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  • Moro, Kissinger e l’usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Moro, Kissinger e l’usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Martedì, 25 settembre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio  Basile, Henry Kissinger, Aldo  Moro,  Cinquecento  Lire,  Usura             

    Moro, Kissinger e l'usura: nuove ricostruzioni e ipotesi

    Nuovi spunti di riflessione sul caso più scottante della politica italiana

    a 44 anni dalla minaccia di Henry Kissinger, durante la storica

    visita di Aldo Moro alla Casa Bianca

    (Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974)

     

    di Sergio Basile

    moro - kissinger

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa: Sulla lunga strada della sovranità      

    Catanzaro – di Sergio Basile Il Tiramisù è uno dei dolci più conosciuti della tradizione culinaria italiana: famoso fin dagli Anni Sessanta è diventato negli ultimi decenni il simbolo per eccellenza della dolcezza nostrana nel mondo. La tradizione ne contende la paternità tra Roberto Linguanotto e Speranza Garatti. Così come avvenne per il perfezionamento della ricetta del dolce in seno a tali affermati chef, la scoperta che tutto il mondo ci invidia, la strada verso la sublime scoperta monetaria del Professor Giacinto Auriti – il genio di Guardiagrele – è stata costellata da febbrili decenni di studio in materia giuridica e monetaria, ma anche da concatenate intuizioni e stadi di crescita, progressive e rinnovate consapevolezze, esperimenti, osservazioni e comparazioni con gli studi di grandi uomini del passato che hanno portato alla prodezza empirica dell'elaborazione auritiana:

                            il dolce ideale, confezionato a vantaggio dell'umanità,

                  per contrastare l'amarezza senza fondo della piaga feneratizia!

    Serebbe un errore, tuttavia, separare e decontestualizzare la scoperta auritiana dal fil rouge della storia passata e trapassata. Auriti si pone, evidentemente, in continuità con un glorioso passato, ricapitolato mirabilmente nell'esperienza anti-usurocratica dei "francescani" Monti di Pietà medievali e nella tradizionale Dottrina Sociale della Chiesa, figlia a sua volta dell'originaria "Dottrina Monetaria di Mosé": miracolo spirituale ed economico che, oltre mille anni prima della venuta di Gesù Cristo, vide nascere in Medioriente la prima moneta-convenzionale a credito della storia (il Mamré) e le prime cooperative creditizie, organizzate in tribù. Quindi, come in pittura la perfezione del gioco d'ombre e del realismo di Caravaggio non poté realizzarsi senza le premesse sugli studi della prospettiva di Giotto;  come l'elicottero sperimentale di Enrico Forlanini (1877) non avrebbe avuto ragion d'essere senza gli studi sulla "vite aerea" del Codice Atlantico (1480) di Leonardo Da Vinci, oggi non potremmo celebrare a pieno le lodi del professor Auriti, e non potremmo apprezzarne il genio assoluto, senza riconoscere e comprendere la grandezza dei suoi predecessori ed il loro contributo alla causa della libertà. Ovviamente, cedere alla facile tentazione di tracciare un'ipotetica scala di valori sul grado di sensibilità di tali giganti della storia, "classificando" personaggi di epoche diverse – protagonisti a loro volta di diversi stadi di perfezionamento della fattispecie giuridico-monetaria – rispetto alla "verità auritiana", risulterebbe anacronistico. Ogni facile paragone tra Auriti e i suoi storici predecessori, volto magari a ridimensionare lo spessore di questi ultimi o a colorarne i contorni con un filo di ironia, risulterebbe infatti fortemente ingeneroso e inopportuno verso costoro.

    Il fatto che il genio Giotto non comprese il segreto del contrasto dei chiaroscuri e della luce

               nel miracolo della tridimensioalità delle figure, chiara al genio Caravaggio,

                                  di certo non può esser un motivo valido

                       ad adombrare la grandezza del primo rispetto al secondo.

    Ciò dal momento che gli eventi storici, come ben sappiamo e come ci insegna Gian Battista Vico, hanno sempre seguito moti evolutivi unici ma ciclici e sono stati caratterizzati da stadi di sviluppo ben definiti e ugualmente preziosi. Questa realtà evoca l'immagine dei granelli di sabbia di una clessidra, cadenti a cascata e in perfetta successione. Essi segnano il tempo e perseguono una comune missione: riempire la base dello strumento vitreo svuotando nel contempo la parte superiore, seguendo un preciso ritmo. Così è per i giganti che precedettero la scoperta auritiana: tante tessere di un domino che hanno segnato la storia degli ultimi venti secoli, facilitando la comprensione dello strumento monetario, verso lo smascheramento delle strategie dell'usura internazionale. Esse hanno riempito di valore e dignità la base della società (la comunità sociale degli esseri viventi) svuotando di senso e valore i vertici del potere monetario e politico.

                 L'inarrivabile Prof. Giacinto Auriti e i suoi illustri predecessori,

                  sul lungo e tortuoso sentiero della lotta all'usura monetaria

                 – tra i quali citiamo il tandem presidenziale Lincoln-Kennedy –

                    rappresentano un modello per tutti gli studiosi di moneta

                               che si accostano seriamente all'argomento.

    Si tratta di un terreno di ricerca ostico ed impervio che, in un modo o nell'altro, non può che ricondurre le fila dell'indagine storica ai misteri del cartello bancario e ai complotti "religiosi" orchestrati dalle grandi famiglie di banchieri internazonalisti, d'estrazione ebraica e fede talmudica, capaci di influenzare con la nascita delle banche centrali, le loro pertinenze e le loro azioni concertate, il destino di intere nazioni e continenti. La volontà univoca e il comun denominatore all'azione degli eroi che contrastarono il cartello bancario e la "rivoluzione monetaria", può evincersi nell'indomabile necessità di mettere in dubbio i dogmi bancari. Tale priorità l’aveva avvertita, sia pur parzialmente e con pathos probabilmente minore rispetto ai primi, anche Aldo Moro, dando segnali incoraggianti dal suo esecutivo, malgrado la disastrosa esperienza del “compromesso storico” sancito dalla stretta di mano con Enrico Berlinguer il 28 giugno 1977.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

     

    Moro, Kissinger e l'usura: nuove ricostruzioni

    e ipotesi

    Nuovi spunti di riflessione sul caso più scottante della politica italiana

    a 44 anni dalla minaccia di Henry Kissinger, durante la storica

    visita di Aldo Moro alla Casa Bianca

    (Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974)

     

    di Sergio Basile

    Scritto tratto, in parte, da: "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse"

    di Sergio Basile, Ed. Solfanelli, 2018

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     Il Caso Moro e l'usura da moneta-debito             

    Washington, Romadi Sergio BasileMoro nella seconda metà degli anni Sessanta, decise di sottrarsi, sia pur in parte, dal pressing forzato dei potentati bancari e di "risollevare l’economia nazionale" emettendo biglietti di Stato a corso legale, "pare" senza bisogno di chiedere prestiti via Bankitalia o FMI (1): così facendo egli avrebbe posto (restiamo rigorosamente nel condizionale) l’obiettivo morale di assolvere ai bisogni del popolo italiano, ricorrendo alla cosiddetta

                                             emissione sovrana senza debito.

    Ma, come vedremo, questa pagina di storia resta ancora avvolta da dense nebbie, difficilmente diramabili, per ragioni che spiegheremo di seguito. Trent’anni dopo il Professor Auriti ebbe il gran merito di superare questa sia pur provvidenziale ricetta dei "biglietti di Stato", comprendendo — rispetto a Moro, ma anche ad Abramo Lincoln, John F. Kennedy, Andrew Jackson ed altri eroi della contro-rivoluzione monetaria — l’importanza di elargire a ciascun cittadino la propria quota di moneta-credito, attribuendone loro la proprietà diretta (reddito di cittadinanza a credito) e andando così oltre la mera spendita di moneta statale senza debito. In tal guisa Auriti aprì nuovi orizzonti di sviluppo socio-economico, sormontando l’ottica  del circoscritto limite dell'investimento statale e liberando inimmaginabili "valori" ed energie economico-finanziarie, fino ad allora sconosciuti alla sfera degli economisti classici: incapaci storicamente di comprendere a fondo il concetto di "moneta-credito". La panacea alla guerra del sangue contro l’oro giunse grazie alla scoperta della Teoria del Valore Indotto della Moneta (2), l’unica arma pacifica capace di ridonare dignità ai cittadini in un contesto di democrazia integrale, svincolando la coscienza nazionale da perigliose e fuorvianti elucubrazioni economiche innestate sia nel mito del dio-stato che nel giogo dell’onnipotente banca centrale.

    (1) Fondo Monetario Internazionale  / FMI / IFM – Il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund) è un'organizzazione internazionale a carattere universale (e mondialista) istituita il 27 dicembre 1945 (nata ufficialmente nel maggio del 1946) e composta dai governi nazionali di 189 Paesi. Con la Banca Mondiale rientra nelle cosiddette organizzazioni internazionali di Bretton Woods. (2) Cfr.: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", Ed. Solfanelli, 2018 – Capitolo XII; Conclusioni – par. 7.

     La politica monetaria di Aldo Moro                      

    L’impegno di Aldo Moro nella ridefinizione della politica monetaria nazionale fu significativo ma marginale, o meglio non decisivo, e comunque segnato dai ben noti fatti di cronaca nera consumatisi in quei drammatici anni. Lo statista democristiano tra gli Anni Sessanta e Settanta finanziò la spesa pubblica per cinquecento miliardi di lire attraverso l’emissione di biglietti di Stato da 500 lire (emissioni Aretusa (3) e Mercurio (4): (*) la prima emissione fu normata con i DPR del 20 giugno 1966 e 20 ottobre 1967, del Presidente Giuseppe Saragat (5); (*) la seconda mediante DPR del 14 febbraio 1974, firmato Giovanni Leone (6). Le 500 lire di Moro erano emesse senza ricorrere al processo bancario e debitocratico della cartolarizzazione (Cfr.: 8.3.1) e con dicitura “Repubblica Italiana”, perché immesse nel circuito economico direttamente dallo Stato, per la spesa pubblica. Esse prevedevano, in aggiunta, la scritta “Biglietto di Stato a corso legale”, in quanto garantite dall’autorità statale. Essendo slegati dalla Banca d’Italia, tali biglietti di Stato, secondo una delle tesi più diffuse tra numerosi studiosi di settore, “non avrebbero generavano debito e interessi passivi”: cioé sarebbero stati agli antipodi dei biglietti emessi sia da Bankitalia (1947) che dall’odierna BCE. Le 500 lire del 1947 recavano impressa, invece, la scritta “Banca  d’Italia” assieme alla dicitura “Pagabile a vista al portatore” (perché cambiabili con monete statali).

        L’Italia in quel frangente storico poteva emettere monete ma non banconote,

    che doveva acquistare dal Fondo Monetario Internazionale tramite la Zecca di Stato.

                         Moro permise l’emissione di monete a valore 500 lire,

                   nonché (in deroga) l’emissione contemporanea del cartaceo.

    In seguito all’assassinio del politico, che si consumò a Roma il 9 maggio 1978, e alle dimissioni anticipate di Leone, l’Italia smise di emettere cartamoneta di Stato, tornando sistematicamente schiava dell’usura internazionale e dei processi bancari di cartolarizzazione.

     Moro, Mattei, Caffé, Dossetti, La Pira                      

    Moro, con la sua parentesi politica, malgrado il compromesso rosso, provò in qualche modo a cambiare gli equilibri internazionali: passo sancito anche dalla sfida lanciata al monopolio dell’FMI e, in aggiunta, al tentativo di realizzare la sovranità energetica del Paese, cercata da Enrico Mattei, passando per il pieno sviluppo e l’indipendenza dell’ENI.

                Furono questi i tasselli che accomunarono nel bene e nel male

                        le vite di Enrico Mattei (ucciso nel 1962), Aldo Moro

               e Federico Caffé (scomparso misteriosamente il 15 aprile 1987).

    Va ricordato ad onor di cronaca come Caffé, sia pur formatosi nel fumoso humus statalista di stampo neo-keynesiano, fu integerrimo e prezioso consulente dello statista della DC, nonché suo collaboratore all’interno di un gruppo allargato, esteso a uomini di chiaro stampo cattolico del calibro di Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira.

    (3) Vedi DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat per le 500 lire cartacee biglietto di Stato serie Aretusa. (4) Vedi DPR 14-02-1974, del Presidente Giovanni Leone per le 500 lire cartacee biglietto di stato serie Mercurio, DM 2/4/1979.    (5) Biglietto di Stato serie Aretusa – Legge 31 maggio 1966.   (6) Biglietto di stato serie Mercurio – DM del 2 aprile 1979.

     La fuorviante pista a senso unico                                 

    Tra l’altro, va ricordato, come lo stesso Mattei scelse di appoggiare Moro apertamente, urtando evidentemente gli interessi della grande usura internazionale, padrona della moneta-debito e, secondo proprietà transitiva, di gran parte delle fonti energetiche planetarie. Per anni si indagò sul Caso Moro a senso unico, dissertando sul ruolo delle Brigate Rosse con tesi aleatorie e parziali, cercando di dare all’omicidio una connotazione politica in senso stretto o addirittura partitica, circoscrivendo quanto accaduto all’interno dei meri confini nazionali. Seguendo l’oscuro fil rouge brigatista, un’altra curiosa analogia che unì Caffé e Moro, fu l’omicidio del professor Ezio Tarantelli, allievo, amico e collaboratore di Federico Caffé, ucciso sempre dalle “fantomatiche” BR in data 27 marzo 1985. Qualche anno dopo l’omicidio, tuttavia, un vento nuovo spirò su Roma, andando a smorzare l’afa estiva che avanzava e l’ancor più insopportabile cappa di omertà: nel giugno e luglio del 1982, qualcuno iniziò a tirare in ballo gli Stati Uniti d’America. A rompere il ghiaccio bollente fu la stessa moglie dello statista, Eleonora Chiavarelli Moro in una esplosiva testimonianza:

            l’assassinio — sostenne la Chiavarelli, in tribunale — avrebbe fatto seguito

                      a serie minacce di morte avanzate da colui che indicò come

                                    una figura politica americana di alto livello.

     L'incontro a Washington e la Minaccia di Kissinger 

    Dello stesso tenore fu la denuncia resa in sede processuale da Corrado Guerzoni, portavoce di Aldo Moro. La frase incriminata sarebbe stata la seguente:

                        Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico (…)

                        Qui, o lei smette di fare questa cosa, o la pagherà cara,

                                          veda lei come la vuole intendere.

    Una cosa è certa: il 25 settembre 1974 il Presidente Aldo Moro, in visita ufficiale negli Stati Uniti, a Washington, incontrò il Segretario di Stato Henry Kissinger (vedi foto giù in allegato: Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25 settembre 1974, del quale prorio oggi, 25 settembre 2018, corre il 44° anniversario). Subito dopo il colloquio lo statista fu colpito da un malore e soccorso da Mario Giacovazzo (suo medico personale) e Giuseppe Giunchi (medico personale del Presidente Giovanni Leone): entrambi spinsero affinché Moro facesse rientro anticipato in Italia. Molti storici hanno offerto ricostruzioni parallele a quella ufficiale proprio in seguito a questi poco pubblicizzati eventi, fatti di portata epocale ma inspiegabilmente epurati dai libri di “storia”. Durante il processo, Guerzoni identificò la suddetta figura politica americana di alto livello in Henry Kissinger.

     Nuove luci e ombre sul Caso Moro                               

                           Ma Moro fu dunque un eroe o la semplice vittima sacrificale

                           di un sistema di cui lo stesso, volente o nolente, era parte?

    La verità assoluta la potremo cogliere solo al cospetto di Dio. Tuttavia riteniamo che la questione dell’emissione delle 500 lire di Moro aliene da qualsiasi laccio debitocratico sia un evento storico di difficile codificazione, ancora sospeso tra verità e mito e in buona parte avvolto nel mistero. Ciò poiché, ad oggi,

                    non adeguatamente avvalorato da alcun documento probatorio,

              gap riconducibile ai polverosi ed impenetrabili archivi della Banca d’Italia,

                      di Palazzo Chigi e del Palazzo delle Finanze di Via XX Settembre.

    A sostenere questa tesi citiamo, per completezza storica, anche autorevoli studiosi auritiani del calibro del Professor Normanno Malaguti, del Professor Francesco Cianciarelli — collaboratore di una vita del grande Professor Giacinto Auriti — e del Professor Antonio Pantano, quest'ultimo tra i massimi esperti di Ezra Pound. Comunque è altrettanto vero che, come sostiene il Professor Pantano, nel recente regime repubblicano ad autonomia limitata impostoci dal 1° gennaio 1948, i “biglietti di Stato” emessi furono moltissimi, come risulta dalla pubblicazione iconografica in due volumi, degli anni Settanta, della Banca Popolare di Novara (da nostra intervista al professor Antonio Pantano – 30 luglio 2018). D’altra parte anche dalla seconda metà dell’Ottocento furono emessi molti biglietti di Stato e sicuramente senza debito (da nostra intervista al professor Normanno Malaguti – 28 giugno 2018). Come argomentato dai suddetti studiosi, le 500 lire emesse sotto il Governo Moro furono le ultime, ma — anche a loro dire — non costituirono ragione per accreditare Moro, in senso assoluto, come “virtuoso” (da nostre interviste ai professori Francesco Cianciarelli e Antonio Pantano – luglio 2018). Secondo altre tesi e come sostenuto dallo stesso Professor Pantano:

             “La soppressione dello statista fu probabilmente dovuta al non

             aver condiviso con i suoi colleghi delle ingenti somme conferite

                                        da Gheddafi a partire dal 1972”.

    A nostro avviso la pista Kissinger-Usa non è comunque trascurabile e resta fino ad ora la più accreditata, sia pur la meno battuta. Infatti concordiamo tutti sul fatto che la dissoluzione sistematica della “sovranità monetaria” italiana fu riconducibile certamente agli Americani. Come ricorda Pantano (intervista del 30 luglio 2018):

    “Gli Alleati iniziarono con 640 miliardi di Am-lire stampati negli USA nel giugno del 1942

                                     e ristampati anche in Italia fino al 1949-50.

                        Il regime usurocratico italiano nel 1965 regolò con leggi

                                         la residua circolazione assorbendola”.

