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  • L’Italia non rispetta i diritti umani

    L’Italia non rispetta i diritti umani

    Venerdì, Maggio 4th / 2012

    Unione europea / Italia / Diritti / Corte europea / Carceri / Giustizia lenta / Sovraffollamento  / Record di ricorsi / Amnistie / Irragionevole durata dei procedimenti / Credibilità internazionale / Durata dei procedimenti / Inefficienze sistematiche / Sovraffollamento delle carceri / Credibilità internazionale / Margine di valutazione nazionale / Riforma del sistema giustizia / Mirella Fuccella / Qui Europa  

    L’Italia non rispetta i diritti umani

    Una valanga di ricorsi intasano la Corte europea

    Strasburgo – Il presidente della Corte europea dei diritti dell'uomo, il giudice britannico Nicolas Bratza, tiene periodicamente alcune visite presso ciascuno dei quarantasette Paesi del Consiglio d’Europa. Ieri è toccato all'Italia. Non si è trattato certo di una ispezione, ma gli incontri che il presidente della Corte europea ha tenuto ieri in Italia con il Presidente della Repubblica e il ministro della Giustizia sono stati l’occasione per chiarire alcuni punti critici. L’Italia ha molti conti in sospeso rispetto all’obbligo di protezione dei diritti e delle libertà assicurati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In primo luogo vi è la questione dell’inefficienza del nostro sistema giudiziario, con le sue complesse norme procedurali, l’uso che viene fatto delle risorse a disposizione, l’incidenza dell’imponente avvocatura italiana.

      "Irragionevole" durata dei procedimenti  e  inefficienze sistematiche  

    Da quasi trent’anni la Corte segnala il grave problema, condannando l’Italia per la continua violazione del diritto alla ragionevole durata dei procedimenti. Non solo tali condanne cadono nel vuoto, ma addirittura da qualche tempo l’Italia compie nuove violazioni, ritardando il pagamento delle somme che le Corti di appello assegnano ai ricorrenti per riparare la violazione del loro diritto. Un altro grave problema riguarda le condizioni dei detenuti, che per il sovraffollamento delle carceri sono spesso tali da poter essere definite come “trattamento inumano e degradante”.

      Questione di credibilità  

    Sono temi ormai improrogabili, che danneggiano anche la credibilità internazionale del nostro Paese. Già il governo precedente aveva dato luogo a forti proteste da parte del Consiglio d’Europa, per aver ignorato le disposizioni della Corte di non espellere alcune persone in Tunisia, dove sarebbero state esposte a rischio di torture. Si trattava di condannati in Italia per "presunte" attività di sostegno a "presunte" reti terroristiche, ma il divieto di tortura garantisce tutti ed è inderogabile. Tali violazioni commesse dall’Italia sono passate da noi quasi inosservate, ma in ambito europeo hanno leso fortemente la reputazione dell’Italia.

      "Inflazione" da ricorsi   

    I ricorsi provenienti dal nostro Paese superano la cifra di 50.000 all’anno. Tutto questo schiaccia le strutture della Corte, causando un forte ritardo nelle decisioni. Il Regno Unito, dunque, spingeva perché si inserisse nella Convenzione una disposizione che obbligasse la Corte a riconoscere agli Stati un largo margine di valutazione nazionale nell’adempiere gli obblighi. Qui però si parla di diritti inderogabili, come la libertà personale, il divieto di tortura o di trattamenti degradanti. Il tentativo del regno Unito, dunque, – per fortuna – non è andato in porto. Sarà ancora compito della Corte elaborare la propria giurisprudenza in merito, senza cedere agli interessi dei governi a danno della protezione dei singoli. Ci auguriamo che tutto questo porti finalmente ad una seria riforma del sistema giudiziario italiano, studiata in modo da rendere finalmente più “umani” i tempi della giustizia: di certo una parte del sovraffollamento delle carceri è dovuto proprio alla presenza di un gran numero di detenuti in attesa di giudizio. La vera soluzione al problema, infatti, non possono essere le periodiche amnistie, che spesso mettono in libertà indistintamente innocenti e colpevoli.

    Mirella Fuccella (Copyright © 2012 Qui Europa)

     

  • “Erasmus delle assunzioni” – Panacea o palliativo?

    “Erasmus delle assunzioni” – Panacea o palliativo?

    Giovedì, Maggio 3rd/ 2012

    – di Silvia Laporta –

    Unione europea / Commissione Ue /  “Your first Eures job” / Programma / Finanziamento per chi cerca un lavoro / Crisi Ue / Marcato del lavoro / Disoccupazione record / Piigs / Silvia Laporta / Qui Europa / Disoccupati disperati / Suicidi  

    “Your first Eures job”: parte a Bruxelles

    Al via il progetto “Erasmus delle assunzioni”

    Intanto muore di "disoccupazione" un italiano al giorno

    Bruxelles – Si chiama “Your first Eures job” ma è già stato soprannominato “l’Erasmus delle assunzioni”. E’ il nuovo programma dell’Unione Europea che partirà tra poche settimane e che punta a mettere in contatto chi in Europa cerca lavoro con chi lo offre. Questa volta però i finanziamenti non saranno stanziati per giovani studenti in cerca di esperienze di studio all’estero, bensì per chi cerca un lavoro dipendente e spesso non riesce a trovarlo nel proprio paese d’origine. Il mercato del lavoro in Europa è una delle cose più "disunite" che ci siano.  Affianco alle situazioni disparate di Portogallo, Grecia, Spagna e Italia – dove il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato ormai a percentuali che vanno dal  36% al 50% – paesi come Austria e Germania, non riescono a riempire i posti vacanti delle loro aziende per mancanza di candidati. Anche se si tratta ovviamente  di casi limite.

      Bruxelles finanzia i colloqui  

    A Bruxelles si parla di una borsa di lavoro di circa 1000 euro per finanziare le trasferte da colloquio dei ragazzi europei, come a Monaco di Baviera o il soggiorno ad Amburgo, e probabilmente per coprire le spese iniziali per il mantenimento nella nuova sede di lavoro. Ci dovrebbe poi essere un altro assegno, sempre della stessa cifra, destinato alle aziende che firmeranno le assunzioni, se queste avranno una certa durata. Si prevede verranno stanziate all’incirca 5 mila borse. In Italia, sarà la Procura di Roma a raccogliere le candidature e le prime selezioni fungendo da intermediario tra domanda e offerta: chi cerca lavoro dovrà avere tra i 18 e i 30 anni, essere cittadino e residente dell’Ue. 

