Qui Europa

Giorno: 20 Febbraio 2018

  • L’amico e il nemico. Fenomenologia dei falsi antagonisti

    L’amico e il nemico. Fenomenologia dei falsi antagonisti

    Mercoledì, 21 febbraio/ 2018 

    – di Roberto Pecchioli –

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, falso dissenso, falsi antagonisti, fenomenologia              

    L'amico e il nemico. Fenomenologia dei falsi

    antagonisti 

    Analisi dei falsi dissidenti, impiegati di carriera e pecore matte

    che paralizzano la vera concorrenza al mondialismo

     

    di Roberto Pecchioli 

    FALSI ANTAGONISTI
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     Fenomenologia dei falsi antagonisti                      

    Roma – di Roberto Pecchioli  Un quadro antico di mediocre qualità rappresentava un sontuoso pranzo in una corte rinascimentale. Al centro il principe, ai lati nobili, dignitari, ufficiali in alta uniforme, dame alle prese con le innumerevoli portate del banchetto. Agli estremi altri personaggi ammessi al desco, probabilmente i cortigiani, la vil razza dannata di Rigoletto, oltre naturalmente ai domestici di servizio. Nel salone altri personaggi attendevano i resti del pasto, gli avanzi gettati da lorsignori: animali domestici, nani, buffoni di corte, poveracci.

                       A questo somiglia l’ultima corte dei miracoli del capitale,

             i cosiddetti antagonisti, impegnati da mesi in una guerra grottesca

                                                contro le loro ossessioni,

    scimmie di Don Chisciotte che lottava contro i mulini a vento scambiandoli per giganti, del tutto privi della tempra morale e della purezza interiore del cavaliere dalla triste figura.  Per un giudizio che non si limiti alla cronaca o alla deprecazione, ci viene in aiuto il pensiero di Carl Schmitt. Il giurista di Plattenberg scoprì e dimostrò nella sua opera capitale Le categorie del politico che

                    ovunque c’è politica lì si incontra l’antitesi amico-nemico

            e ogni raggruppamento si costituisce sempre a spese di, e contro

                                            un’altra porzione di umanità.

    Il problema, con i nuovi antagonisti genericamente de sinistra, è che non si avvedono di essere diventati gli sgherri del capitalismo mondialista, ovvero di coloro contro cui dovrebbero (in teoria, solo in teoria – Ndr) insorgere.

     I falsi dissidenti, impiegati di carriera                   

    Marcello Veneziani dà una definizione perfetta del fenomeno: i compagni sono passati disinvoltamente dall’anticapitalismo all’antifascismo nonché dal datato antiberlusconismo ad un fiammeggiante antifascio-leghismo. Aggiunge, rovesciando una frase di Samuel Johnson, che il loro antifascismo è l’ultimo rifugio delle canaglie.  Siamo d’accordo solo in parte: i manifestanti di queste settimane, infatti, anche i più violenti tra loro, sono sinceri e credono agli slogan che urlano in piazza e sulle reti sociali. Sono, tanto peggio per loro, i nani e i buffoni di corte dei padroni del mondo: scattano al fischio convenuto, il paragone è il solito, quello con la saliva del cane di Pavlov. Canaglie, mascalzoni sono i loro mandanti, cortigiani e dignitari del Principe regnante. Una delle tracce più sicure (follow the money, segui il denaro) è l’ampia disponibilità di sedi, occupate o direttamente fornite dalle amministrazioni locali, poiché non di rado sono oggetto di finanziamenti pubblici diretti, di benefit indiretti e trattamenti di favore negati ad altri soggetti. Raramente pagano le bollette dei servizi di cui usufruiscono, svolgono attività economiche prive di controllo fuori dal circuito fiscale e qualcuno paga generosamente le numerose trasferte diciamo così lavorative per le manifestazioni.

                  Sono gli impiegati di carriera ausiliaria del regime progressista,

                                     democratico e liberalcapitalista.

