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  • Moneta, Lavoro, Schiavitù: inganni della prospettiva lavorista

    Moneta, Lavoro, Schiavitù: inganni della prospettiva lavorista

    Domenica, 22 luglio / 2018 

    – di Sergio Basile / Presidente Sete di Giustizia – 

     Redazione Quieuropa, Sergio Basile,  marxismo, liberismo, moneta-debito,  schivitù, costituzione         

    Moneta, Lavoro, Schiavitù: inganni della prospettiva lavorista

    In una società fondata sull'usura, il lavoro è un subdolo e potente

    strumento di schiavitù. L'arcano svelato nel documento segreto

    della Banca d'Inghilterra del 1862: The Hazard Circular

     

                                       Capitalismo e Comunismo giocano con il popolo

             come fanno due gatti affamati con il topo moribondo, togliendogli il formaggio

                  e facendoglielo sognare eternamente, all'interno di una gabbia dorata

                                                    costruita dal sistema bancario e

                                           con al centro una grossa ruota per criceti

                                                                        ( Sergio Basile )

     

    di Sergio Basile / Presidente Sete di Giustizia

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     Lavorismo, come strumento di dominio              

    Catanzaro  di Sergio Basile –  Tra la folta schiera dei falsi maestri del pensiero che di più hanno influito – e influiscono ancor oggi – sull'involuzione delle moderne comunità sociali, ne possiamo citare almeno sette (numero della pienezza) o otto, senza nulla togliere alla potenza distruttiva di altri loro "illustri" colleghi. Tra di essi i più falsi e pericolosi sono stati indubbiamente Freud, Darwin, Lutero, Cartesio, Rousseau, Hegel, Adam Smith e Marx. Quest'ultimo, in particolare, è stato il fondatore della religione laica più subdola e pervasiva della storia, il social-comunismo. La parola sinistra, come riconosciuto dallo stesso "compagno-filosofo" Massimo Cacciari in Il concetto di sinistra, è storicamente segnata dal marchio dell’insufficienza, condannata da un destino inscritto nella sua stessa etimologia latina: sinisteritas significa inettitudine, goffaggine. In effetti mai definizione fu più azzeccata! Dal momento che il tentativo (riuscito) di proletarizzare i popoli del mondo attraverso la "rivoluzione totale", privandoli dello status originario di proprietari e quindi della facoltà di essere davvero liberi di gestire il proprio presente e futuro, dinanzi al tribunale della storia, non può che definirsi come il più goffo tentativo dell'élite che innalzò il primo governo comunista (governo Kerensky) nel violento settembre 1917 (cioé dei banchieri internazionalisti) di rivendicare un ipotetico, mitico, evanescente processo di "liberazione umana". Tentativo goffo e fallito, anche se i filosofi e gli storici sembrano non essersene accorti, invocando spesso e volentieri, come nel caso del filosofo Diego Fusaro, autore di "Bentornato Marx", il ritorno dei soliti antichi fantasmi, trasformati in improbabili e fieri cavalieri dell'Apocalisse inviati in una "presunta guerra" o "missione di pace" – espressione cara al gergo democratista – contro i  signori del "Capitale".

                              E' curioso notare come la sinistra, nata dalla rivoluzione

                              fomentata dai banchieri d'estrazione giudeo-bolscevica

    una volta assicuratasi la confisca della sovraità monetaria dei popoli, a vantaggio dei primi,

           abbia storicamente difeso la supremazia logico-temporale del lavoro sulla libertà,

              cioè del principio lavorista non tanto su quello liberale, quanto sui principi di

                       Dignità, Libertà, Uguaglianza, Solidarietà, Cittadinanza e Giustizia:

     che invero, sarebbero stati valorizzati soltanto in un regime di piena proprietà privata.

            Così facendo la sinistra, innalzando e istituzionalizzando la prospettiva lavorista

      a livello"democratico", costituzionale e "statale", al di fuori di ogni sovranità monetaria

            ha finito per ingabbiare l'uomo in una prigione economico-sociale ed ideologica

                    che non ha precedenti nella storia: neppure i faraoni osarono tanto

                                     durante la biblica prigionia del popolo d'Israele.

     Liberismo e collaborazionismo alla proletarizzazione   

    D'altra parte il liberismo ha giocato lo stesso ruolo (ingabbiare le masse) puntando sempre sul presupposto lavorista, ma inquadrato da una diversa angolazione: quella del grande capitale dispensatore di briciole di libertà impiegatizia, nei confronti di un substrato sociale reso bestiale e proletario dallo "Stato" caro a Marx.

                 "Esiste anche un’altra alleanza — a prima vista strana e sorprendente —

                              ma che se ci si pensa è ben fondata e facile da capire.

                       Questa alleanza è tra i nostri capi comunisti e i vostri capitalisti"

                                                          ( Vladimir Lenin )

    Il liberismo, e la sua metamorfosi repentina in dittatura iper-capitalista globale, ha dunque assunto un ruolo strategico essenziale nel contraltare ideale della rivoluzione marxista, infiammata da due presunti contendenti (capitalisti e proletari) posti in stato di perenne agitazione e ideale precarietà per l'accaparramento di un surplus (teoria del surplus/plusvalore marxista) gestito a priori e senza appello dai signori della moneta, i banchieri:

               ciò attraverso l'immissione arbitraria nel circuito economico e finanziario,

              di un tributo criminale e non dovuto, chiamato moneta-debito, destinato

      a ripagare beffardamente le masse salariate con un semplice debito e quindi destinato

      1) ad indebitare perennemente sia i lavoratori-proletari che le piccole e medie imprese

                                non rientranti nelle grazie dei banchieri di turno

          2) a solidificare le basi delle grandi multinazionali, foraggiandole lautamente e

                 distruggendo di fatto la libera concorrenza e il "libero mercato"

     Dimensione spirituale e relazioni socio-economiche 

    Come inquadrare dunque il lavoro? Dono, maledizione, schiavitù o panacea all'atavico malessere umano? La risposta esiste ed è avvolta tra le pieghe della storia. Dio nelle Sacre Scritture (Bibbia) dopo aver creato il mondo e l'uomo ed aver reso Questi proprietario universale dell'Eden (e non schiavo-debitore), dopo la caduta e la superbia originale pone il lavoro al centro della vita dell’uomo qual freno al suo orgoglio, ma non gli nega la "sacra ed originaria proprietà" della terra e dei suoi provvidenziali frutti. Il lavoro nobilita l'uomo (essere spirituale e proprietario/destinatario di beni materiali e spirituali), quest'essere eletto che Dio, malgrado la caduta, dimostra di amare restituendogli dignità e preservandolo dai rischi dell’ozio e della connessa perdizione. In quest'ottica, e solo in quest'ottica, il lavoro assume un'importanza quasi mistica: lavoro è dignità e dignità è lavoro, in una perfetta e biunivoca corrispondenza.

                               Mangerai il pane con il sudore della tua fronte

                                                         ( Genesi 3,19 )

    "Stai fermo al tuo impegno e fanne la tua vita, invecchia compiendo il tuo lavoro".