      Palliativo o misura importante?  

    Per ora si parla di circa 500 contratti di lavoro, della durata minima di sei mesi e con retribuzione adeguata agli standard del paese in cui il lavoro sarà svolto, offerti dal progetto in tutti i 27 Paesi Ue. E non è affatto escluso che, se la cosa funzionerà, in futuro non assuma dimensioni molto diverse arrivando a somigliare ad una sorta di ufficio di collocamento europeo. Questa iniziativa europea è infatti rivolta a tutti i giovani che vogliono cambiare vita e andare all’estero, ma soprattutto a coloro i quali non riescono a trovare un’occupazione nel proprio paese per via della crisi imperante. Palliativo o misura importante? A voi il giudizio! Intanto, solo in Italia, secondo le ultime statistiche ufficiali, per "disoccupazione" (quasi come se fosse una nuova forma epidemica) muore un disperato al giorno.

    Sergio Basile (Copyright © 2012 Qui Europa)

     

  • Ecofin – stallo su ricapitalizzazioni bancarie

    Ecofin – stallo su ricapitalizzazioni bancarie

    Giovedì, Maggio 3rd/ 2012

    – di Sergio Basile – 

    Unione europea / Consiglio europeo / Ecofin / Ministri delle Finanze Ue / Ricapitalizzazioni bancarie / Speculazioni / Polonia / Svezia / Repubblica Ceca / Regno Unito / Tier Core 1 / Eurozona / City / Eba / Raccomandazione Eba / Ingerenze del Regno Unito / Riserva Patrimonialre / Basilea II / Basilea III / Opposizioni / Posizioni divergenbti / Ipotesi maggioranza / Catanzaro / Convegno sulla Crisi Ue di Catanzaro / Università Magna Graecia / Crisi del welfare / Povertà / Contraddizioni / Osservatorio Qui Europa / Sergio Basile 

    Ecofin – nulla di fatto su riforma 

    ricapitalizzazioni bancarie

    La City rivendica maggior flessibilità: intanto

    speculazione e povertà dilagano senza freni

    Bruxelles, Francoforte, Londra, Catanzaro – Si è appena concluso, alle ore 2,00 della scorsa notte, il meeting Ecofin sulle delicate questioni legate alle celeberrime ricapitalizzazioni bancarie nell’Eurozona. Una seduta  piuttosto estenuante – lunga circa sedici ore – ma, tuttavia,  non sufficiente ai ministri delle finanze della Ue per raggiungere un soddisfacente accordo sulla modifica dei parametri di capitalizzazione delle banche, contro – almeno a sentire i comunicati ufficiali – i presunti rischi di fallimento e di stress,  definiti nell’ambito di Basilea 3.  Ma d’altra parte, traspare chiaramente come oggi tali rischi di fallimento siano più che mai di esclusiva spettanza delle aziende private e degli stessi cittadini europei, più che delle banche. Se analizziamo infatti le dinamiche economiche e finanziarie della crisi, si comprende facilmente come gli istituti bancari abbiano fatto incetta di titoli del debito pubblico degli stati sovrani – soprattutto di quelli dei paesi cosiddetti “Piigs” – con introiti lauti e legati agli interessi d’oro – del 6% e anche più – mantenuti alti dall’infausto e beffardo meccanismo del rating e dello spread applicato agli stessi stati ed ai loro titoli “sovrani” del debito pubblico. Ciò cozza fortemente con questi presunti rischi di fallimento degli istituti di credito, che davvero non si comprende come possa avvenire. Intanto mentre gli interessi ed i guadagni degli investitori – tra i quali le stesse banche – lievitano, a fallire è il welfare state europeo e le aziende fiore all’occhiello di paesi come la stessa Italia.  

       Posizioni diverse ma speculazioni uniche – Le ingerenze della City   

    La presidenza danese – quella di turno dell’Ue – rappresentata dal ministro danese delle finanze Margrethe  Vestager,  è stata costretta quindi a rinviare il tutto al prossimo 15 maggio: troppe infatti le differenze d’opinione, espresse e rilevate nell’assemblea, tra gli stati membri. Da parte sua la City di Londra – come noto la prima piazza bancaria d’Europa – ha fatto sentire tutto il suo peso politico – ricordiamo che la Banca d’Inghilterra pur non essendo il Regno Unito paese membro dell’Eurozona, è ad oggi, curiosamente, l’azionista di “maggioranza relativa” della Bce – nel pretendere per i governi nazionali una libertà quasi completa di imporre “requisiti di capitale addizionali” (o “buffer sistemici”) da aggiungere all’8% minimo individuato dagli accordi di Basilea 3: coefficiente già abbastanza alto di per sé.  Ciò, come i nostri lettori capiranno, andrà ad innalzare i coefficienti di Riserva Patrimoniale di – diciamo così – “sicurezza” delle banche: iper-protette malgrado i vantaggi legati alla speculazione sui titoli del debito pubblico dei Piigs (dei quali beneficiano in maniera diretta) e malgrado ricevano euro dalla Bce al tasso dell’1%, “rivendendoli” poi agli stati ed ai privati ad un tasso francamente  inaccettabile: più o meno vicino al 6%. Evidentemente qualcuno ha perso la bussola, ed in maniera pesante! Con Londra, tuttavia, hanno fatto un coro unico la Polonia (che ha rivendicato addirittura la  “flessibilità anche nell’imposizione di buffer diversi tra casa madre di un istituto di credito e le sue filiali sparse in altri paesi Ue”) assieme a Svezia e Repubblica ceca.

