società del passato che aiutava a comprendere il presente, non mi interessava la procedura legale che ritenevo avesse lo scopo di preservare uno status quo ormai superato. La mia costante preoccupazione per la necessità di cambiare lo Stato mi rendeva impaziente, e in gran parte disinteressata all'ultimo anno di facoltà. Non desideravo diventare una donna di legge, pensavo piuttosto all'insegnamento (continua…).

    Bella Dodd / New York 1954

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

    N.B.: i titoli dei sottoparagrafi sono stati aggiunti dal traduttore e non sono presenti

    nella versione originale in lingua inglese

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     The School of Darkness – By Bella Dodd – PDF    

    THE SCHOOL OF DARKNESS – BY BELLA V DODD – PDF

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    Statalizzare o Privatizzare? Proprietà dei valori monetari: unica risposta

    Venerdì, 24 agosto / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio  Basile, Marx, Marxismo, Stato, Privatizzazioni, Comunismo          

    Statalizzare o Privatizzare? Proprietà dei valori monetari:

    unica risposta

    Cos'è davvero lo Stato? Quali i suoi obiettivi storici? Esiste una Terza Via

    per garantire la difesa sociale ed economica del cittadino?

    La strada maestra non può che essere la riacquisizione della titolarità

    dei valori monetari

     

    di Sergio Basile

    PRIVATIZZAZIONI

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Il dilemma: privatizzare o statalizzare?                

    Catanzaro, Genova di Sergio Basile Privatizzare o statalizzare? E' questo il dilemma amletico che dopo il disastro di Genova e le responsabilità di Autostrade per l'Italia / Atlantia, della famiglia Benetton & soci, accompagna il dibattito nazional popolare di fine estate. In tutta franchezza riteniamo che i settori critici dell'economia di un Paese debbano essere garantiti e gestiti da un'autorità statale super-partes, se mai ne esista una, e comunque sottratti ai meri privati, dietro i quali spesso e volentieri si nascondono oscuri padroni, scomodi prestanome e monopolisti delle ricchezze mondiali, estranei ai concetti di benessere diffuso e bene comune. Ciò premesso un dubbio ci assale: la risposta al nostro dilemma si risolve davvero nel dualismo tra Stato e privati oppure c'è di più?

                  Può esistere una "terza via" che sfugge ai cronisti dell'ultim'ora tale da

          garantire il cittadino sia dalle angherie stataliste che dalle distorsioni privatistiche?

    Per capirlo, ed avendo abbastanza chiara l'oscura e sconveniente alleanza che dirige il capitale privato verso cartelli e tentazioni turbo-capitaliste – poco attente all'etica e vocate al massimo profitto – cerchiamo di capire l'essenza del contraltare al modello liberal-capitalista; cerchiamo cioé di focalizzare la natura e i reali obiettivi dello Stato, quell'entità che il grande prof. Giacinto Auriti definì senza mezzi termini un

                                                         "fantasma giuridico,

                       dietro il quale si nascondono le mangiatoie dei grandi usurai".

    Per farlo andiamo direttamente al sodo, approfondendo sotto nuovi punti luce la teoria marxista.

     Marxismo e significato (occulto) di Stato              

    L'ebreo Moses Mordekkai Levy, alias Karl Marx – 1818-1883 – insegna che  lo Stato nasce in risposta all'esigenza imprescindibile di ordine e giustizia partorita "naturalmente" dal grembo di una società divisa in classi e che da quando nella società si sarebbero acuiti i dissapori tra tali classi, periodo inaugurato con gli albori dell'era industriale, sarebbe sorta l'insopprimibile necessità di un'entità giuridica sovrana ed arbitraria capace di dirimere le lotte intestine all'interno della nuova segmentazione sociale. Lo Stato, dunque, nell'era moderna, attraverso la sanguinosa sostituzione delle costituzioni massoniche alle bibbie cattoliche ed agli scettri regali, sarebbe stato fatto ascendere per acclamazione quale sacro e sommo soggetto regolatore delle relazioni tra gli attori sociali ed economici di una nazione e massimo ente "sovrano" di rilievo costituzionale. Ma alla luce della verità storica lo Stato si è rivelato soprattutto una realtà fin troppo idealizzata e mitica che, accantonando l'etica cristiana, ha innalzato l'etica neutra del puro numero, abbracciando la dittatura relativista del democratismo numerico, nel nome di un laicismo sempre più esasperato; finendo per surrogare, sostituire, le autorità monarchiche tradizionali in favore dell'ascesa dell'homo politicus laicus. La conseguenza diretta di questa rivoluzione nei rapporti di potere è stata la deresponsabilizzazione cronica dell'élite statale dinanzi ai governati, cioé dinanzi alle masse informi, illuse dalle promesse di Marx, Rousseau e Montesquieu, ricorrendo al vecchio trucco politico dello scaricabarile, figlio della dialettica hegeliana e dell'idealismo settecentesco: vizio genetico dei teatri parlamentari dello Stato democratico. Nelle società così riprogrammate dai padroni del denaro e dai filosofi, la classe che detiene il potere economico secondo la teoria marxista avrebbe avuto bisogno dello Stato come strumento per organizzare il potere politico a difesa del potere economico. Ma questo dogma falso, non importando in sé il germe della verità, è rimasto sepolto nel campo delle utopie, dietro i paraventi del comunismo e della democrazia.

                                                    Lo Stato si è dimostrato nient'altro che

                                           lo strumento della dittatura di una classe sull'altra.

    Marx sembra riconoscere questa imbarazzante ed epocale circostanza, dando l'impressione di poterla redimere, ma lo fà in maniera contorta e perversa: egli sostiene che lo Stato deve esistere solo nella misura in cui resta necessario alla supervisione della lotta di classe: conflitto, tuttavia, alimentato e mai risolto dal marxismo. Esso si sarebbe dissolto come neve al Sole, solo con l'eliminazione delle divisioni tra classi, cioé nella genesi di una nuova società di "eguali". Invero però il livellamento di cui parla Marx, senza denunciare e combattere il cancro bancario della moneta-debito, sembra condurre a parametri diametralmente opposti a quelli osannati dalle sue premesse rivoluzionarie.

                                         Abolizione delle classi, uomini tutti uguali,

                        ma nella povertà e disperazione diffusa di tutti gli attori sociali.