                                                       ( Siracide 11,20 )

    A prova di ciò, San Benedetto predicava "Ora et Labora", consapevole della dimensione inanzitutto spirituale della vita e delle relazioni sociali e poi – di scorta – della necessità evangelica e biblica del lavoro, contemplato, tuttavia, non come mezzo di auto-liberazione "religiosa e sociale", ma come mezzo di ulteriore innalzamento delle virtù personali, annaffiate preventivamente ed affrancate dalla linfa vitale dello spirito. La sinistra e lo stesso liberismo, sbarazzandosi dell'accezione benedettina "Ora (prega)", propedeutica alla seconda (labora) hanno ricondotto subdolamente il lavoro a unico protagonista della scena, riconoscendogli atavicamente, tra l'alro, un valore – oserei dire – religioso e sacro che non gli spetta assolutamente al di fuori di una visione spirituale del processo storico. Mentre il lavoro diventava il "tutto dell'uomo" (trasformato da proprietario universale dei doni di Dio a proletario indebitato, depresso e frustrato) nel contempo l'uomo si trasformava in un semplice pezzo dell'ingranaggio economico globale, costringendo se stesso ad un ergastolo volontario e "benedetto", all'interno della sofisticata macchina economico-sociale e industriale creata dall'impero bancario.

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     The Hazard Circular: lavoro come schiavitù       

    La palese ammissione di questo crimine, probabilmente il più mistificato della storia, può ricondursi a un documento segretissimo, in lingua inglese, di cui non esisteva traduzione in italiano sul web, almeno fino ad oggi: The Hazard Circular. Tale documento dirompente, in Italia è stranamente sfuggito a tutti i corsi universitari di economia, diritto del lavoro e diritto commerciale. Si tratta di una circolare emessa nel 1862 dalla privata Banca d’Inghilterra, emanazione Rothschild, nei confronti dei banksters americani nel tentativo di bloccare il presidente Usa Abramo Lincoln e il suo Greenback (biglietto di stato emesso senza debito) poiché esso simboleggiava il grado massimo di insubordinazione dell'uomo comune nei confronti del cartello bancario.  The Hazard Circular è l'ammissione di un crimine, avente come corpo del reato, in ultima istanza, proprio l'arma lavoro. In essa la Bank of England ammise come, in un sistema di usura legalizzata (cioé di creazione ed emissione di moneta-bebito quale linfa mortale dell'economia) il controllo sui lavoratori fosse possibile mediante il controllo sui salari, e che a loro volta i salari sarebbero potuti essere condizionati e falsati attraverso il controllo sulla moneta. Ovviamente il biglietto verde sgravato da debito pubblico, voluto coraggiosamente da Lincoln, svincolato della morsa del sistema bancario privato, minacciava la buona riuscita, a livello internazionale, di un piano egemonico antico, esercitato in primis in Europa, proprio attraverso la Banca d’Inghilterra. Il lavoro in un regime di usura – qual è quello odierno – diventa quindi un'arma di controllo di massa e auto-distruzione: il lavoratore dapprima viene ripagato con un debito, vedendo praticamente azzerato il proprio sforzo; di scorta viene privato del suo tempo libero e ingabbiato in una ruota per criceti. Che formidabile forma di shiavitù! Eppur spacciata per forma eccelsa di "liberazione" sia dai governi liberali che social-comunisti.

                              "La schiavitù sembrerebbe abolita dal potere delle guerre

                                      e la schiavitù dei beni mobili (danaro) distrutta.

    Di ciò io e i miei amici europei siamo lieti, perché gli schiavi non sono i proprietari del lavoro,

         ma sono quelli che lo portano avanti, mentre il piano europeo guidato dall’Inghilterra

                             è che il capitale controllerà il lavoro, controllando le tasse.

                                         Ciò può essere fatto controllando il denaro.

                   Il grande debito che i capitalisti vedranno è portato avanti dalle guerre

                    e deve essere usato come mezzo di controllo della quantità di denaro.

          Per realizzare ciò, i bonds (titoli d stato) devono essere usati come base bancaria.

                                   Ora stiamo aspettando il Segretario del Tesoro,

            che darà luogo alla sua raccomandazione al Congresso (Congresso Usa – Ndr).

    Ciò non permetterà al “Greenback” (circolante emesso da Lincoln, sgravato da debito – Nds)

         di circolare come denaro per sempre, infatti, questo non lo possiamo permettere.

                           (  The Hazard Circular – Bank of England, London, luglio 1862 )

    La schiavitù, come traspare dal compromettente documento in esame, non è altro che l'asfissiante dominio sul lavoro umano, esercitato “legalmente” mediante il controllo sui salari, a sua volta possibile grazie al controllo arbitrario sull’emissione della moneta a debito e senza riserva aurea (puro ed illusorio alibi storico). Nel 1863, per la cronaca, dopo aver finanziato l’elezione di numerosi senatori, i banchieri degli Stati Uniti d'America, in obbedienza al diktat Rothschild, esercitarono con successo pressioni affinché il Congresso revocasse la legge sui Greenback.

     Definitivo crollo del castello di bugie marxista          

    La conoscenza di questo documento esplosivo (sia pur tra i meno conosciuti della storia), occultato sia dagli storici che dai sociologi e filosofi (marxisti e liberisti) ha implicazioni enormi, andando a destabilizzare l'intero impianto del castello marxista.

                                      Esso confuta e ridicolizza la concezione marxista

                           per la quale è il lavoro che emancipa l’uomo e che, pertanto,

                        l’emancipazione dal lavoro, cioè la libertà assoluta dell’individuo,

                      sia nient’altro che una conseguenza dell’emancipazione del Lavoro,

                            cioè del soggetto collettivo di contraddizione al Capitale.

    Come dimostrato questo postulato è intriso di falsità, poiché il lavoro è diventato uno strumento di dominio e schiavitù e (secondariamente) il Grande Capitale non fu mai veramete posto in antitesi al modello di proletarizzazione marxista, in quanto entrambi furono generati dal cartello bancario unito: tre piedi di un unico, maledetto, vizioso tavolo d'azzardo popolato da avidi bari.

     Falsità della teoria lavorista in chiave di "progresso"   

    La teoria lavorista, in questo sistema, è quindi un grande inganno e non può essere la coerente espressione del progresso del movimento popolare del lavoro, auspicata dal social-comunismo; cioé non può essere il "verbo sacro" e invocato su più fronti (haimé anche su quello del modernismo cattolico eretico) utile all'affrancamento degli uomini dalla miseria e dalla schiavitù. Il socialismo, in tal modo, ha sempre negato i diritti e le libertà del soggetto, sacrificandolo allo strumento moneta e alla "volontà del partito", sull'altare della causa rivoluzionaria: causa di estenzione globale del potere dell'élite bancaria e dei suoi oscuri mentori e profeti, devoti alla religione oscura dell'anticristo e ai suoi blasfemi postulati. Il socialismo e il liberismo capitalistico – due facce della medesima medaglia – si sono serviti del popolo lavoratore per perseguire gli obiettivi egemonici dell'élite attraverso l'innalzamento dei modelli costituzionali al rango infallibile di Sacre Scritture.

     Vero scopo delle costituzioni massoniche                       

    Ecco perché le costituzioni massoniche, invero, nascondendo e non riconoscendo la sovranità monetaria ai popoli, hanno di fatto negato ogni forma sostanziale di sovranità popolare. Ecco dunque svelato l'arcano lavorista dell'articolo 1 della Costituzione, che vede proprio nel lavoro-schiavitù (poiché orfano della sovranità monetaria) il fulcro dell'inganno estremo su cui si fonda la Repubblica democratica. Ne consegue l'assoluta inconsistenza di ogni teoria lavorista e l'assoluta urgenza dell'affermazione di un regime di sovranità monetaria che passi dalla piena proprietà (universale) dei beni in seno alle masse (postulato chestertoniano)  e non dalla proletarizzazione delle masse. Gli uomini devono tornare ad appropriarsi dei frutti e dei tesori del biblico Eden, mediante il riconoscimento della proprietà popolare dello strumento monetario (postulato auritiano). L'assenza di sovranità monetaria e l'esame storico-giuridico-filosofico sopra esposto, regalano un'immagine impietosa ma reale degli assunti lavoristici della nostra osannata e "amata" (quanto devastante) Costituzione.