    Moro comunque – e questa è una certezza storica che nessuno potrà mai sottrargli – ebbe il merito acclarato di aver sfidato apertamente il Fondo Monetario Internazionale, longa manus degli Stati Uniti d’America e del Governo Mondiale: la vera ragione della sua morte risiede, probabilmente, nella memoria storica dei fatti legati a quel Memorandum e a quella tragica, sconcertante e febbrile mattinata del 25 settembre 1974, all'ombra del bianco colonnato in stile neoclassico della White House: simbolico richiamo – ci scuserete la divagazione – dei farisaici sepolcri imbiancati di evangelica memoria.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    Scritto tratto, in parte, da:

    "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", di Sergio Basile,

    Ed. Solfanelli, 2018

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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      Memorandum of Conversation, White House, Washington, 25/9/1974 

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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    Legittima difesa

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Sulla legittima difesa                                                

    Roma, Genova – di Roberto Pecchioli Si è riaperto il dibattito sulla legittima difesa. Da un lato un progetto di legge leghista secondo cui la difesa è sempre legittima, dall’altra la reazione stizzita dell’ANM, Associazione Nazionale Magistrati, che ha espresso con la consueta veemenza irrituale la propria contrarietà alla nuova formulazione giuridica dell’antichissimo istituto della legittima difesa. Lasciamo da parte ogni polemica nei confronti del sindacato dei giudici, i cui interventi a gamba tesa in politica sono quotidiani e sembrano animati dal timore di perdere un pezzo di discrezionalità nel valutare gli episodi di reazione all’illegalità e alla violenza subita. Non assumiamo interamente il punto di vista di Salvini, poiché difendere se stessi, la propria famiglia, il proprio pane è senz’altro giusto e lecito, ma non deve significare legittimare ogni reazione. Per capirci, io ho il diritto di fermare con ogni mezzo, sino all’uccisione, chi sta minacciando la vita mia e dei miei cari, ma non posso sparare a qualsiasi ladruncolo o truffatore. Altra cosa è la triste alternativa tra un brutto processo e un bel funerale.  La materia è estremamente complessa e merita una riflessione un po’ più ampia di un alterco sovreccitato, animato purtroppo da fatti drammatici, sentenze talora sconcertanti a favore dei delinquenti. I buonisti in servizio permanente effettivo evitino il solito comico argomento dell’Italia ridotta a Far West, giacché le armi, disgraziatamente, le possiedono e le usano bande di criminali di ogni risma, pericolosità e provenienza geografica, non gli uomini della strada. Dall’altro lato, il pericolo è quello di affidare ai singoli i compiti che spettano allo Stato, il grande assente. Henri de Montherlant scrisse che “moriamo di indulgenza”. Per questo si giustifica il gioco di parole del nostro titolo: esiste e diventa ogni giorno più grande l’illegittima indifesa. Indifesa è la maggioranza stragrande degli uomini e delle donne normali. Illegittimo, benché non illegale, è il comportamento delle istituzioni. Distorto se non invertito è il rapporto tra diritto, istituzioni, senso comune e violenza. Il principio irrinunciabile è quello di stare dalla parte delle vittime, non con la retorica ridondante di cui danno prova i rappresentanti del potere, ma nei fatti. Chi entra in casa mia, penetra nel mio ufficio o commercio deve avere chiari due concetti: sta rischiando concretamente una condanna penale che espierà per intero in un carcere; la comunità nella sua interezza è contro di lui. I fatti, una volta di più, narrano esattamente il contrario.

     Le legge è un ordine                                                  

    Pagare il fio di comportamenti criminali è raro, le pene sono fin troppo pesanti nella lettera, ma miti nella sostanza, tra permessi, condoni, norme che riducono per i più svariati motivi la carcerazione e non di rado la evitano del tutto. Cesare Beccaria, l’illuminista milanese autore del citatissimo Dei delitti e delle pene, era tutt’altro che un buonista del XVIII secolo. Le sue parole sono pietre: “uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse. (…) La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità”. Un’impunità determinata dal combinato disposto di un impianto legislativo che favorisce i colpevoli unito alla genetica indulgenza delle società individualiste e alla discrezionalità di una giurisdizione prigioniera delle gabbie ideologiche. Discrezionalità che, peraltro, non è responsabilità dei magistrati, ma di una legislazione sconcertante. E’ recentissima una sentenza, pronunciata applicando una norma emanata dal governo Renzi sui piccoli reati, che ha mandato assolta una badante colpevole del furto e rivendita di gioielli appartenenti ad una coppia di anziani del valore di 60mila euro. Non resta che dare ragione al  cancelliere Bismarck, per il quale

                “con cattive leggi e buoni funzionari si può sempre governare.

                Ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente".

    Le nostre leggi sono talmente numerose e contrastanti che il primo problema di chi le applica è districarsi tra di esse, con grande vantaggio di chi vuole sfuggire alle conseguenze dei suoi atti. Nella Politica, il sommo Aristotele aveva già sintetizzato il problema: “La legge è ordine; e una buona legge è un buon ordine”.

     In mezzo l'illegittima indifesa                              

    Da almeno mezzo secolo qualsiasi accenno al concetto di ordine provoca fastidio, reazioni, opposizioni, dunque il problema, come dicevano gli intellettualini di qualche decennio fa, “è a monte”. A monte c’è un rapporto distorto con la violenza, l’ordine civile, il principio di responsabilità. Sullo sfondo, mostra la corda il monopolio dell’uso della forza attribuito al potere pubblico, dunque allo Stato. Indebolito dalla prevalenza dei potentati privati, screditato culturalmente dall’estensione illimitata dell’idea di libertà, reso impotente dal soggettivismo dominante, lo Stato non riesce più a esercitare con il giusto equilibrio di forza, efficacia e proporzione il delicato monopolio che possiede. Per di più, varie correnti ideologiche ne contestano i fondamenti: da un lato, l’inimicizia per lo Stato del liberalismo egemone, libertario e liberista (anche se le élite che spesso e volentieri caratterizzano questi alterchi ideologici si ritrovano fianco a fianco a trafficaree combuttare in circoli élitari e logge massoniche: vere realtà informali di esercizio del potere dei tempi moderni – Ndr). Dall’altro, il pregiudizio della sinistra di ascendenza socialcomunista contro l’ordine “borghese”, definito reazionario, conservatore, patriarcale che induce a simpatizzare per chi infrange leggi proclamate ingiuste e classiste. La miscela dei due atteggiamenti è esplosiva: garantismo esasperato, attenuanti, esimenti per i reati dei “colletti bianchi” fanno il paio con la malcelata indulgenza verso rapinatori, ladri, immigrati, proclamate vittime del sistema. In mezzo, l’illegittima indifesa, ovvero l’inerme figura della persona per bene, vittima di imbrogli, prevaricazioni, furti, rapine, insicurezza diffusa. L’uomo (smarrito e despiritualizzato – Ndr) comune ha la certezza di essere l’agnello della fiaba di Fedro apostrofato dal lupo al ruscello. “Perché mi hai fatto diventare torbida l'acqua che sto bevendo? E l’agnello, tremando: come posso – dice – fare quello che lamenti, lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!" Sappiamo come finì, il lupo divorò l’agnello inerme. Quell’agnello si è stufato del ruolo di vittima e reclama il diritto di sparare al lupo prima di essere divorato.

     Società disorganica: paradiso dei delinquenti    

    Sono saltati due passaggi logici, capovolti a favore dei lupi. Manca la legalità, ovvero un impianto normativo concretamente dalla parte degli onesti e dei miti, ma fa cortocircuito la legittimità, ovvero la società, malata di soggettivismo (hegeliana, idealista, strumentalizzante e dis-organica – Ndr) e spezzata in mille segmenti non componibili a unità, non è più d’accordo su ciò che è bene e ciò che è male. Il risultato è che spadroneggiano i delinquenti, pesci nell’acqua di un sistema debole, contraddittorio e formalista. Se c’è un punto su cui concordiamo con il modo di pensare progressista è che la pericolosità sociale dei delinquenti in giacca e cravatta non è inferiore a quello dei mascalzoni armati. Ne sono prova il crollo del ponte Morandi non meno che le malversazioni finanziarie di tanti banchieri e la corruzione diffusa nell’economia, nella politica, nell’amministrazione. Ciò non significa che si debba invocare severità, Stato e giustizia a corrente alternata. La legittima difesa nei confronti dei soprusi del potere deve stare nelle leggi e nella volontà di applicarle senza sconti. La protezione dai criminali comuni passa da un ulteriore attitudine, quella di esercitare senza timori il monopolio della forza legittima. Poliziotti e carabinieri pistoleri non ci piacciono, ma i malviventi devono avvertire, oltre al peso reale della legge (pene effettive espiate in carcere, seguite, per chi è straniero, dall’espulsione) anche il rischio concreto dell’incolumità e della vita nella sfida alle forze dell’ordine. Le cose non vanno così e da questa disfunzione drammatica sorge la domanda di farsi giustizia da soli. Noi non crediamo affatto che commercianti, imprenditori aggrediti nel lavoro quotidiano, padri e madri di famiglia attaccati negli affetti e nel focolare, cittadini rapinati, donne assalite sessualmente abbiano il desiderio diffuso di uccidere. Se però la paura prevale, con buona pace dell’insopportabile disprezzo dell’allarme sociale delle finte anime candide, è insensato gridare al Far West prossimo venturo anziché fermare quello presente e reale alimentato da chi le armi se le procura senza fatica e le usa indifferente alla vita umana. Meglio sarebbe affrontare alla radice il problema della sicurezza piuttosto che negarlo, avviare interminabili dibattiti sociologici, sfoderare statistiche di parte o menare il torrone con disquisizioni giuridiche. Una popolazione sicura, ragionevolmente convinta di non correre pericoli, rassicurata dalla forza e dall’azione della legge, non chiede il porto d’armi, non invoca la legittima difesa né sollecita pene abnormi.

     Forza e violenza                                                             

    Milioni di illegittimi indifesi sperimentano ogni giorno sulla carne di avere torto a prescindere.

                        Fisco, usura legalizzata, burocrazia, giustizia, malavita, diritti sociali:

                            la presunzione di colpevolezza è caricata alle persone comuni

                                    da un potere insolente, arrogante, spesso corrotto.

    Nulla di strano se qualcuno ritenga primario difendere in armi se stesso e la “roba” di verghiana memoria. Aleggia un errore di fondo della mentalità occidentale moderna, non distinguere tra forza e violenza. La forza è una virtù, comunitaria e personale, che viene trasferita allo Stato a fini di difesa e giustizia. La violenza è la sua degenerazione. Insorgere anche fisicamente, reagire a partire da se stessi è un diritto naturale che nessun potere o concezione irenistica del diritto può sottrarre all’essere umano. La normalità quotidiana è diventata una perniciosa indifferenza che confonde, opacizza i confini, logora i principi a tutto vantaggio del malaffare e della malvivenza. Ci si attarda a stabilire se sia peggiore la delinquenza in guanti bianchi (idea della sinistra) o quella armata della strada (idea della destra), con il risultato di offrire spazio all’una e all’altra, le opposte facce di una stessa realtà.

                                                    Il quadro giuridico è preoccupante,

                   i processi diventano sempre più un gioco agonale di esperti a pagamento

                               dal quale è espunta la giustizia e assente il senso comune.

    Affiora il pensiero di un artista divorato dall’angoscia, Cesare Pavese, allorché, nel Mestiere di Vivere, prendeva atto che “non ci si libera di una cosa evitandola, ma attraversandola”. Non affrontiamo la violenza diffusa di mille bande proterve, sprecando energie in dibattiti, diatribe, difendendo ciascuno un punto di vista ideologico che perde di vista l’essenziale. Ossia il diritto di ciascuno a una vita normale, violata da rapine, furti, aggressioni, ricatti, estorsioni, libero spaccio di sostanze che danno morte, tanto quanto dal clima di corruzione diffusa, privilegio di casta, imposizioni oligarchiche. In più, si esige a fronte corrugata il rispetto di un presunto spirito del tempo nelle leggi. Avverso alla legalità quanto alla legittimità, esso è bollato dal Beccaria con parole taglienti: “non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni", specie in un’epoca individualista, relativista e nemica della decisione, cui si preferisce sempre la discussione sterile e interminabile.

     Legittima difesa e codardia illegittima                   

    Legittima difesa è cosa assai distinta dal ricorso ai giustizieri armati, i Ringo e i Sartana dei film western-spaghetti. E’ il riconoscimento di un fatto naturale, un dato permanente della personalità umana che volentieri lasceremmo ai casi estremi, poiché una convivenza ordinata si realizza nella comunità e nelle norme che la sorreggono, non certo nell’iniziativa individuale o peggio nella sociopatia diffusa. Serve una legittima difesa collettiva contro ogni malaffare e prevaricazione. Soprattutto, si deve sconfiggere l’equazione figlia della viltà secondo cui forza è uguale a violenza. Lo Stato deve poter esercitare una santa, legittima violenza contro i crimini con il peso della legge, fatta di norme semplici e pene non esemplari ma certe, e, ove necessario, con l’uso senza complessi delle armi, oggi monopolio dei mascalzoni. Ci piace citare alcuni venerati maestri dei sedicenti non violenti, Karl Marx e il pomposo signore della gauche caviar parigina, Jean Paul Sartre, l’autore de L’essere e il nulla. Il pensatore tedesco riconobbe, dinanzi alle elucubrazioni intellettuali, che “l’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale.“  Per il philosophe de La nausea, addirittura, “solo con la violenza si diventa uomini.“ Una sciocchezza cui è facile opporre una riflessione positiva di un cattivo maestro, Jean Jacques Rousseau.“ La forza è un potere fisico; la pistola del brigante è anch’essa un potere fisico “. A cui abbiamo il diritto dovere di contrapporci senza timidezza. La civiltà italiana seppe esprimere splendidamente già nel XIII secolo il senso della comunità e del vivere civile nell’ affresco senese di Ambrogio Lorenzetti Il buono e il cattivo governo e gli effetti sulla città. In una parte del grande dipinto, un’opera d’arte intrisa di filosofia e scienza politica, nell’aria vola la personificazione della Sicurezza, che reca un delinquente impiccato, simbolo di giustizia implacabile e regge un cartiglio su cui si legge: “Senza paura ogn’uom cammini / e lavorando semini ciascuno”. L'ideale di una comunità forte e giusta è simboleggiato dal contrasto tra la carnale sensualità della Sicurezza e la dura allusione alla pena di morte. Lo Stato protegge gli onesti e punisce chi non segue la legge. Nell’Allegoria del cattivo governo, la città è ingombra di macerie, sul punto di crollare, i cittadini distruggono anziché costruire, la legge imprigiona gli innocenti, languono le attività economiche. Tutto è rovina, le campagne sono in fiamme e un esercito nemico marcia sotto le mura. In cielo aleggia sinistro il Timore. Dobbiamo scegliere: sicurezza o timore, vita o rovina, legittima difesa o il suo contrario, l’abbandono al destino. Per prendere posizione, bisogna decidere, assumere responsabilità, agire, rischiare. Seguire il Bene o il Male, l’Amico o il Nemico. Che disgrazia per il debosciato collettivo, il moderno “Narcisetto Adoncino d'amor. Non più avrai questi bei pennacchini, quel cappello leggero e galante, quella chioma, quell'aria brillante, quel vermiglio donnesco color.” Con la musica mozartiana delle Nozze di Figaro, i versi di Lorenzo Daponte paiono scritti per l’incipriato, indifeso damerino del secolo corrente, tutto chiacchiere, tolleranza e codardia.

    Roberto Pecchioli  (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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  • The School of Darkness – 5 – Il viaggio in Europa

    The School of Darkness – 5 – Il viaggio in Europa

    Martedì, 18 settembre / 2018

    di Bella Visono Dodd –

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

     Redazione Quieuropa,  Sergio  Basile, Bella Dodd, Comunismo, Europa,  Nazismo,  Fascismo        

    The School of Darkness – La Scuola delle Tenebre / 5°

    Capitolo 5° – Il viaggio in Europa

    The School of Darkness, Ed. P.J. Kennedy & Sons, New York, 1954

    (Traduzione dall'originale a cura di Sergio Basile)

     

    di Bella V. Dodd

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile

    School of Darkness - Bella Dodd - viaggio in Europa

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Capitolo Quinto                                                         

    New York – di Bella V. Dodd / Traduzioni dall'originale "The School of Darkess" a cura di Sergio Basile(Continua da qui The School of Darkness – 1 – 2 – 3 – 4) – Dall’autunno del 1927 al giugno 1930, frequentai la New York University Law School e insegnai all'Hunter College, si trattò di un periodo in cui fui profondamente coinvolta nelle attività degli studenti nel mio college, del quale non fui solo insegnante ma anche consigliere di molti di loro, sia individualmente che nelle attività di gruppo. Come giovane insegnante, preoccupata dalle correnti conflittuali tra gli intellettuali, mi rivolsi a Sarah Parks per consigli e chiarimenti. L'insegnante che avevo ammirato da studentessa universitaria era coinvolta in polemiche sulle politiche salariali e promozionali del college. Allora quei temi non mi interessavano, perché amavo così tanto la mia posizione di insegnante che le polemiche sugli stipendi mi sembravano secondarie. Sarah invece era infervorata per le disuguaglianze di grado e di stipendio e per il suo bene cercai di interessarmi a queste cose. Fu un periodo in cui incontrai uomini e donne che seguivano idee e vivevano vite non ortodosse. Fu un periodo in cui l'amore per la letteratura, le arti e l'interesse per la rivoluzione russa divennero la scusa per lasciare casa e vivere in piccoli appartamenti angusti nel Greenwich Village. A quel tempo passavamo lunghe ore, notte dopo notte, seduti davanti ai camini in una soffitta del villaggio, parlando all'infinito. Sarah era stata una di noi, ma ora il suo coinvolgimento con la politica del college era sfociata in disperazione. Non ritenevo che la situazione giustificasse i suoi eccessi emozionali. Non sapevo che anch'io avrei seguito le sue orme. In quel momento sentii solo che tutto ciò che faceva nella sua vita la stava catapultando violentemente in un grande vuoto. Tendevo a ritirarmi dalla nostra stretta amicizia e a coltivare nuovi amici che costituivano le fondamenta che lei stessa aveva contribuito a stabilire.

     Il suicidio di Sarah Parks                                      

    Quando nel gennaio del 1928 si suicidò, fui gettata in una spirale emotiva. Mi sentii in colpa per non aver passato più tempo con lei. Pensavo di averla delusa. Ero amareggiata da quelli del college a cui si era rivolta per affetto e che, invece, le avevano chiuso la porta. La sua morte ebbe un profondo effetto su quelli tra noi che lei aveva influenzato. Sentivamo che Sarah aveva avuto il coraggio intellettuale di credere nella nuova nascente società collettiva, ma non l'audacia pratica necessaria per diventare un membro disciplinato del gruppo. Sentivamo che lei pensava come una collettivista, ma che combatté e visse come un’individualista e nella nostra impietosa analisi della sua vita, questo era stato il suo fallimento.