    Infatti, nel momento in cui, attraverso la confisca della sovranità monetaria, l'epidemia del debito indotto e il morbo delle privatizzazioni avallate dallo stesso organismo élitario chiamato "Stato" (e il caso Benetton-Atlantia resta davvero emblematico) i cittadini saranno espropriati dell'ultima briciola della loro libertà, ovviamente si verificherà uno "stato di dittatura" totale che vorrà certamente surclassare il tradizionale modello di Stato, verso la creazione di organismi sovranazionali sempre più totalizzanti e tirannici: vedi ad esempio l'Unione europea e i trattati intercontinentali sulla promozione della globalizzazione. Quando Marx, dunque, parlò e scrisse con enfasi del superamento del socialismo di Stato  in favore della nascita della "società comunista", diceva purtroppo il vero, ma molti travisarono il senso della sua beffarda "minaccia". Oggi questo triste presagio, questa diabolica profezia si sta ormai realizzando e ne respiriamo gli effetti ogni giorno.

                                       Lo Stato si è rivelato storicamente quel che è:

                            un subdolo cavallo di troia dei potentati bancari e massonici;

                            la cosiddetta "dittatura del proletariato" auspicata da Marx

                                                     si è rivelata in realtà ciò che è:

                                          la dittatura dell'élite bancaria e massonica,

                                       protesta a schiacciare gli schiavi proletarizzati,

                     privati di ogni diritto e proprietà e improgionati nelle gabbie patrie

                                           del lavoro ripagato con un salario-debito.

      La classe occulta                                                        

    Cosa accade, dunque, quando la rivalità tra classi è fomentata da una terza oscura super-classe (i banchieri) per mezzo di un oggetto (la moneta-debito) utilizzato forzatamente da tutti gli attori della disputa?  Semplice, il lento annientamento dello Stato: non più onnipotente organo costituzionale, ma struttura di accentramento di potere temporanea, soggetta ad usura programmata, per consentire il passaggio in primis dalle monarchie cattoliche alla Repubblica massonica e di scorta da quest'ultima al "Governo Mondiale" apolide e cosmopolita.

                             Lo Stato, dunque, può essere considerato il corridoio ideale

                  utilizzato dai banchieri e dai potentati anti-cristiani (la classe occulta)

                                             per facilitare il passaggio dell'umanità

                                 dalla libertà della società organica pre-illuministica

                                              alla schiavitù della società hegeliana.

    Marx è stato il grande traghettatore, il Caronte di questo viaggio epocale di sola andata.

     Il vero volto di Marx                                                   

    Ma chi è stato davvero Karl Marx e cosa rappresenta ancora oggi per la "classe occulta"? Egli, acclarato satanista dedito alle arti cabalistiche, era membro di un'organizzazione giudeo-massonica, La Lega dei Giusti, creata dagli Illuminati di Baviera, i quali, a loro volta, furono partoriti nell'humus anticristiano e sovversivo – vicino alla finanza internazionale – dei cenacoli degli Alumbrados fondati nel 1492, in occasione dell'espulsione degli ebrei dalla Spagna cattolica. Questi Alumbrados (in lingua spagnola «Illuminati») erano degli ebrei marranos, cioé battezzati cristiani pur conservando la loro fede talmudica. Nel 1848 Marx su mandato degli Illuminati di Baviera e dei Rothschild scrisse il Manifesto del Partito Comunista, affermando la necessità di cambiamenti economici e politici, ma anche l'urgenza di mutamenti morali e spirituali. Egli credeva che la famiglia dovesse essere abolita e i figli educati da un'autorità centrale asettica protesa alla distruzione di tutti i legami e retaggi del mondo cristiano. Marx attraverso il Manifesto trasfuse il Piano degli Illuminati in un programma di carattere politico-ideologico-religioso, destinato ad essere largamente accettato, sospinto dalle false premesse della rivoluzione bolscevica. Egli palesò inoltre i veri obiettivi della sua "nuova religione proletaria" ostentando il suo odio verso Dio – il sommo bene custodito in semplicità dalle umili famiglie russe – e descrivendo con violenza il suo piano di attacco:

    «Dobbiamo combattere contro tutte le idee fondamentali della religione, dello Stato,

                                                del Paese e del patriottismo.

        L'idea di Dio è il punto chiave di una civiltà pervertita. Essa dev'essere distrutta».

      L'nganno marxista: "dittatura del proletariato"    

    La "provvidenziale" dittatura del proletariato marxista fu quindi un mero specchietto per le allodole, aun'arma intellettuale di distrazione di massa, il vero oppio dei popoli. Il concetto di dittatura del proletariato fu un escamotage ideologico per confondere, sedurre e per allontanare le masse dal culto del Vero Dio, Gesù Cristo;  esso fu espresso da Karl Marx e Friedrich Engels per la prima volta nel 1852, nella lettera a Weydemeyer (1) e di seguito nel 1875, nella Critica del Programma di Gotha (2). La dittatura del proletariato rappresentava quindi una fase di transizione in cui il potere politico doveva essere detenuto solo formalmente dai lavoratori (in realtà resi schiavi attraverso la moneta-debito e lo stesso lavoro ripagato con un salario-debito) verso la costruzione di una società senza classi e senza Stato (Comunismo), cioé verso la tappa finale del Nuovo Governo Globale: la tirannia mondiale dei banchieri.  Infatti con la falsa "dittatura del proletariato" o falsa "dittatura rivoluzionaria del proletariato" Marx ed Engels intesero brevettare una misura politica temporanea e necessaria per realizzare la "dolce" transizione verso la dittatura del comunismo politico, derivazione del comunismo esoterico (massoneria) cioé l'ultima fase della suddetta tirannide. Il potere proletario evrebbe avuto modo di agire "liberamente", ma negli asfissianti limiti della gabbia edificata dai padroni della moneta-debito, avendo solo l'illusione di poter riorganizzare i rapporti di proprietà e produzione della società capitalista.

    (1) Cfr.: Il contributo di Marx alla teoria delle classi, in Protagonisti e testi della filosofia, volume C, N. Abbagnano e G. Fornero, Paravia, 2000, pag. 356) (2) «Sebbene già nel Manifesto si parla di "interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione", il concetto preciso di dittatura del proletariato appare solo nella già citata lettera a Weydemeyer, in cui si afferma che "la lotta delle classi necessariamente conduce alla dittatura del proletariato". L'espressione "classica" di questa teoria la si trova poi nella Critica del Programma di Gotha (1875) in cui Marx scrive che: "tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato". […]Secondo Marx la dittatura del proletariato è solo una misura storica di transizione (sia pure a lungo termine), che mira tuttavia al superamento di sé medesima e di ogni forma di Stato.» (da Protagonisti e testi della filosofia, volume C, N. Abbagnano e G. Fornero, Paravia, 2000, pag. 365-66)

     Il "superamento dello Stato"                                      

    In questo mondo ideale "comunista" (mondialista) ai necessari interventi statalisti dispotici, come l'espropriazione della proprietà fondiaria, le requisizioni dei siti produttivi, la statalizzazione dei mezzi di produzione e del credito, e le stesse privatizzazioni di settori strategici (fra tutte ricordiamo quella delle banche centrali: Stalin privatizzò la Banca Cetrale Russa nel 1935), sarebbe subentrata la definitiva dittatura del sistema bancario nel suo complesso. La dittatura del proletariato fu concepita quindi come una fase di "poteri straordinari" ma transitoria, destinata a cessare una volta raggiunte le condizioni necessarie per la gestione comunista della società, cioé  una volta eliminate le condizioni che avessero determinato la divisione in classi, tramite l'omologazione economica e spirituale forzata dei cittadini, vero il basso. Allora la dittatura del proletariato come dittatura di classe non avrebbe avuto più ragion d'essere, esattamente come lo Stato, inteso come strumento di oppressione:

                   tutto sarebbe stato ricapitolato nelle mani e nella volontà arbitraria

                   dell'élite mondialista reinventatasi in nuove strutture sovranazionali.