    Dal punto di vista dei riferimenti culturali, tramontati i miti del marxismo classico, sono i perfetti rappresentanti della Moltitudine che Toni Negri e Michael Hardt hanno posto come nuovo soggetto politico collettivo al tempo della globalizzazione mondialista da loro definita Impero. Una plebe urlante, sovreccitata, desiderante e disincarnata, intenta al consumo come “diritto”, in attesa di raccogliere senza lottare il potere dalla più volte annunciata crisi finale del capitalismo, smanettando sullo smartphone e dando sfogo alle pulsioni animali (si chiama liberazione) nel più totale deserto morale e civile. Un minestrone indigeribile, l’esaltazione della “pentola che bolle” i cui ingredienti danno origine non a una nuova umanità ma a un informe “mischione” in cui il soggettivismo più estremo si ibrida con la spinta all’identico, alla dissoluzione di ogni legame. L’antropologia negativa ideale per il trionfo finale del mondialismo neocapitalista e la riduzione dell’homo sapiens a plebe consumatrice. Una guerra di classe i cui soldati di ventura sono le prime vittime.

     Alla loro testa marcia il nemico                                 

    Al conservatore Schmitt dette involontariamente ragione il drammaturgo comunista di moda nella seconda metà del XX secolo, Bertolt Brecht, in una notissima lirica:

                                         “Al momento di marciare

                molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico.

                  La voce che li comanda è la voce del loro nemico.

                      E chi parla del nemico è lui stesso il nemico.“

    Chiarissimo, se possedessero gli strumenti culturali per capire, o almeno utilizzassero gli occhi per vedere. La nuova sinistra esita a usare le parole d’ordine screditate del passato, socialismo e comunismo. In Francia lo hanno compreso ed è forte la reazione intellettuale al sostantivo sinistra, esattamente come al suo contrario, destra.  Jean Paul Michéa e i suoi amici sostenevano che comunismo e socialismo furono idee terribilmente serie, categorie politiche fortissime per le quali lottare e morire. Qui la questione è: se accettiamo le linee di frattura proposte da Schmitt, ovvero amico e nemico, dobbiamo concludere che gli antagonisti di sinistra, i centri sociali e l’intera galassia dei movimenti affini, poiché hanno scelto come nemico (o presunto tale -Ndr) il fascista, razzista, xenofobo, omofobo, transfobo, si sono oggettivamente scelti un amico potentissimo, cioè il capitalismo mondialista (palesando invero un atavico rapporto occulto evidente purtroppo solo a pochi – Ndr). Questo spiega perché non vengano combattuti, al di là delle frasi di circostanza, e, al contrario, siano utilizzati come utili idioti, con l’incarico di mazzieri nell’immediato, ma più sottilmente di custodi di un’ortodossia politica tesa ad escludere ingenti settori di opinione dal dibattito pubblico. Prima intimidire, quindi creare un clima, un “sentiment”, infine escludere, proibire. A vantaggio dei padroni del mondo…

      Confusione scientifica                                                  

    Ovviamente, alle categorie proscritte può essere iscritto d’imperio chiunque dissenta dalla narrazione dominante: i cattolici schierati a favore della morale naturale e per la vita contro le follie gender e omosessualiste, i patrioti che difendono il sentimento nazionale, i favorevoli alla sovranità monetaria ed economica, gli euroscettici, coloro che non apprezzano la società multiculturale, chi sente come eccessiva o invasiva la presenza di stranieri ,  i sostenitori di un’economia non sottomessa al mercato, i difensori delle tradizioni popolari, persino i superstiti comunisti duri e puri. L’elenco è potenzialmente infinito. I finti antagonisti ricomprendono tutti nella categoria del Male assoluto, ovvero il fascismo (il grottesco Ur-fascismo teorizzato da Umberto Eco o la “personalità autoritaria” del francofortese Adorno). Più prudenti, i riflessivi, responsabili e moderati di tutte le tendenze bollano come nemico il vago populismo, una categoria opaca, imprecisa, antistorica, un significante multifunzionale, omnibus, la discarica ideale in cui rinchiudere, da padroni delle parole, ogni dissidente della vulgata gradita al potere. "La nostra posizione, sul crinale amico/nemico è netta: il nemico principale è oggi il capitalismo e la società di mercato sul piano economico, il liber(al)ismo sul piano politico, l’individualismo sul piano filosofico, la borghesia sul piano sociale e gli Stati Uniti sul piano geopolitico".  La definizione non è nostra, ma di Alain De Benoist, il più noto tra gli esponenti della cosiddetta Nuova Destra. Trasferito sul piano degli schieramenti politici, il criterio sopraccitato sembrerebbe confezionato su misura per la sinistra. Non è (più) così, come ha spiegato Veneziani. La lotta anticapitalista, l’avversione per il liberalismo e l’etica strumentale del mercante, il suo individualismo calcolatore ed egoista, il sospetto per il modello sottoculturale americano non abitano più lì.