      La raccomandazione dell’Eba   

    In merito va ricordato che l’Autorità bancaria europea (Eba) ha emanato di recente una Raccomandazione sul capitale delle banche che fa seguito “all’esercizio sul capitale” annunciato il 26 ottobre scorso, ed inerente ad un pacchetto europeo più ampio di misure, approvato dal Consiglio dei Capi di Stato o di Governo il 26 ottobre scorso. L’Eba, in pratica,  ha chiesto alle banche di – udite udite – “rafforzare la loro posizione patrimoniale costituendo un buffer di capitale eccezionale e temporaneo”. La costituzione del buffer di capitale (tetto, o riserva aggiuntiva di capitale) dovrà essere tale da portare, entro la fine di giugno 2012, il Core Tier 1 ratio delle banche al 9%. Percentuale davvero spropositata ed ancora più iniqua se si considerano i devastanti effetti recessivi che tale sistema, unito al fenomeno del “credit-crunch” (stretta creditizia) sta causando, in maniera diretta o indiretta,  all’intero sistema economico europeo. Giusto per la cronaca, c’è da dire che all’esercizio dell'Eba sul capitale hanno partecipato 71 banche europee, tra le quali i cinque maggiori gruppi bancari italiani: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e Unione di Banche Italiane. Ricordiamo che gli stessi sono oggi i proprietari reali della Banca d’Italia (di fatto “privatizzata” nei primi anni Novanta in seguito al decreto Carli-Amato, favorito dall’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato) in quanto dell’Istituto detengono, assieme ad altre banche ed assicurazioni il 96% del capitale azionario. E allo stato sovrano cos’è rimasto? Il solo 4%, detenuto attraverso l’Inps. Davvero strano e grave! Non trovate?

      Le proposte di compromesso Ecofin 

    Ma, tornando alle trattative Ecofin, l’ultima proposta di compromesso di stamane, emersa, fissava la percentuale di flessibilità al 3% per l'intera esposizione bancaria e la innalzava al 5% per quanto concerne le esposizioni bancarie domestiche e previa autorizzazione preventiva di Commissione Ue e/o dell’European Banking Authority (Eba). Degno di nota è stato l’intervento del ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schauble, che nella serata di ieri, nel corso dell’assemblea, aveva dichiarato: “Se non arriviamo ad un accordo stasera, c'é il pericolo che non ci arriveremo mai, e ciò sarebbe un disastro”. In effetti un disastro lo sarebbe ancor più e lo è tutt’ora da un’analisi seria e trasparente dei dati economici, incrociata a gli ultimi dati “sociali”: suicidi (17.000,00 nella sola Italia durante il 2011) e disoccupazione da record (addirittura del 50% in Grecia); migliaia di aziende fallite e svendute all’estero; delocalizzazioni senza freno. Ed il tutto quando ancora si parla di “credit-crunch” e di ricapitalizzazioni bancarie.  Numeri, questi, da far invidia a qualsiasi film apocalittico o horror made in Hollywood. Sarebbe ora di finirla! Queste – tra l’altro – saranno le tematiche che nella giornata di domani “Qui Europa” porrà a politici, economisti, giuristi, giornalisti ed esperti nazionali ed internazionali, convenuti, presso l’Ateneo Magna Graecia di Catanzaro, in occasione del convegno dal titolo “La Crisi Economica e Sociale dell’Unione Europea: Analisi e Prospettive”, promosso e co-organizzato dallo stesso Osservatorio Nazionale “Qui Europa” in Italia, nella regione Calabria: una delle più colpite dall’attuale crisi, e con una percentuale di disoccupati vicina a quella della vicina Grecia.

      Ecofin – L’azzardata opzione della “Maggioranza qualificata” 

    Intanto, in attesa dei risultati dei lavori del prossimo Ecofin di metà Maggio, ed in assenza di un poco probabile e plausibile accordo che sposi gli interessi e le prerogative di tutti e 27 i Paesi membri dell’Ue, la soluzione paventata – o meglio, azzardata – sarebbe quella di procedere a maggioranza qualificata. Ma, francamente, la capitalizzazione bancaria, in tempo di crisi e di speculazione, è un tema troppo delicato e spinoso da poter permettere un siffatto metodo “antidemocratico”. D’altra parte l’Europa è, o dovrebbe essere – in teoria – di pertinenza e “proprietà” di tutti gli Europei (500 milioni di anime) e non di uno sparuto pugno di menti illuminate. Non è eticamente e moralmente accettabile l’idea di un’Europa che possa permettersi di marciare a due o tre velocità per assecondare la cieca ed egoistica volontà di lobby e gruppi di pressione. Ma a parte tutto, consentiteci due battute: a fine Ecofin, quando partirà l’Eco-welfare per ricapitalizzare le tasche degli Europei? Quando verranno tagliate le ali della speculazione internazionale,  magari mettendo mano all’Art.123  del Trattato di Lisbona ed alla legge sulle società di rating? Questo francamente ci interessa in egual misura, se non di più!

    Sergio Basile (Copyright © 2012 Qui Europa)

      Appendice – Cos’è il Core Tier? 

    Questo astruso termine è divenuto di uso comune nell’ambito degli accordi di Basilea. Esso, in pratica, attiene al patrimonio delle banche, del quale è componente essenziale. In particolare, è utile sapere che il capitale di una banca può essere distinto in due classi (o tier): una “primaria” (Tier 1) composta dal capitale azionario e riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte; un’altra “secondaria o supplementare”, composta da elementi aggiuntivi. Ora, con Basilea, al fine di evitare che il capitale Tier 1 venisse reso meno solido dall’uso di strumenti innovativi e altamente volatili, si decise di limitarne l’inclusione nel Tier 1 al 15%, e di escludere in toto i suddetti strumenti “innovativi” dal Tier 1 capital.  Inoltre, nacque un altro importante misuratore, il cosiddetto “coefficiente patrimoniale Tier 1” (che in effetti da la misura di patrimonializzazione di una banca: criterio spesso sotto accusa dagli osservatori internazionali e da molti economisti e nobel) ottenuto rapportando il Tier 1 alle attività ponderate per il rischio. Tale coefficiente patrimoniale (già molto robusto, ma che le lobby bancarie vorrebbero aumentare ancor di più) comprende in effetti: utili non distribuiti; Riserve, al netto dell'avviamento; Azioni ordinarie e di risparmio; Preferred Securities (cioè obbligazioni perpetue richiamabili non prima di 10 anni: il cui pagamento, tuttavia, può essere sospeso in presenza di andamenti negativi della gestione e privilegiate solo dinnanzi alla presenza di azioni ordinarie e azioni di risparmio). Ora, entrando più nello specifico – al fine di non restare nell’ignoranza della delicata tematica – c’è da sapere che il Tier 1 si scompone in Core Tier 1 (il cui ammontare deve essere non inferiore all'85% dell’intero Tier 1: formato dai primi 2 elementi sopra indicati) e Hybrid Tier 1: che accoglie invece solo le preferred securities, in un ammontare massimo non superiore al 15% dell'intero Tier 1.