                       « L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

                                           La sovranità appartiene al popolo,

                           che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. »

                                                                Art. 1 Cost

                          "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro

                        e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

      Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta,

     un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".

                                                    Art.4  Cost, comma 1 e 2

    L'Italia non dovrebbe essere una Repubblica fondata sul lavoro (cioé sul precariato proletario con retrogusto schiavista) ma sulla felicità, dolcissima parola che fa rima con sovranità: spirituale, monetaria, territoriale e culturale, in primis. Non a caso oggi Spirito, Moneta, Territorio e Cultura, sono i principali teatri di scontro di una guerra di religione senza confini; i luoghi ideali dell'essere posti sotto assedio dall'invasore e nemico di Dio e degli uomini.

    Sergio Basile (Copyright Qui Europa © 2018 )

    infounicz.europa@gmail.com

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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    Clotilde Bersone – L’Eletta del Dragone: l’affiliazione e la camera delle torture

    Sabato, 21 luglio / 2018

    – Tratto da "L'Eletta del Dragone", memorie di Clotilde Bersone

     Redazione Quieuropa,  L'eletta del dragone, Clotilde Bersone, affiliazione massonica, torture,  Garfield 

    Clotilde Bersone – L’Eletta del Dragone: l'affiliazione

    e la camera delle torture

    Tratto dalle memorie di Clotilde Bersone (1877-1880), amante del

    presidente Usa J.A. Garfield (1880), capo segreto dell'Alta Loggia

    degli Illuminati di Francia (assassinato nel 1881)

     

    Tratto da "L'Eletta del Dragone", memorie di Clotilde Bersone

    CLOTILDE BERSONE  —  L’AFFILIAZIONE MASSONICA

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa                                                                     

    Premessa (continua da qui Clotilde Bersone – L’Eletta del Dragone: il primo incontro) Lo scritto che segue (seconda parte) è un estratto delle “Memorie” di Clotilde Bersone, che a Parigi – dal 1877 al 1880 – fu l’amante di J.A. Garfield, eletto, poi nel 1880, Presidente degli Stati Uniti e assassinato nel 1881. Garfield all'epoca era, clandestinamente, il capo dell’alta Loggia degli Illuminati della Francia, e la Bersone, sempre secondo le sue “Memorie”, di tal Loggia dapprima fu affiliata, poi iniziata e infine l’ispirata.

                                  L'intento di questa pubblicazione sulla Massoneria

                        è quello di indurre il lettore,  ad una maggior presa di coscienza

           intorno alla vera realtà rappresentata da questa società segreta (setta) satanica.

    Il traduttore delle “Memorie”, scritte originariamente in francese, fu Monsignor Augusto Moglioni; mentre l’Imprimatur all’edizione italiana venne dato a voce dal Vescovo di Pescara a Monsignor Brandano, Abate di Pescara.

     La camera delle torture                                           

    Durante un’altra visita in Loggia, Clotilde, contravvenendo agli ordini di suo padre e spinta da curiosità, lo segue dopo averlo visto sparire dietro una porta segreta; ma viene subito scoperta.

    Parigi – Dalle memorie di Clotilde Bersone"Invano mi scongiurò di tornare indietro, di desistere dall’idea funesta di accompagnarlo più oltre. “No, non insistere! ho deciso. Sai bene che io non fiaterò: non devi temere nulla. Da tempo ho dei sospetti su quelle che voi chiamate agapi fraterne: voglio sapere tutto, e lo saprò.” Per un labirinto di corridoi e di scalette secondarie, discutendo, arrivammo a un sotterraneo basso a volta. “Basta; resta qui: a che serve mostrarti questo spettacolo? Ho paura di spaventarti!” Fissai mio padre con uno sguardo sferzante: “Dove vai tu, nulla mi spaventa!”. Aprì, senza prevedere lui stesso tutto l’orrore dello spettacolo.

                      Ci trovammo entro una cripta, tutta piena di strumenti di tortura.

                    Mi venne la voglia di sorridere come dinanzi un’attrazione di teatro;

                ma per terra vidi giacenti pezzi umani, ancor sanguinolenti o scarnificati:

    mani, piedi, braccia, teste; e da quel macello esalava un puzzo abominevole di carnaio.

    In quell’orrido scenario, ecco, vidi due fantocci, ritti, uno di faccia all’altro, con la tunica macchiata di sangue. Uno di essi, sul capo, portava la corona, l’altro la tiara. Accanto uno stiletto, alcuni pugnali col sangue raggrumato.. tutto testimoniava che tali armi omicide non avevano colpito gabbie di vimini o vesciche piene di carminio, bensì carne viva e umana; e quella coppa che offrivano le Ninfe, in quei luoghi maledetti, ai grandi redentori dei popoli, non era una metafora, era una realtà, una coppa cioè di sangue ancora caldo di vittime assassinate. A dispetto dell’orrore suscitatomi dal mio primo “choc”, la sètta degli Illuminati s’ingrandiva nella mia immaginazione, e mi appariva come lavata, in quel sangue, dal ridicolo e dalle sozzure degli agguati di parata.

               Dietro il velo di commedia, finalmente intuii la sua perversità satanica

                  e l’esistenza del reale terribile segreto, da difendere e vendicare

                            a costo di tanti assassinii consumati nell’ombra.

    Quasi quasi, non mi era più così indifferente diventare la soggetta e forse la Regina della Sètta terribile, che osava mettere in opera tali mezzi.

    Dopo alcuni giorni, Clotilde, sempre più umiliata e frustrata da chi le avrebbe dovuto invece essere più tenero e vicino, prende una risoluzione:

    “Si, io sarò massona, poiché la fatalità mi ci spinge con implacabile ferocia; ma massona per impadronirmi del potere e dei segreti, e ritorcerli contro tutti gli strumenti della mia disgrazia. D’ora in poi e ormai senza Dio, senza genitori, senza amore, avevo levata la mano e gridato nell’aurora: “Odio e vendetta, Voi sarete per sempre il mio Dio!

     La Dalida di Garfield                                                   

    Da Costantinopoli, la Bersone viene inviata, da Ahmed Pascià, a Parigi, per essere posta sotto il controllo e la protezione del Grande Oriente della Grande Loggia degli Illuminati della Francia. (…) Quest’uomo (colui il quale avrebbe dovuto proteggerla – Ndr) era il famoso L. A. Garfield, che doveva, sei anni più tardi, nel 1881, entrare nella Casa Bianca, come successore dei Washington, dei Monroe, dei Buchanan, dei Lincoln, dopo Grant, allora Presidente degli Stati Uniti, e Hayes suo successore. Aveva, in quel momento, 44 anni e la sua vita rassomigliava a una leggenda. Era oriundo dell’Ohio; aveva fatto tutti i mestieri per sfuggire alla mediocrità dei suoi natali. In Europa, ufficialmente, era venuto solo una volta verso il 1868, ma qui, in realtà, in incognito, fungeva da Grand’Oriente della Grande Loggia degli Illuminati della Francia, sotto la nomea di pretesi viaggi per inchieste, della durata or di tre or di sei mesi, nei deserti della Louisiana o sulle montagne della costa del Pacifico. Garfield è molto esplicito con la Bersone:

    “Non tema nulla; piuttosto.. siamo amici davvero. Lei avrà in noi i servitori più devoti e fedeli, ma dapprima bisogna che Lei obbedisca. Io stesso non ci posso nulla. Lo si vuole!” Io ero sbalordita, e lo stesso Garfield sembrava urtato, malcontento. “Si vuole così. Lei sola, a quel che si dice, può renderci certi servigi. Metta dunque a nostra disposizione la sua testa, la sua bellezza, la sua energia… E allora, non tema nulla, sia pur tranquilla: dovessimo stritolare molte vite, la sua sarà salva.” Gli sembrai esitare ancora. “Che lo voglia o no, Lei è nostra! Tu stessa ti troveresti qui, se tu sapessi amare? E’ forse per questo che ti hanno scelta?..