                        Il costume di scena della sinistra 2.0 è vecchio, liso e demodé,

                                         ma ha ancora tanti interessati amatori,

                                         l’antifascismo a scoppio ultra ritardato.

    Ricorda il blocco della città per rimozione controllata di ordigni di guerra inesplosi scoperti per caso dopo tre quarti di secolo. Al pifferaio di Hamelin che conduce alla magra mensa gestita dall’iperpadrone mondialista si sono accodati in tanti, da prezzolati cortigiani i capi, da buffoni di corte gli impiegati d’ordine, da figuranti ignari tutti gli altri.

    FALSI ANTAGONISTI

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

      Divide et impera                                                       

               Le oligarchie hanno compreso la necessità di dividere il fronte avverso,

                            potenzialmente vastissimo, per mantenere il dominio

                                           su centinaia di milioni di persone.

    Niente di meglio che “colonizzare l’immaginario” con le parole d’ordine del passato, attualizzate e rovesciate per essere utilizzate contro il Vero Nemico. Un altro termine tratto dal lessico di Carl Schmitt: il vero nemico del mondialismo liberalcapitalista è chi continua a pronunciare le parole perturbanti, (unheimlich, secondo Freud) quelle che toccano le corde più profonde del cuore e del cervello: Stato, sovranità, popolo.  Parole che stanno oltre le fruste categorie di destra e sinistra e possono diventare idee forza per grandi masse. 

     I poli opposti si toccano e coincidono                     

    Fateci caso:

                                                    i sedicenti Centri Sociali,

    carro di Tespi di energumeni dai peli superflui e delicate signore alla Cecilia Strada,

    accorrono come un sol uomo alla semplice notizia della presenza di Matteo Salvini, 

         di Casapound, delle Sentinelle in Piedi e, da ultimo anche di Giorgia Meloni,

                      ma si disinteressano delle riunioni delle centrali finanziarie,

                                  del Fondo Monetario e della Banca Centrale.

      Tacciono o ignorano del tutto gli incontri di certe logge massoniche riservate,

                          del Club Bilderberg e della Commissione Trilaterale,

    hanno persino rinunciato a contestare Berlusconi e la sua rifritta rivoluzione liberale.

    A Davos, dove si incontra il partito della globalizzazione, fa freddo e la Eurotower di Francoforte, tempio della scarsità monetaria manovrata da privati è troppo alta. Gli antagonisti si defilano, mettono le pantofole e si fanno qualche canna in santa pace. In compenso, scattano all’assalto delle riunioni governative (G8, G20 e simili), dove possono prendersela con gli Stati nazionali, esattamente come vogliono i loro mandanti e, per i caporioni, datori di lavoro. Tutte le loro parole d’ordine, ogni singolo punto di un arsenale culturale di seconda mano proviene da un'unica incubatrice: l’università americana, tempio del progressismo “liberal” con fattura a piè di lista pagata da multinazionali, “pensatoi “privati (i think tank), organizzazioni come la Open Society di Soros, il fidanzatino di Emma Bonino, o la fondazione Rockefeller. Noti amici del popolo, rivoluzionari leninisti.