    Sergio Basile (Copyright © 2012 Qui Europa)

  • Ucraina: Europei 2012 da “cani”

    Ucraina: Europei 2012 da “cani”

    Mercoledì, Maggio 2nd / 2012

    – di Maria Laura Barbuto –

    Unione Europea / Commissione Europea / Ucraina / Polonia / Romania / Spagna / Italia / Kiev / Leopoli / Roma / Europei 2012 / Sport / Calcio / Mattanza Canina / Sterminio cani / Dog Hunter / Villa dei Cuccioli / Pantheon / Manifestazioni / Animalisti / Volontari / Cani / Abbandoni / Avvelenamenti / Canili / Erminia Mazzoni / Gianni Alemanno  

    Ucraina: Europei 2012 da “cani”

    Continua la mattanza: migliaia di cani uccisi 

    e gettati in fosse comuni.

    Alemanno: “Se necessario, boicottiamo gli europei!

    800.000 cittadini chiedono intervento Ue

    Kiev, Leopoli, Roma –  Riflettori puntati su Ucraina e Polonia in vista dei prossimi Campionati Europei di calcio previsti per la stagione estiva 2012: una manifestazione importante che renderà ancora più “europei” i due stati ospitanti. D’altronde, lo si sa, il calcio unisce. Quindi, già da tempo, fervono i preparativi per far sì che tutto sia perfetto, per garantire la migliore ospitalità alle squadre nazionali che parteciperanno al torneo ed ai loro colorati tifosi. Ma l’Ucraina, nel tentativo di “rendere perfettamente presentabili” le strade di Kiev e Leopoli ha pensato bene di rendersi protagonista di una mattanza canina. Migliaia e migliaia i cani randagi uccisi con colpi di pistola, avvelenati con cibo e costretti a subire sofferenze atroci o ancora gettati in fosse comuni e ricoperti di cemento. 

      Gli spietati "Dog Hunter"   

    Queste atrocità vengono compiute ogni giorno per le strade ucraine da parte di coloro che i cittadini chiamano “Dog Hunter”, persone, evidentemente senza cuore, che si incaricano di procedere alle esecuzioni per eliminare i fedeli amici a quattro zampe. Davanti a questo barbaro massacro, sono 800.000 i cittadini europei che protestano e chiedono un imminente intervento dell’Unione Europea che, tramite la Commissione Petizioni del Parlamento, ha ricevuto le segnalazioni sugli abusi e i massacri nei confronti dei randagi, presentate dagli abitanti del Vecchio Continente. Ma la Commissione si è svincolata dall’eventuale impegno affermando, con grande diplomazia, che “la questione resta di esclusiva responsabilità dei singoli Stati e non è di competenza dell’Ue ma, data la portata dell’evento e la sua minacciosa espansione in altri territori, sarebbe necessaria una inversione di rotta”. Senza varcare i confini nazionali, ogni anno, solo in Italia vengono abbandonati 135.000 animali tra cani e gatti, ed il fenomeno è diffuso soprattutto al Sud dove, tra l’altro, i canili presenti sono per la maggior parte strutture in cui, secondo le denunce da parte delle associazioni animaliste, non vengono accuditi i randagi ma, di certo, girano parecchi soldi.

      Probabile boicottaggio   

    Da Roma, nel frattempo, arrivano ancora proteste di boicottaggio degli europei alle quali si unisce anche il sindaco della città, Gianni Alemanno il quale dichiara che “dall’Italia deve partire un messaggio forte, che si imponga all’attenzione dei cittadini e delle istituzioni europee per fermare lo scempio a cui stiamo assistendo. E’ un’immagine che ferisce tutte le persone che amano gli animali.” Il 5 maggio prossimo, nella Capitale, al Pantheon, partirà una manifestazione nazionale per gridare “Basta” allo sterminio degli animali, alla quale il sindaco Alemanno parteciperà, schierato in prima linea accanto ai volontari e agli animalisti che da mesi e mesi sono impegnati in una battaglia costante. Proprio il primo cittadino ha scelto la Valle dei Cuccioli, una tra le strutture comunali romane che si dedicano alla cura ed alle adozioni degli amici a quattro zampe, come punto di partenza della sua personale lotta contro i maltrattamenti degli animali. Alemanno ha chiesto l’attenzione da parte del Governo italiano e, se necessario, la mancata partecipazione agli europei della nostra amata nazionale.

      L'Ue non può lavarsene le mani!  

    L’europarlamentare Erminia Mazzoni, presidente della Commissione Petizioni, ha dichiarato che “La Romania è, secondo le statistiche, al primo posto per maltrattamenti degli animali, seguita da Spagna, Ucraina e Italia”. Paesi, quindi, in cui il randagismo è praticamente un crimine. Un problema questo che, al contrario di quanto dimostrato fino ad adesso, coinvolge pienamente e direttamente l’Unione Europea. Dopo tanto silenzio da parte delle istituzioni comunitarie, la Mazzoni ha affermato che presenterà una risoluzione a Strasburgo perché “è il trattamento degli animali che misura il grado di civiltà di un paese”.A quanto pare però, l’Ucraina non l’ha capito e continua a pensare agli europei: quelli, “giustamente”, porteranno nel paese tantissimi soldi, tra finanziamenti e turismo. E nel mondo in cui viviamo i soldi, purtroppo, sono la matrice di ogni azione. Li utilizzassero almeno per creare strutture idonee ad ospitare e a curare i randagi. Ah, ma dimenticavamo: per le strade non ce sono più!

    Maria Laura Barbuto (Copyright © 2012 Qui Europa)

  • Crisi Ue:  le “strane misure” di Consiglio e Commissione

    Crisi Ue: le “strane misure” di Consiglio e Commissione

    Lunedì, Aprile  30th / 2012

    – di Sergio Basile –

    Unione Europea / Commissione europea / Manuel Barroso / Commissione al Mercato Interno / Crescita / Recessione / Fiscal compact / Crisi / Governi Ue / Lettera / Ricette / Liberismo / Deregulation / Linea liberista / Bilderberg Club / Trilateral Commission / Mario Monti / Francoise Hollande /  Michel Barnier / Strapotere delle agenzie di rating / Lobbismo Internazionale / Energia / Integrazione  / Qui Europa / Sergio Basile / Deregulation 