        Questo processo avrebbe portato alla realizzazione del "superamento dello Stato"

                                                    (Aufhebung des Staates)

            ed alla sua progressiva estinzione, condizione necessaria per il comunismo.

     1989: fine del comunismo?                                        

    Secondo la scuola stalinista, la dittatura del proletariato ha avuto la sua realizzazione storica nell'Unione Sovietica e nei suoi paesi satelliti, nel periodo dal 1917 al 1989.  In realtà il 1989 non segnò affatto la fine dell'esperimento social-comunista; al contrariò coincise con l'esportazione dell'ideale comunista in tutte le nazioni della Terra, nascosto sotto nuovi vessilli e bandiere.

                Con la Caduta del Muro di Berlino e successivo rafforzamento dell'Ue,

     sulla scorta di una presunta, concordata e fittizia dissoluzione del regime comunista,

        si ingenerò nell'opinione pubblica europea e mondiale la falsa consapevolezza

                                     che il comunismo si fosse sgretolato.

                        Esso al contrario intensificò il suo intreccio occulto

                            con il neoliberismo  e con il turbo-capitalismo,

      attraverso l'implementazione a vasto raggio del "metodo democratico"

    esportato in tutto il mondo attraverso i facili entusiasmi delle nuove ideologie pacifiste,

          oppure, spesso e volentieri, con la violenza della guerra e i paraventi

                            delle "rivoluzioni colorate" e "primavere arabe".

     La sintesi del dibattito tra statalisti e privatizzatori 

    L'orizzonte fotografato, fosco e grigio, restituisce una nuova luce e prospettiva alle espressioni "privatizzare" e "statalizzare". In assenza di sovranità monetaria, esse restano due verbi infiniti assonanti, privi di verità etica ed incapaci di soddisfare esaustivamente le premesse e domande iniziali del dibattito. Urge comprenderlo e creare strumenti che oltre l'evanescenza dei fantasmi giuridici delle grandi holding e dei grandi stati sociali, facilitino davvero il passaggio del diritto reale e del potere monetario reale (e dei contestuali valori monetari) dalle mani delle élite a quelle dei cittadini. Oggi, sulla scorta del tesoro sepolto della Dottrina Sociale della Chiesa e della scoperta auritiana del Valore Indotto della Moneta (gli strumenti monetari e/o buoni hanno valore semplicemente perché vengono riconosciuti ed accettati sulla base di una mera convenzione sociale), esiste uno strumento che consente questo, si chiama

                       B.A.R., Buono Comunale di Agevolazione Reddituale,

         non è una moneta, ma accresce il potere d'acquisto di famiglie e imprese

                                                     con semplicità,

            neutralizzando gli effetti distorsivi, inflazionistici e recessivi dell'euro,

                e proteggendo le comunità sociali sia dall'invadenza statalista

                             che dalle astuzie ed angherie privatistiche.

    La sintesi ideale del dibattito tra privatizzatori e statalisti dovrebbe orientarsi su questa priorità, anziché perdersi in giochi di potere e falsi dogmi che parlano sempre e solo il linguaggio degli schiavi: il linguaggio delle grandi mangiatoie e del debito inestinguibile.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • Genova e la tragedia del Ponte Morandi: aveva ragione Ezra Pound

    Genova e la tragedia del Ponte Morandi: aveva ragione Ezra Pound

    Martedì, 14 agosto / 2018

    – di Roberto Pecchioli

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli,  Genova,  Ponte Morandi,  Crollo, tragedia, usura, Pound  

    Genova e la tragedia del Ponte Morandi: aveva ragione

    Ezra Pound

    Un'opera così non può crollare dopo soli 50 anni…

    Senza sovranità  monetaria assistiamo, ogni giorno che passa,

    alla demolizione programmata della Nazione

     

    di Roberto Pecchioli 

    con integrazioni a cura di Sergio Basile

    Crollo Ponte Morandi Genova

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Non volevamo crederci…                                         

    Genova – di Roberto Pecchioli Non volevamo crederci. Il crollo del Ponte Morandi, che noi genovesi, con una punta di provincialismo da colonizzati chiamavamo ponte di Brooklyn, è una tragedia sconvolgente, per il suo carico di vittime, dolore, distruzione e per le conseguenze terribili che si trascineranno per anni. Non è il tempo degli sciacalli, ma dei soccorsi, del cordoglio, dell’aiuto, della collaborazione. Tuttavia, non si può tacere, tenere a freno la collera per un’altra tragedia sinistramente italiana:

                un’opera di quell’importanza non può crollare dopo soli 50 anni.

    Per chi scrive c’è un che di personale, quasi di intimo nel dolore di queste ore. Bambini, partecipammo nel 1967 all’inaugurazione del ponte con tutte le scolaresche di Genova. Muniti di bandierina tricolore, appostati di fronte al palco, seguimmo la cerimonia, vedemmo con la meraviglia dell’età il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat attorniato da uomini in alta uniforme e dall’imponente figura del grande cardinale Siri, storico arcivescovo della città. Abbiamo percorso migliaia di volte quel ponte lunghissimo, settanta metri sopra la vallata del torrente Polcevera piena di case popolari e capannoni industriali della ex Superba, ogni giorno per decenni lo abbiamo visto e sfiorato andando al lavoro. Non c’è più ed è colpa di qualcuno. Parlano di fulmini, di un intenso nubifragio e di cedimento strutturale. Aspettiamo a tranciare giudizi, ma nel mattino della vigilia di ferragosto pioveva e basta. Nessuna alluvione, dagli anni 70 ne ricordiamo almeno sei, devastanti, nella città di Genova. Non sappiamo quanti fulmini si siano abbattuti in mezzo secolo sul manufatto dell’ingegner Morandi (pochi sapevano che a lui fosse intitolata l’opera), né quanta pioggia abbia bagnato da allora le imponenti strutture. Non accettiamo, non riconosceremo mai come valida la sbrigativa giustificazione di queste ore. Sarà qualunquismo da Bar Sport,

                   ma ci risulta che ponti romani siano in piedi da due millenni

    e non crediamo nell’incapacità dei progettisti. Però, negli ultimi decenni i crolli sono stati tantissimi, come le tragedie dovute all’incuria, all’insipienza, alla corruzione diffusa.