               Pensiamo all’intero armamentario del Sessantotto nato a Berkeley,

                          alla generazione hippy e dell’acido ideata dalla CIA,

                        come ammise Timothy Leary, il femminismo radicale,

                                  i movimenti di liberazione omosessuale,

                         da cui si è formata l’onda della teoria del gender

    ( Judit Butler, il folle medico John Money), la dittatura del politicamente corretto che inibisce la corrispondenza tra parola e significato, l’insistenza su un’uguaglianza pedante e ossessiva che si guarda bene dal contestare la disuguaglianza più odiosa, quella basata sul censo. Recente è la follia di cancellare arte e letteratura in base a criteri oltre il ridicolo, come i “bollini” rossi per censurare, da parte di grandi università, persino Shakespeare. L’intero ciarpame sottoculturale dell’ultimo mezzo secolo, ampi settori della musica e dell’arte, proviene dalle medesime centrali: liberali, liberiste, libertarie, libertine. L’universo antagonista, non per caso, è pervaso da spinte distruttive ed anarcoidi, compatibili, anzi profondamente interne alla logica del capitalismo ultimo, che si libera di ogni infrastruttura e lascia solo la struttura, ovvero se stesso, il potere universale del denaro, tutelato dalla tecnologia e dell’apparato di controllo.

     Lo stesso minestrone (destra-sinistra-centro)     

    La sudditanza culturale è talmente enorme da lasciare attoniti. Il nemico degli antagonisti non è il mondo di Uber o Airbnb, precarizzazione, lavoretti, salari da fame, distruzione di imprese, e neppure quello di Amazon e dell’intera gig economy, schiavitù reale, salario virtuale, diritti sociali emigrati nella Nuvola digitale, il cloud.

           La sinistra politica non è che il volto en travesti della globalizzazione.

    In America, Bernie Sanders si definiva socialista, riunì in una breve stagione gli Indignados e Occupy Wall Street, poi (ovviamente – Ndr) finì per appoggiare Hillary Clinton, paladina delle guerre, dell’imperialismo a stelle e strisce, ultrà della globalizzazione. In Germania Verdi e Linke hanno programmi assai simili a quello del partito radicale: diritti civili individuali, immigrazionismo, poca o nessuna attenzione per i diritti sociali. Non troppo diversa è la spagnola Podemos, con la paradossale simpatia per i nazionalismi locali. Solo in Francia il movimento di Mélenchon, la Francia Indomita, mantiene (almeno in apparenza – Ndr) un impianto nazionale e sociale, ma è conseguenza storica della tradizione repubblicana transalpina. Coloro che sono entrati nel mirino finto antagonista, con il corollario di violenza, odio e baccano, al contrario sono sostenitori di quei principi che un tempo "sarebbero stati" appannaggio della sinistra: una tassazione equa, lotta alle multinazionali, sovranità economica, monetaria, rispetto delle peculiarità di ogni popolo (qualcuno ricorda le “vie nazionali al socialismo”?), democrazia partecipativa, centralità dello Stato. Il lavoro sporco è ridotto a forza di pronto intervento contro chiunque non sia conforme alla narrazione progressista neo liberale. In altri tempi, li avrebbero definiti deviazionisti o revisionisti.

      Paralizzare la vera concorrenza                                

    Noi siamo persuasi che il vero obiettivo di chi muove i fili è fermare una concorrenza. Sempre Carl Schmitt, sessant’anni or sono scrisse parole memorabili in un’opera breve quanto densa di contenuti, La Tirannia dei Valori. Riferendosi alla costituzione della Germania sconfitta della seconda guerra mondiale, osservava che in essa veniva posto, ovvero imposto dal vincitore, un ordine ideale di valori, pace, libertà, giustizia, tolleranza, benessere, solidarietà. Ciò determinava l’universalizzazione di un cemento ideologico a sostegno del rapporto di dominazione degli Usa. I valori non sono idee, categorie, principi, ma semplici punti di vista. Il loro è un valore “di posizione”, essi cioè diventano supremi per la posizione occupata nel sistema. Si manifesta così l’aggressività propria di ogni imposizione di valori mentre “la tolleranza e la neutralità illimitata dei punti di vista e di osservazione intercambiabili a piacere si ribaltano subito nel loro contrario, cioè in ostilità.”