    Crisi Ue: le "strane misure" di 

    Van Rompuy e Barroso 

    Orizzonte liberista per Consiglio Ue e Commissione 

    No a barriere su servizi. Si a mercato unico digitale e

    energia. Continua lo strapotere del rating e del mercato

    Bruxelles, Francoforte – Nelle ultime ore la Commissione europea ha dichiarato che, entro settembre, varerà dodici misure chiave per “stimolare l’economia dei Paesi dell’Unione". Pertanto, ancora con grandissimi ritardi e pachidermici movimenti, malgrado lunghi mesi di polemiche e ritardi, partirebbe solo dopo l’estate – e si prospetta una caldissima estate: la più rovente di sempre – un nuovo dibattito sulle politiche economiche europee. La tecnocrazia europea, dunque, che ha fatto di tutto per “non evitare” la crisi, cristallizzando l’illegittimo ruolo  sovrano (diktat mercatista) di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Rating – che hanno continuato indisturbati, tra l'altro, a beffarsi della sovranità degli stati europei, tra i quali l’Italia e la Grecia, giudicando essi come neo-scolaretti alle prime armi, o comunque al pari di una qualsiasi azienda privata. Cosa davvero grave ed inaccettabile. Ciò, spesso e volentieri, malgrado i robusti indici economici  di paesi come l’Italia, che prima dell’estate risultava essere: la settima potenza industriale al mondo; una delle nazioni con un maggior tasso di risparmio interno delle famiglie; la seconda nazione d’Europa – dopo la Germania – come “avanzo primario” (differenza tra entrate fiscali e spesa statale); un Paese con un bassissimo livello di indebitamento delle imprese private (soli 40 miliardi di euro, contro i  7.000 – avete letto bene, “settemila” – miliardi di euro delle imprese private francesi: n.b. la Francia non è in crisi! Come mai?); nonché la Nazione con la terza riserva aurea del pianeta. Insomma un Paese forte, robusto e da record, (malgrado il debito pubblico vicino a 2000 miliardi di euro, comunque causato in larghissima parte dalla speculazione bancaria e comunqure la metà di quello de Giappone: paese non in crisi, come – seguendo i dissennati discorsi di tanti politicanti italiani – sarebbe logico che fosse, ma al contrario, in grande crescita) grazie al lavoro di generazioni di padri di famiglia ed imprenditori. L'Italia, ad esempio, è utile ricordarlo, è il Paese europeo con la più fitta e robusta rete di Pmi. Un Paese evidentemente troppo succulento per qualcuno, da mangiare in un boccone (pochi mesi sono stati sufficienti). Allora giunge davvero come una musica stonata l’ennesimo proclama propaganstico della Commissione di Barroso, rimpallato nelle Ansa ed agenzie di tutto il continente: “l'Europa si mobilita per affiancare la crescita al rigore di bilancio in nome dell'occupazione!”.

      Paradosso Barnier – "Non serve cambiare il Fiscal compact!" 

    L’uscita è partita – sempre nelle scorse ore – dal Commissario al Mercato Interno, Michel Barnier, durante una conferenza sull'integrazione finanziaria alla Bce, a Francoforte, anche se ormai non  si contano più i proclami e le volte che l'esecutivo comunitario ha annunciato simili iniziative: salvo poi rimandare tutto per un motivo o per l’altro. Tuttavia, tra le parole di Barnier, alcune ci lasciano “a dir poco perplessi”, ed in maniera davvero disarmante. Secondo Barnier, infatti, “non serve rimettere in discussione le difficili decisioni prese per arrivare a un accordo sulla disciplina di bilancio. Se vogliamo che questa agenda basata sulle regole e sulla governance abbia successo – ha dichiarato il commissario – deve essere capita e sostenuta dal popolo e quindi deve essere accompagnata da un'agenda per la crescita".

       L'annientamento dello stato   

     Mah! Qui Europa nutre monti..emh scusate… “molti dubbi”. Ciò soprattutto se compariamo a tale dichiarazione un’altra dichiarazione, quella successiva all’annuncio della firma del famigerato e recessivo “Fiscal compact”: il trattato fiscale sul pareggio di bilancio che sta pervertendo il naturale ruolo statale di motore principale dell’economia degli stati (vedi articoli precedenti in "Qui Europa"). Intanto si aspettano gli esiti definitivi delle presidenziali francesi, che vedono in testa, quasi inarrivabile ormai, Francois Hollande. Un Hollande deciso, pare, a rinegoziare il Fiscal compact: facendo di questa “promessa” il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale.

      Quella relazione pericolosa con le élite mondialiste  

    Come i lettori di “Qui Europa” ricorderanno, lo scorso 20 febbraio, con una lettera alla Commissione Europea  i premier di 12 Paesi – Italia,  Gran Bretagna, Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia, Polonia ed Olanda – eccetto gli assenti Francia e Germania, hanno indicato 8 priorità per rilanciare la crescita europea. I leader hanno ribadito una linea liberista, incentrata su una rapida e convinta abolizione delle barriere al mercato dei servizi, e sul potenziamento di un mercato unico del digitale e dell’energia entro il 2014/2015; nonché sulla deregulation. I leader hanno inoltre parlato di modernizzare le economie dell’Unione, mediante la correzione degli squilibri macroeconomici esistenti. La creatività e la concorrenza – secondo quanto dichiarato da tali leader sposati alla causa “liberista” – sarebbero le parole chiave per la crescita. Esse, sarebbero bloccate da  una fissa rete di regimi di copyright, situazione superabile – a loro giudizio – mediante la semplificazione il sistema di licenze, “dato un quadro efficiente al diritto d’autore, fornito un sistema sicuro e affidabile per i pagamenti online”. Ma, a parte il merito dei tecnicismi sopra illustrati, è davvero curioso vedere come però, questa stessa "linea" sia quella dominante tra le élite mondialiste come la Trilateral Commission (organizzazione mondialista della quale il nostro caro professor Monti è stato – fino al giorno dopo della sua chiamata fulminea e anomala sulla scranno italico più alto – grande capo per l’intera area europea. A capo, cioè, di una super-élite di circa 170 membri, tra i quali si annovera anche il pidiellino Enrico Letta) e lo stesso discusso Bilderberg Culb: circoli esclusivi e segreti dei quali  molti dei leader in questione sono affezionati fraquentatori. 

      L'energia: settore strategico e critico   

    Altro punto forte del piano di rilancio consterebbe nella creazione di un mercato interno dell’energia entro il 2014, “dove le interconnessioni energetiche possano aumentare per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti”, da affiancare  ad un’area europea di ricerca: un ambiente ideale e migliore per ricercatori e imprese. Infine sarebbe necessario – nelle indicazioni dei leader europei firmatari dell’appello-liberista – rafforzare i rapporti con i colossi Usa e Russia, e dialogare con i Bric e con il Canada. La sesta priorità, come accennato, consterebbe nella famosa deregulation: ovvero nel ridurre il peso della regolamentazione Ue.