     L'infrastruttura di base verso la Francia             

    Il ponte (lungo 1182 metri e alto 90) con la strada sopraelevata che corre a mare nella zona centrale della città (gemello del Ponte General Rafael Urdaneta, in Venezuela – foto piccola in alto a destra – e in parte del più vecchio "Ponte Morandi di Catanzaro": ponte ad arcata unica, inaugurato nel 1962, alto 112 metri e lungo poco meno di 500 – foto piccola in basso a destra – Ndr), è l’ultima grande opera di una ex grande città. Nel 1967, Genova era un polo industriale con centinaia di fabbriche, importanti compagnie navali (l’armatore Angelo Costa fu per decenni presidente di Confindustria) la sede europea di multinazionali come Shell, Mobil, Esso, i cantieri navali, il gruppo Ansaldo, il porto più importante del Mediterraneo. Dopo la strada “camionale” del 1935 verso l’appennino, per realizzare la quale con sbocco sul porto fu spianata la montagna di San Benigno che divideva Genova dal suo ponente, il ponte rappresentava l’infrastruttura base per collegare finalmente la Liguria e l’Italia con la Francia. Mezzo secolo dopo, non abbiamo quasi più industrie, Genova ha perso un quarto dei suoi abitanti, è unita al Norditalia, pardon divisa dall’area più produttiva del paese dalla stessa strada degli anni 30, mentre la ferrovia per la Francia ha ancora un lungo tratto a binario unico. Identica sorte per i collegamenti tra i porti di Savona e La Spezia e l’entroterra.

     Da metropoli a cimitero                                          

    Da oggi, dobbiamo sopportare anche la tragedia del crollo della più importante infrastruttura in esercizio, piangere decine di morti e accettare la spiegazione che trattasi di tragica fatalità, pioggia, fulmini e saette. Non ci crediamo perché abbiamo visto all’opera la classe dirigente che ha trasformato in una quarantina d’anni una metropoli in un cimitero. Clientelismo sfacciato, una politica da curatori fallimentari o da necrofori, la grande bruttezza che ha sfigurato il mare e la collina, interi quartieri indegni di una nazione civile, il Diamante, le Lavatrici, il Cep, lo stesso Biscione, parte di Begato, palazzi costruiti esattamente sull’alveo di torrenti pericolosi, con le ricorrenti tragedie di cui siamo stati testimoni. I genovesi, o quel che ne resta, hanno affidato per decenni città, provincia e regione a una classe politica di livello infimo, che ha trascinato in basso il ceto economico e finanziario. E’ crollata l’industria pubblica, la vecchia Cassa di Risparmio, ora Carige, tanto importante da detenere il 4 per cento di Bankitalia, è nella bufera da anni per affari vergognosi, deficit mostruosi e dirigenti condannati in sede penale. La vecchia Italsider, ora Ilva, in gran parte è stata smantellata e quel che resta è sotto minaccia di chiusura. Al suo posto abbiamo una strada a scorrimento (relativamente) veloce, un piccolo sollievo ora che non c’è più il ponte. Il cosiddetto Terzo Valico, ovvero la linea veloce per Milano, in ritardo di almeno 30 anni, va avanti piano, tra polemiche e denari che vanno e vengono. La multinazionale Ericsson ha suonato la ritirata, distruggendo le speranze di un’ “industria pensante” che a Nizza, 190 chilometri da qui, è realtà da decenni ( Sophie Antipolis).

     Una tragedia italiana                                                

    Madamina, il catalogo è questo. Su tutto ciò si abbatte un evento funesto e terribile come il crollo del nostro ponte di Brooklyn. L’autostrada che porta alle luci di Sanremo e all’inferno migrante di Ventimiglia era considerata la più cara d’Italia. Un dubbio privilegio.

                  Ma dov’erano i politici liguri il cui compito era imporre la manutenzione,

           sorvegliare le infrastrutture di una terra che vive essenzialmente di due attività,

                                                      il turismo e i trasporti?

    Abbiamo quattro porti mercantili, raggiungere i quali sino a oggi era difficile, adesso è un’impresa da premio Nobel; alcune delle nostre località sono mete turistiche internazionali, Portofino, le Cinqueterre, Alassio, la Riviera dei Fiori. Ma, dicono le autorità preposte, è bastato un fulmine durante un temporale estivo ad abbattere per duecento metri, esattamente al centro, un ponte costruito decenni dopo il vero ponte di Brooklyn e molti secoli dopo la Lanterna, che guarda dall’alto, illumina le vergogne e ne ha viste tante. Una tragedia italiana, metafora e paradigma di una decadenza iniziata giusto pochi anni dopo la trionfale inaugurazione del ponte. Una città, Genova, che ha anticipato storicamente eventi di portata nazionale. I primi a volere l’unificazione della Patria, i primi nell’industria e nel commercio, ma poi i pionieri della denatalità, del degrado dei centri storici (con Genova, Ventimiglia), della deindustrializzazione, i settentrionali assistiti quasi quanto certe aree del Sud, l’arretratezza delle infrastrutture, i giovani che scappano. Fummo anche tra i primi ad affidarci politicamente alla sinistra: si trattava di una sinistra in gran parte comunista, astiosa, dogmatica, chiusa, testarda.