                        I valori non sono ma, appunto, vengono fatti valere,

                    e per imporsi devono essere continuamente attualizzati

                           sino alla radicalizzazione del conflitto ideologico,

              che diventa integralismo della virtù, (nelle masse ignoranti – Ndr)

                                 cinicamente sfruttato dal Vero Nemico.

    Infatti, ogni posizione sostenuta dal sistema, mascherata da valore, introiettata attraverso la trappola del politicamente corretto, si trasforma immediatamente in imperativo etico. Conclude Schmitt: “Chi aderisce a valori opposti a quelli ritenuti corretti è considerato nemico e merita di essere annientato. Un individuo, un gruppo, un’etnia, se armati di "valori "sono potenziali assassini”. In particolare i sicari sciocchi dei padroni del mondo…

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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  • La cospirazione eugenetica – 3 – La strategia della cripto-eugenetica

    La cospirazione eugenetica – 3 – La strategia della cripto-eugenetica

    Martedì, 20 febbraio / 2018 

    – di Thierry Lefévre – 

     Redazione Quieuropa, Eugenetica, eugenisti,International Planned Parenthood, Birth Control      

    La cospirazione eugenetica – 3 – La strategia della

    cripto-eugenetica

    L'ideologia della cultura della morte: "La Società (eugenetica)

    dovrebbe inseguire scopi eugenetici utilizzando mezzi meno

    vistosi, ossia mediante una politica cripto-eugenetica"

     

    di Thierry Lefévre / La connexion eugéniste

    LA STRATEGIA DELLA “CRIPTO-EUGENETICA”

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Cripto-eugenetica: il più grande spiegamento    

    Roma – Il grande e nuovo spiegamento strategico dell'eugenetica è la cripto-eugenetica. La più illustre degli eugenisti fu Margaret Sanger (prima foto grande da sinistra), al tempo stesso socialista estremista e capitalista grazie al denaro proveniente dal suo secondo marito (l'industriale J. Noah Slee, produttore del famoso olio Three-In-One), fondatrice del Planning Familial (vedi manifesto – prima foto grande a destra), organizzazione che cambiò diverse denominazioni nel corso del XX secolo: dal 1922 al 1939, American Birth Control League («Lega Americana per il Controllo delle Nascite»); dal 1939 al 1942, Birth Control Federation of America («Federazione Americana per il Controllo delle Nascite); dal 1942 ai nostri giorni, Planned Parenthood («Paternità pianificata», o Planning Familial); nel 1952, tutte le associazioni nazionali si sono raggruppate nell'International Planned Parenthoood Federation (vedi logo in copertina – prima foto a destra in alto). Più oltre vedremo come, su consiglio di un consulente per le pubbliche relazioni, il movimento accettò, a malincuore, di abbandonare in pubblico il discorso rivoluzionario ed eugenetico per apparire come un promotore dei valori nazionali e familiari. Questa manipolazione guadagnò al Planned Parenthood l'ammirazione e il rispetto di quasi tutto i Paesi, e certamente di tutte le persone implicate nei servizi sociali.

                                        Dopo la Seconda Guerra Mondiale,

                    anche la Società Eugenetica Americana cambiò strategia:

                                        essa passò alla cripto-eugenetica

                              senza modificare uno iota dei suoi obiettivi.

     Osborn e l'esaltazione dell'eugenetica di Galton  

    Nell'aprile del 1956, Frederick Henry Osborn (1889-1981) (vedi foto in copertina: la seconda grande da sinistra), che aveva presieduto l'Eugenics Society americana dal 1946 al 1952, dichiarò:«Sono passati ottantasei anni da quando Galton (vedi foto in copertina: la seconda grande da destra) ha pubblicato la sua opera "Il genio ereditario"; ottantasei anni fa

                             egli considerava il movimento eugenetico

             come qualcosa che avrebbe fatto piazza pulita del mondo

       e avrebbe finalmente reso l'uomo l'unico padrone incontrastato

                                       del proprio destino sulla Terra.