                              No! La nostra virtù non è l’amore; è l’orgoglio, è l’odio.

    Tu parli di fiori, e non rumini che vendette.. E non ti difendere… Io ti conosco meglio che tu ti conosca. Lo si sa bene che nulla ti parrà ormai difficile, pur di far vendetta delle tue offese!”

    CLOTILDE BERSONE  —  L’AFFILIAZIONE MASSONICA

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     L'affiliazione massonica                                           

    La Bersone viene riconosciuta idonea per l’affiliazione. Dopo averle fatto rinnegare il battesimo, dopo averla sottoposta a prove umilianti e disgustose, e dopo averle fatto giurare eterna obbedienza alla Loggia, ha inizio la parte culminante del rito di affiliazione.

    Il Gran Maestro, allora, mi fece alzare e avanzare dinanzi a uno a uno, e tutti, uno dopo l’altro, mi respinsero, con parole di disprezzo e di odio, come se i loro sentimenti verso di me fossero cambiati, come se giudicassero che io non avessi superato bene la prova. Allora, Garfield afferrò il mio braccio, mi aprì una vena, e lasciò colare il mio sangue, un terzo di bicchiere, poi bendò la ferita. Mi si ritolse la benda, mi si mise una spada in mano, mi si condusse dinanzi un, così detto, cadavere, coronato, nascosto nel “manichino” di vimini. Un canto ebraico riempì la sala. Dopo ogni strofa, il Grand’Oriente recitava, su un grosso libro, una specie di lezione. Alla fine di ogni lezione, il coro, a più riprese, lanciava l’anatema: “Maledetta!..E’ una maledetta!…” “Colpisci!” mi comanda Garfield, additandomi il fantoccio regale. Mi sembrò che tutto girasse attorno a me. Alzai l’arma, il sudore alla fronte… La lezione di Costantinopoli m’aveva istruita, non mi lasciava dubbio alcuno che

                 io stavo per assassinare, assassinare con la mia mano, e per davvero;

                                                    non era una commedia!

     Assassina                                                                        

    Un tremito nervoso mi scosse tutta, trepidante e selvaggia. Garfield non mi lasciò mai col suo sguardo orgoglioso che sembrava uno scherno: “Te l’avevo detto: non sei tu, femminetta, che regnerai su noi!” In un’enorme coppa di bronzo, posta su un treppiedi, egli gettava, nello stesso tempo, un pugno di erbe aromatiche. Una fiamma enorme si alzò, con fumate inebrianti. Tutti gli Affiliati, in semicerchio attorno a me, avevano estratto i loro pugnali: sembravano volermi trapassare, per ridurmi, almeno su questa scena d’orrore, a un silenzio eterno. Allora, con un riso stridente, indietreggiai di un passo, fissato il punto segnato sul “manichino”, che dovevo colpire, con tutte le mie forze, titubante, ebbra, frenetica, sferrai il mio colpo. Un getto di sangue caldo inondò le mie spalle, e caddi a terra più morta che viva. Io… avevo… ucciso!!! Per sempre criminale, avrò quel sangue sull’anima come un altro battesimo dell’inferno, per l’eternità. Ah, maledetta! veramente maledetta! Il Gran Maestro, coperto di un manto bianco, mi rialzò, mi sollevò da terra, inerte, rivolta con la faccia all’assemblea. Due Affiliati distesero sopra il mio capo una coltre funebre; Garfield m’intimò:

              “Si prostri, ora!… Si sottometta, o povera incredula, alla Potenza superiore

                      dell’Essere Supremo che noi adoriamo tutti, qui, e che ci governa.”

     Il sigillo della bestia                                                        

    M’inginocchiai; lui, brandendo dal fuoco una specie di punteruolo minuscolo,me l’applicò al lato sinistro della fronte. Per un secondo la carne abbrustolì, e una sofferenza acuta mi morse la tempia: io non mossi ciglio. Tutti ne furono stupefatti. D’altronde, una benda di tela fine, imbevuta di un linimento speciale, fu distesa presto su la cicatrice e calmò quasi subito il dolore.

                                   Io ero per sempre segnata del Sigillo della Bestia;

                    ma lì per lì io non capii l’orrore di questa consacrazione infamante.

                                               Tutto mi era divenuto indifferente,

                    salvo la speranza di far ripagare, un giorno, tutto ai miei carnefici.

    Dov’erano i profondi disegni, le rivelazioni “sensazionali”, l’ideale nuovo, che mi avrebbe apportato questa sorta d’investitura? Il vuoto e per di più il sangue: questo era tutto il segreto del Dragone e il mistero delle sue “Illuminazioni”? La mia anima era sfinita, morta, per la mancanza di tenerezza umana attorno alla mia culla. Ah! Se veramente una Potenza, Superiore a queste mediocri cerimonie, e a questi uomini più mediocri ancora, esistesse, non importa dove, negli abissi del cielo, dell’anima umana o dell’inferno, sarebbe stato proprio ora il momento, il grande momento di manifestarsi, per non abbandonare, sui primi passi, una nuova recluta all’incredulità e all’empietà. Ahimè! Il Dragone, quel Dragone stesso, dinanzi al quale m’avevan condotto, quel giorno rimase, per me e per tutta l’assemblea, non altro che la mediocre effige di un animale favoloso, di marmo bianco. Posi la mano sul dorso di quel Dragone, nell’attitudine stessa che aveva Mazzini nel suo ritratto di Costantinopoli; ma il Dragone restò immobile, inerte; nulla fremette sotto le mie dita. Pronunziai freddamente un ultimo giuramento di fedeltà verso quell’idolo inanimato, e sembrò, non solo a me, ma a tutti gli altri Affiliati che ben poca importanza si attaccava a quel protocollo". (continua…)

    Tratto da "L'Eletta del Dragone", memorie di Clotilde Bersone (1877-1880)

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     Prima parte                                                                  

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    Venerdì, 20 luglio / 2018

    – di Roberto Pecchioli 

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, Francia, Croazia, Calcio, immigrazionismo,  mondiali 

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    realtà sociali e mondiali che vanno oltre il calcio

     

    di Roberto Pecchioli

    FRANCIA – CAMPIONE DEL MONDO DI CONTRADDIZIONI

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Francia: campione del mondo di cosa?                 