      Il Consiglo Ue e le opportunità per il lobbismo internazionale   

    La settima priorità indicata da Monti & C., è la creazione di un mercato europeo integrato, per rilanciare il lavoro giovanile; mentre l’ottava ed ultima linea d’intervento proposta afferisce alla regolamentazione dei servizi finanziari: mediante la riduzione delle garanzie alle banche (vedi ricapitalizzazioni selvagge a discapito dei contribuenti europei) in nome della libera concorrenza tra istituti di credito, ed al fine di non distorcere – come avvenuto finora con la complicità dei governi stessi e della troika – l’intero mercato. Nulla sul rating e sul gioco spesso ambiguo delle agenzie di rating. Speriamo solo che tutta questa deregulation non si trasformi in una grande opportunità per lobby ed holding.

      Nell'agenda delle élite: Privatizzazioni e  abolizione "Golden Share statali"   

    Cosa per la verità ad oggi molto probabile. Si pensi – ad esempio – all’abolizione progressiva delle golden-share statali che garantivano un certo controllo degli “enti sovrani” – o pseudo-tali – sui colossi aziendali nazionali di maggior prestigio: oggi in gran parte privatizzati e delocalizzati in maniera troppo frettolosa e contestabile. Speriamo, inoltre, che non si tratti dell’ennesimo proclama inconcludente, simile al famoso e leggendario motto Ue sull’area Schengen e sullo sviluppo del settore scolastico ed economico dell’Ue, secondo il quale entro il 2012 l’Unione europea sarebbe dovuta diventare lo spazio economico più competitivo al mondo, in merito a sviluppo commerciale e ricerca.

      Svegliare le coscienze per uscire dalla crisi   

    Belle parole e nulla più! Parole vuote che ancor oggi, tuttavia, in Grecia e nei “Piigs” suonano come un’amara beffa. Come uscirne: l'argomento sarà al centro del convegno nazionale promosso da "Qui Europa" presso l'Ateneo "Magna Graecia" di Catanzaro, previsto per il prossimo Venerdì 4 Maggio. Decisivo per uscire dall'impasse sarà comunque il ruolo dell'opinione pubblica (attraverso il ricorso agli strumenti che la costituzione mette a disposizione del popolo – vedi petizioni e raccolte firme per referendum – ) nonché il ruolo dei giornalisti intellettualmente onesti, e – ovviamente – il contributo diretto di alcuni degli eurodeputati più coscienziosi del Parlamento europeo. O di quelli non collusi con lobby, logge o circoli segreti.

    Sergio Basile (Copyright © 2012 Qui Europa)

  • Amsterdam: Permessi di soggiorno esosi

    Amsterdam: Permessi di soggiorno esosi

    Venerdì, Aprile 27th / 2012

    – di Mirella Fuccella –

    Europa / Corte di Giustizia Ue / Commissione europea / Immigrazione / Paesi Bassi  / Permessi di soggiorno / Mirella Fuccella / Qui Europa  

    Paesi Bassi – Permessi di soggiorno

    troppo esosi 

    La Ue tutela i diritti dei cittadini stranieri

    Amsterdam, Bruxelles, Lussemburgo – L’importo dei contributi richiesti per rilascio di permessi di soggiorno ai cittadini di paesi terzi ed ai loro familiari, non deve costituire un ostacolo all’esercizio dei propri diritti conferiti dall’Unione europea: a stabilirlo è stata la Corte di Giustizia Ue, con la sentenza C 508/10. In merito, una direttiva europea del 2003 dispone che gli Stati membri conferiscono lo status di “soggiornante di lungo periodo” ai cittadini di paesi terzi che hanno soggiornato legalmente e ininterrottamente per cinque anni nel loro territorio, immediatamente prima della presentazione della relativa domanda, e che soddisfano determinate condizioni. La direttiva 2003/109 prevede anche che gli Stati membri concedano permessi di soggiorno ai cittadini di paesi terzi che hanno già ottenuto tale status in un altro Stato membro nonché ai loro familiari. Nei Paesi Bassi, i cittadini di paesi terzi, ad eccezione dei cittadini turchi, che richiedono permessi di soggiorno sono tenuti al pagamento di contributi il cui importo varia da 188 € a ben 830 €.

      Il "Prezzo dell'integrazione"  

    La Commissione europea, nei giorni scorsi, ha ritienuto che tali contributi siano sproporzionati, poiché, ai sensi della direttiva, essi devono essere di importo ragionevole ed equo e non devono scoraggiare tali cittadini dall’esercitare il loro diritto di soggiorno. Pertanto, la Commissione ha proposto un ricorso per inadempimento nei confronti dei Paesi Bassi. Nessuna disposizione della direttiva fissa l’importo dei contributi che gli Stati membri possono esigere per il rilascio di permessi e titoli di soggiorno, tuttavia, pur essendo ovvio che gli Stati godono di un margine discrezionale, quest’ultimo non può essere illimitato. Il livello di tali contributi, dunque, in base alla decisione della Corte, non deve avere né per scopo né per effetto di creare un ostacolo al conseguimento dei diritti conferiti dalla direttiva, il cui obiettivo è proprio quello dell’integrazione. 

      Il pensiero della Corte europea   

    In tale contesto, la Corte ha rilevato che gli importi dei contributi richiesti dai Paesi Bassi variano all’interno di una forbice il cui valore più basso è circa sette volte maggiore rispetto all’importo richiesto per una carta nazionale d’identità. Un simile divario mostra la natura sproporzionata dei contributi richiesti. La Corte dichiara che tali contributi, eccessivi e sproporzionati, creano di fatto un ostacolo all’esercizio dei diritti conferiti dalla direttiva europea. Di conseguenza, a quanto pare, i Paesi Bassi dovranno porre rimedio a questa “ingiustizia” e adeguarsi alla direttiva. 

    Mirella Fuccella (Copyright © 2012 Qui Europa)

  • Ogm – Vietato vietare!

    Ogm – Vietato vietare!