         Non ci rendevamo conto che la vita era diventata insopportabile per lei

                                    a causa del disordine del suo pensiero

                 che inevitabilmente l'avrebbe portata all'autodistruzione.

    Attenta a non continuare sulla strada che portò al suo suicidio, dovetti intraprendere una strada più lunga, più ingannevole ma parallela, fino all'annientamento. Mi rifiutai di tornare sui miei passi e riconoscere i miei errori. Non sapevo che questo avrebbe potuto portare solo disarmonia, confusione e sconfitta. Gli anni 1928 e 1929 furono pieni di confusione e bruttezza. Mi rifugiai sempre di più nella letteratura della disperazione. Provai a scrivere, ma scoprii che la mia confusione interiore si rifletteva sul mio lavoro. Per la prima volta nella mia vita guardai al futuro con apprensione. Nulla sembrava gratificarmi. Il mio lavoro presso la scuola di legge era mediocre. All'Hunter College le lezioni stavano diventando più impegnative e gli studenti che venivano da noi dalle scuole superiori non erano ben preparati. Il senso di dedizione all'apprendimento si stava affievolendo. Molti si iscrivevano all'università solo per adempiere il desiderio dei loro genitori, il desiderio moderno degli ignoranti determinati a far sì che i loro figli avessero un'istruzione universitaria. Ero consapevole del fatto che una massa crescente di giovani entrassero all'università quasi automaticamente dopo aver frequentato le scuole medie e superiori. Ero consapevole dell'abbassamento degli standard qualitativi. Si pensava poco al significato e allo scopo di un'educazione universitaria e praticamente non si pensava al ruolo delle libere università statali.

     In viaggio per il Vecchio Continente                     

    Durante la primavera del 1930 iniziai i corsi di Medina Cram e preparai l'esame per l'ammissione al New York Bar. Dopo la fine dell’esame chiesi un permesso di congedo dal college e con la mia amica Beatrice partii per l'Europa. In modo sciocco, speravo di trovare lì risposte che non trovavo a casa. Ero stanca e irrequieta. Volevo scappare da ogni senso di responsabilità. Ero giovane e volevo godermi la vita. Fu un viaggio ricco di nuove conoscenze. Grazie alla capacità di socializzare facilmente conobbi persone interessanti in ogni ambito della vita nei diversi paesi che visitammo. Fu in questo viaggio che incontrai il mio futuro marito, John Dodd. Atterrammo ad Amburgo. La trovai una città interessante, piena di marinai, scaricatori di porto, soldati. C'erano i nuovi benestanti con le tasche piene della ricchezza del paese. C'erano comunisti ovunque e in marcia, incontrandosi, cantavano. C'erano decadenti ed audaci locali notturni. C'erano anche vecchi ristoranti, vecchie case e chiese e altre testimonianze di un tempo ormai andato. Era una città di contrasti. Troppo spesso ci trovavamo al cospetto di tedeschi della classe media con facce smunte e tirate, pronte, quando notavano simpatia, a raccontarti i loro problemi. La cosa che mi colpii fu la loro perplessità. Non capivano né la causa della loro situazione, né dove stavano andando. Li guardammo e ascoltammo le loro storie. Ma eravamo americani pieni di dollari nelle borse, intenzionati a divertirci. A Berlino vedemmo più volti accigliati, smunti e, d’altra parte, più sfacciati sfarzi.

    Eravamo sconcertate dal degrado sessuale e morale ostentato nei locali notturni

                                   e presentato ai turisti di tutto il mondo.

    L'atmosfera della città sembrava carica come l'aria prima di una tempesta elettrica.

    Incontrai alcuni dei miei amici dell'Hunter College all'Università di Berlino ed avemmo l'opportunità di confrontarci su ciò che stava succedendo nei luoghi dell'apprendimento. Parlammo con studenti universitari e professori. L'università era dilaniata dai conflitti.

          Socialisti, comunisti, nazionalsocialisti si stavano combattendo a vicenda

         e congiuntamente si scagliavano contro chi si considerava conservatore,

             attaccato al proprio paese dall'amore naturale della propria patria.

     Nel degrado di Berlino                                                  

    Gli atti di violenza erano comuni nella città e nei dintorni dell'università. Ero consapevole del fatto che le questioni politiche fossero per loro una questione di vita o di morte. Ero anche consapevole del fatto che intellettuali, insegnanti, professori e scienziati fossero arrogantemente chiusi nel loro orgoglio e mancavano del desiderio interiore di svolgere un ruolo salutare nell'ora del bisogno del paese.

                                         Erano uomini di altissimo livello intellettuale,

                                 ma erano pronti ad attaccarsi alle forze della violenza.

                      Allora non mi resi conto, come faccio ora, che per quasi un secolo

    il mondo giudiziario tedesco era stato sottoposto a una sistematica despiritualizzazione

                         che poteva risultare solo nella disumanizzazione ora evidente.

           Ciò rese possibile il fatto che uomini così despiritualizzati avessero potuto servire

                            sia il potere nazista, prima, che il potere comunista, dopo,

                                                 con una lealtà ed efficienza spietate.

    In Germania discutevo spesso della crescente ondata di conflitti, ma su una cosa i professori e gli studenti erano d'accordo: il fascismo non sarebbe mai potuto venire in Germania. Era possibile in Italia, dissero, a causa della mancanza di istruzione generale, una cosa del genere non poteva accadere in Germania. Due istituzioni avrebbero impedito questo: le grandi università tedesche e il servizio civile tedesco. Quando, contrariamente alle loro dichiarazioni, accadde in Germania, le due grandi istituzioni che crollarono prima di tutte furono le università tedesche e il servizio civile tedesco. Dovevano servire il Fuhrer, ed era da loro che dovevamo imparare la lezione che l'istruzione in sé e per sé non è un deterrente alla distruzione di una nazione. Le vere domande da porre erano: che tipo di educazione? a quale scopo? con quale obiettivo? sotto quali standard?

     Via da Berlino… verso Dresda e Vienna                     

    Ero felice di lasciare Berlino, insistendo per un itinerario che non era nei nostri programmi. Fino ad allora mi ero rifiutata di passare molto tempo nei musei e nelle chiese, ma ora volevo andare a Dresda e vedere la Madonna Sistina (dipinto a olio su tela di Raffaello, databile al 1513-1514, e conservato nella Gemäldegalerie di Dresda – Ndt). Valeva la pena il lungo viaggio per vedere l'adorabile Vergine col Bambino e i cherubini ai loro piedi che sembravano dei piccoli allegri monelli. Il giorno che trascorsi a Dresda fu il mio più felice in Germania. Non vedevo l'ora di visitare Vienna. Fu una fortuna che Beatrice avesse parenti nella favolosa capitale degli Asburgo. Ma

      ancora una volta fummo colpiti dal dolore nelle facce bianche e smunte degli austriaci.

    Indossammo i nostri abiti più semplici per non offendere le persone incontrate. Volevamo andare all'opera, ma in un atto di rinuncia decidemmo di non farlo perché avevamo visto uomini e donne che amavano la musica stare fuori dal teatro dell'opera, mentre turisti e profittatori prenotavano i posti. Lo zio di Beatrice, che era stato consigliere finanziario nel regime di Francesco Giuseppe, ci intratteneva portandoci in alcuni famosi caffè. Mentre parlava della storia di Vienna, mi resi conto che amava profondamente la città, ma capii che essa stava morendo. Ci disse che aveva preso accordi per portare la sua famiglia in Uruguay.

                                   Ancora una volta fui colpita dal fatto che

              coloro i quali deploravano la perversione che aleggiava su di loro

            non avevano modelli per mobilitarsi e riprendersi. Erano spaventati.

       Avvertivano il senso del dolore del mondo e il desiderio di tornare al passato,

            ma non avevano la minima consapevolezza di dove stessero andando.

     Finalmente in Italia                                                       

    Dall'Austria andammo in Italia. Avevo atteso con malcelata eccitazione un ritorno alla mia terra natia. Mi aspettavo che il senso di non appartenenza che avvertivo d'improvviso sarebbe potuto svanire. Stavo contando su una trasformazione mistica. Attraversammo il confine e l'ispettore doganale frugò nel nostro bagaglio. Arrivammo a Venezia e andammo in un albergo con un nome tedesco.

           Cercai invano di trovare l'Italia che la mia memoria aveva custodito

                       e la mia immaginazione aveva abbellito, idealizzato.

    Venezia era una città altamente sofisticata, frivola, fragile, materialista. Era invasa da uomini in uniforme. Praticamente una persona su tre era un soldato. Andai al Duomo, ma non mi entusiasmò per i servizi. Era affollato da gente ben vestita, proveniente da tutte le nazioni. Fuori i mercanti trafficavano subdolamente con i ricchi turisti.

    La qualità spirituale e meditabonda dell'Italia che avevo molto apprezzato

     non si vedeva da nessuna parte e mi resi conto che non appartenevo più

                           al paese che avevo lasciato da bambina.

        Ora vedevo la prova tangibile del degrado della filosofia fascista.

    Come studente dell'Hunter College, nei primi anni venti, mi ero dichiarata antifascista in un periodo in cui non era di moda farlo. Era stata una dichiarazione emotiva contro quei compiaciuti membri della società che parlavano delle meraviglie che il fascismo aveva compiuto per l'Italia. Sentivo che erano più interessati agli orari dei treni e ai servizi igienico-sanitari che alla bellezza della sua cultura e all'anima della sua gente. Tuttavia, quando arrivammo a Firenze, scoprii che persino il fascismo non era in grado di corrodere i simboli incredibilmente belli del passato. Mi piacque molto ritrovarmi a Firenze. La delicata restrizione dei suoi paesaggi e della sua architettura sembrava riflettere il carattere delle persone stesse. Mi trovai in piedi nelle piazze pubbliche e osservavo i volti di quelli che passavano, colpita dal fatto che la commessa più semplice sembrava una delle modelle di Raffaello. Mi incuriosì sempre cogliere le diversità e la bellezza della cultura antica delle città italiane. Venezia era diversa da Firenze. Verona e Bologna erano un mondo a parte rispetto a Roma.

    Oggi, quando si parla così tanto e con cotanta adorazione di cultura di massa

       o ci si spaventa dell'accettazione dell’idea di un unico governo mondiale,

           guardo indietro alla gioia che promanava dalla cultura del passato

                                      di queste piccole città-stato

                e mi chiedo se l'arte e l'architettura dei nostri giorni

         raggiungeranno mai la bellezza di quella di quei tempi andati.

     Roma e la prova della rottura col passato                  

                                           Quando raggiunsi Roma

                     ero più interessata alle rovine dei templi classici

    che ai monumenti simbolo dello spirito vivente del cuore del cristianesimo.

                                             Era la prova di quanto io,

              attraverso la mia educazione e il mio perverso orgoglio mentale,

    mi fossi allontanata dal passato della mia stessa gente e dalla saggezza e sicurezza

                         accumulate in duemila anni di Cristianesimo

                e di come tali ataviche prerogative (smarrite – Ndt)

     avessero potuto salvaguardare i figli moderni di tutto l’Occidente.

    Guidai per miglia e miglia al sole caldo per visitare la tomba del poeta Orazio e passai ore alle Terme di Caracalla e presso altre rovine dell'antichità, e in una notte illuminata dalla luna guardai con ammirazione i livelli sfalsati del Colosseo avvertendo tutto il senso del tempo passato. Visitai il Vaticano e alcune chiese, ma la verità è che le visitai in gran parte per i loro inestimabili tesori artistici, cieca dinanzi al loro reale significato. A Roma il potere dello stato fascista era evidente ovunque e si coglieva soprattutto dall’impressionante numero di uomini in uniforme. All'improvviso pensai a mia madre e al suo disprezzo contadino per le forze armate. "Vivono tutti sulle nostre spalle", era solita dire. E ora pensavo all'Italia come a una dolorosa schiena che trasportava la vasta schiera di funzionari e soldati del governo. Avevo deciso di visitare la città in cui ero nata per vedere i miei genitori adottivi, con cui avevamo perso il contatto nel corso degli anni. Tuttavia, quando raggiunsi Napoli ci fu la notizia di un terremoto, quindi tornammo a Firenze e da lì nel sud della Germania per una breve visita.

     Ritorno a New York e adesione al Teachers Union    

    Successivamente Beatrice e io andammo insieme a Parigi, dove raccolsi la mia posta presso l'ufficio dell'American Express. Ruth aveva telegrafato: "Hai superato entrambe le parti dell'esame del Bar." Avevano scritto anche mia madre e mio padre: "Torna a casa, siamo soli senza di te". Sulla nave, di ritorno a casa, incontrai un gruppo di insegnanti di New York, che dissero di far parte dell'Unione degli Insegnanti. Ci catechizzarono sull’importanza di coinvolgere gli insegnanti all'interno del movimento sindacale e ci esortarono a far parte dell'Unione. Quando sottolineai il fatto che la loro unione abbracciasse in gran parte insegnanti di scuola pubblica e che non pensavo che gli insegnanti universitari avessero posto in quel contesto, i persistenti reclutatori mi assicurarono che i cervelli e gli organizzatori originari della Federazione americana degli insegnanti erano insegnanti universitari. Promisi di unirmi al sindacato come prova della mia volontà di partecipazione attiva alla causa della classe lavoratrice, anche se non pensavo che l'Unione potesse essermi di aiuto a livello personale. Al mio ritorno a New York andai alle riunioni della Teachers Union. Li trovai sconcertanti perché c'era tanta lotta e competizione intestina tra i gruppi che cercavano di ottenere il controllo del sindacato. Allora non capivo perché adulti intelligenti dovessero lottare così duramente per controllare un'organizzazione numericamente piccola e insignificante. Ero sorpresa di trovare i nomi di illustri professori come John Dewey e George Counts coinvolti nella polemica. Solo più tardi, quando compresi meglio la politica di sinistra, fui consapevole dell'importanza strategica del controllo di questa testa di ponte. (continua…).

    Bella V. Dodd / New York 1954

    Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

    N.B.: i titoli dei sottoparagrafi sono stati aggiunti dal traduttore e non sono presenti

    nella versione originale in lingua inglese

    (Copyright © 2018 Qui Europa) partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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     The School of Darkness – By Bella Dodd – PDF    

    THE SCHOOL OF DARKNESS – BY BELLA V DODD – PDF

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  • Società anomica: da Nietzsche a Kalergi, al ’68

    Società anomica: da Nietzsche a Kalergi, al ’68

    Domenica, 16 settembre / 2018

    – di Roberto Pecchioli / integrazioni a cura di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, società anomica, Savona, no aggredire il conducente  

    Nuovo disordine italiano: la scomparsa della legge.

    Società anomica: da Nietzsche a Kalergi, al '68 

    Il territorio non è più presidiato dalla legge, l'anima non

    è più presidiata dai valori dello spirito: la società

    ideale dei figli di Nietzsche

     

    di Roberto Pecchioli  / integrazioni a cura di Sergio Basile

    societa anomica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Società anomica: da Nietzsche a Kalergi, al '68  

    Savona – di Roberto Pecchioli La riflessione è talvolta stimolata da circostanze minori. Esistono fatti o situazioni in grado di produrre pensieri e giudizi, condurre la mente a considerazioni che determinano amarezza, destano sconcerto, provocano paragoni imbarazzanti tra ciò che era e ciò che è. Il meccanismo è scattato in noi vedendo scorrere sulle paline elettroniche delle fermate dei bus in provincia di Savona il seguente avviso:

                     aggredire un conducente o un controllore è un reato.

    Analoghi moniti compaiono sulle fiancate e all’interno dei mezzi pubblici. Prende davvero uno scoramento senza fine: Savona non è il Bronx, il suo territorio è un susseguirsi di località balneari, l’entroterra è formato da piccoli paesi, in zona non esistono ghetti etnici, periferie degradate né particolari pressioni di malavita. Una provincia agiata, tradizionalmente moderata, dall’ apprezzabile costume civile; eppure l’azienda dei trasporti TPL ha sentito la necessità di diffondere quel messaggio tanto ovvio quanto inquietante. Segno che autisti e verificatori non vivono tranquilli, come i ferrovieri minacciati e malmenati nelle aree metropolitane. A poche decine di chilometri dalla Torretta, i controllori genovesi lavorano in gruppi minimi di tre e non si avventurano, specie nelle ore serali, in certe zone. Il territorio non è più presidiato dalla legge dello Stato. Nulla di strano, dopotutto: è tramontata la Legge, quella con la maiuscola. E' la realizzazione della società ideale sognata dai nichilisti e dai fautori e architetti della Paneuropa kalergiana (Ndr – vedi articoli in allegato). Ma dietro questa anomia dilagante, c'è anche – soprattutto – un profondo disordine spirituale – specchio di quello metropolitano – che impedisce all'uomo di avere discernimento, a partire dalla cellula più importante della società: la famiglia (Ndr). D'altra parte crediamo che senza il '68, il caos da globalizzazione imperante (mondialismo) e contestuale caos razziale ed identitario, non sarebbero mai stati davvero possibili. Per realizzarli era necessario indebolire lo spirito e annullare la famiglia (Ndr). A questo lavorarono i falsi profeti e criminali del Sessantotto, figli degli idealisti rivoluzionari settecenteschi (Ndr).

               La prima e più importante Legge della comunità era il Padre.

    Travolto dalla domanda di liberazione spacciata per libertà dell’ultimo mezzo secolo, il padre si è eclissato in silenzio, spesso fregandosi le mani soddisfatto per aver scambiato la vecchia autorità con la gratificante irresponsabilità. La dissoluzione della famiglia è un terremoto il cui epicentro è il crollo della figura paterna, elemento che ha un rapporto diretto con l’esplosione di violenza tra le personalità più fragili, dapprima vittime, poi carnefici. Nel merito dell’episodio savonese, riflettevamo anche su una circostanza ulteriore: all’alba del terzo millennio, non più di quindici, venti anni fa, sarebbe stato impensabile scrivere frasi tanto sintomatiche di un degrado generalizzato. Era evidente a tutti che non si dovesse aggredire qualcuno per l’unico motivo di richiedere il pagamento e l’esibizione di un biglietto. La riprovazione sociale per comportamenti del genere era forte e sussisteva, pur in declino, un senso comune di condivisione delle normali regole di convivenza civica. Sui mezzi pubblici, i divieti riguardavano la bestemmia, oggi sdoganata e comune quanto il turpiloquio; si invitava a lasciare il posto agli invalidi, agli anziani, alle donne. Chissà che ne pensano le Erinni nemiche della società eteropatriarcale.  Ci si affanna con esiti incerti a diffondere una legalità formalistica, si parla molto della cultura di un’astratta legalità, ma si è perduta irrimediabilmente la Legge. Tempo fa ci siamo imbattuti in rete in un intervento di Alain De Benoist sulla femminilizzazione delle élite, il cui filo conduttore era la perdita del padre come fattore di stabilità, simbolo della Legge, la figura “che sottrae il figlio all’onnipotenza infantile e narcisistica”, ponte tra sfera privata e pubblica, soprattutto “limite del desiderio davanti alla Legge”, elemento indispensabile per la formazione di personalità adulte, responsabili, equilibrate. Indipendentemente dagli argomenti esposti, ciò che ci colpì fu il tono irritato, liquidatorio, intriso di disprezzo e derisione di alcuni commenti dei lettori. Nessuno ribatteva nel merito, tutti dimostravano di non possedere gli strumenti concettuali per approvare o contrastare l’arsenale concettuale dell’autore, un intellettuale con decine di libri all’attivo, migliaia di articoli e una presenza culturale di mezzo secolo.