    Roma, Parigi – di Roberto Pecchioli Far ragionare certe persone è accanimento terapeutico. Lo pensavamo mentre un sinistrissimo compagno di caffè si scagliava contro i “nazi-croati” del calcio, indignato per le simpatie politiche raccolte dalla nazionale slava. Inutile spiegargli che le sue preferenze per l’armata multirazziale francese avevano un analogo sapore ideologico, sia pure di segno contrario. Sul piano sportivo, Vive la France, chapeau alla sua nazionale vittoriosa, nella quale i francesi d’origine sono davvero pochini. Oltralpe, nella polemica quotidiana di una società lacerata da mille questioni razziali, i francesi di stirpe li chiamano françaises souchiens, che, per l’analoga pronuncia, diventa “sotto cani “nel gentile eloquio degli immigrati di seconda e terza generazione. E’ accanimento terapeutico anche invitare ad un briciolo di equilibrio la muta degli odiatori di professione attivi sulle reti sociali, che hanno trovato un nuovo bersaglio, il giornalista sportivo Paolo Bargiggia. Il barbuto volto di Mediaset Sport ha infatti cinguettato su Twitter un messaggio filo croato. “Una nazionale completamente autoctona, un popolo di 4 milioni di abitanti, identitario, fiero e sovranista: la Croazia, contro un melting pot di razze e religioni, dove il concetto di nazione e patria è piuttosto relativo, la Francia.” In attesa di ulteriori leggi contro il pensiero, la psicopolizia è insorta, insieme con il Giornalista Collettivo mobilitato dai colleghi di Bargiggia. Il tweet esprima una constatazione elementare, ma si sa, la lingua batte dove il dente duole, e in poche battute sono uscite dalla tastiera di Bargiggia tutte le parole tabù di questi anni: identità, sovranità, autoctono, nazione, patria, oltre al tabù massimo, nei confronti del quale l’interdetto prevede la scomunica e la sospensione dal consorzio civile. Ha osato scrivere la parola razza! E’ del mestiere, non è un infortunio o una voce dal sen fuggita.

     Multinazionale di colonialismo e immigrazionismo 

    Vale la pena allargare l’argomento e riflettere sulla contrapposizione che si è manifestata in Italia a livello simbolico tra gli appassionati che hanno tifato Croazia e quelli che si sono schierati con la Francia, senza dimenticare le notevoli inesattezze di Bargiggia. Ci trovavamo alla Stazione Termini durante la finale mondiale, in attesa del treno del ritorno. Sulla terrazza, un grande schermo mostrava la partita, a cui assistevano centinaia di accaldati viaggiatori di tutte le nazionalità. Almeno il 90 per cento era dalla parte della Croazia, certo non per ragioni politiche o razziali. Semplicemente, la Francia, bianca, meticcia o multietnica, non è simpatica per vari motivi, mentre la nazionale a scacchi biancorossi suscitava simpatia in quanto sorpresa inaspettata, tanto più rappresentando un piccolo Stato di poco più di quattro milioni di abitanti. Ciò che colpì noi, poco interessati alla partita, leggendo i giornali del mattino, furono due notizie di taglio assai diverso. In Francia, oltre 110.000 agenti e gendarmi, senza contare i vigili, erano mobilitati per l’evento e soprattutto per il temuto dopo partita. Il selezionatore croato Dalic, dal canto suo, rispondeva a un giornalista che gli chiedeva come avrebbe trascorso le ore precedenti la finale, dicendo che sarebbe andato a messa. La Francia calcistica ha vinto il campionato con merito, anche se non dimenticheremo il formidabile urlo di disapprovazione della Stazione Termini al rigore un po’ generoso che ha impresso la svolta alla partita.

                  La Francia “vera” ha perduto: due morti, centinaia di feriti e di arresti,

                                    saccheggi e disordini dovunque nell’Esagono.

    Masse di giovani cittadini francesi – ius soli – che odiano la Francia non hanno festeggiato la vittoria il cui merito principale va a campioni di origine africana, ma rivendicato rabbiosamente le loro radici. Io sono marocchino, io sono ivoriano, senegalese, algerino, scandivano. Avevano ragione; sono francesi per cittadinanza, ma continuano a vivere in gran maggioranza in quartieri, le banlieues, che sono ghetti etnici, casermoni orribili e fatiscenti ormai conquistati da una schiacciante maggioranza di extraeuropei. Le loro prospettive non sono migliori di quelle dei nonni arrivati in Francia durante l’era coloniale, dei padri importati a milioni da Mitterrand e Giscard per riempire i vuoti dell’industria e dell’edilizia (e in ottemperaza piena alle direttive del Piano Kalergi). Per molti, l’unica identità è la religione musulmana nella forma dell’islamismo radicale, per gli altri non resta che il sogno consumista irrealizzato.

      Il fallimento della società multietnica                            

    La società multietnica mostra nei loro volti furenti il suo fallimento. Molti non hanno più alcuna identità: non francesi, non più senegalesi, cambogiani, magrebini. Non è raro che, interrogati, dichiarino di riconoscersi soltanto nella loro banlieue e nei coetanei della stessa etnia: le fratrìe primitive. Non passa fine settimana in cui nella regione parigina, a Marsiglia Nord e in cento altre città grandi e piccole non scoppino incidenti, risse con la polizia, violenze. Il controllo del territorio è ormai un mito anche per l’orgoglioso spirito francese, l’illegalità è inevitabile e diffusa. Altrove, nella Francia “normale”, la lotta sociale è ripresa con vigore dopo l’iniziale idillio con il presidente Macron targato Rothschild. Scioperi, manifestazioni e occupazioni sono all’ordine del giorno, opportunamente silenziate in Italia da mezzi di comunicazione omertosi.

     Grande alle spalle dell'Africa                                             

    Difficilmente la Francia manterrebbe la grandeur che ancora ostenta, né sarebbe considerata una potenza se non ricavasse somme enormi dalla politica neocoloniale in Africa. Non ci riferiamo solo al ruolo avuto nella destabilizzazione della Libia, all’origine della drammatica crisi migratoria, o agli interessi nell’area sub sahariana ma soprattutto ai

               profitti legati alla gestione della sovranità monetaria di ben 14 stati africani,

                     la cui valuta, il franco CFA continua ad essere stampato e controllato

                                                           dalla Banca di Francia.

    Non casualmente, sono i paesi da cui provengono milioni di nuovi francesi, tra i quali i campioni della nazionale di calcio. In compenso, chiudono la frontiera di Ventimiglia e irrompono alla stazione di Bardonecchia. Difficile essere filo francesi. Paolo Bargiggia, tuttavia, ha scritto una cosa palesemente errata. Il concetto di nazione e patria non è affatto relativo per i cugini transalpini. E’ anzi il principio fondante della Francia moderna, nata dalla rivoluzione borghese del 1789. Tuttavia, non regge, non può reggere all’urto dell’immigrazione extra europea e alla forte componente islamica. I francesi accolgono stranieri da oltre un secolo. La loro scelta è stata sempre l’assimilazione: si diventava per obbligo enfants de la patrie, figli della nazione, estirpando le identità altrui. L’operazione, tra alti e bassi, ha funzionato con gli italiani (i macaronì una volta detestatissimi, per quanto molti provenissero dal vicino Piemonte e dalla confinante Liguria), i polacchi, gli spagnoli e i portoghesi, ma non può funzionare con gli altri. I patriottici galletti avevano preventivamente distrutto, nel XIX secolo e nella prima metà del XX, le identità di milioni di concittadini. Baschi, catalani, occitani, fiamminghi, tedeschi dell’Alsazia e della Lorena, corsi, bretoni, italiani di Nizza sono stati privati della lingua e snazionalizzati. Gli insegnanti elementari arrivavano a sputare, in alcune scuole bretoni, in bocca ai bambini che si esprimevano nell’idioma locale. La loro nation è, era una cosa seria e per molti versi ingiusta. Con gli africani non funziona, e pazienza se la Marsigliese grida: marciamo! Che un sangue impuro impregni i nostri solchi.