     Con Usura nessuno ha una solida casa…            

    Hanno regnato su un giardino e lo hanno trasformato in cimitero. Non diciamo e non pensiamo che buttino giù i ponti, ma sta di fatto che le pochissime opere realizzate nell’ultimo mezzo secolo sono le bonifiche delle aree industriali dismesse, al posto delle quali sono sorti poli commerciali legati ai soliti noti (Coop e affini) e varie colate di cemento per erigere imponenti centri direzionali in buona parte deserti, poiché c’è davvero poco da dirigere, da queste parti.  Le opere del passato sono obsolete, come l’invecchiata camionale e la ferrovia, l’autostrada che sbocca in porto è un budello pericoloso con code quotidiane di mezzi pesanti, accedere all’aeroporto è impresa acrobatica, nonostante la vicinanza alla città e la possibilità di costruire una bretella ferroviaria di un chilometro o poco più. Della metropolitana genovese il tacere è bello, poiché non solo è tra le più corte dell’universo, ma le sue stazioni sono soggette a frequenti allagamenti. Il ponte che univa le due parti della Liguria da oggi non c’è più. Viene il magone al pensiero di ciò che era, visto e vissuto con i nostri occhi, e ciò che è, ma ancor più fa tremare la certezza che da molte parti d’Italia altri possano descrivere situazioni analoghe o peggiori. Per questo fa tanto soffrire la tragedia del Ponte Morandi, orgoglioso simbolo caduto della nostra infanzia. Oltre il lutto di tante famiglie, è il segnale, un altro, di una nazione che, lei sì, è ormai preda del cedimento strutturale. Se anche fosse vero che un manufatto di migliaia di tonnellate è crollato per un fulmine e un po’ d’acqua, disgraziato davvero il paese dove accadono, giorno dopo giorno, da Nord a Sud, eventi di questo tipo. La tragedia è del 14 agosto. Mezza Italia è chiusa per ferie, l’altra metà implode, si accartoccia su se stessa: cedimento strutturale. Insieme, dichiarano fallimento; bancarotta fraudolenta.

                      Eppure i fondi per far fronte alle manutenzioni straordinarie di questo

              e di altre dozzine di ponti crollati negli ultimi anni, c'erano e ci sarebbero stati!

                              Ci sarebbero in abbondanza: basterebbe stamparli dal nulla,

                  come fa ogni giorno la BCE con il denaro-debito che si annida minaccioso

             nelle nostre tasche e che viene creato senza alcuna riserva aurea a copertura.

                     La moneta infatti, essendo uno strumento puramente convenzionale,

    deve essere stampata in quantità tale da ottimizzare il livello dei beni e servizi di un Paese,

    creando altresì esternalità positive in maniera tale da rendere davvero fruibili i servizi creati

                                                        ed i beni posti sul mercato.

           Ad esempio la manutenzione di un ponte rientra nelle cosiddette esternalità positive:

       infatti non basta costruire una infrastruttura: lo Stato, o meglio il popolo di una nazione,

                              deve anche dotarsi della moneta sufficiente a garantire

                    la sicurezza ed il corretto utilizzo e funzionamento dell'opera creata.

                   Aveva ragione Ezra Pound: "Con usura nessuno ha una solida casa".

           In tempo d'usura programmata (demolizione programmata di una nazione)

    succede questo ed altro! Allora chiediamoci tutti con un briciolo di onestà intellettuale:

                                         se non ora la sovranità monetaria quando?

                                                             (Ndr / Sergio Basile).

     

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

    con integrazioni a cura di Sergio Basile

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

    Segui su Facebook la nuova pagina – Qui Europa news | Facebook

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     Il video del crollo del Ponte Morandi a Genova   

    Il video del crollo in diretta del ponte Morandi a Genova

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     28 – 4 – 2016: Interrogazione sul Ponte Morandi 

    ShowDoc – Interrogazione sullo stato del "Ponte Morandi" – Senato

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      Con Usura – Ezra Pound – Testo e video               

    CANTO XLV, “Contro l’usura” – Ezra Loomis Pound

     

     

     

    Con usura

    Con usura nessuno ha una solida casa
    di pietra squadrata e liscia
    per istoriarne la facciata,
    con usura
    non v’è chiesa con affreschi di paradiso
    harpes et luz
    e l’Annunciazione dell’Angelo
    con le aureole sbalzate,
    con usura
    nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
    non si dipinge per tenersi arte
    in casa, ma per vendere e vendere
    presto e con profitto, peccato contro natura,
    il tuo pane sarà staccio vieto
    arido come carta,
    senza segala né farina di grano duro,
    usura appesantisce il tratto,
    falsa i confini, con usura
    nessuno trova residenza amena.
    Si priva lo scalpellino della pietra,
    il tessitore del telaio
    CON USURA
    la lana non giunge al mercato
    e le pecore non rendono
    peggio della peste è l’usura, spunta
    l’ago in mano alle fanciulle
    e confonde chi fila. Pietro Lombardo

    non si fe’ con usura
    Duccio non si fe’ con usura
    né Piero della Francesca o Zuan Bellini
    né fu «La Calunnia» dipinta con usura.
    L’Angelico non si fe’ con usura, né Ambrogio de Praedis,
    Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.
    Con usura non sorsero
    Saint Trophine e Saint Hilaire,
    Usura arrugginisce il cesello
    arrugginisce arte ed artigiano
    tarla la tela nel telaio, nessuno
    apprende l ‘arte d’intessere oro nell’ordito;
    l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama
    in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling
    Usura soffoca il figlio nel ventre
    arresta il giovane drudo,
    cede il letto a vecchi decrepiti,
    si frappone tra giovani sposi
                                  CONTRO NATURA
    Ad Eleusi han portato puttane
    Carogne crapulano
    ospiti d’usura.

    (Ezra Loomis Pound)

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  • The School of Darkness – 2 – La nuova vita in America

    The School of Darkness – 2 – La nuova vita in America

    Martedì, 7 agosto / 2018

    di Bella Dodd –

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

     Redazione Quieuropa,  Sergio  Basile, Bella Dodd, Comunismo, Stati Uniti, Nuova vita in America 

    The School of Darkness – La Scuola delle Tenebre / 2

    Capitolo 2° – La nuova vita in America

    The School of Darkness, Ed. P.J. Kennedy & Sons, New York, 1954

    (Traduzione dall'originale a cura di Sergio Basile)

     

    di Bella Dodd

    SCHOOL OF DARKNESS

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Capitolo Secondo                                                      

    New York – di Bella Dodd / Traduzioni dall'originale "The School of Darkess", a cura di Sergio Basile(Continua da qui The School of Darkness – 1 – L’infanzia di Bella) –  La ragione per cui mia madre non era tornata in Italia da me per cinque lunghi anni, me la spiegò in seguito mio padre: c'era stata una terribile depressione in America, ed era stato impossibile per lui raccogliere i soldi necessari a mia madre per affrontare il viaggio, e poi una bambina piccola non poteva viaggiare da sola. Fui imbarazzata nell'incontrare mio padre. Era biondo, con gli occhi azzurri e riservato, l'opposto di mia madre. Ma nonostante i suoi modi non estroversi, sentivo che mi amava. Era gentile e fece di me una brava donna di casa. Nella nostra nuova abitazione erano rimasti solo quattro figli, gli altri si erano sposati e avevano una casa propria. Vennero a vedere la "nuova sorella" e mi fecero una grande festa. Ma mi presero tutti in giro per il mio vestito, il mio vestito migliore, quello rosso della cresima, lo stesso che tutti i bambini di Avigliano avevano ammirato. Risero di me ed insistettero affinché mi recassi in un emporio per comprare un vestito americano. Con grande riluttanza misi via il bellissimo vestito rosso da principessa e con esso l'ultimo dei miei anni in Italia.