     La disintegrazione del senso di civiltà                     

    Dunque, non è saltata solo la Legge, ma più in generale la percezione di appartenere a una civiltà; i codici comuni di ieri si sono trasformati in linguaggi incomprensibili. Gran parte dei significati hanno perduto senso, moltissimi non sono in grado di accogliere, tanto meno comprendere ragioni e idee altrui. E’ come si ci esprimessimo in lingue ignote o utilizzassimo la crittografia al posto del lessico di tutti i giorni. Viviamo in una bolla di appagata ignoranza, circondata da pomposi titoli accademici, conoscenze e saperi esclusivamente strumentali a “ciò che serve”. Per citare Socrate al contrario, non sappiamo più di non sapere, ci crogioliamo in un’inconsistenza soddisfatta che fa respingere tutto ciò che non capiamo o ci infastidisce. Come nel computer, si mette nel cestino il messaggio che non interessa e si elimina come “spam”, spazzatura concettuale, ciò che è sgradito.  

                  Un numero crescente di persone vive nel vuoto di valori diversi

                                     dal principio di piacere, dalla comodità,

                                nell’idolatria della forma-merce e del denaro.

    Non stupisce che alcuni non trovino di meglio che salire sul treno o sul bus senza pagare il biglietto, minacciando o prendendo a pugni chi si oppone, esattamente come ci si libera delle idee moleste o si toglie di mezzo chi si frappone al desiderio da realizzare. Sconforta soprattutto la mancanza di reazione sociale. A grande maggioranza si depreca il degrado civile, ma non si fa nulla per invertire la rotta. Ovvio, da tre generazioni viviamo nel più assoluto soggettivismo. Un individualismo greve carico di indifferenza, menefreghismo, tutt’al più generica deprecazione poiché “non si fa nulla”, “non si può andare avanti così”, ma ben raramente uno scatto di orgoglio per reagire, insorgere, provocare un cambiamento. E’ svanita la Legge, quella che conoscevamo come senso comune, esempio, formazione alla vita, limite. Idee senza parole, i fondamenti.

                     La globalizzazione tende a negare punti di riferimento stabili,

            elevando il consumo – e il suo mezzo, il denaro – a unici pilastri della vita.

    Si giustifica tutto, si confondono, insieme con le funzioni e le identità, il bene e il male, derubricati a preferenze, pulsioni soggettive, interpretazioni. Soprattutto, si diffonde un mal sottile contro cui mancano le difese, il narcisismo. I suoi sintomi sono l’infantilizzazione della vita pubblica e personale, l’ansia di realizzare tutto e subito, l’incapacità di comprendere l’Altro. Si è centrati su se stessi, ci si sente speciali, al di sopra delle regole e delle responsabilità. I limiti valgono per gli altri, mai per noi stessi, titolari esclusivamente di diritti, ovvero capricci o pulsioni scambiate per bisogni, scompare l’empatia, gli altri diventano mezzi, oggetti di piacere oppure fastidi da eliminare se oppongono resistenza ai nostri piani. Le norme diventano barriere insopportabili, nemici coloro che per dovere o convinzione cercano di farle valere. Sono disprezzati sino alla derisione e all’assoluta incomprensione i valori virili come la forza e la saggezza. L’onore, semplicemente, è parola priva di definizione, tutt’al più si tiene all’ immagine, l’idea di noi stessi più conveniente nel rapporto con il prossimo. Cacciata dalla finestra, la violenza, mai disprezzata come oggi, ricompare dalla finestra con rinnovata pericolosità sotto forma di comportamenti irresponsabili, incapacità di frenarsi, pulsione di possesso malsano, indifferenza morale, cinismo, competitività, insensibilità, ansia di appropriazione ad ogni costo. Ogni freno immateriale di origine comunitaria, il senso del pudore, la vergogna per i propri atti, l’assunzione di responsabilità è svalutato, liquidato come residuo del passato. Chi vive solo per l’oggi non sente il bisogno di solidi principi e avverte ogni divieto, regola o legge come un ostacolo intollerabile a cui opporre la volontà sovrana, capricciosa di tanti “io” che si considerano il centro dell’universo.

     Immobilismo e soggettivismo                                   

    L’assenza di una reazione civica alla decadenza è un ulteriore frutto del soggettivismo. Siamo sì sconcertati dall’andamento generale, ma in fin dei conti ci basta trovare una soluzione individuale, la via d’uscita dei fatti propri, chiusi nel nostro pezzetto di mondo. Ci hanno talmente convinti che il vero e il giusto non esistono da non prestare fede neppure ai nostri sentimenti, alle parole con cui definiamo le cose, se non sono in linea con il pensiero corrente. Rinserrati in miriadi di gruppi reciprocamente ostili, guardiamo al mondo di fuori senza più prendere posizione, tollerando ogni cosa, trovando attenuanti e giustificazioni per qualsiasi comportamento, purché, beninteso, non ci tocchi personalmente. In quel caso gridiamo d’indignazione, invochiamo l’intervento esterno, riscopriamo persino l’autorità delle legge e lo Stato, rintracciamo nel vocabolario parole dimenticate, morale, onore, principi, legge, rispetto. Involucri privi di sostanza in una società impregnata dei disvalori materialisti.

     Etica del cavaliere ed etica del mercante                

    L’etica del soldato e del cavaliere, il semplice senso del dovere sono sostituite da quella del mercante, l’utile immediato al posto del giusto e del bello e, nei tempi ultimi, dalla mentalità del rapinatore e del nomade, due figure amorali che prendono ciò che trovano, disinteressati al diritto, nemici della conquista attraverso la fatica e il lavoro. Chi consegue successo, denaro, piacere con poca fatica è un modello da ammirare, un “dritto”. La conseguenza è il tracollo di un’ordinata convivenza, sino alla triste necessità di rammentare a gente di ogni risma, età e nazionalità che aggredire qualcuno è un reato. Poco male per loro: il rigore della legge non raggiunge quasi mai i responsabili, dovunque sono pronte giustificazioni sempre nuove, tolleranze ogni volta più estese. L’esempio vale più delle parole. I comportamenti delle classi dirigenti non sono migliori di quelli della suburra, il timore della legge assale esclusivamente le persone oneste.

      L'evocazione del padre                                               

    Legge significava anche timore: della pena, della responsabilità, del disonore che ricade sul reo e sulla sua famiglia. Il timore è scomparso, abolito nei mille rivoli del falso fiume buonista. Nonostante Bibbia e Vangelo, è tramontato anche nella prassi religiosa il timore di Dio, celato dagli stessi consacrati come imbarazzante residuo di un creatore giudice, duro, quasi cattivo, non sopportabile dal fragile Peter Pan contemporaneo. Nel libro dei Proverbi si dice: “il timore del Signore è odiare il male; io odio la superbia, l’arroganza, la via del male e la bocca perversa.” Altrove lo si definisce principio della sapienza. Per il cristianesimo il timore di Dio è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Dissoltasi la spiritualità nell’orizzonte materialista, anche la fede ridotta a folklore tace. Presso le generazioni allevate con principi forti, bastava evocare il padre per ottenere un cambio di atteggiamento. “Lo dico a papà” più che una minaccia era un giudizio preventivo, l’evidenza di un comportamento negativo. Lungi dall’essere una figura cattiva, il padre rappresentava il detentore del diritto/dovere di pronunciare dei no, decidere, distinguere il bene dal male, talvolta punire. Secondo studi americani, i più efferati assassini seriali sono personalità vissute in mancanza di un padre. Nella quotidianità, un numero impressionante di persone cresce nell’assenza della figura paterna, sconfitta dalla modernità, respinta dalle fisime libertarie, annientata dall’implosione della famiglia naturale. L’aggressività naturale dei giovani maschi è repressa con accanimento da modelli ideologici di ascendenza femminista. Un rimedio agli scoppi di violenza peggiore del male, poiché gli istinti risorgono in forme deviate e travolgono le deboli difese psicologiche di una società ossificata. Torna l’orda primitiva, ci si riunisce in fratrìe, il gruppo dei pari, specie tra gli adolescenti maschi, con i risultati di cui sono piene le cronache.

     La droga del carrierismo/narcisismo                      

    Un elemento moltiplicatore dell’eclissi del padre/legge è quello del gran numero di uomini – ma il fenomeno riguarda sempre più anche le donne – dediti esclusivamente al lavoro, alla cura maniacale della carriera e del successo professionale che impedisce di occuparsi dei figli e della famiglia, facilitando la rottura dei rapporti stabili a favore di legami “liquidi”. Sono gli adepti degli spiriti animali del capitalismo ultimo, personaggi del tutto privi di empatia, egocentrici, aggressivi ed emotivamente indifferenti. Sostanzialmente psicopatici, ma assai adatti a conseguire i massimi successi nella giungla della competizione nel mondo del lavoro. Si tratta inoltre di personalità affette da forme estreme di narcisismo, il cui egoismo autocentrato non prevede certo sacrificio e interesse per il prossimo, a partire dai propri figli, quando ne hanno, in genere frutto del caso o del desiderio di soddisfare malsane pulsioni “possessive. Nel fastidio per il mondo esterno è compresa l’insofferenza per il limite e per la legge. Il guaio è che le indoli di questo tipo, particolarmente adatte al sistema socioeconomico vigente, risultano imitate ed ammirate dalla maggioranza gregaria. Come membri delle classi dirigenti, inoltre, orientano la formazione e la modifica delle leggi nel senso della massima permissività, a imitazione del modello liberista trasformato in libertario/libertino. L’educazione diventa così semplice apprendimento di meccanismi e nozioni utili per affrontare la competizione economica, ribattezzata concorrenza e rivestita di un paradossale alone di indiscutibilità sacrale. In siffatto sistema, l’imbroglio, la menzogna istituzionalizzata (di cui è veicolo privilegiato il circo pubblicitario) sono strumenti di lavoro, mezzi per ottenere il successo. Il disprezzo per le norme diventa naturale, fino alle conseguenze di focolai di violenza, pretesa di sfuggire alla conseguenze dei propri atti, disinteresse per le ragioni e la persona altrui, l’idea che ciò che si frappone tra noi e l’obiettivo sia un ostacolo da abbattere.

     Il sommo attentato                                                       

    Ragionavamo sul fatto che la frana si è allargata negli ultimi vent’anni. Non è certo responsabilità dei “millennials”, coloro che si sono formati nel XXI secolo, prime vittime inconsapevoli di una civilizzazione allo sbando. La frattura risale agli anni sessanta, è diventata idea dopo il 68, si è trasformata in cultura dominante nel tempo. Esaurite le generazioni precedenti, sono terminati i filtri, le resistenze, si sono aperte le dighe. La generazione che ha contestato prima, ucciso poi il Padre e la Legge ha messo al mondo figli cui è stato inoculato il germe dell’indifferenza non solo verso i vecchi principi, ma nei confronti di ogni limite. Enfatizzato ogni eccesso come pegno di raggiunta libertà, alla morte del padre è succeduta la perdita del figlio. Divenuti figli di nessuno, ci sentiamo autogenerati, creatori di noi stessi, ma in realtà zattere alla deriva. L’esempio più potente è la figura di Friedrich Nietzsche, che cercò l’Oltreuomo, annunciò la morte di Dio (e partecipò attivamete al piano umano rivoluzionario che ne attentò l'idea nell'immaginario collettivo – Ndr), previde e fu maestro del nichilismo, la trasmutazione di tutti i valori, l’emersione della figura epidemica degli Ultimi Uomini, di cui sperimentiamo ora la variante consumista senza valori e priva di qualità. Finì nella follia, il gigante di Sils Maria, per aver antiveduto nell’aria pura dell’alto monte il risultato delle sue meditazioni profetiche (e maledette – Ndr). Noi sperimentiamo l'eesenza di questo nichilismo quotidianamente: gli ultimi uomini distruggono tutto ciò in cui si imbattono, fanno terra bruciata con sinistra voluttà di civiltà, cultura, legge, vita. L’incendio non è stato riconosciuto al suo apparire, ci siamo affidati tra gli applausi ai piromani. Alla fine del ciclo, non resta che scrivere ovvietà: non si aggredisce il conducente se si vuole evitare il burrone.

    Roberto Pecchioli / integrazioni a cura di S. Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

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  • Riflessi di Cielo – Storia di un santo sacerdote: Don Ferdinando Rancan / 1

    Riflessi di Cielo – Storia di un santo sacerdote: Don Ferdinando Rancan / 1

    Giovedì, 6 settembre / 2018

    – di Patrizia Stella

     Redazione Quieuropa, Patrizia Stella, Don Ferdinando Rancan, vita e opere, Riflessi di Cielo  

    Riflessi di Cielo – Storia di un santo sacerdote:

    Don Ferdinando Rancan / 1

    La vita e gli scritti di Don Ferdinando Rancan: 1a parte

     

    di Patrizia Stella

    Don Ferdinando Rancan - Riflessi di Cielo

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Riflessi di Cielo – Don Ferdinando Rancan          

    Verona – di Patrizia Stella Don Ferdinando Rancan, sacerdote della diocesi di Verona, nacque a Tregnago di Verona il 14 giugno 1926. Laureatosi in Scienze Naturali presso l’università “La Sapienza” di Roma, tornò nella sua città dove, completati gli studi teologici, ricevette l’Ordinazione sacerdotale il 29 giugno 1953, dedicandosi per molti anni all’insegnamento nel Seminario diocesano e nei Licei della città. Svolse il suo ministero sacerdotale nella parrocchia di San Nazaro, poi nella Pieve dei Santi Apostoli e infine come collaboratore a Sant’Eufemia. La vita del reverendo don Ferdinando Rancan costituisce uno stimolo e uno sprone in questi tempi di smarrimento: fu pastore fedele e zelante, direttore spirituale per tanti sacerdoti e laici che si affidarono alla sua guida, nonostante la salute precaria che lo accompagnò per tutta la vita. Don Vittorio Turco, suo confratello e compagno di studi in seminario, ha scritto di lui

                      “uno dei pochi preti veronesi preparato, serio, colto,

          che ha saputo sintetizzare i più alti valori cristiani in una vita umile,

                                                 provata ed esemplare.”

    Egli scrisse diversi libri di vita ascetica rivolti per lo più al cristiano cosiddetto “laico”, cioè a quello che vive nel mondo in mezzo alle varie realtà e preoccupazioni quotidiane di lavoro, famiglia, figli,… attraverso le quali anch’egli ha il dovere di santificarsi, come sono tenuti a fare i consacrati nella vita sacerdotale o religiosa, come in quel tempo andava predicando per l’Italia e il mondo il fondatore dell’Opus Dei, Josemaria Escrivà, che don Ferdinando ebbe l’occasione di conoscere personalmente a Roma nel 1954, al quale chiese poi l’ammissione come membro della Società Sacerdotale della Santa Croce. La sua vita, spesso dura ma anche avventurosa, che egli condusse sempre all’insegna della massima fedeltà al suo impegno personale col Signore, fu narrata dallo stesso Rancan nel suo ultimo scritto autobiografico, “Storia di un somarello”: titolo da lui voluto perché tale si riteneva davanti a Dio, mentre era noto per la sua profonda cultura che, oltre alle due lauree citate, si manifestava anche attraverso quel dono soprannaturale della “Sapienza” che Dio concede ai suoi servi fedeli.

     La preoccupazione per le sorti dell'Italia               

    Soprattutto negli ultimi anni della sua vita, crebbe in lui una grande preoccupazione per le sorti dell’Italia, “la nostra patria” come lui soleva chiamarla, memore di quanto suo padre e parenti vari avessero combattuto per la sua libertà durante la Prima Guerra Mondiale. Percepiva l’Italia come in pericolo, se non imminente, ma progressivo, dovuto soprattutto allo sgretolamento della famiglia, vero pilastro su cui è sempre stata fondata l’Italia cattolica come faro di luce per il mondo intero. A tale scopo ricompose, adattandone le parole, una vecchia preghiera “A San Giuseppe per l’Italia e le nostre famiglie(1) che cercava di diffondere anche attraverso vari incontri di preghiera per fedeli da lui guidati fino al suo ultimo mese di vita. Vero “Alter Christus”, trovò nel Sacrificio Eucaristico quella forza soprannaturale che sempre lo accompagnò anche nei momenti più difficili, fino al compimento finale della sua esistenza terrena che avvenne il 10 gennaio 2017. Tra i suoi scritti:

    1. Il senso del vivere.                                          6) In quella casa c’ero anch’io
    2. La Moneta del tempo.                                    7) La Madonna racconta
    3. Là dove cielo e terra si incontrano.               8) Innamorato del Cielo
    4. Ricevi questo anello.                                       9) Storia di un somarello
    5. Fiori di melograno.                                          

    (1) PREGHIERA A SAN GIUSEPPE PER L’ITALIA E LE NOSTRE FAMIGLIE. Percependo da anni la situazione difficile in cui versa la nostra patria, don Ferdinando aveva invitato i fedeli a recitare questa bella e antica preghiera, da lui aggiornata, dedicata a S. Giuseppe, Patrono della Chiesa universale e quindi anche dell’Italia, Sede del Papato. "Glorioso San Giuseppe, sposo della Vergine Maria, Madre di Gesù, tu che sei patrono della Chiesa universale, ascolta le suppliche che ti rivolgiamo in quest'ora di confusione e di decadimento: proteggi l'Italia e tutte le nostre famiglie. Quell'Italia scelta con predilezione da Cristo per collocarvi la sede del suo Vicario il Papa; quell'Italia disseminata dei santuari della Vergine Maria e forgiata dai Santi. Ottienici con la tua potente intercessione, unita a quella della tua Santissima Sposa, uomini nuovi, che abbiano il coraggio di abrogare le inique leggi contro Dio e contro l'uomo. Fa' che la nostra patria possa continuare ad essere centro vivo di civiltà cristiana, faro di luce in tutto il mondo, terra di Santi per la gloria di Dio e per la salvezza di tutti gli uomini".