     Un pò di memoria storica                                                   

    Il campionato del mondo di calcio è solo una manifestazione sportiva, ma è riuscito a mostrare diverse contraddizioni. Quelle italiane sono notevoli. Ammettiamolo: come Paolo Bargiggia, abbiamo tifato Croazia in uggia non a Macron o alla Francia, ma all’imposizione dell’immigrazione. Altri hanno scelto la Francia per la ragione opposta. Eppure, nessuna delle due realtà dovrebbe entusiasmarci. La Croazia non è un modello, né per noi, né in generale. La nazione balcanica ha in comune con la Francia un ‘idea di nazione che respinge l’altro da sé, e ne hanno fatto le spese gli italiani. Alla Francia cedemmo la città italianissima di Nizza al tempo di Cavour. Nella patria di Garibaldi si parlava l’italiano e il dialetto ligure. Un quarto della popolazione emigrò in Italia e in breve vennero chiusi i giornali di lingua italiana. Le tracce dell’italianità nizzarda sono cancellate da tempo, come quelle dei paesi liguri di Briga e Tenda, in val Roja, terre povere di pastori di montagna, che i francesi vollero annettere nel 1947, si dice per giacimenti minerari che non trovarono. Ai pochi abitanti, nessuna tutela culturale, enfants de la patrie come tutti gli altri. Imparassero il francese. Nella storia ce n’è per tutti, e tifare Croazia non rende onore al nostro senso nazionale. Bando agli odi del passato, certo, ma oltre 300 mila italiani dovettero fuggire da Istria, Fiume e Dalmazia tra il 1943 e il 1947, nella zona B del Territorio Libero di Trieste (Umago, Buie, Cittanova) sino al 1954. Sono rimasti poco più di 20 mila connazionali, un solo minuscolo paese, Grisignana, ha conservato la maggioranza italiana. Nuovi umori ultranazionalisti minacciano il loro futuro, anche se l’obiettivo è quel che resta della minoranza serba, duecentomila persone. Nel corso delle guerre degli anni 90, a centinaia di migliaia sono stati espulsi con la forza dalle loro case, è toccato ai croati di Serbia e ai serbi della Krajina, nell’interno della Dalmazia, croata per aver cacciato gli italiani in due ondate, dopo le due guerre mondiali. Caro Bargiggia, saranno fieri e identitari i vicini con la bandiera a scacchi, ma a farne le spese sono state comunità radicate da secoli colpevoli unicamente di non essere croate. Ragioni e torti si rincorrono e si intrecciano. Ecco perché sarebbe opportuno ricondurre lo sport a se stesso, scacciando la tentazione di farne veicolo di rivalse e umori velenosi, magari contestandone la deriva industriale, il suo essersi trasformato in una appendice del mercato globale, sganciato da genuine passioni, denaro, bilanci truccati, sospetti. Una trappola dei sentimenti buona per gli ingenui e per gli odiatori, i miseri guerrieri della tastiera protetti dall’anonimato. Approfittiamo, come italiani immemori, per recuperare un po’ di memoria storica, depurata dai rancori di ieri e dell’altro ieri, e riconosciamo che è triste accapigliarci per i risvolti politici o etnici del tifo sportivo altrui. Identitari o multirazziali, loro c’erano. Noi guardavamo la televisione, con le nostre urticanti passioni politiche, con una certa invidia, e, ahimè senza rinunciare a essere guelfi e ghibellini in conto terzi. Italia…

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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  • Clotilde Bersone – L’Eletta del Dragone: il primo incontro

    Clotilde Bersone – L’Eletta del Dragone: il primo incontro

    Venerdì, 20 luglio / 2018

    – Tratto da "L'Eletta del Dragone", memorie di Clotilde Bersone

     Redazione Quieuropa,  L'eletta del dragone, Clotilde Bersone, Primo incontro, Dagone, Mazzini 

    Clotilde Bersone – L’Eletta del Dragone: il primo

    incontro col Dragone

    Tratto dalle memorie di Clotilde Bersone (1877-1880), amante del

    presidente Usa L.A. Garfield (1880), capo segreto dell'Alta Loggia

    degli Illuminati di Francia (assassinato nel 1881)

     

    Tratto da "L'Eletta del Dragone", memorie di Clotilde Bersone

    L’ELETTA DEL DRAGONE  - CLOTILDE BERSONE

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa                                                                     

    Premessa Lo scritto che segue è un estratto delle “Memorie” di Clotilde Bersone, che a Parigi – dal 1877 al 1880 – fu l’amante di I.A. Garfield, eletto, poi nel 1880, Presidente degli Stati Uniti e assassinato nel 1881. Garfield all'epoca era, clandestinamente, il capo dell’alta Loggia degli Illuminati della Francia, e la Bersone, sempre secondo le sue “Memorie”, di tal Loggia dapprima fu affiliata, poi iniziata e infine l’ispirata.

                                  L'intento di questa pubblicazione sulla Massoneria

                        è quello di indurre il lettore,  ad una maggior presa di coscienza

           intorno alla vera realtà rappresentata da questa società segreta (setta) satanica.

    Il traduttore delle “Memorie”, scritte originariamente in francese, fu Monsignor Augusto Moglioni; mentre l’Imprimatur all’edizione italiana venne dato a voce dal Vescovo di Pescara a Monsignor Brandano, Abate di Pescara.

     Il giuramento massonico                                              

    Introduciamo gli scritti della Bersone, riportando parte del giuramento di chi si appresta a diventare massone, per porre in evidenza l’obbligo alla segretezza che viene richiesto e imposto ad ogni membro: “Io,….. liberamente e spontaneamente, con pieno e profondo convincimento dell’anima, con assoluta ed irremovibile volontà, alla presenza del Grande Architetto dell’Universo, prometto e giuro di non palesare giammaii segreti della libera Massoneria; di non far conoscere ad alcuno ciò che mi verrà svelato, sotto pena di aver tagliata la gola, strappato il cuore e la lingua, le viscere lacerate, fatto il mio cadavere in pezzi, indi bruciato e ridotto in polvere, e questa sparsa al vento per esecrata memoria ed infamia eterna”.

                            Se attraverso il meccanismo del segreto e della gerarchia

     – e contestuale ferrea obbedienza gerarchica – in un’organizzazione di questo genere,

                                manca il controllo della base su ciò che fa il vertice,

          e se questo vertice può obbedire a sconosciute centrali internazionali di potere,

     senza dover rendere conto a nessuno, allora tutte le peggiori ipotesi sulla Massoneria

                 e sulla sua influenza nefasta sugli eventi storici diventano possibili.

    L’ELETTA DEL DRAGONE  - CLOTILDE BERSONE

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Primo incontro col dragone                                    

    A diciott’anni, Clotilde si reca a Costantinopoli per ritrovare suo padre. Membro della Grande Loggia Massonica di Costantinopoli, suo padre, messa al corrente la figlia sulle circostanze che lo portarono ad entrare nella Massoneria, conduce, un giorno, la figlia in Loggia, in apparenza per soddisfare la sua curiosità, ma, in realtà, per un ordine ricevuto dall’alto.