                  Allora cercai con zelo di diventare una tipica bambina americana.

    I tre fratelli ancora a casa erano abbastanza gentili, ma avevano i loro interessi che non erano certamente quelli di una bambina di sei anni e che non parlava neppure inglese. Ma mia sorella di diciassette anni, Caterina, che chiamavano con il nome americano di Katie, si prese cura di me. Era una ragazza alta, snella e bellissima, con grandi occhi grigi. Lei era molto gentile. Non le piaceva il nome con cui mi chiamavano, Maria Assunta, e quando apprese che mi ero battezzata con un altro nome, Isabella, insistette per chiamarmi Bella. Katie mi portò a scuola.

     La nuova vita in America                                        

    Siccome ero molto intelligente decise di iscrivermi a scuola con un anno di anticipo, asserendo che ero nata nel 1902 (anziché nel 1904). In quei primi giorni di istruzione non aveva avuto difficoltà a farmi iscrivere al secondo anno. Per alcuni giorni fui presa in giro al grido di "wop, wop" (espressione denigratoria e stereotipata, utilizzata nei paesi anglosassoni, in particolare negli Usa, per indicare le popolazioni dell'Europa Sud-occidentale di lingua neolatina, con particolare riferimento agli italiani, considerati generalmente spavaldi, volgari e violenti, secondo un luogo comune – Ndt) ma non prestai attenzione a loro. Non sapevo cosa volessero dire e nel momento in cui lo feci fui accettata come leader della mia classe. Mi piaceva andare e venire da scuola, specialmente girovagare e fissare i tumuli di merce accatastata lungo la strada. Si potevano comprare frutta, peperoni, dolci e persino vestiti e cappelli lì. Mi piaceva guardare i piccioni in strada che si pavoneggiavano con i loro cappotti grigi e rosa e le ali d'argento. Mia madre non condivideva la mia gioia per la città.

                            A volte commentava:  "se vivessimo in campagna!"

    Solo più tardi appresi quanto odiasse le strade sporche, i pettegolezzi dei suoi vicini, l'appartamento stretto. C'erano dei parchi, naturalmente, ma l'avevano resa ancora più nostalgica per i campi aperti. Mia madre era una donna instancabile. Poteva fare una quantità di lavoro infinita, senza mai dimostrare segni di cedimento. Per me pianificò ben presto un programma di lavoro e di gioco; cercò di aiutarmi ad imparare l'inglese, anche se il suo era tutt'altro che buono. Indicava un calendario e ripeteva ogni mese e ogni giorno nel suo inglese curioso e tenero e io le ripetevo le parole. Poi prendeva la scopa e indicava le ore e i minuti sull'orologio della cucina vecchio stile, e ancora una volta ripetevo ciò che lei diceva. Penso che uno dei motivi di questi sforzi educativi fosse il tenermi occupata dopo la scuola, in quanto non tollerava che passassi il tempo nelle strade della città.

     Tra presente e passato                                            

    Mi insegnò a cucire e a fare l'uncinetto: a volte prendeva un filo grosso e mi mostrava punti semplici. "Un giorno ti divertirai col tuo abito nuziale", disse solennemente, e quando non mostrai interesse per questa idea aggiunse: "Ad ogni modo, è un peccato stare in ozio". La mia famiglia mi piacque, ma soprattutto adoravo Katie. L'amavo non solo perché era gentile, ma perché era bellissima, con i suoi capelli, una nuvola sul viso, la vita sottile, i suoi bei vestiti. Mia madre disse che assomigliava a suo padre che era stato un ufficiale di cavalleria. Presto appresi che Katie a diciassette anni si era innamorata di Joe, un giovane alto dalle dita lunghe e sottili e dal temperamento di una star dell'opera. La mia nuova famiglia mi portò pian piano a pensare al passato, e il pensiero tornò all'altra mia famiglia nella lontana Avigliano. A volte, quando mi sentivo infelice e pensavo che mio padre fosse freddo o mia madre preoccupata, immaginavo di tornare da Taddeo. In quei momenti prendevo il mio abito rosso della cresima dalla scatola, il fazzoletto bianco di Mammarella, che mi aveva legato sotto il mento e, indossando i vestiti, immaginavo di essere ad Avigliano. In quattro mesi riuscii a parlare inglese abbastanza bene da godermi la scuola che frequentavo: la scuola pubblica numero uno. Questa scuola aveva ancora le caratteristiche di quello che era stato in precedenza, una scuola di beneficenza, una delle ultime cosiddette "soup schools" (scuole a tempo pieno per bambini poveri, nelle cui mense servivano la zuppa come menu principale – Ndt). In alcune vecchie case vicine, in arenaria, vi erano due vecchie signore che ogni mattina aprivano le lezioni con la preghiera e il canto "Columbia, the Gem of the Ocean". Quando fui pronta per la terza elementare, ci trasferimmo da East Harlem. Alla fine mia madre aveva convinto mio padre che non potevamo più sopportare di vivere nella scomodità delle case popolari. Quindi ci trasferimmo in una casa a Westchester, ma anche questa casa non risultò soddisfacente e ci trasferimmo diverse volte.

     Nella grande casa a Castle Hill                              

    Alla fine, papà aprì un'attività commerciale di successo e diversi anni dopo mamma acquistò una grande casa con un terreno coltivabile, vicino a Castle Hill: qui trascorsi il resto della mia gioventù. C'erano sessantaquattro acri di terra e una grande casa un pò sgangherata. La mamma prima di andare a viverci aveva tanto desiderato questa fattoria. Era di proprietà di Mattie e Sadie Munn, due signorine (zitelle – Ndt) che vivevano vicino a noi. Erano anziane e la mamma si prendeva cura di Miss Sadie, che era invalida. Si occupava anche della loro casa e le vecchie signore dipendevano da lei. Quando morirono andammo a vivere nella loro casa. Gli ex occupanti avevano chiamato la casa coloniale "Pilgrim's Rest". Non c'erano luci ma lampade a cherosene. Il tetto perdeva e c'era solo un bagno esterno. Ma ho amato questa casa fin dal primo momento, specie la mia stanza al secondo piano che era letteralmente tra le braccia di un enorme albero, bello sempre, ma soprattutto quando i suoi fiori, in primavera, s'illuminavano come candele bianche. La nostra casa era sempre piena di bambini. I figli dei miei fratelli andavano e venivano. Katie portava spesso il suo bambino. Inoltre, c'erano cani, gatti, galline, oche e di tanto in tanto una capra o un maiale. La mamma accudiva tutti bene: comprò così tanti mangimi per i polli e per gli uccelli selvatici, che questi consideravano ormai la nostra casa come una sorta di ospitale albergo, tanto che mio padre si lamentava di aver speso più cibo rispetto a quello che si produceva con le uova. Ma io non credevo questo, perché la mamma era una buona manager. Gestiva la sua fattoria con aiutanti assunti ma era la migliore lavoratrice di tutti. Coltivavamo ogni sorta di prodotti, sufficienti sia per noi stessi che per rifornire le vendite presso il negozio di mio padre; alcuni prodotti venivano venduti anche presso il mercato di Washington. Avevamo pochi soldi, ma avevamo una casa, un pezzo di terra buona e una madre piena di risorse e d'inventiva. Non ci preoccupavamo neppure quando i soldi erano limitati. Ricordo un dolce particolare che lei preparava per noi bambini quando i soldi scarseggiavano. Eravamo particolarmente felici quando mescolava la neve fresca, con zucchero e caffè, preparando  per noi la sua versione di granità al caffé (consuetudine anticamente molto diffusa in diverse regioni del Mezzogiorno d'Italia – Ndt).