     Accettare l'idea d'inferiorità                                     

    Ciò non si è verificato. Il movimento eugenetico è solamente un piccolo pugno di uomini sparsi in molti Paesi; qui in Inghilterra, negli Stati Uniti, in India e in Francia. Essi non influenzano l'opinione pubblica. Anche la parola "eugenetica" è screditata in alcuni luoghi.

                             Credo tuttavia sempre al sogno di Galton.

    Anche la maggior parte di voi, penso. Dobbiamo chiederci: dove abbiamo fallito? Credo che abbiamo omesso di prendere in considerazione un tratto caratteriale quasi universale ben radicato nella natura umana. Le persone non vogliono semplicemente accettare l'idea che la base genetica che forma il loro carattere è inferiore e non dovrebbe essere ripetuta nella generazione successiva. Abbiamo chiesto a gruppi interi di persone di accettare questa idea.

     Una "decisione intelligente"                                     

    Essi hanno costantemente rifiutato, e noi non abbiamo fatto altro che uccidere il movimento eugenetico.

           Le persone accetteranno l'idea di un difetto ereditario specifico.

                      Esse si recheranno in una clinica sull'ereditarietà

                              a chiedere quale è il rischio di concepire

                                        un bambino handicappato.

    Paragonaneranno questo rischio alla probabilità di avere un bambino sano,

                    e finiranno per prendere una decisione intelligente.

    Ma non accetteranno mai l'idea di essere di seconda scelta. Dobbiamo quindi poggiare su altre motivazioni. In circostanze normali, le persone hanno un numero di bambini in proporzione alla loro capacità di prendersene cura. Se si sentono finanziariamente sicure, se non temono di assumersi delle responsabilità, se sono affettuose, se sono fisicamente sane e competenti, è probabile che avranno una famiglia numerosa, purché abbiano ricevuto un ragionevole condizionamento in questo senso.

     Un sistema di selezione volontaria incosciente     

    In compenso, quelle che sono incapaci di mantenere i loro figli, se temono le responsabilità, se sono poco affettuose, non vogliono avere molti bambini. Se dispongono di mezzi efficaci per la pianificazione familiare, non ne avranno molti. I nostri studi hanno dimostrato che ciò è vero in tutto il mondo.

                   Su una tale base, è sicuramente possibile costruire

                      un sistema di selezione volontaria incosciente.

     Ma gli argomenti addotti devono essere accettabili in modo generale.

    Smettiamo di dire a tutti che hanno una qualità genetica globalmente inferiore, perché non saranno mai d’accordo. Poggiamo le nostre proposte sul desiderio di avere dei bambini (nati) nei focolai domestici dove beneficeranno di cure affettuosissime e responsabili; forse allora le nostre proposte verranno accolte. Mi sembra che se l'eugenetica vuole progredire come dovrebbe, deve seguire nuove politiche e riaffermarsi, e di questa rinascita potremmo vedere con i nostri occhi raggiungere gli scopi elevati che Galton gli aveva fissato» (1).

    (1) Cfr. Eugenics Review, aprile 1956, v. 48, nº 1.

    LA STRATEGIA DELLA “CRIPTO-EUGENETICA”

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Il mito della supremazia della razza bianca         

    Si dice spesso che Osborn sia stato il padre della riforma del movimento eugenetico dopo la Seconda Guerra Mondiale, dicendo che lo ha epurato dal suo razzismo. Tuttavia, la stessa persona che conduceva questa «riforma», fu segretamente il Presidente del Pioneer Fund dal 1947 al 1956. Il Pioneer Fund è un'organizzazione molto conosciuta perché esalta la supremazia della razza bianca (in foto il logo dell'associazione per la supremazia della razza bianca – prima foto piccola da destra, in basso). Evidentemente, un razzista (seppure in segreto) non può disprezzare il razzismo; può forse condannare il razzismo aperto, pur conservando una politica che si può definire «cripto-razzista».