    Parigi – Dalle memorie di Clotilde Bressone – "In mezzo alla Loggia, d’improvviso mi arrestai, sorpresa; quantunque mio padre si sforzasse di distogliermene, rimasi come bloccata dinanzi ad una bestia strana, di marmo bianco, distesa su un piedistallo, in un’attitudine minacciosa. Uno scettro e una corona spezzati sotto le sue zampe anteriori, e una tiara sotto le zampe posteriori: con sette teste, a volto quasi umano; alcune sembravano di leone senza però rassomigliarvi; altre con delle corna. Una vita strana, indefinibile, emanava da quel mostro, il cui multiplo sguardo sembrava essersi avvinto al mio e mi affascinava… “E’ il Dragone – disse mio padre con voce sorda – qui, lo chiamano Idra, l’Idra della cabala e degli Illuminati.” E mi traeva seco. Al di là del mostro, sulla parete, vedo un quadro gigantesco che copriva il fondo della sala per due terzi. Era il ritratto di Mazzini, capo supremo della antica Carboneria, poi del Consiglio dei Maestri perfetti, donde certamente si era originata questa nuova sètta di Illuminati superiori, che presiedeva, a sua volta, su tutti i massoni dei gradi inferiori. Mazzini, ritto, s’appoggiava a un Dragone, come quello della sala. Teneva in mano una corona regale, da cui sembrava strapparne a una a una le gemme, con un ghigno sarcastico e crudele. Ai suoi piedi, il suolo era cosparso di crani, ancora coperti o di mitria o di diadema. Ma, sopratutto, quello che penetrò la mia immaginazione come un dardo di fuoco fu che, dietro il tribuno, si ergeva una donna, fluida e bianca, che con una mano porgeva a Mazzini una coppa piena di sangue sino all’orlo, e nell’altra teneva un globo terrestre; al piede si avvinghiava un serpente. Mazzini indossava un magnifico costume che, poi, ho veduto essere quello del Grande Oriente delle Grandi Logge degli Illuminati".

     Un ambiente veramente schifoso                            

    Consapevole di una sorte che sentiva esserle assegnata, Clotilde accetta passivamente il corso degli eventi, coltivando il desiderio nascosto di potersi vendicare un giorno di tutti. Lo spettacolo meschino del padre, che intuisce di poter sfruttare la futura posizione della figlia per soddisfare le proprie ambizioni, fa svanire definitivamente la speranza di Clotilde di poter ritrovare un minimo di affetto paterno.

    "Che bassezza di sentimenti, in lui, nell’un caso o nell’altro! A quali meschini baratti sacrificava l’amore e la protezione per una figlia che aveva appena ritrovata! Dopo quella notte, in cui ero pazza di collera, attutita dal tempo, l’odiavo meno mio padre; ma quanto lo disprezzavo di più! Un disgusto profondo, irrimediabile; uno spasimo insistente nel cuore mi allontanavano da lui, e una freddezza senza nome mi separava da mia madre, glaciale e avara anche lei. Mio padre, questo gaudente, questoprodigo senza alcun ideale, non valeva più di mia madre. Sì, occasione data, per mezzo suo, salirò alle sommità, al vertice, ma sarà senza vantaggio per lui, e questa sarà la mia vendetta!"

    In una successiva visita alla Loggia, Clotilde viene presentata al Sultano Ahmed Pascià, Grande Oriente della Grande Loggia.

    "Eravamo soltanto sei convitati, e lì fu un pranzo di buona società, solo che ci fu un pò di eccesso nei vari vini. Alle sei del mattino si beveva ancora, nonostante tutte le prescrizioni del Corano…. Ahmed Pascià era totalmente ubriaco, e a poco a poco il festino volgeva all’orgia. Inqualificabili proposte si andavano facendo e potetti ben distinguere, in una sala accanto, preparativi da bordello. Scoraggiata, feci cenno a mio padre, che fortunatamente non aveva perso il suo sangue freddo, e uscii con lui senza salutar nessuno. Per via, nessuna riflessione gli feci su quello che avevo veduto e credo che lui ne sia stato contento. I suoi amici avevano veramente sorpassato ogni ritegno, e lui dovette rendersi conto che io ormai capivo bene dove lui, con le proprie mani, voleva precipitarmi: in un ambiente veramente schifoso".

    Tratto da "L'Eletta del Dragone", memorie di Clotilde Bersone (1877-1880)

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     Seconda parte                                                              

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    ignoranza immigrazionista e ingegneria antropologica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     L'ultima telefonata "particolare"                           

    Roma – di Roberto Pecchioli L’avventura di un povero cristiano fu l’ultima opera letteraria di Ignazio Silone, l’autore di Fontamara. Uscita con grande successo nel fatidico 1968, racconta i convulsi mesi romani e napoletani di Pietro di Morrone, il monaco asceso al papato nel 1294 con il nome di Celestino V dopo lotte intestine di una chiesa corrotta, tornato dopo pochi mesi al suo eremo tra le montagne della Maiella a seguito dell’abdicazione che Dante chiamò “il gran rifiuto”. Silone intese rappresentare nel suo conterraneo abruzzese l’opposizione tra il singolo e la Chiesa (chiesa-apparato- Ndr). Avventura quotidiana di poveri cristiani è diventata seguire i percorsi del cattolicesimo in disarmo. Credevamo che nulla potesse più stupirci di quanto esce dalla bocca di esponenti della gerarchia, ma ci sbagliavamo. Nelle ultime settimane hanno suscitato nuovo turbamento e rinnovato sconcerto due episodi significativi. Il primo è la telefonata tra Gianni Vattimo, filosofo marxista, conclamato omosessuale, alfiere del nichilismo postmoderno nell’insidiosa forma del cosiddetto pensiero debole, e l’inquilino di Santa Marta Jorge Mario Bergoglio. Tra i due, il cui approccio è stato forse favorito dalla comune condizione di coscritti della classe 1936, il più concreto è stato il pensatore torinese, il quale, stando alle ricostruzioni, avrebbe proposto al successore di Pietro di mettersi a capo di una sorta di internazionale contro lo strapotere del denaro. Vasto programma, lodevole e largamente condivisibile (anche se troppo generico e dal sapore propagandistico – Ndr), ma certamente distante dalla missione religiosa.

     La provocazione del vescovo immigrazionista     

    L’altro è l’intervista a margine dell’iniziativa pro immigrati antigovernativa promossa da vari esponenti del clero, concessa dal vescovo emerito di Caserta Raffaele Nogaro a Repubblica. Il prelato ha testualmente affermato quanto segue: “moralmente e da uomo di fede sarei pronto a trasformare tutte le chiese in moschee se fosse utile alla causa e se consentisse di salvare la vita di uomini e donne, poveri e infelici, perché Cristo non è venuto sulla terra per costruire chiese ma per aiutare gli uomini indipendentemente dalla razza, dalla religione, dalla nazionalità. E invece ci sono politici che nei loro comizi continuano a predicare le espulsioni e la cosa peggiore è che lo fanno con la corona e il rosario in mano e nominando il nome di Dio invano, un peccato molto grave.“ Il brano è stato letto da un altro bizzarro chierico, Alex Zanotelli (1), altermondialista di lungo corso dai paramenti arcobaleno, nel corso della manifestazione tenuta nei pressi del Vaticano. Anche le parole dell’ex missionario meritano di essere riportate.

                             “Siamo qui davanti a San Pietro, non tanto per la basilica

       quanto per la vicinanza a Papa Francesco, che incoraggiamo a dire le parole forti

    che sta dicendo a favore dei migranti, e siamo qui con questa lampada per Francesco.

                                 Se c'era un uomo appassionato per i poveri era lui.”