     Volevamo essere americani!                                     

    Avevamo come vicine di casa famiglie scozzesi, irlandesi e tedesche. C'erano due chiese cattoliche non lontane da noi, la Chiesa della Sacra Famiglia, frequentata in gran parte da tedeschi e quella di St. Raymond, frequentata dai cattolici irlandesi. Non frequentavamo nessuna delle due chiese e mio padre e mia madre smisero presto di ricevere i sacramenti e di andare a messa. Ma la mamma cantava ancora canzoni dei santi e ci raccontava storie religiose dalla cantina dei suoi ricordi.

                    Sebbene noi considerassimo ancora la nostra famiglia cattolica,

                                      non praticavamo più il cattolicesimo.

    La mamma esortava noi bambini ad andare in chiesa, ma presto seguimmo l'esempio dei nostri genitori. Penso che mia madre fosse condizionata dal suo povero inglese e dalla mancanza di vestiti consoni. Anche se il crocifisso era ancora sui nostri letti e la mamma accendeva le candele della veglia davanti alla statua della Madonna, noi bambini maturammo l'idea che tali cose ormai appartenessero al nostro passato italiano e ora  volevamo essere americani. Con abnegazione e inconsapevolezza ci allontanammo dalla cultura della nostra gente, alla ricerca di qualcosa di nuovo. Per me questa ricerca iniziò nelle scuole pubbliche e nelle biblioteche. C'era una scuola pubblica a mezzo miglio da casa nostra: al numero dodici. Il dottor Condon, il preside, un uomo che nutriva molti interessi, amava vedere i suoi alunni marciare verso scuola al suono del tamburo. Era capace di interrompere le lezioni e di invitare tutti a marciare, con i suonatori di tamburi in testa. In questa scuola c'era la lettura della Bibbia quotidiana, officiata dallo stesso dott. Condon. Imparai ad amare i salmi e i proverbi che ci leggeva, ad ammirare il loro linguaggio poetico. Vicino alla nostra casa su Westchester Avenue c'era la chiesa episcopale di San Pietro e su Castle Hill c'era la canonica. Nell'architettura e nel paesaggio, queste chiese inglesi s'ispiravano alla basilica di San Pietro. I terreni circostanti si estendevano per mezzo miglio o più. In estate raccoglievamo le more e in primavera le violette e la stella di Betlemme. San Pietro era una vecchia chiesa; nel suo cimitero c'erano lapidi con nomi oscurati dalle intemperie. A volte, la domenica pomeriggio, vagavo nel cimitero cercando di riconoscere le persone dai loro nomi. Grazie alla mia costante lettura di libri sulla storia americana pensavo a tutti quei morti come pellegrini, puritani o eroi della guerra civile. Spesso adagiavo su quelle tombe mazzi di fiori, come segno di rispetto per gli uomini e le donne di quel passato americano. Volevo appassionatamente far parte dell'America: come una pianta, stavo cercando di mettere radici.

                      Avevamo tagliato i legami con il nostro passato

                          ed era difficile trovare una nuova identità.

    Il sacerdote di San Pietro, il dottor Clendenning, era un dignitoso e gentile gentiluomo che per strada salutavamo con rispetto mentre camminava o mentre ci recavamo in canonica. Di fronte a San Pietro c'era un edificio per le attività ecclesiastiche ed io ci passavo quan'ero sulla via di ritorno dalla scuola. Vicino c'era la biblioteca di Huntington e feci amicizia con la bibliotecaria.

     Il prototipo dell'uomo americano                               

    Era interessata ai bambini a cui piacevano i libri e fu lei a suggerirmi di frequentare il circolo del cucito pomeridiano presso la parrocchia di San Pietro. A capo di questo circolo c'era Gabrielle Clendenning, la figlia del ministro. Ci incontravamo una volta a settimana, cucivamo e cantavamo. Fu qui che per la prima volta imparai canzoni semplici come "Onward, Christian Soldiers" e "Rock of Ages Cleft for Me". Gli altri bambini erano soliti attraversare la strada prestando servizi in chiesa. Decisi di unirmi a loro in questo perché mi consideravo cattolica, anche se in realtà ero consapevole di non avere quasi nessun legame con la mia Chiesa. Spiegai a Miss Gabrielle che ai cattolici non era permesso frequentare nessun'altra chiesa. Sembrava capire e non obiettò o discusse mai con me al riguardo. Quando i bambini tornavano dai servizi, prendevamo thè e biscotti. Era una compagnia molto piacevole. Spesso Gabrielle Clendenning invitava i bambini a cavalcare con lei sul suo carretto da pony. Per me era un'esperienza eccezionale; significava essere accettata tra le persone che amavo. La madre di Gabrielle, mi disse la bibliotecaria, era la figlia di Horace Greeley. Non sapevo chi fosse Horace Greeley, ma mi disse che era stato un famoso editore e un patriota americano. Ricordo questa famiglia come apportatrice di un'influenza salutare sul nostro vicinato. Rispecchiavano quel che consideravo il prototipo dell'uomo americano. La vita in quella piccola comunità era pacifica. Il nostro quartiere era pieno di persone che si rispettavano a vicenda nonostante le differenze di razza o religione. Non eravamo consapevoli delle differenze ma della gentilezza reciproca. Il signor Weisman, il farmacista e la signora Fox, i proprietari del negozio di dolciumi, i McGraths, i Clendennings e i Visonos, vivevano tutti insieme senza alcun pregiudizio di ostilità o disuguaglianza. Abbiamo accettato le nostre differenze e abbiamo rispettato ogni persona per le sue qualità. Era un buon posto dove crescere un figlio.