     "Il Tempo, l'Eternità"                                                

    Nel 1995, quando don Ferdinando Rancan era parroco ai Santi Apostoli in Verona, venne presentato il suo primo libro intitolato “IL TEMPO, L’ETERNITÀ” Riflessioni sulla vita, con l’imprimatur dell’allora Vescovo di Verona, S.E. Mons. Attilio Nicora, e la presentazione del prof. Gianni Lollis, docente di storia dell’Arte e Presidente del Consiglio Pastorale. Pur essendo destinato per lo più ai parrocchiani, riscontrò subito tanto entusiasmo che ne furono ristampate a breve un paio di edizioni da distribuire in giro ai vari richiedenti, tra cui anche autorità civili ed ecclesiastiche o comunque persone di un certo livello culturale, che risposero con lettere di ringraziamento dal contenuto veramente sentito e profondo (2). Qualche anno dopo, in vista dell’anno Santo 2000, si pensò di “rilanciare” questo libro e se ne fece carico la Casa Editrice Ares di Milano, attraverso il suo direttore Dott. Cesare Cavalleri ma, visto il malloppo di ben 520 pagine e il fatto che si poteva considerare composto essenzialmente da due parti, la prima di carattere prevalentemente antropologico-filosofico riguardante l’uomo e le fasi della sua vita, mentre la seconda improntata per lo più sulla vita ascetica e liturgica, si pensò di dividerlo in due parti, di cui la seconda dal titolo “LA MONETA DEL TEMPO” che presenteremo prossimamente.

    (2) Tra di essi, ricordiamo lo scrittore Vittorio Messori, lo storico Pietro Galletto, i vari Presidi dei Licei dove insegnò, il Rettore dell’università prof. Gino Barbieri, alcuni Prelati amici tra cui il Vescovo di Concordia Pordenone Mons. Sennen Corrà, e di Belluno, Mons. Ducoli, i reverendi don Ermanno Tubini e don Flavio Cappucci, il presidente della Banca Popolare di Verona, prof. Giorgio Zanotto, e della Cassa di Risparmio, dott. Giovanni Padovani, il Procuratore Militare della Repubblica di Verona, e molti altri sostenitori fra amici, parrocchiani, confratelli nel sacerdozio ed ex colleghi di liceo dove don Ferdinando insegnò per parecchi anni prima di assumere l’incarico di parroco.

     L'uomo destinato alla Comunione con il Padre   

    Questo primo libro riflette, in un certo senso, la linea portante di tutta la spiritualità e l’insegnamento di don Ferdinando e cioè

                            “l’uomo come creatura, figlio di Dio Creatore

    e pertanto destinato alla Comunione con suo Padre Dio nella Vita Eterna!”.

    Senza questa consapevolezza iniziale, secondo don Rancan, diventa impossibile qualunque studio o ricerca scientifica o psicologica sull’uomo e sul perché della sua vita. In quanto l’uomo è “un essere composto da corpo e da anima”. Escludere la realtà del corpo per considerare l’uomo come essere virtuale, modificabile, instabile, che si perde in uno spirito globale indefinito, rischia di vanificare la sua vera identità, unica, irripetibile ed esclusiva, col rischio di una pericolosa manipolazione. Al contrario, focalizzare l’attenzione solo sul corpo eliminando l’anima, vale a dire l’aspetto trascendente (che va oltre a quello spirituale inteso come attività dell’intelletto), suppone una visione solo biologica e immanentistica dell’essere umano. A seguito della salita al cielo dell’autore, 10 gennaio 2017, ho pensato, come curatrice e custode di tutte le sue opere, che ho seguito sin da quando l’autore le aveva in mente e me ne parlava come progetto ancor prima di scriverle, cioè a partire dal 1980, di riproporre alcuni brani dei suoi libri invitando i lettori a procurarsi l’intera pubblicazione scritta perché potrebbe costituire una valida base di cultura teologica, ascetica e umanistica che permette di affrontare le varie sfide del mondo laicizzato e ormai pagano. Tra le varie lettere di congratulazioni per il libro di cui ho parlato, credo valga la pena evidenziarne una in particolare, quella scritta (3)  da Mons. Attilio Nicora (4), nominato Vescovo di Verona, come accennato – proprio quando don Ferdinando era parroco ai Santi Apostoli – e rimasto in carica per soli tre anni e mezzo, dal 1994 al 1997 circa: perché chiamato poi di nuovo in Vaticano dove, assieme alla porpora cardinalizia, il Papa Giovanni Paolo II gli riservò anche compiti di grande responsabilità relativi a questioni giuridiche di cui Mons. Nicora era esperto. / Continua nella seconda parte.

    (3) Lettera del Cardinal Attilio Nicora / Vescovo di Verona: “Al corrente dell’odierna presentazione del libro del vostro Parroco, don Ferdinando Rancan, dal titolo “IL TEMPO – L’ETERNITÀ” mi faccio volentieri presente con una sentita parola di apprezzamento e di augurio. Voi ben sapete che sotto il profilo propriamente catechistico i nostri riferimenti dovuti sono il “Catechismo della Chiesa Cattolica” promulgato dal Papa Giovanni Paolo II e, come libro della fede per gli adulti, il catechismo intitolato “La verità vi farà liberi” preparato dai Vescovi italiani, del quale il Papa stesso, nella recente Assemblea Generale della CEI, ha detto: “La corale partecipazione di tutto l’Episcopato al lungo cammino della sua redazione e l’approvazione della Santa Sede gli conferiscono singolare autorevolezza”. Ciò non toglie che possano tornare utili anche libri come quello di don Rancan, che riprendono e sviluppano in forma più elaborata e personale alcuni profili della dottrina della fede, mettendoli in dialogo con l’esperienza quotidiana e aprendoli a una considerazione spirituale e orante. Sono perciò con voi nel dire “grazie” a don Ferdinando per questa fatica, espressione della sua passione educativa e pastorale, e apprezzo la stima e la cordialità di cui volete circondare il vostro amato Parroco nella bella occasione della festa patronale. Su don Ferdinando, su tutti voi, in special modo su quanti tra voi maggiormente soffrono nel corpo e nello spirito, invoco di gran cuore la benedizione del Signore, mentre Lo prego che vi dia luce e forza per proseguire nel cammino della vostra testimonianza cristiana. Verona, 4 giugno 1995 Solennità di Pentecoste (+ Attilio Nicora – Vescovo). (4) Il Card. Attilio Nicora, pur vivendo quasi sempre a Roma anche a motivo, come detto, dei suoi incarichi in Vaticano, aveva espresso il desiderio di essere sepolto dopo la sua morte, avvenuta il 22 aprile 2017, proprio a Verona nella cripta dei Vescovi, dove si trovano effettivamente le sue spoglie in un bel loculo di marmo bianco, non solo a motivo del grande affetto che ha sempre nutrito nei confronti della sua prima e unica diocesi, Verona, dove ha potuto fare la sua prima e unica esperienza pastorale come Vescovo, ma anche – raccontava Mons. Nicora – in occasione di incontri con pochi e intimi fedeli, per tutto quello che aveva imparato di edificante da alcuni suoi figli sacerdoti veronesi, in particolare da don Ferdinando, per il suo esempio di umiltà e disponibilità, soprattutto quando gli chiese il sacrificio di rinunciare anzitempo alla sua parrocchia dei Santi Apostoli, da lui tanto amata e anche restaurata con molti sacrifici, per realizzare un vasto progetto pastorale proprio lì nella zona del centro storico di Verona, progetto mai portato a compimento, purtroppo, a motivo del suo improvviso trasferimento a Roma.

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  • Borghezio: violenze sui cristiani in Nigeria. Cosa fa l’Ue?

    Borghezio: violenze sui cristiani in Nigeria. Cosa fa l’Ue?

    Lunedì, 3 settembre / 2018

    Comunicato stampa di Mario Borghezio

     Redazione Quieuropa, Parlameto europeo, Mario Borghezio, Cristiani, Nigeria,  strage        

    Borghezio: violenze sui cristiani in Nigeria.

    Cosa fa l'Ue?

    Interrogazione alla Commissione europea, dopo l'ultima grande strage

    (500 persone massacrate solo nello Stato di Benue)

     

    Comunicato stampa di Mario Borghezio

       strage in nigeria

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     L'Ue fermi le violenze sui cristiani in Nigeria!    

    (Premessa – In Nigeria continua tra l'indifferenza la spietata mattanza di cristiani. Negli ultimi anni, dal giugno 2015 ad oggi, sarebbero stati uccisi oltre 16 mila cristiani, da Boko Haram e dai pastori musulmani di etnia Fulani – Ndr) – Bruxelles Comunicato stampa di Mario Borghezio In merito alle notizie di nuove violenze in Nigeria contro i cristiani, l’europarlamentare Mario Borghezio ha indirizzato un’interrogazione alla Commissione Europea. “Come testimoniato da diversi vescovi locali – spiega Borghezio – nei territori della cosiddetta ‘middle belt’ della Nigeria si sono susseguiti tragici scontri contro i cristiani, che sono costati, nel solo Stato di Benue, la vita ad oltre 500 persone. Responsabili dei massacri della popolazione cristiana, principalmente dedita all’agricoltura, sono i pastori musulmani di etnia Fulani, spesso equipaggiati con armi automatiche”. E spiega: “Mentre i media nigeriani cercano di minimizzare la motivazione etnico-religiosa (forse perché l’attuale Presidente Buhari è di etnia Fulani) parlando di scontri per le terre, molti commentatori e diversi vescovi locali confermano la rapida escalation contro i cristiani, denunciano la colpevole inattività della Polizia Federale e paventano rischi simili alla tragedia del Ruanda in caso tale situazione non venga fermata al più presto”. Pertanto Borghezio chiede:

                                   “Come intende intervenire la Commissione

               per difendere e tutelare le popolazioni cristiane minacciate in Nigeria?

         Intende sollevare con urgenza la questione in sede di colloqui internazionali?”.

     

    Comunicato stampa di Mario Borghezio / Deputato europeo

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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  • La grande opera medievale della Chiesa Cattolica contro l’usura ebraica

    La grande opera medievale della Chiesa Cattolica contro l’usura ebraica

    Domenica, 2 settembre / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio  Basile, Medioevo, usura ebraica, Chiesa Cattolica, Monti  di Pietà 

    La grande opera medievale della Chiesa Cattolica

    contro l'usura ebraica

    Il francescanesimo e la mirabile opera dei Monti di Pietà

     

    di Sergio Basile

    Tratto da: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse"

    Ed. Solfanelli, 2018

    Monti di Pietà - Chiesa Cattolica contro Usura Ebraica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Chiesa Cattolica: millenario faro contro l'usura 

    Catanzaro di Sergio Basile  Il problema dell’ingiustizia connesso alla tirannide del legislatore e all’usura era avvertito con particolare sensibilità dalla comunità cattolica, specie nell’epoca preilluministica (1). Oggi, malgrado gli appelli insipidi, slegati, discontinui e sporadici di vasti comparti della Chiesa-istituzione, a tratti filo-europeista, questa prioritaria istanza di giustizia sembra essersi affievolita. Alcuni settori clericali, espressione di una chiesa modernista e progressista, sembrano diventati sordi e ciechi al grido di aiuto dei popoli europei, soggiogati da trattati comunitari e accordi transnazionali che hanno finito per legalizzare orrori di ogni tipo. Durante il glorioso Medioevo la comunità cristiana — clericale e laica — nutriva una grande considerazione verso la sacralità della vita e verso la stessa morte (2), considerando l’usura al pari del crimine più grande, perché capace di compromettere il normale ritmo dell’esistenza umana e di incidere sulla fine naturale della stessa: capace cioè di condizionare nefastamente sia il corpo (tempio dello Spirito) che l’anima. Così San Bernardino da Siena, nel Sermone XLIV della sua Opera Omnia, scrisse sull’usura e i suoi più abili architetti:

                          Gli usurai sottraggono il pane dalle mani degli affamati e dei fanciulli,

                       l’acqua dalle mani degli assetati, la casa e l’alloggio a chi non ne ha uno,

                                gli indumenti dal corpo di chi è nudo, fanno ammalare i sani,

                                           cacciano in prigione i liberi e, come lupi voraci,

                                         si affannano a saziarsi della carne dei miseri (3)

                                                            San Bernardino da Siena

    (1) Nel contesto di una società organica e teocentrica. (2) La diffusione delle cosiddette Ars Moriendi — o arti della buona morte — ne sono un esempio emblematico.  (3)  San Bernardino da Siena, Opera Omnia, Sermone XLIV.

     Usura giudaica e Concilio Laterano IV                  

    Ecco perché la Chiesa di Cristo ha da sempre combatutto l’usura, specie quella più aggressiva praticata dai mercanti giudei, condannando esplicitamente alcuni passi del Talmud ebraico che la avallavano. La piaga feneratizia era considerata dalla Chiesa come un gravissimo peccato, reiterato sia contro Dio (e la Sua Provvidenza) che contro gli uomini e la Creazione, ingenerando nel corpo sociale incommensurabili danni materiali e spirituali. All’epoca il prestito su pegno era erogato dai privati con tassi d’interesse che variavano dal 14 al 50%, con punte dell’80%, anche se la leva fiscale era meno opprimente rispetto a quanto avviene oggi. È curioso notare come il cancro dell’usura, andato in metastasi con la nascita delle private banche centrali a partire dal 1694 (4), andò propagandosi in tutta Europa fin dai primi secoli dopo Cristo. Successivamente, verso la fine del Duecento, con la progressiva affermazione dell’economia monetaria e dei banchi, gestiti in gran parte da speculatori ebrei, essa esplose diventando un fenomeno di malcostume. Ciò spiega la centralità che il fenomeno trovò presso tutti i grandi concili del Medioevo, a cavallo tra il 1123 e il 1312, sulla scia di quanto sancito già ad Elvira (5) (306 d.C.), Nicea (6) (325 d.C.) e Clichy (Francia, 626 d.C.) (7). Tra i concili in questione spiccò il Laterano IV del 1215, che denunciò con forza la perfidia giudaica testimoniata nell’usura:

                                                     Quanto più la religione cristiana

                           viene oppressa dalla riscossione del denaro prestato a usura,

                            tanto più gravemente la perfidia giudaica diviene prepotente,

                       tanto che in breve tempo le ricchezze della Chiesa si esauriranno (8).

    (4)  Cfr. par. 6.2 (Una catena di disastrosi effetti ed eventi); par. 6.3 (Londra 1964 – Royal Charter: una rivoluzione epocale).  (5)  Oggi Granada (Spagna).  (6)  Oggi Iznik (Turchia).  (7)  Il Concilio di Elvira (Spagna) si celebrò nel 306 d.C. (circa) nella città di Elvira (il nome di Granada prima della conquista araba, nell’allora Hispania). Vi si trattò, tra l’altro, il tema della separazione dalle comunità ebraiche che risiedevano nella penisola iberica. Il Concilio di Nicea (Turchia) fu il primo dei concili ecumenici e si tenne nel maggio-giugno del 325, convocato dall’imperatore Costantino. Vi parteciparono da 220 a 318 vescovi, in maggioranza orientali. Condannò l’eresia di Ario, proclamando il Figlio consustanziale a Dio Padre nel cd. Simbolo niceno (il Credo), tuttora in uso. Il Concilio di Clichy (o Concilium Clippiacense) fu un concilio sotto forma di sinodo locale che si tenne nell’omonima città francese, attorno al 626. Esso si occupò, tra l’altro, del diritto di asilo per criminali e schiavi che si fossero rifugiati in chiese o monasteri (Fonti: Enciclopedia Treccani e Cathopedia.org). (8) Dagli Atti del IV Concilio Laterano del 1215.

     I Mestieranti del debito                                               

                   Inoltre, gran parte delle prediche ufficiali, nelle chiese come nelle piazze,

                                                 erano volte a difendere i poveri

                    dal potere distruttivo della diabolica arte “alchemica” dell’estorsione,

                     che vedeva l’umano stato di bisogno, naturale o indotto che fosse,

                       quale suo naturale fondamento, ragion di gaudio e conseguenza.

    A reggere i giochi nacque una nuova categoria di mestieranti o specialisti del credito ad interesse, per lo più d’estrazione ebraica. Ad essi la sensibilità cattolica, quella francescana in particolare , contrappose i Monti di Pietà, luoghi privilegiati di mutuo soccorso permeati di solidarietà cristiana e simili, per certi versi, alle antiche pseudo-cooperative creditizie ebraiche dell’era mosaica (9). Il pioniere dei Monti di Pietà — realtà che da Ascoli Piceno e dalle Marche ben presto si diffusero in tutte le regioni — fu il Beato Marco da Montegallo (10) in de Marchio, discepolo di San Giacomo della Marca e autore della Tabula della Salute. Il Beato considerava i Monti di Pietà come

                          L’unico humano rifugio (concesso dal benignissimo Dio – Nds)

    de esso sventurato popolo cristiano, manecato, stracciato e devorato dagli usurai (11).

                                                       Beato Marco da Montegallo

    (9) Cfr. paragrafo 5.3 (Le prime cooperative creditizie della storia).  (10) Il Beato Marco de Marchio da Montegallo (Montegallo – Ascoli Piceno – 1425; Vicenza, 19 marzo 1496) è stato un religioso italiano appartenente all’Ordine dei Frati Minori, riconosciuto come l’ideatore — o co-ideatore — dei Monti di Pietà, pensati per sottrarre le classi meno abbienti al giogo dell’usura (fonte Cathopedia.org).  (11) Beato Marco da Montegallo, Tabula della salute, Venezia 1486, Cap. XI.

     La riforma socio-economia di contrasto all'usura   

    Tuttavia il primo istitutore dei Monti — o comunque coistitutore assieme al Beato Marco da Montegallo e al Beato Bernardino da Feltre — fu tale Fra Domenico da Leonessa (12), nativo di San Severino Marche. Dopo l’esperienza di Ascoli Piceno un altro passo decisivo alla causa fu dato dalla comunità francescana, nella seconda metà del Trecento, in seno all’Eremo di San Bartolomeo di Brogliano (13) (provincia di Macerata) nei pressi di Camerino, ivi nacque una vera e propria riforma socio-economica di contrasto all’usura, alla quale aderirono, nei decenni successivi, prestigiosi accademici, universitari e vescovi. Tra i documenti più importanti dell’epoca, a testimonianza di questo straordinario fenomeno socio-economico, degna di nota è la Bolla di Papa Niccolò V (14) del 1454, approvante il Monte dei Prestiti in Ancona (15).