                                        ( Frederick Henry Osborn )

     Una politica di cripto-eugenetica                         

    Nel 1973, la Società Eugenetica Americana cambiò denominazione: oggi si chiama Society For the Study of Human Biology («Società per lo studio della Biologia Sociale»). Alla fine degli anni '50, il Dr. Carlos Paton Blacker, che era stato un dirigente dell'Eugenics Society nel 1931 (prima Segretario, poi Segretario generale, poi Direttore ed infine Presidente), fece questa proposta:

                  «La Società (eugenetica) dovrebbe inseguire scopi eugenetici

       utilizzando mezzi meno vistosi, ossia mediante una politica cripto-eugenetica,

            la quale è apparentemente riuscita nell'"Eugenics Society" americana».

     Cripto-eugenetica: la strategia Unesco                 

    Nel 1960, una proposta di Blacker fu adottata dall'Eugenics Society inglese. Questa risoluzione tra l'altro dichiarava: «Le attività della Società nella cripto-eugenetica dovrebbero essere portate avanti con vigore. In particolare, la Società dovrebbe aumentare il suo sostegno finanziario alla F.P.A. ("Associazione per la Pianificazione Familiare", il ramo inglese del Planning Familial) e all'"International Planned Parenthoood Federation", e mettersi in contatto con la "Society For the Study of Human Biology", che conta già numerosi membri attivi, per vedere se ci fossero alcuni progetti interessanti che l'"Eugenics Society" potrebbe appoggiare». L'International Planned Parenthoood Federation era nata dall'Eugenics Society. Nel momento in cui questa risoluzione fu adottata dall'Eugenics Society inglese, Blacker era il Presidente amministrativo dell'International Planned Parenthoood Federation.

     L'Unesco e l'etica dell'ingegneria sull'uomo        

    Il numero di settembre del 1994 del bollettino dell'U.N.E.S.C.O., il cui primo Segretario generale fu il Presidente dell'Eugenics Society inglese, trattò di bioetica, o più esattamente dell'

                                            «etica dell'ingegneria sull'uomo».

    Georges B. Kutukdjian, filosofo ed antropologo, responsabile dell'unità di bioetica dell'U.N.E.S.C.O., precisò la posizione di quest'ultima: «la prima domanda che dev'essere posta è in relazione alla diagnosi pre-impiantatoria praticata sugli embrioni fecondati artificialmente che, a causa della sua grande semplicità e del suo basso costo, ha tutte le probabilità di sostituire la terapia genica nei casi, rari, di malattie genetiche. Ciò implica una scelta (leggi "selezione"; N.d.R.) la cui cornice è definita già in termini etici. La seconda domanda è di sapere se il lavoro che viene attualmente compiuto non rischia di concentrarsi strettamente sui geni che riguardano il comportamento delle persone – la loro sessualità, ad esempio – i loro talenti e le loro capacità, e anche le loro "deviazioni". Ciò potrebbe condurre ad una sorta di riduzionismo genetico in cui le persone sarebbero definite esclusivamente nei termini del loro genoma, o ad una situazione in cui alcuni individui o gruppi potrebbero essere stigmatizzati dalla società, ostracizzati o anche eliminati. Ciò equivarrebbe ad adottare una politica eugenetica». Questo discorso costituisce un notevole tentativo di sovversione del linguaggio: l'eugenetica non sarebbe più la scelta e la selezione degli uomini secondo i metodi riservati agli animali, ma quasi unicamente un rimedio agli eventuali eccessi di una elevata tecnologia oggi irrealizzabile. Questo scivolamento semantico è condiviso da una buona parte dei media e della popolazione che non vedono l'«eugenetica democratica» che Testart denuncia.

    Thierry Lefévre – La connexion eugéniste

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