    Venerdì, Aprile 27th / 2012

    – di Franco De Domenico –

    Europa / Italia / Ogm / Corte di giustizia europea / Mario Catania / Crisi figlia del liberismo / Franco De Domenico / Qui Europa  / Stati impotenti per statuto / Ogm impoosti per decreto / Sovranità statale / Ingerenze Ue  

    Ogm, vietato vietare

    L’avvocato dell’Ue contro le restrizioni

    sui prodotti transgenici

    Bruxelles, Lussemburgo – Il linguaggio giuridico, come sempre, non parla proprio chiaro, ma il significato è, alla fine, inequivocabile: “Non possono essere sottoposti ad una procedura di autorizzazione nazionale, organismi geneticamente modificati” , come quelli presi in esame a Bruxelles. Nella fattispecie, ibridi di mais. In soldoni: uno Stato sovrano non può regolamentare sugli Ogm. E’ quanto suggerisce alla Corte di Giustizia europea, oggi a Lussemburgo, l’avvocato generale Yves Bot, nella causa tra Pioneer Hi Bred Italia e il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali.

      Ogm – Stati impotenti per statuto  

    Secondo l’avvocato generale – le cui conclusioni, peraltro, non sono vincolanti per la Corte –  “la direttiva Ue 18 del 2001 sull’emissione deliberata nell’ambiente di Ogm impedisce che uno Stato membro, nelle more dell’adozione – a livello nazionale, regionale o locale – di misure volte a evitare la presenza involontaria di Ogm in altre colture, si opponga alla coltivazione sul suo territorio di quegli Ogm”. E aggiunge: “gli Stati membri hanno la facoltà di adottare tutte le misure opportune per evitare la presenza involontaria di Ogm in altri prodotti tramite misure di coesistenza, ma non possono invocarla per impedire in maniera generalizzata la messa in coltura sul loro territorio di un Ogm già autorizzato nell’Unione e iscritto nel catalogo comune”. Ora la sentenza spetta ai giudici europei. La reazione del ministro Mario Catania, titolare del dicastero delle Politiche ambientali, è di attesa per la sentenza della Corte di Giustizia europea. Il ministro Catania ha affermato che solo la sentenza scioglierà il caso, ed è una materia delicata, visto che molti vedono  in tema – ed a piena ragione: vedi articoli già pubblicati in "Qui Europa" –  di occhio non buono la presenza di Ogm nel nostro territorio, visti e considerati i deleteri effetti sull'ecosistema e sulla salute. 

      Ogm – Imposti per Decreto  

    Pertanto, il fatto che gli Ogm siano imposti per decreto Ue – con un discusso ed indiretto vantaggio per le multinazionali operanti nel settore primario – suscita molte perplessità, soprattutto se un Paese sovrano intende limitare i danni all’ambiente e ai cittadini consumatori, che i prodotti Ogm possono – come detto e dimostrato – più o meno pesantemente comportare: compresi effetti imprevisti e non ancora del tutto chiari sulla variazione dello stesso Dna umano. Roba da film horror! Si tratta di equilibri economici, e naturalmente anche politici, di una grande fragilità, su cui si gioca anche la libertà di noi cittadini: quanto della nostra sovranità stiamo cedendo all’Ue, in quanto appartenenti a Paesi con non molta voce? E quanto è giusto che l’Europa si pronunci, e legiferi, su questioni di competenza nazionale, perfino regionale? Una domanda che noi della redazione di "Qui Europa" gireremo presto ai nostri rappresentanti all'Eurocamera.

    Franco De Domenico (Copyright © 2012 Qui Europa)       

  • PE – Martin: “Respingere Acta”

    PE – Martin: “Respingere Acta”

    Giovedì, Aprile 26th/ 2012

    – di Sergio Basile –

    Unione europea / Parlamento europeo / Commissione Commercio Internazionale / Trattati internazionali / Ratifica / Acta / David Martin / Trattato liberticida / Copyright / Limiti alle libertà personali / Supposizioni di violazione / Rimborsi elevatissimi / Controllo del mercato dei brevetti / Mobilitazioni anti Acta nelle piazze europee / Sergio Basile / Niccolò Rinaldi / Qui Europa 

    L'eurodeputato David Martin chiede

    formale respingimento dell'Acta

    Tra giugno e Luglio l'Europarlamento deciderà sul

    discusso Trattato Internazionale che favorirebbe le

    multinazionali 

    con un sorta di dittatura legalizzata

    Bruxelles – Nelle scorse ore l'eurodeputato britannico David Martin (S&D), mediante  raccomandazione formale presentata alla Commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, ha chiesto che l'Eurocamera voti a favore del respingimento dell'Acta: documento (già ratificato da molti stati del mondo, tra i quali gli Usa: su pressioni diel presidente Obama che ha di fatto bypassato il Congresso) considerato dagli analisti e dagli osservatori più attenti (vedi video in "Qui Europa": "Multimedia Gallery") come il trattato più  liberticida e "dittatoriale" mai posto all'attenzione della Comunità Internazionale. Un documento che in realtà andrebbe ad incidere pesantemente sulla libertà economica di privati ed aziende, autoproclamandosi e spacciandosi – tuttavia – come panacea più efficace contro la contraffazione e le violazioni di copyright su Internet.

      Scarsa chiarezza nei limiti di competenza dell'azione legale  

    Martin nella relazione redatta e presentata nelle ultime ore a Bruxelles, ha fatto notare come nell'Acta ci siano in particolare evidenti e sconcertanti limiti alle libertà prsonali, che favorirebbero il libero gioco delle multinazionali. Il deputato inglese, interpretando e difendendo le istanze e le richieste di milioni di Europei, ha lamentato  il fatto che il trattato (che il Parlamento europeo sarà chiamato a ratificare o respingere il prossimo 12 giugno) non chiarisca in modo esaustivo e sufficientemente chiaro la "scala commerciale" e gli ambiti di competenza ed azione legale nei confronti dei diritti d'autore, e dei loro presunti violatori. Inoltre l'Acta implicherebbe il paradossale ed improprio riconoscimento dei provider e dei fornitori di servizi Internet quali "poliziotti"  di rete, con contestuale riconoscimento ai titolari dei diritti (spesso iniqui e sbilanciati) di chiedere rimborsi elevatissimi in seno ai presunti trasgressori, nonchè di bloccare loro preventivamente – e senza il tempastivo intervento della legge – l'attività sulla base di semplici supposizioni di violazione.