     (12) Fra Domenico da Leonessa nacque nella prima metà del sec. XV. Incerti sono il luogo d’origine e la data: una tradizione lo vuole comunque nato a San Severino Marche (provincia di Macerata) e quindi trasferito a Leonessa (o Gonessa, Gonissa, Lagonissa nelle fonti); un’altra tradizione nato a Leonessa (provincia di Rieti) da genitori provenienti da San Severino (si veda Chiaretti, pp. 309 s. n. 30 e Enciclopedia Treccani).  (13) L’Eremo di San Bartolomeo di Brogliano, situato sugli altopiani Plestini ai confini tra Umbria e Marche, fu edificato nella seconda metà del XIII Sec., ad opera degli abitanti di Colfiorito, nel 1270. Dopo un lungo contenzioso, nel 1984, la chiesa è entrata a far parte dell’arcidiocesi di Camerino, essendo situata territorialmente nella provincia di Macerata (già appartenuta alla diocesi di Nocera Umbra). Da qui, nel XIV secolo, partì una delle più esaltanti e meravigliose esperienze di rinnovamento dell’Ordine francescano nota come Riforma degli Zoccolanti, opera iniziata dapprima da Fra Giovanni della Valle (1334-1351) e poi proseguita da Fra Gentile da Spoleto (1352-1355). (Cfr. M. Sensi, Brogliano e l’opera di Fra Paoluccio Trinci, Falconara, 1975; Cfr. M. Sensi, Le Osservanze Francescane, Roma, 1985).  (14) Nato a Sarzana (Spezia) il 15 novembre 1397; morto a Roma, il 24 marzo 1455.  (15) Papa Niccolò V, al secolo Tomaso Parentucelli, con la bolla in questione approvò la fondazione del Monte dei Prestiti in Ancona nel 1454, uno dei più attivi e floridi del tempo. Il pontefice passò alla storia anche per aver approvato, in data 20 luglio 1447, con la bolla Pastoralis officii, il Terzo Ordine Regolare di San Francesco, quale ordine canonicamente distinto all’interno della famiglia francescana, dotato di un proprio Ministro Generale (Cfr.: Massimo Miglio in Enciclopedia dei Papi ed Enciclopedia Treccani).

     Il francescanesimo e la nascita dei Monti di Pietà  

    La riforma legittimò ed istituzionalizzò sul larga scala il fenomeno dei Monti di Pietà, definendone la disciplina giuridica:

                              all’interno di essi i prestiti concessi erano privi di interesse

                            e venivano elargiti dietro consegna di un pegno di pari valore

               — ma comunque non inferiore — poi restituito all’estinzione dell’obbligazione.

                                                             In caso contrario

                  il pegno veniva venduto per rimborsare la somma prestata e non restituita.

    Nel Quattrocento fiorirono nelle sole Marche ben ventotto Monti di Pietà, soprattutto, come detto, grazie all’opera del Beato Marco de Marchio da Montegallo e di Fra Domenico da Leonessa. Accanto alla fortunatissima esperienza di Ancona, tra i più noti Monti di Pietà sbocciati come fiori preziosi, ricordiamo quello di San Sepolcro (1464/1466), Macerata e Recanati (1468), Fabriano (1470), Fano e Tolentino (1471), Jesi (16) (1472), Fermo (1478). Famosi anche i monti di Ripatransone (1479), Arcevia (1483), Vicenza (fuori dal territorio marchigiano – 1486) (17). I Monti di Pietà si diffusero provvidenzialmente in tutta la penisola (18) nel Tardo Quattrocento, andando a contrastare in maniera non violenta i deleteri effetti del prestito ad usura (giudaico e non). Un altro eccezionale strumento utile alla causa fu l’istituzione, presso il comune di Macerata (1492), del Monte Frumentario (19), ideato dal cattolico Andrea da Faenza, che

    rendeva possibile l’anticipazione di grano alle famiglie, in periodo di necessità o carestia,

                                  da restituirsi ex-post con il primo raccolto utile.

    Tra i più attivi anche il Beato Francesco Piani da Caldarola (20) (collaboratore di San Bernardino da Feltre) e San Giacomo della Marca (21), fondatore del Monte di Pietà dell’Aquila (1466).

    (16)  Vedi: Giovanni Annibaldi, I banchi degli ebrei ed il Monte di pietà di Jesi, pp. 88-129 — Biblioteca francescana, Falconara M., Ancona, 1972. (17)  Cfr.: Adriano Gattucci, Lo sviluppo dell’Osservanza minoritica (13681517), in AA.VV., Il Francescanesimo nelle Marche. Storia, presenze attualità, Movimento Francescano delle Marche, Ancona, 2000; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Arcevia con gli Statuti del 1470, del 1483 e del 1546 e molte notizie sui Monti di Pietà delle Marche, Foligno 1894; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Arcevia promosso nel 1428 da Lodovico da Camerino, riproposto nel 1470 e fondato nel 1483 da Marco da Montegallo, in “Nuova Rivista Misena”, IV, 1891, pp. 6-14; Cfr.: Anselmo Anselmi, Bolla di Niccolò V approvante il Monte dei Prestiti in Ancona nel 1454, in “Nuova Rivista Misena”, VI, 1893; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Foligno, Foligno 1898; Anselmo Anselmi, Storia del Monte di Pietà di Cingoli fondato da Fra Lorenzo da Roccacontrada, in “Picenum Seraphicum”, 1, 1915; Cfr.: Anselmo Anselmi, Il Monte di Pietà di Arcevia, in “Miscellanea Francescana di Storia, di Lettere, di Arti”, V, 1890, pp. 165-179; VI, 1895, pp. 31-32.  (18) Cfr.: Anna Esposito, Prestito ebraico e Monti di Pietà nei territori pontifici del tardo Quattrocento: il caso di Rieti, in Società italiana degli Storici dell’economia, Credito e sviluppo economico in Italia dal Medioevo all’età contemporanea. Atti del I convegno nazionale 4-6 giugno 1987, Verona, 1988, pp. 97-111.  (19)  Cfr.: Adriano Gattucci, Lo sviluppo dell’Osservanza minoritica (13681517), in AA.VV., Il Francescanesimo nelle Marche. Storia, presenze attualità, Movimento Francescano delle Marche, Ancona, 2000.  (20)  Provenendo dalle Marche, una regione ad economia prevalentemente agricola, Francesco Piani — questo il nome del Beato — conosceva bene le miserie dei lavoratori delle campagne costretti ad indebitarsi e a diventare schiavi degli usurai e a costoro dedicò la sua vita. Francesco fu anche un predicatore ferventissimo che sapeva sedare le frequenti liti nei paesi della sua terra, divisi da lotte violente, tra fazioni ambiziose e famiglie potenti. Il segreto del successo del predicatore di pace era semplice: parlare al popolo di giorno e passare la notte in preghiera (fonte: www.santiebeati.it). (21) San Giacomo della Marca (1393 Monteprandone, Ascoli Piceno – 1476 Napoli). La sua biografia è affidata alla testimonianza di Venanzio da Fabriano (1434-1506), confratello laico che gli fu compagno e segretario fin dal 1463 (Cfr. Marino Sgattoni, La vita di San Giacomo della Marca (13931476) per fra Venanzio da Fabriano (1434-1506)”/ studiata e edita da p. M.S. — Zara, Convento S. Francesco, 1940 (Gubbio, Tip. Oderisi); Cfr.: Tabula Librorum librarie sante Marie de gratia iuxta opidum Montisprandoni, p. 80.

     Sant'Agostino contro l'usura giudaica                       

    Così come riportato dall’esegesi cristiana tradizionale e come argomentato da personaggi del calibro di San Giovanni Crisostomo, Padre della Chiesa d’Oriente, celebre autore di Omelie contro i giudei (22), e Sant’Agostino, nel suo celebre Trattato contro i Giudei (23), nonché dall’analisi sia pur sommaria dei capitoli salienti della storia economica degli ultimi due millenni — specie di quella medievale — ci si accorge come parte di quegli ebrei votati anima e corpo ai principi talmudici sull’usura, nemici di Cristo e dei Cristiani, legittimarono a ritmi crescenti la pratica feneratizia, al fine di accaparrarsi, attraverso il prestito e il conseguente debito, i beni dei “gentili” (Cristiani), reputati falsari indegni della Terra Promessa. Sant’Agostino dedicò al tema diversi scritti, tra i quali Adversus Judaeos Tractatus e il De Civitate Dei, accusando gli storici controllori del denaro di avversare la fede di Cristo, osteggiandone il percorso con ogni mezzo e senza limiti. Le disgrazie patite dagli ebrei con la distruzione dei due templi e la successiva diaspora, rappresentano per Agostino la testimonianza della validità della religione cristiana e l’erronea interpretazione delle scritture, tutta terrena e legata al sangue e non allo spirito, fornita da scribi, farisei e seguaci di Talmud e Kabbalah.

                           Noi discendiamo da altre genti e tuttavia, imitando la sua virtù,

                                                  siamo divenuti figli di Abramo. (…)

                        Noi siamo dunque fatti discendenti di Abramo per grazia di Dio.

                               Dio non fece suoi eredi i discendenti carnali di Abramo.

                              Anzi questi li ha diseredati per adottare quegli altri (24)

                                                            ( Sant’Agostino )

    Ovviamente è impossibile in tal sede offrire uno squarcio esaustivo e completo sull’immensa eredità in chiave antiusurocratica, lasciata dal Cattolicesimo nel cosiddetto Medioevo; tuttavia, quanto detto è comunque sufficiente a smontare le tesi di quanti vorrebbero in modo superficiale, falso ed anacronistico, bollare come oscurantista un’epoca di gran fermento e pathos spirituale, specie verso la causa dei poveri e degli ultimi e contro le ingiustizie sociali, economiche e giuridiche, perpetrate dai signori dell’inganno monetario. Tuttavia, malgrado l’impegno profuso dai Cristiani nella lotta contro l’usura ebraica, costoro commisero un madornale errore storico, che di seguito cercheremo di ricomporre, in sintesi.

     (22) San Giovanni Crisostomo, Omelie contro i giudei, C.L. Sodalitium, Verrua Savoia (TO) 1997. (23)  S. Agostino, Adversus Judaeos Tractatus (Trattato contro i Giudei). (24) San Agostino, Commento su Giovanni. Discorso XLII. 

      L'usura ebraica e l'errore dei popoli cristiani          

    I Cristiani non riuscirono mai a decifrare in concreto, la chiave di lettura del segreto monetario, infatti essi a conti fatti ebbero il grande demerito storico di non aver carpito a fondo il codice del Deuteronomio e del Libro di Tobia, custodito invece dal popolo ebraico — che ne fu l’atavico depositario — specie attraverso la tradizione orale e la stessa Cabala: strumenti della tradizione che nel tempo sono serviti a difendere gelosamente il segreto dei segreti (25), quello dell’arte regia ed alchemica della “trasformazione della materia in oro”. Mistero meraviglioso e terribile capace di favorire la sottomissione di interi popoli e nazioni,

       innescando processi di demonetizzazione o rarefazione monetaria su scala globale

                                               (crisi economiche e finanziarie).

    Questo segreto rivelato, come visto, muta la comprensione della storia fin dal crollo dell’Impero Romano (26). Il problema delle crisi economiche e della tradizionale e proverbiale usura ebraica nei confronti dei gentili (cristiani e non) è stata spesso e volentieri inquadrata, specie a partire dal Duecento, sotto l’unica prospettiva dell’interesse (da usura). Ma la radice dell’inganno aliena dal mero strumento dell’interesse. La demonetizzazione delle comunità cristiane che abitarono il bacino del Mediterraneo, a partire dalla diaspora, come dimostrato (27), deve essere ricondotta prim’ancora che all’interesse da usura,

      all’uso improprio della ricevuta di credito promosso dal sistema monetario ebraico,

                                  senza volatilizzazione settennale del debito.

       Sistema, questo, capace alla lunga di attrarre e far proprie le immense ricchezze

                      in oro, argento e bronzo accumulate dall’impero romano,

                                       d’improvviso volatilizzatesi nel nulla.

    In questo processo può cogliersi una sorta di vendetta del popolo ebraico d’ispirazione talmudica, verso i dominatori romani, che nel 70 d.C. occuparono e distrussero Gerusalemme, costringendo il popolo alla diaspora. I popoli cristiani e pagani del bacino del Mediterraneo, infatti, furono costretti ad utilizzare una moneta cartacea (ricevuta di credito) che poneva gli speculatori ebraici in una posizione di vantaggio e privilegio, consentendo loro di monetizzare il mercato, avvelenandolo con una moneta che era, invero, un tributo (28).

    (25) Cfr. Cap. 4.2.4.; (26) Ibidem; (27) Ibidem; (28) Cit. La Rivolta del Popolo, anno IX, n. 1, 15 gennaio 1969;

     Nominalismo: la grande opera degli "eletti"         

    La comunità mondiale, a causa del nominalismo (la cosiddetta Grande Opera degli eletti) fu quindi ben presto asservita ad una cerchia di privilegiati, promotori di un sistema tributario-monetario iniquo, generatore di debito indotto, orientato all’espropriazione dei beni reali degli “infedeli”. Più centri triangolari di irradiazione ed emissione di questi assegni in bianco si crearono, e si creano ancora oggi, maggiore fu, ed è, la capacità di attrazione di ricchezza reale e il controllo delle masse e delle regioni. Fu questa l’essenza del segreto dei segreti nascosto alle genti nelle pieghe della storia.

                           Il Sistema Bancario Internazionale dei “nuovi antichi eletti”

                                        si è, dunque, surrogato a quello di Mosè.

    Il non aver compreso questo sottile inganno (quella che potremmo definire come la più colossale opera satanica della storia) è, di sicuro, l’errore più grossolano mai compiuto dai popoli cristiani. L’Illuminismo, di seguito, appose i sigilli ad un modello economico-sociale e culturale tutto orientato ad occultare queste verità e proteso, per statuto, a denigrare quanti si fossero opposti al nuovo sistema di pensiero nascente, un complesso sistema di relazioni tra intellighenzia illuminata ed élite giudeomassonico-bancaria, fondato sull’usura e sull’istituzionalizzazione del sistema bancario del debito, su scala continentale.

     B.A.R.: risposta odierna all'usura legalizzata        

    Oggi, in tempo di rarefazione monetaria indotta ed usura legalizzata, in tempo di spread e moneta-debito creata dal nulla (e senza riserva), la storia si ripete. I veri cattolici non possono stare a guardare e devono riscoprire il nobile ed antico esempio della Chiesa Cattolica, orientato sulla resistenza non violenta e sulla proposta attiva ed alternativa, ricalcando le orme dei loro avi. Oggi urge trasformare le comunità sociali (a partire dai comuni) in cooperative di credito solidali e orientate al mutuo soccorso, proprio com'era al tempo di Mosé (mille e duecento anni prima dell'Incarnazione di Cristo) ed al tempo dei santi francescani (Mille e Duecento / Mille e Quattrocento), durante il "bistrattato" Medioevo. La Dottrina Sociale della Chiesa attende giustizia e vuol ririvere sia nell'anima dei credenti che nelle loro opere. Il grande Professor Giacinto Auriti, padre della Teoria del Valore Indotto della Moneta e del SIMEC, lo aveva capito realizzando tale "Dottrina" attraverso l'immissione nel circuito economico-sociale di valori monetari convenzionali a credito e di proprietà del portatore (e non degli usurai). Egli ideando e promuovendo il SIMEC realizzò un vero e proprio miracolo economico-sociale nel comune di Guardiagrele, fino ad allora tra i centri italiani più colpiti dalla piaga del suicidio da insolvenza. Oggi si può e si deve agire con convinzione e determinazione: le armi di mutuo soccorso esistono, basta utilizzarle.

             Non farlo vorrebbe dire rientrare nella categoria degli stupidi e degli sprovveduti;

                    non rendere giustizia al nostro glorioso passato, alla nostra Fede e a Dio,

                alla storica battaglia contro l'usura ebraica posta in essere dai santi medievali

                                                          e dalla Chiesa Cattolica.

    A tal fine è stato creato il B.A.R. – Buono Comunale di Agevolazione Reddituale, uno strumento capace di dare ai sindaci la possibilità di prendere in mano il destino dei propri cittadini. Un'arma non violenta capace di mettere in moto la macchina economica della propria comunità sociale con efficienza e semplicità. Che ciascuno torni ad essere proprietario dei propri valori monetari, altrimenti l'usura indotta farà piazza pulita dei nostri cari, delle nostre famiglie e della nostra civiltà, costringendoci al suicidio, all'espatrio o alla disperazione. Non facciamoci complici dei grandi usurai e storici padroni oscuri della moneta-debito, nemici di Cristo e dell'umanità: l'immobilismo è un suicidio annunziato! L'immobilismo, una volta compreso il male e trovata la panacea, è un crimine ancor più grande!

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    Tratto da: Sergio Basile, "Il Prezzo della Libertà. La Grande Truffa della Moneta in 5 Mosse", Ed. Solfanelli, 2018

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • Ponte di Genova e Nave Diciotti: lo squarcio del velo

    Ponte di Genova e Nave Diciotti: lo squarcio del velo

    Giovedì, 30 agosto / 2018

    – di Roberto Pecchioli

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli,  Genova,  Ponte Morandi,  Nave Diciotti, Comunismo 

    Ponte di Genova e Nave Diciotti: lo squarcio del velo

    Italia parafulmine d'Europa senza sovranità monetaria

     

    di Roberto Pecchioli 

    DICIOTTI PONTE GENOVA

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Corre la storia                                                            

    Genova – di Roberto Pecchioli Corre la storia. Esistono periodi in cui tutto sembra fermo, altri dove il movimento pare precedere il tempo e sfuggire alla comprensione. Le ultime settimane, in piene vacanze agostane, hanno prodotto un’accelerazione profonda, lasciato un solco significativo, segnato un prima e un dopo. Poco sarà come prima nel giudizio comune dopo il crollo del Ponte Morandi di Genova e la vicenda della nave Diciotti della nostra Marina.  I fatti sono noti. Nel primo caso, un ponte costruito da soli 50 anni, unico mezzo di comunicazione tra le due parti della Liguria, proteso verso la Francia, si spezza e lascia sul terreno, dopo un volo spaventoso, oltre quaranta vittime, seicento sfollati, giacché quella struttura autostradale, gestita dal gruppo privato Benetton, posava direttamente sopra un quartiere popolare della città e minaccia di infliggere un colpo mortale all’economia di una regione che vive di turismo e di logistica dei trasporti.  Nel secondo, una nave italiana che incrociava nel Mediterraneo ha raccolto circa 180 eritrei i quali, all’arrivo a Catania, non sono stati sbarcati per ragioni di salute, sicurezza pubblica e per dare un ulteriore segnale di cambiamento nella politica nazionale dinanzi all’invasione di finti profughi provenienti dall’Africa con l’aiuto di imbarcazioni private ( le cosiddette Organizzazioni Non Governative) finanziate da chi organizza il traffico di esseri umani sotto la copertura di ragioni umanitarie. A seguito degli eventi catanesi, il ministro degli Interni in carica è indagato per sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale. Marcello Veneziani ha intitolato un suo magistrale intervento “difendere gli italiani è reato”.