     Un viscerale amore per la lettura e un anno nero   

    Diversi anni prima che mi diplomassi alla scuola pubblica, al civico dodici, era scoppiata la Prima Guerra Mondiale. Diventai un'avida lettrice di giornali. Leggevo la raccapricciante propaganda che caricava i tedeschi di atrocità. La mia immaginazione fu stimolata al massimo. Dopo di allora, non persi mai l'abitudine di leggere il giornale. E ciò che lessi lasciò la sua impronta su di me. Nell'autunno del 1916 ero pronta per l'Evander Childs High School. Ma per un anno non potei iscrivermi,

                                         fu un anno duro e terribile per me.

    Stavo tornando a casa sulla carrozza un caldo giorno di luglio e stavo salutando il conducente. D'un tratto la carrozza si fermò e non so cosa sia successo dopo, ma fui scaraventata in strada e il mio piede sinistro andò sotto le ruote del carro. Non svenni. Soggiacqui lì in strada finché mio padre non accorse: mi prese in braccio e con le lacrime che gli rigavano il viso, mi portò da un medico. Quando arrivò l'ambulanza, mi venne un gran dolore, ma il dottore che si sedette accanto a me fu così gentile che non volli arrecargli particolare disturbo. Scherzammo insieme fino al Fordham Hospital. Mentre mi portavano dentro, svenni. Quando tornai cosciente c'era l'odore dell'etere e un dolore che mi attraversava senza pietà. L'espressione sul volto di mia madre, seduta accanto a me mi disse che era accaduto qualcosa di estremamente grave:

             quello stesso giorno seppi che il mio piede sinistro era stato amputato.

    La mamma giunse all'ospedale con gran premura, carica di arance e fiori e qualsiasi cosa pensava potesse interessarmi. Era un'estate calda e afosa. Ci fu uno sciopero dei mezzi pubblici e mia madre dovette percorrere molte miglia fino all'ospedale. Durante quell'anno terribile non salto mai neppure un giorno di visita. È stato un momento amaro per me. Ero nel reparto femminile, perché ero alta per la mia età. Vidi molte donne morire nella sofferenza. Fui particolarmente colpita da una vecchia signora, che venne all'ospedale con un'anca rotta e morì di cancrena dopo che le ebbero amputato la gamba. Quella notte e per molte notti successive non riuscii a dormire. La mia ferita non si rimarginava bene. Stavo in quell'ospedale da quasi un anno: trattamento dopo il trattamento, operazione dopo operazione, con pochi miglioramenti. Cinque volte fui portata in sala operatoria; per cinque volte annusai l'odore nauseante dell'etere. Il massimo della desolazione fu quando giunse il giorno di apertura della scuola e vidi dalla finestra dell'ospedale i bambini che passavano con i libri in braccio. Ero così triste che il giovane Dr. John Conboy si fermò a chiedere cosa c'era che non andava. "Oggi avrei iniziato il liceo", gli dissi tra le lacrime. "Ora resterò indietro con il latino!". Il latino era la materia che preferivo più di ogni altra. Per me era il simbolo di una vera educazione. Quel pomeriggio il dottor Conboy mi portò la grammatica latina che aveva usato al college e promise di aiutarmi. Iniziai subito a studiarla. Durante il tempo della mia degenza in ospedale mi registrai come "cattolica", ma  non vidi mai nessuno dalla mia Chiesa. Ogni tanto un prete entrava nel reparto, ma io ero troppo timida per chiamarlo. Comunque, arrivarono la dottoressa Clendenning e Gabrielle, e loro mi scrissero delle lettere. Una volta la dottoressa Clendenning mi portò un piccolo libro di poesie e detti religiosi. Sulla copertina bianca c'erano fiori, e il frontespizio era una riproduzione di "The Gleaners" (le spigolatrici) con il titolo: Palette d'Or (tavolette d'oro). Lessi e rilessi quel libro.

     Il ritorno a casa e la morte di Katie                          

    Quando fu evidente che le operazioni chirurgiche non erano altro che dolore, la mamma decise di portarmi a casa. Trascorsi i successivi sei mesi nella fattoria e la mamma si prendeva cura di me. Andati in giro con le stampelle fin quando non fu possibile applicare sul mio piede una protesi. Un medico specializzato in medicina generale veniva a casa nostra per curarmi una volta a settimana, perché l'operazione non era stata ben fatta e le ferite guarivano lentamente.

                     Passai la maggior parte del mio tempo a leggere e scrivere poesie

                               e a coltivare il mio rapporto d'amicizia con mia madre.

    Ero così felice di essere lontana dall'ospedale che mi sentivo quasi contenta. Durante questo periodo la nostra famiglia subì numerosi lutti.

                                      Mia sorella Katie perse il suo secondo figlio

                       e non molto tempo dopo morì colpita dall'epidemia influenzale.

                   Mamma soffrì terribilmente e i suoi capelli castani divennero bianchi.

    Mi faceva male vederla soffrire così. I suoi figli si erano sposati ed erano andati via da casa; una figlia era morta, l'altra era invalida. Durante quel periodo, costretta in casa, passai la maggior parte del mio tempo a leggere. Mia madre mi portava libri dalla biblioteca locale e lessi anche la pila di quelli lasciati a casa nostra dai Munns. Poiché quella famiglia era stata metodista, i libri includevano una varietà di innari, vecchie bibbie, commenti e le prediche di John Wesley. C'era anche la copia di un libro di Sheldon intitolata In His Steps, che destò in me una profonda impressione. Le vecchie Bibbie sulle quali studiavo, contenevano illustrazioni affascinanti. Mi piacevano i sermoni di John Wesley. Ancora oggi la sua robustezza mi conforta, così ferma e dritta come le querce inglesi sotto le quali stava in piedi per parlare alla sua congregazione. In questi vecchi libri consunti, c'era naturalmente molta della semplicità del Vangelo e da loro elaborai una piccola preghiera che non lasciai mai più. Anche quando non ci credevo più, ne ripetevo spesso le parole come si fa con la poesia preferita. Questa preghiera, ispiratami dai libri di John Wesley, recitava così: "Caro Dio, salva la mia anima e perdona i miei peccati, per amore di Gesù Cristo. Amen!" (continua…).

    Bella Dodd / New York 1954

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

    N.B.: i titoli dei sottoparagrafi sono stati aggiunti dal traduttore e non sono presenti

    nella versione originale in lingua inglese

    (Copyright © 2018 Qui Europa) partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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    THE SCHOOL OF DARKNESS – BY BELLA V DODD – PDF

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