      Il problema dell'entità degli indennizzi  

    Molta confusione l'Acta la fa poi sull'entità dei rimborsi. Insomma (come già trattato negli articoli pubblicati in "Qui Europa" nelle scorse settimane) si tratta di un documento che potrebbe compromettere per sempre – ed in negativo – i rapporti tra operatori commerciali e tra operatori e società civile. Il tutto vertirebbe sul rispetto dei brevetti e dei diritti d'autore acquisiti. Ma d'altra parte è anche doveroso ammettere che molte multinazionali – oggi come in passato – hanno volutamente acquistato e/o registrato dei diritti d'autore su rivoluzionarie invenzioni per poi magari naconderli nei loro cassetti, e poter godere – senza alcuna limitazione ed in regime di monopolio – di diritti illimitati. Ciò ha portato tali grandi colossi economici ad operare in mercati "anti-concorrenziali" in regime di monopolio. E questo anche in settori particdolarmente delicati e ampi come ad esempio l'agricoltura o il settore farmaceutico.

      Il voto sull'Acta in Europa, tra Giugno e Luglio  

    Dunque, alla luce di ciò, possiamo parlare di serissima minaccia alle  liberta' civili''. ''Proporre di respingere Acta – ha spiegato l'eurodeputato – non vuol dire respingere la necessità dell'Ue di proteggere la sua proprietà intellettuale". In replica l'eurodeputato italiano Niccolò Rinaldi ha chiesto di "contrastare la contraffazione con strumenti diversi che siano più appropriati''. Ora la palla passa alle istituzioni comunitarie. Il voto sull'Acta in Commissione commercio internazionale sarà – come detto – a metà giugno, mentre il voto in assemblea plenaria probabilmente a luglio. Intanto mobilitazioni anti-Acta continuano a susseguirsi in tutte le principali piazze d'Europa, sulla scia della linea cinematografica suggerita dall'ormai mitico "Anonimous". 

    Sergio Basile (Copyright © 2012 Qui Europa)

  • Grecia – Le Cariatidi votano “dracma”

    Grecia – Le Cariatidi votano “dracma”

    Giovedì, Aprile 26th / 2012

    Europa / Grecia / Euro / Francois Hollande / Marine Le Pen / Sarkozy / Francia / Angela Merkel / Mario Monti / Dracma / Rigore / Austerity / Una crisi figlia del liberismo / Franco De Domenico / Qui Europa     

    Contro l’euro con furore

    La Grecia vota per la dracma,

    la Francia contro il rigore

    Bruxelles – Gli equilibri dell’Ue, e della sua creatura principale, l’euro, si stanno scompagnando, disegnano nuove strategie, come su una cartina del Risiko, gioco strategico per conquistare il mondo. Soltanto che, ora, sembra che si faccia a gara non ad allargare, ma a chiudersi ognuno nei propri confini; soprattutto i Paesi più deboli. E’ il caso della Grecia, che il sei maggio voterà se tornare o no alla moneta locale, e non dimentichiamo che, la sera stessa, l’uno o l’altro dei due contendenti alla presidenza francese  prenderà atto che anche la maggioranza dei transalpini non vuole più stare nell'Europa così come è oggi. Se vincerà Hollande, si tratterà di  rinegoziare il patto fiscale (Fiscal Compact) appena  sottoscritto in seno al Consiglio Ue con la Germania di Angela Merkel e gli altri partner dell'Unione. Ma anche se vincesse Sarkozy, ad ascoltare i suoi ultimi comizi a caccia di voti lepenisti, il futuro non sembra meno tempestoso: «Ora basta, cambiamo o non ci sarà più l'Europa».

      Una politica del rigore che non convince più nessuno  

    E venti di cambiamento, o almeno venticelli, si annunciano, non solo a Parigi. Infatti, nell’economia dell’euro, nessuna cura sembra funzionare. I mercati (impazziti e nevrotici) hanno prima punito il poco rigore dei Paesi debitori, poi hanno punito l'eccesso di rigore imposto ai Paesi debitori, e ora sembrano temere che gli elettori fermino la politica del rigore. Insomma, è ormai chiaro che quella dei mercati traspare sempre più come un alibi preconfezionato da quanti evidentemente puntano su un ridimensionamento della democrazia degli stati e su politiche iperliberiste di privatizzazione. In Italia stiamo eseguendo, più o meno bene, tutti i compiti a casa che ci sono stati richiesti, eppure lo spread – a controprova di quanto detto – resta stranamente sotto la sufficienza. C’è un governo che doveva essere – secondo i proclami di Napolitano, Mont & Co. – di Unità nazionale, ma i partiti pensano ai loro nomi e ai loro soldi, i giornali pensano di nuovo a Ruby – senza spiegare quasi mai in maniera sistematica e trasparente cosa davvero si celi dietro questa pseudo-crisi indotta – mentre i sindacati pensano a far chiudere i supermercati il 25 Aprile. Ciò, mentre la grande maggioranza degli Italiani deve fare i conti con stipendi  ai minimi storici rispetto all’inflazione.

       I limiti dello strumento "eurobond" e l'asse Merkel-Monti   

    In tutto questo, qual è la soluzione che trovano i governanti europei? Naturalmente, una task  force italo–tedesca, un’asse Roma–Berlino, Merkel–Monti che tamponi le falle create dall’eventuale elezione di Hollande. Qualcuno dovrà per forza rimettere insieme le due ruote dell'asse di eurolandia, e quel qualcuno – secondo la tecnocrazia dominante – non può che essere il professor Monti. La strategia consisterebbe nell'aiutare la Merkel a tenere a freno le bizze di Hollande sul rigore, in cambio di una seria apertura sulla crescita. Ma a giudicare dagli effetti recessivi dell'austerity, quella della crescita resta l'ennesima vuota propaganda. Roma vuole in cambio due cose, e ora sa che le vuole anche Hollande: bond europei (cioè in pratica altri "debiti" con l'Europa, sempre per non deludere gli affezionati fans della debitocrazia) per – pare – finanziare grandi progetti (da non confondere con gli eurobond, cioè titoli comuni del debito, sui quali nessuno si illude di convincere oggi Berlino) e nuovi capitali per la Banca europea degli investimenti (Bei). L’euro, tanto agognato, ci ha messo in queste condizioni: e i suoi fautori corrono a riparare la moneta unica. Sperando che non cada a pezzi. Ciò mentre salgono alti i cori pro-dracma in grecia e pro-lira in Italia. Già, proprio lei, la cara vecchia lira, a questo punto non sembra essere più un tabù, e ad affermarlo è il fior fiore di premi Nobel come Paul Krugman.  

    Franco De Domenico (Copyright © 2012 Qui Europa)