     Il paradigma piddiota                                             

    Il maggiore partito di opposizione, il PD architrave del sistema da 25 anni sotto diversi nomi, ha mobilitato i propri dirigenti a Catania a favore degli stranieri, ma ha brillato per la sua assenza a Genova dinanzi alla tragedia di una grande città italiana che, per inciso, ha sgovernato per oltre 40 anni, come PCI prima, PDS, DS e PD poi. I pochi esponenti visti ai funerali sono stati accolti da salve di fischi impressionanti, che hanno lasciato sotto choc la povera (si fa per dire) deputata Pinotti, fascinosa signora del partito in città, ex ministro della Difesa, dunque responsabile diretta per anni dei movimenti della Marina Militare nelle acque del Mediterraneo meridionale. Un osservatore del calibro del professor Meluzzi, ex uomo politico, ha tuonato contro l’alleanza di fatto tra il potere mediatico (tutto dalla parte del vecchio sistema), l’apparato tecnologico di dominazione (il mondo della rete, di Facebook, Google, Silicon Valley) e le oligarchie finanziarie. Ha dimenticato, per l’Italia, il grumo di potere giudiziario che da un quarto di secolo tiene in scacco la politica, cercando attivamente non solo di influire sulle scelte generali, ma addirittura di riscrivere la storia della nazione degli ultimi 75 anni. In questa calda estate italiana, tuttavia, non solo i ponti crollano, ma si vanno sgretolando i muri di menzogne e falsificazioni innalzati dall’inizio degli anni 90, allorché, finito il comunismo (almeno così sostengono gli storici: in realtà il modello comunista sulle ali della globalizzazione si è intrecciato all'unisono con il liberal-capitalismo – sua fratello  speculare e monocefalo –   che ha invaso come un morbo tutte le nazioni, secondo quanto predetto dalla Madonna a Fatima – Ndr), gli Usa abbandonarono al loro destino il sistema potere basato sulla DC, il PSI, le partecipazioni statali, alcune grandi industrie e alcune banche d’affari (Mediobanca). L’esito è stato la svendita di gran parte della ricchezza nazionale attraverso privatizzazioni pilotate da un gruppo di potere interno legato a centrali estere anglo americane e francesi. I gioielli dell’economia, dell’industria, della ricerca, della finanza sono stati svenduti e solo oggi, dopo 25 anni si squarcia il velo, dopo la caduta di un ponte pagato con il denaro di tutti e affidato in concessione a un privato, Autostrade della famiglia Benetton, che ha guadagnato miliardi e reinvestito spiccioli nella manutenzione, senza alcun interesse per un piano infrastrutturale. Le condizioni della concessione stanno emergendo come scandalosamente contrarie all’interesse erariale e nazionale, una specie di patto leonino alla rovescia, in cui tutti gli oneri stanno dalla parte pubblica (la proprietaria!), tutti i vantaggi da quella privata. Sta venendo a galla un groviglio di interessi e di meccanismi, a partire del finanziamento dell’operazione, che sanno di tradimento del popolo italiano. Il governo ha finalmente battuto un colpo, impegnandosi a sottrarre la concessione al gruppo Autostrade. Lo stuolo di legali di alto livello messo in campo da lorsignori è capitanato da personaggi della politica e delle istituzioni di lunghissimo corso come Paola Severino e Giovanni Maria Flick. Ex ministri, ex membri della Corte Costituzionale giunti al rango di presidente, ex dirigenti di tutto. Personalità di altissima professionalità, ovviamente, ma, guarda caso, membri di quei centri di potere riuniti attorno a Romano Prodi, protagonisti delle privatizzazioni, delle modalità di adesione all’unione europea e di tutti gli eventi che hanno segnato la storia recente.

     Lo squarcio del velo                                                       

    Per la prima volta il velo si sta squarciando e una parte maggioritaria degli italiani comincia ad aprire gli occhi. Doveva cadere un ponte, uccidere innocenti, ferire a morte una regione intera, affinché diventasse patrimonio di verità la parola inascoltata dei pochi che hanno gridato per anni, vox clamantis in deserto, voce di chi urla nel deserto, come Giovanni il Battista. Complottisti, mentitori, estremisti per un quarto di secolo, adesso risulta che avessero ragione. Un’inchiesta di questi giorni, a proposito della privatizzazione delle banche pubbliche che controllavano tra l’altro Bankitalia, ipotizza che siano state cedute a un decimo del valore reale. Dovremmo citare la Sme, la chimica, l’Enel, l’agroalimentare, l’abbandono folle della siderurgia (chi fornirà i materiali per il nuovo ponte in acciaio?), un elenco talmente lungo da occupare pagine intere. A cose fatte, a Italia fatta a brandelli, venduta, regalata, offerta al minor offerente, veniamo a sapere che i protagonisti sono ancora in sella, alcuni ai vertici delle società private che hanno smantellato da boiardi pubblici e da politici infedeli. Eppure Mani Pulite venne fatta passare come una benefica operazione contro la corruzione, che c’era, eccome e chi la denunciava anche allora era sbeffeggiato, perseguitato, deriso. I corruttori- l’industria, l’economia, la finanza – vennero fatti passare per vittime, sia pure ben disposte ad aprire il portafogli. Il popolo applaudì, voltando le spalle al sistema che, pur tra mille difetti e gravissime ombre, aveva comunque accompagnato la ricostruzione dopo la tragedia del 1945. Ebbero un sacco di colpe, ma non smantellarono il buono costruito prima di loro (l’Iri e il sistema bancario) e, attraverso uomini come Enrico Mattei – ucciso nel 1962 – Adriano Olivetti e tanti altri, portarono l’Italia all’avanguardia. Ciò che lascia la classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo è un cumulo di macerie il cui simbolo è il ponte spezzato che scavalcava la valle del Polcevera, un’opera che in mezzo secolo è stata muta testimone della penosa deindustrializzazione di una delle città simbolo della storia nazionale. Non abbiamo idea se le cose cambieranno nella sostanza, il sistema è fortissimo e, come ci ha spiegato Alessandro Meluzzi, ha in mano l’apparato mediatico, quello tecnologico e controlla il denaro. Per la prima volta, però, è chiaro che non ha il favore della gente, la cui collera non è ancora esplosa, siamo piuttosto allo sconcerto e all’indignazione, ma adesso il bimbo della fiaba che rivela la nudità del re viene creduto.

     Il caso Diciotti                                                                    

    Negli stessi giorni, è esploso fragorosamente il caso dei migranti eritrei portati in Sicilia non da una nave delle ONG, ma dalla nostra Marina. In un suo modo rozzo ma efficace, Matteo Salvini ha dimostrato nelle settimane scorse che l’invasione non è un dato di natura cui non ci si può opporre. Orrore e fastidio di chi comanda e dei fiancheggiatori prezzolati (stampa, TV, clero, membri della cupola culturale). Silenzio e orecchie da mercante da parte delle istituzioni europoidi, i cui gerarchi sono indifferenti a tutto fuorché agli interessi delle lobby che li hanno scelti e garantiscono loro privilegi e reddito da nababbi. E’ chiaro anche ai ciechi che nessuno vuole gli africani ma tutti si vergognano a dirlo. Si rifugiano allora nelle frasi umanitarie, nell’indignazione a tariffa, nella retorica di maniera. L’Italia si arrangi, colpa sua se è uno stivale incastrato in mezzo al Mediterraneo. Maggiore comprensione merita la Spagna, che getta fuori con le spicce migliaia di persone, e ne ha pieno diritto, ma può farlo senza suscitare l’ira di Bruxelles perché i suoi governi da anni eseguono i compiti finanziari assegnati dall’oligarchia per salvare le banche esposte con la zoppicante economia iberica. Può chiudere la frontiera Emmanuel Macron, il socio di minoranza della Germania & Francia spa, caro a Jacques Attali, ai Rothschild e al mondo bancario. Può anche sforare il comico parametro del 3 per cento perché la Francia non va, fare un piano per mandare a casa 50 mila statali e continuare a spendere il 54 per cento del PIL nel settore pubblico.  Una Francia che sarebbe letteralmente in braghe di tela, nonostante gli acquisti in Italia a prezzo di saldo, se non contasse con la rendita da signoraggio dell’emissione e del controllo del Franco dell’Africa Centrale, valuta di ben 14 stati, saldamente nelle mani di Parigi. Noi no, non possiamo fare nulla, e se tentiamo di difendere i confini, a mali estremi, estremi rimedi. Entra in scena un altro pezzo dell’Italia di potere, l’inquirente che indaga Salvini, probabilmente nella speranza di far saltare il patto di governo giallo blu tanto inviso ai “superiori”. Comunque vada l’iniziativa giudiziaria, è un enorme sasso in piccionaia. Un politico esperto, Gianni Alemanno, reagisce denunciando la procura agrigentina per attentato alle libertà politiche. Anche in questo caso, almeno si è fatta chiarezza. Gli schieramenti sono più netti, nessun vacanziero può dire di non aver visto e di non aver capito. Falliscono uno dopo l’altro i vertici europei sull’immigrazione per varie ragioni. Due ci sembrano decisive: l’oligarchia non può ammettere apertamente di essere dalla parte dell’invasione per timore di reazioni popolari; i governi non vogliono accogliere altri immigrati per l’ottimo motivo che non possono. Mancano le risorse, è sfumato il consenso sociale, lo dimostra la Germania e la stessa Svezia che sta per attribuire un grande successo elettorale ai partiti anti immigrazione ed euroscettici, la Francia in cui Macron è in difficoltà serie dove ogni giorno avvengono mille aggressioni, per lo più da parte di immigrati o di “nuovi francesi”.

     Parafulmine Italia                                                               

    L’Italia diventa così, per motivi geografici e per antica subalternità, il parafulmine di tutto. Il capo del governo ha fatto balenare l’ipotesi di non votare il bilancio dell’Unione e si sono aperte nuove cateratte. La voce dell’Italia interessa solo quando è accompagnata da assegni di decine di miliardi, quelli che conferiamo al bilancio comunitario e gli altri che regaliamo al Meccanismo Europeo di Solidarietà. Se poi il ministro Di Maio ipotizza di bloccare i pagamenti, apriti cielo. Un commissario europoide, un signore non eletto da alcuno, ma catapultato ai vertici per la sua appartenenza a certi ambienti, Guenther Oettinger, tedesco non per caso, ci rammenta che pagare è obbligatorio e tacere assai apprezzato. Contesta anche le cifre, non sarebbero 20 i miliardi (nostri) in ballo, ma 16 o 17. Chissà se ha messo nel conto quanto versiamo quasi quotidianamente per dazi all’importazione, che si chiamano “risorse proprie dell’Unione”, di cui possiamo trattenere solo il 20 per cento come aggio per le spese di riscossione e mantenimento della struttura tributaria, nonché la parte di IVA – che pure è un’imposta nazionale – che versiamo ai signori di Bruxelles. La storia corre, però, nulla è immodificabile, neppure l’Unione Europea, neanche i suoi trattati fatti apposta per sottrarre sovranità a popoli e Stati e impedire azioni di revoca. Corre anche nell’ambito dell’immigrazione, che è percepita come invasione e non è più un tabù. Marcia veloce anche nell’economia, ove la parola nazionalizzazione non è più vietata dai sacri testi liberisti e diventa un’opzione da discutere in libertà. Un piccolissimo esempio riguarda il ponte Morandi: per il concessionario privato la manutenzione è un costo, per lo Stato proprietario dell’infrastruttura sarebbe un investimento. Con il ponte stanno cadendo molti calcinacci. Il muro del mercato è il più resistente. L’impegno del governo dovrà essere quello di mostrare volontà di sviluppo, equilibrio e capacità di controllo del paese, decisione nella discussione del bilancio UE. Se ci riuscirà, gli “spiriti animali” si acquieteranno, anzi si schiereranno dalla parte di chi, in un modo o nell’altro, può farli guadagnare. Spezzare i monopoli privati potrebbe essere operazione gradita a settori ampi del mondo affaristico. Non sono pochi i soggetti tagliati fuori dal monopolismo dominante dagli anni 90 che potrebbero essere indotti a investire in Italia; esiste già il piano di Paolo Savona sugli attivi di bilancio al netto degli interessi sul debito. Quanto all’immigrazione, la voce assordante che sale da gran parte dell’opinione pubblica chiede che sia regolata, ricondotta alle necessità reali, ove esistano, venga ripristinata la legalità nei buchi neri in cui troppi ospiti sgraditi e non richiesti la fanno da padroni. Se esiste un clima sfavorevole agli stranieri, la migliore soluzione è ripulire l’immigrazione da due piaghe, la clandestinità e la malvivenza. Ce ne saranno grati per primi i tanti stranieri per bene che non vogliono essere confusi con i farabutti e meritano il nostro rispetto. L’operazione giudiziaria conto Salvini sembra un ballon d’essai, un tentativo proveniente dagli stessi ambienti interessati alla riscrittura giudiziaria della storia nazionale. In questi giorni tocca rivalutare persino Silvio Berlusconi, che poco ha fatto per cambiare le cose, finendo per diventare un elemento di stabilizzazione del sistema, ma che ha subito un attacco giudiziario ben al di là dei demeriti suoi – molti- e di chiunque altro. Come ha fatto questa nostra Patria a ridursi così? La storia corre, ma dovrebbe andare alla velocità della luce per recuperare trenta, quarant’anni devastanti. Da oggi, però, dopo il crollo del ponte e la paradossale vicenda della nave Diciotti, gli italiani sanno molto più di prima, alcuni hanno capito. Tocca a loro, tocca a noi, se vogliamo tornare protagonisti. Nella corsa, chi si ferma ha perduto.

                        Necessita impadronirsi delle nostre sovranità,

    ma senza sovranità monetaria e proprietà popolare dei valori monetari,

          nessun'altra sovranità sarà mai possibile, perché tutte sono

         subordinate e collegate alla prima, come in un grande domino

                                                            (Ndr)

     

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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     Redazione Quieuropa,  Dublino, ipocrisia, pedofilia, Talmud, Chiesa, Benedetto XVI, Bergoglio 

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    di Sergio Basile e Giovanna Maddalena Sisto

    Bufala chiesa pedofila

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Riflessione sulla missione punitiva di Bergoglio 

    Dublino, Roma – di Sergio Basile e Giovanna Maddalena Sisto La piaga della pedofilia nella Chiesa Cattolica, statistiche alla mano, occupa uno spazio davvero marginale, eppure la stampa negli ultimi giorni sta ingigantendo oltremodo il fenomeno con titoli da prima pagina che fotografano ben altre realtà, aumentate e romanzate, che non trovano assolutamente corrispondenza nella vita reale. Quello della pedofilia sembra essere diventato ad un tratto "il problema della Chiesa": l'aborto (cioé l'uccisione legalizzata di un essere umano indifeso) e la scristianizzazione, per contro, sembrano non entrare più di tanto tra le preoccupazioni delle gerarchie vaticane. Molto strano davvero!

    "Un'ora e mezza di faccia a faccia diretto con otto vittime di preti pedofili. Per ribadire ancora una volta la volontà della sua Chiesa di non voltare più lo sguardo e la politica di tolleranza zero verso i responsabili degli abusi. Papa Francesco ha concluso così la prima giornata della sua visita in Irlanda, Paese fra i più colpiti dalla piaga della pedofilia dei religiosi. (…) Il Papa è arrivato in Irlanda parlando di "crimini ripugnanti", per la Chiesa e per lui stesso, "causa di sofferenza e di vergogna". Ha toccato il tema subito, al Castello di Dublino, in apertura della visita per l'Incontro mondiale delle famiglie, parlando davanti alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Poi ha ribadito il concetto nella messa nella cattedrale della città".

    Così Repubblica, storicamente una delle frecce anti-cattoliche più affilate e penetranti in dotazione alla faretra del club comunista, ed ancora – malgrado il sensibile calo dei lettori – una delle più efficaci armi di distrazione di massa, ha commentato la missione punitiva di Bergoglio in terra d'Irlanda. Bergoglio, come un disco rotto, è tornato sull'argomento, spiazzando tutti, anche nella giornata di ieri, durante la SS. Messa con le famiglie, anziché affrontare con enfasi e preoccupazione il tema spinoso e gravissimo della storica legalizzazione dell'aborto nella "cattolica Irlanda", voluta dopo il Si al referendum dello scorso 25 maggio.  A molti la sua più che una visita pastorale sulla vocazione cristiana delle famiglie,  è parsa una vera e propria missione punitiva a senso unico,

                     quasi come se la Chiesa Cattolica si fosse trasformata d'improvviso

            nella responsabile universale di tutti i crimini di genere, commessi nel mondo.

               Una sorta di enorme parafulmine posto dinanzi al tribunale unico globale.

    Vista l'enfasi ingiustificata sul binomio cognitivo forzato Chiesa-pedofilia, verrebbe da chiedersi: su mandato di chi questa improbabile contro-crociata? La risposta è appena dietro l'angolo! A ben vedere, specie negli ultimi anni, accade fin troppo frequentemente che certi “zelanti” pastori facciano a gara per rivangare, a ritmi periodici, le solite questioni trite e ritrite sulla pedofilia di certa parte del clero, come apparso ultimamente a caratteri cubitali in prima pagina, non solo su Repubblica, ovviamente, ma perfino su “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”, e con un'ostentazione disgustosa di chi si gloria di sputare nel piatto in cui mangia. Allora, in sintonia con quanto già espresso dalla stimata scrittrice, ed amica, Patrizia Stella

             "E’ ora di chiarire una volta per tutte la questione e mettere a tacere,

                    non solo i giornalisti laici, ma soprattutto certo clero fanatico

                         ed ignorante, dal retrogusto amaramente bergogliano”

     Il tribunale mondialista dei giudizi sommari      

    Allora accade che, cavalcando l'onda anomala di Dublino e della "missione" del "vescovo di Roma", si vada avanti tra giudizi sommari e tribunali popolari in puro stile termidoriano, tanto chi mai potrà controllare il numero effettivo dei ragazzi molestati? La rivoluzione è stata accesa e la ghigliottina è pronta per tutti!

                     Calunniate calunniate, qualche cosa resterà, diceva Voltaire!

    D'altronde è ormai risaputo che i calunniatori e i corrotti non ci rimettono nulla perché protetti anche da eventuali denunce. Ma squarciando il velo della falsa retorica e del luogo comune, da un'analisi storica dei fatti più approfondita ed oggettiva, e' sconcertante constatare come la propaganda a senso unico sulla pedofilia sia diventata un'arma contro la Chiesa Cattolica nel suo complesso. Negli anni Quaranta/Cinquanta – come rivelava nel 1954 la grande scrittrice italo-statunitense Bella V. Dodd, nel suo libro autobiografico "The School of Darkness"

                    mille e cento falsi preti comunisti/massoni furono infiltrati

            dal Partito Comunista americano – CPUSA – nella Chiesa Cattolica,

                                   nelle piu' alte sfere, per destabilizzarla.

            Costoro avviarono ogni sorta di nefandezza morale e dottrinale

                            per corrompere dall'interno la Sposa di Cristo

    e trasfigurare in negativo la sua immagine dinanzi ai tribunali rivoluzionari pronti a gettare sentenze preconfezionate sui prelati e su duemila anni di storia. Fu proprio in quegli anni che il problema pedofilia, curiosamente, iniziò a divampare. I casi di "veri preti pedofili" purtroppo ci sono, negarlo sarebbe anacronistico, e questo non è l'obiettivo del presente articolo. Ma costoro sono una percentuale statisticamente irrisoria rispetto alla maggioranza dei casi complessivi e rispetto ai reati di pedofilia commessi strategicamente dai falsi preti massoni, per infangare il nome di Santa Madre Chiesa (Cattolica).

            L’Istat parla di una percentuale minima, cioè dello 0,1% in tutto il mondo

                          di sacerdoti cattolici che si macchiano di questo peccato,

    dato ben al di sotto alla percentuale che si riscontra anche per molte altre istituzioni

      sociali, civili, religiose, sportive, mediche, militari, ecc., delle quali nessuno parla mai!

                                                    _____________________

    Secondo i dati CENSIS, che si basano sui dati ministeriali elaborati dal prof. Mastronardi,

                       circa lo 0,07% dei casi di pedofilia in Italia riguarda il clero;

       questa è infatti la percentuale di sacerdoti italiani condannati per pedofilia in 50 anni,

                mentre nella società civile esistono invece 21 mila casi di pedofilia ogni anno

                                                             (1 ogni 400 minori)

    Allora si tende ad estirpare la pagliuzza, mentre l'evangelica ed invisibile trave continua ad occupare il teatro della storia, ma i commedianti non ne avvertono l'ingombro, anzi la cavalcano con fierezza e ipocrisia.

     La linea di Benedetto XVI e Giopanni Paolo II             

    Il 16 maggio 2011 la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò una lettera «per aiutare le Conferenze Episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici», nella quale si invitano i vescovi ad applicare le norme del Diritto canonico e a collaborare con le autorità civili. In particolare, i vescovi devono: incontrare ed ascoltare le vittime di abusi sessuali, seguendo l'esempio di Benedetto XVI; creare ambienti sicuri per i minori allo scopo di riconoscere ed intervenire in caso di abuso sessuale; prestare attenzione alla formazione dei seminaristi e dei sacerdoti appena ordinati, ricordando le parole di Giovanni Paolo II: «Non c'è posto nel sacerdozio e nella vita religiosa per chi potrebbe far male ai giovani»; cooperare con le autorità civili. Infine, il testo riassume la legislazione in vigore per questi delitti, ricorda che la prescrizione è di vent'anni, calcolati a partire dal compimento del diciottesimo anno di età della vittima e fornisce indicazioni sul modo di agire nel trattare i casi di abuso sessuale. Il 20 marzo 2010 Benedetto XVI ha pubblicato una lettera pastorale rivolta ai fedeli cattolici d'Irlanda. In essa il Papa ha spiegato di «condividere lo sgomento e il senso di tradimento […] sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati», chiedendo ad essa «in primo luogo di riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi» e accusando la «preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona». Rivolgendosi poi ai sacerdoti e ai religiosi colpevoli di tali abusi, ha scritto: «Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell'Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell'Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa»

     Un'ipocrita regia                                                                  

    Alla luce dei dati statistici sopra riportati e di queste due diverse linee di demarcazione del problema, affrontate in termini del tutto diversi (antitetici) da Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, rispetto a Bergoglio, risulta chiaro il fatto che oggi più che mai ci sia  un'ipocrita regia che omette delle verità inconfutabili: non dice come il libro di riferimento dei massoni – assieme alla Cabala – cioé il Talmud, consideri la pedofilia "normale", circoscrivendo il problema nel solo ambito "cattolico". Hollywood stessa, acclarata enclave giudeo-massonica, è un covo di immoralità sessuale di ogni specie, dove i casi di abusi sessuali su minori, negli ultimi decenni – quelli passati in un modo o nell'altro tra le maglie di una fitta rete di omertà – neppure più si contano. Eppure, guardacaso, ad emergere in negativo a livello mediatico è sempre e solo la Chiesa Cattolica. Come mai?

       Nel Talmud la pedofilia viene giustificata, anzi è permesso il "possesso" di ragazze

               con età inferiore a 14 anni, definite “schiave designate a tal scopo”.

    Il "libro sacro" a seguaci dell'ebraismo e a giudeo-massoni, inoltre, per adulterio intende

                         solo l’effettivo atto sessuale, inteso come penetrazione.

             Ogni altra forma di rapporto perverso, di conseguenza, è giustificato.

    Perfino il rapporto sessuale con un bambino di età inferiore ai tre anni, nel Talmud,

                                                  non è ritenuto adulterio.

                                   _______________________________

        “I rapporti sessuali con un bambino al di sotto degli 8 anni d’età sono leciti.”

                                                (Talmud, Sanhedrin, 69b)

    Eppure negli ultimi anni, molti film hollywoodiani (si pensi al premio Oscar "Il Caso Spotlight"), nati nell'humus dell'infelice e dorata isola ebraico-massonica più incensata e potente al mondo, sembrano non contemplare questa realtà, remando forsennatamente a senso unico contro l'odiata Chiesa Cattolica, pur sapendo che il fenomeno dell'infiltrazione giudeo-massonica nella Chiesa è oggi una realtà inconfutabile; pur sapendo – d'altro canto – che tutti i testi sacri del Cattolicesimo condannano apertamente la pedofilia, come uno degli abomini più gravi agli occhi del Signore; pur sapendo (come la stragrande maggioranza degli ebrei e dei massoni che dominano Hollywood sanno) che il Talmud, al contrario della Sacra Bibbia, legittima la pedofilia. Dunque l'ipocrisia regna sovrana e l'occulta regia anti-cristiana che muove la macabra danza mediatica emerge in tutto il suo squallore. In merito il recente caso delle accuse al "Coro di Ratisbona" è solo l'ultimo colpo basso di una lunga serie di attacchi strategici, ben architettati e mirati, alla Chiesa di Cristo.  Per fortuna il Vangelo a differenza del Talmud non approva la pedofilia ma la maledice, e per fortuna c'e' il 99% dei sacerdoti cattolici che la deplorano e combattono in ogni sede. Costoro, tuttavia, non fanno notizia, non trovano i favori dei media manovrati dalla giudeo-massoneria. Anche Bergoglio, dunque, dall'alto del suo ministero "cattolico" (?) dovrebbe parlare di questi scandali taciuti, anziche' vedere solo quello che i media corrotti vogliono farci vedere e credere.

     Una bufala storica montata ad arte                         

                 Illuminati dal faro della storia, della religione e della verità oggettiva,

            possiamo concludere cha la pedofilia del clero cattolico è una semi-bufala,

              una realtà aumentata e deformata; una panzana in gran parte inventata

     sotto il pontificato di Benedetto XVI per screditare e far sparire la Chiesa tradizionale

    che praticamente non esisteva sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, il "santo subito". Non ci sarebbero riusciti a far passare questo fantasioso teorema con autorevoli personaggi del calibro di Papa Sisto che – proverbialmente – "non perdonava neanche a Cristo". Egli – 227° papa della Chiesa Cattolica (1585-1590) – con una serie quasi infinita di bolle sconvolse motu proprio le decisioni del Concilio di Costanza (1414-1418). Tra l'altro, impose al clero l'obbligo assoluto di indossare il camicione. Tolse quest'obbligo il mondialista Giovanni XXIII, colui il quale inaugurò il Concilio Vaticano II favorendo l'infiltrazione della Massoneria nella Chiesa Cattolica; ovvero colui il quale eliminò anche la celebrazione della Santa Messa in latino. Benedetto XVI aveva ripristinato il rito latino e aveva programmato importanti riforme riprendendo aspetti della tradizione che avrebbero ridato dignità alla Chiesa. Scandalo e peggio aveva provocato la sua lectio magistralis all'Università di Ratisbona in Baviera il 12 settembre 2006. Il discorso causò violente reazioni anche nel mondo islamico, soprattutto a causa di una citazione dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, tratta da un suo scritto sulla guerra santa redatto intorno al 1400. Al discorso di Ratisbona seguirono proteste di piazza, incendi di chiese e di luoghi di culto cattolici nei paesi islamici di qualsiasi tendenza, sciita o sunnita o ismaelita, ecc., crimini in effetti mai terminati. Perfino la massonica Commissione europea – probabilmente per salvare la faccia – difese la libertà di espressione del Papa. Così pure l'autore dei versi satanici, lo scrittore indiano Salman Rushdie:

        "sono scioccato! (dichiarò). La Chiesa ci ha messo 400 anni per scusarsi con Galileo,

                    ma il mondo islamico ha preteso che il Papa si scusasse in 8 minuti".

    Lo sciita iraniano ayatollah Khomeini condannò a morte Salman Rushdie, che tuttora vive nel Regno Unito sotto protezione. Male furono destinati gli editori del libro: uno fu ammazzato, gli altri feriti. Condanne per Benedetto XVI piovvero dai gesuiti e dalla Federazione delle Conferenze Episcopali dell'Asia (FABC). Improvvisamente si scoprì che i preti erano pedofili dagli anni '30. Pedofili a tutto spiano sotto il defunto santo subito.

     Ci vorrebbe un Papa Sisto V                                     

    Papa Sisto V ci avrebbe messo poco a sistemare la quaestio. La sua risolutezza non fu mai un mistero per i veri storici: egli non esitò a rompere le relazioni diplomatiche con i paesi che utilizzavano la propaganda per affossare la Chiesa. Scomunicò senza mezzi termini e tentennamenti diversi principi e re. E – badate bene – scomunicare voleva dire cancellare i diritti di successione per gli eredi al trono e dispensare i sudditi dall'obbedienza al re. Egli aveva perfino finanziato la spedizione dell'Invincibile Armata di Filippo II di Spagna contro l'Inghilterra. Ma una tempesta fece quello che non riuscì a fare la marina inglese. Papa Sisto, "che non la perdono' neanche a Cristo", come scrisse in un sonetto romanesco Maria Gioachino Raimondo Belli nel 1800, tra le altre mille cose fece erigere l'obelisco in Piazza San Pietro. Morte lo colse mentre progettava il trasporto del Santo Sepolcro in Italia: era stato professore di metafisica, diritto canonico e teologia come Benedetto XVI. Gliel'avrebbe fatta vedere lui a quelli che accusano categoricamente i preti di pedofilia, gettando indiscriminatamente un alone di vergogna e sventura su tutta la Madre Chiesa,  e che piangono per essere stati sedotti da preti pedofili, per ottenere lauti risarcimenti e infangare sistematicamente la Sposa di Cristo. Ebbene si! Ci vorrebbe proprio un Sisto V!

    Sergio Basile, Giovanna Maddalena Sisto (Copyright © 2018 Qui Europa)

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    Giovedì,  19 giugno / 2014

     – di Chiara Comini  

    Redazione quieuropa, Unione europea, Chiara Comini, Onu, Pedofilia, Kinsey Institute 

    L’ONU accredita con uno speciale riconoscimento un

    Istituto che ha legami con la pedofilia

    Il piacere del diavolo e la via dell'Europa Mondialista

     

    di Chiara Comini

    Onu, Europa e Pedofilia - Kinsey Institute

     Mondialismo e Pedofilia – La curiosa via dell'ONU                                   

    New York, Bruxelles – di  Chiara Comini – Il Kinsey Institute for Research in Sex, Gender and Reproduction, è un istituto fondato nel 1947 presso l’Indiana University che ha come fine quello di indagare, diffondere e sensibilizzare la gente alla cultura del sesso. Questo organismo è stato accreditato lo scorso 23 Aprile dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC ) con uno speciale status. ECOSOC è uno dei 6 organi delle Nazioni Unite impegnato nei seguenti settori: 1) sviluppo sostenibile; 2) sviluppo sociale; 3) questioni di genere; 4) popolazione e sviluppo; 5) diritti dell'umanità. Uno dei punti principali di cui si occupa Ecosoc è “il rispetto universale per i diritti umani e le libertà fondamentali per tutti a prescindere da razza, sesso, etnia religione o lingua.” Le Organizzazioni Non Governative possono lavorare con le Nazioni Unite ed entrano in ECOSOC con lo status di “Consultative”. Esistono poi tre categorie di Consultative: la prima è detta General Category, ed è la più importante,  poi troviamo la Special Category, definita un livello intermedio, e  infine Roster. Definito l’ambito in cui ci troviamo, torniamo a parlare del Kinsey Institute, che appunto è stato insignito del titolo "Special Category" nella sua collaborazione con le Nazioni Unite. Ciò che lascia perplessi è che tale ente sia stato fondato da Alfred Kinsey (vedi link in allegato:  il Nuovo Ordine Sessuale finanziato dai Rockefeller) una persona a dir poco di dubbia fama. Novaterrae, in un articolo del 29 Gennaio 2014, ci racconta a riguardo: "Alfred Kinsey ha affermato che i bambini sono sessuali fin dall’infanzia". Le sue fonti principali erano uomini adulti che hanno registrato i particolari dei loro contatti sessuali con i bambini per il suo libro Sexual Behavior in the Human Male.

     Sexual Behavior in the Human Male                                                            

    Un uomo ha fornito dettagli a Kinsey dei propri abusi perpetrati tra il 1917 e il 1948, illustrando il tutto nella Tabella 34 nel libro di Kinsey. Si registra il numero di “orgasmi” in determinati periodi di tempo da parte di bambini a partire da appena cinque mesi fino a 14 anni. L’orgasmo è definito come “violente convulsioni”, “singhiozzi, grida o reazioni più violente, a volte con abbondanza di lacrime (soprattutto tra i bambini più piccoli)”, “dolore lancinante”, o si descrive che il bambino “si allontanerà con forza dal partner e potrà fare tentativi violenti per evitare di raggiungere l’orgasmo, anche se trae un certo piacere dalla situazione.” Non sfugge qualcosa? Cito nuovamente: "Orgasmo definito come “violente convulsioni”, “singhiozzi, grida o reazioni più violente, a volte con abbondanza di lacrime (soprattutto tra i bambini più piccoli)”, “dolore lancinante”.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Il piacere del diavolo e l'UE                                                                                

    E’ folle chi legge, se pensa che qui si voglia far passare una palese violenza sessuale nei confronti di bambini, addirittura di neonati (“ a partire da appena cinque mesi”), come qualcosa che in realtà dà piacere? Come qualcosa di naturale? E chiediamoci: come è possibile che un bambino di cinque mesi si mostri accondiscendente per un rapporto sessuale? Il dubbio allora è solo uno: si vuol far passare la pedofilia come qualcosa di normale o la si vuol chiamare in un altro modo? Siamo alla follia pura!Follia approvata dall’Unione Europea, la quale evidenzia in ogni modo possibile la sua “apertura” verso la pedofilia; basta leggere il documento dell’OMS sugli Standard per l’educazione sessuale in Europa, che come Kinsey (uno dei padri della teoria del genere),  parte dal presupposto che il bambino è già da sempre sessualizzato. Con queste premesse la conseguenza è che la pedofilia diviene un orientamento del tutto lecito e legittimo. Già nello scandalo Dutroux troviamo una lista di nomi di “potenti”, tra cui persone di alte cariche anche a livello europeo. Alla luce di tutto ciò la domanda spontanea è: quale direzione ha intenzione di prendere l’Europa in tal senso? Sembra abbastanza chiara se si analizzano obiettivamente i pochi suddetti fatti, che sono solo alcuni esempi. Molte persone oggi non si rendono conto  che questo rappresenta una reale preoccupazione, qualcosa su cui occorre informarsi e prendere posizione. Molti pensano che siano fandonie, paradossi. Il punto, però, è nella sua assurdità molto semplice: perché in un mondo che fa attenzione a tutto, che giustamente pretende garanzie su garanzie nei confronti dei lavoratori, specie se a contatto con minori, l’ONU collabora con un istituto per le ricerche sul sesso, genere e riproduzione, fondato da un pedofilo?

     Jones: "Kinsey era un maniaco sessuale, pedofilo, dedito alle orge…"     

    Leggiamo dal Corriere della sera del 13/12/97: Secondo James Jones, uno storico rispettato, Kinsey era un maniaco sessuale: masochista (in età avanzata si autocirconcise con un coltellino senza anestesia) dedito alle orge, con tendenze pedofile, non alieno dai ricatti e fondamentalmente gay, nonostante il matrimonio. Non a caso, i soggetti delle sue ricerche, tutti volontari, sarebbero stati in buona parte molestatori, prostitute, pervertiti e così via". Jones racconta che Kinsey seduceva gli studenti, soprattutto i maschi, per soddisfare i propri appetiti e giungeva al punto di organizzare orge tra i collaboratori e i volontari, con la partecipazione anche della moglie e di filmarli, un po’ per tenerli in pugno, e un po’ per studiare la sessualità dal vivo. "Con questo sistema – aggiunge lo storico – egli riuscì a farsi finanziare da alcune fondazioni, inclusa la Rockefeller.”

     L'allarme rosso – Una domanda che dobbiamo porci                                  

    Quanto mancherà, continuando di questo passo, che si arrivi alle battaglie per far passare la pedofilia come un normale orientamento sessuale? Ci sono già organizzazioni che lo richiedono, e… se si pensa che la pedofilia è ben radicata ai vertici del potere, diffusa più di quanto non si creda tra le alte cariche; se analizziamo obiettivamente i passi dell’Unione Europea e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in tal senso; se consideriamo le dichiarazioni di qualche noto personaggio, in linea con il pensiero del  ‘bambino sessualizzato’ … non possiamo evitare di porci qualche domanda.

    Chiara Comini (Copyright © 2014 Qui Europa)

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