                                                              Alex Zanotelli

    Se ne inferisce che il Francesco papa pro tempore è più importante della basilica, dunque della sede apostolica simbolo di due millenni, mentre il santo di Assisi è solo Francesco, derubricato esclusivamente a paladino dei poveri, dimenticando la sua gigantesca testimonianza di fede che lo portò perfino davanti al sultano d’Egitto per convertirlo. Le improvvide parole del vescovo emerito di Caserta, aspirante ayatollah della città della reggia, non sono sfuggite alla stampa internazionale. Il titolo del quotidiano spagnolo La Gaceta è un autentico pugno in faccia: un vescovo italiano disposto a trasformare tutte le chiese in moschee. Il rispetto per l’età grave di Nogaro, ottantacinquenne, non toglie nulla alla drammaticità delle sue affermazioni. Costa davvero molto capire i procedimenti mentali di chi fa simili affermazioni in qualità di prelato cattolico. Si tratta dell’evidenza per cui una parte notevole della gerarchia, con il favore della cupola vaticana, è posseduta dallo stesso spirito masochista e suicida che ha invaso l’opinione pubblica politicamente corretta e “benpensante” del continente.

    (1) Vedi qui le sue ultime dichiarazioni Lettera aperta contro padre Alex Zanotelli

      Vale… se utile alla causa? Quale causa?                 

    Facciamo una doppia premessa: è ovvio che la Chiesa abbia il dovere di richiamare al rispetto per la dignità di ogni essere umano, respingendo l’odio etnico. Ugualmente, riconosciamo ai cittadini italiani Nogaro, Zanotelli, Ciotti il diritto di manifestare opinioni politiche diverse da quelle di milioni di connazionali, cattolici e non. Essi possono, come cittadini privati, essere indifferenti o addirittura ostili alle radici culturali e nazionali dell’Italia, preferire i nuovi immigrati ai fedeli di sempre. Lo sappiamo, ne prendiamo atto e abbiamo il diritto di considerarli avversari politici. Ciò che lascia esterrefatto l’italiano medio di radici cattoliche – la grande maggioranza della nazione – è il desiderio che manifestano di dissoluzione della fede, uno dei capisaldi dell’identità nazionale italiana e di quella europea, nonché la ragione delle loro scelte di vita.   Dichiarare di essere disposti, come uomini di fede (cristiana, filantropica, o che altro?) a trasformare ogni chiesa in moschea, magari iniziando dalla basilica di San Pietro, che a Zanotelli importa meno di Francesco (quello argentino) corrisponde ad un’implicita ammissione. E’ in corso, ci dicono tra le righe, un’invasione musulmana. Tuttavia, non solo non intendono contrastarla, ma addirittura sono pronti a fare dei campanili altrettanti minareti. Santa Sofia a Costantinopoli, Bisanzio, Istanbul è evidentemente il modello a cui tendono. L’ayatollah friulano di Caserta ci informa altresì che il suo desiderio vale se utile “alla causa.” La sua non è quella del popolo italiano, e va bene, ma ancor meno è quella della religione cui si è consacrato, la fede cattolica, quindi universale, ma anche apostolica, orientata a convertire ogni uomo, e romana, radicata in una città simbolo di una precisa civiltà, oltreché capitale storica di una nazione di cui anche Raffaele Nogaro è cittadino e figlio. Quanto meno, seguendo il lessico di Carl Schmitt, sappiamo chiaramente chi è amico e chi nemico della nostra Patria. La causa dei certi "preti", da oggi non possiamo ignorarlo, non è diffondere il Verbo e salvare le anime in una prospettiva trascendente, ma è “salvare la vita di poveri e infelici”. Non vi è dubbio che salvare vite è compito di ogni uomo di buona volontà, ma eravamo persuasi che fossero le anime l’obiettivo della Chiesa, tanto più che, secondo Gesù Cristo,

                                     non di solo pane vivrà l’uomo,

                       ma di ogni parola che uscirà dalla bocca di Dio

                                                   (Matteo, 4,4)

    L’ayatollah si è portato avanti e il Vangelo non lo legge più. D’altronde, il suo protagonista, Gesù, fondatore del cristianesimo, della Chiesa, e, implicitamente, di gran parte della civiltà nostra, “non è venuto sulla terra per costruire chiese ma per aiutare gli uomini indipendentemente dalla razza, dalla religione, dalla nazionalità.

     Soccorritore materiale o spirituale?                          

    L’avventura del povero cristiano qui si fa Via Crucis, giacché troppo grande è lo smarrimento che ci prende, fino a erodere la fede. L’uomo di Nazareth sarebbe una specie di coadiutore generale, un soccorritore materiale dell’umanità. Nogaro avrà insegnato per decenni ciò che Gesù rivelò con la massima chiarezza, di essere venuto per salvare il mondo nella prospettiva dell’eternità, e il suo regno non è di questo mondo (Giovanni, 18-36). Quanto alla costruzione di chiese, alla quale egli si oppone sdegnato, Gesù, il Salvatore, non l’aiutante, disse a Simone:

                            “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

                                                             (Matteo, 16,18).

                                          Il significato è innanzitutto spirituale,

              ma Pietro non fu incaricato di trasformare la chiesa nascente in qualcos’altro.

    Ma nulla pare importare a determinati ministri della Chiesa la sopravvivenza della fede. L’idea che profanare le nostre chiese trasformandole in moschee possa contribuire a salvare vite indica, oltre a un certo disordine mentale, quanto poco interessino gli ultimi arrivati.

     Ingegneria antropologica e attacco alla civiltà        

    Siamo ben oltre la “scelta antropologica”, che intronizzò l’uomo per mettere Dio in subordine, è superato anche il concetto di “cristiano anonimo” di Karl Rahner, secondo cui chiunque si può salvare anche senza la conoscenza di Cristo.

                               La nuova Chiesa (modernista e immigrazionista – Ndr)

                    così sceglie di essere parte del progetto di ingegneria antropologica

                                          tendente a un mondo unico globalizzato,

                           la sua causa coincide non con quella dei dannati della terra,

                                ma con gli interessi sporchi di chi dirige le migrazioni

                                   allo scopo di distruggere le civiltà più strutturate,

                        disponendo nel contempo di una massa critica di esseri umani

                              da sfruttare sui mercati, quelli legali e quelli più immondi.

    Inoltre, parte di essa è attraversata da una pulsione autodistruttiva dai mille aspetti, uno dei quali ci sembra prevalente, la mancanza di fede nella missione di salvezza indicata da chi per duemila anni è stato considerato figlio di Dio. Evidentemente, Gesù è per i chierici neomodernisti un potente guaritore, un profeta, un modello di uomo, un rivoluzionario o un agitatore sociale, ma non il Salvatore. Nogaro lo spiega chiaramente: è il grande aiutante, il Soccorritore massimo dell’umanità, disinteressato ai templi, da riconvertire in moschee. I nuovi predicatori saranno i muezzin, la domenica verrà sostituita dal venerdì, la parola di Dio sarà il Corano. Gesù sarà onorato come profeta insieme con sua madre Maria, sempre meglio che un generico ausiliario dell’umanità. Spaventa, anzi fa orrore, l’allegria con cui corrono verso la dissoluzione, l’ottimismo stolto con cui gettano a mare venti secoli, i principi che Gesù ha predicato e la civiltà che li ha accolti, diffusi, posti a base della propria visione del mondo.

     Difendi, conserva, prega!                                              

    Talvolta proviamo invidia per chi, non credente, indifferente o agnostico, non soffre per quello che vede. Nella città degli uomini, abbiamo il diritto, il dovere di difendere la nostra nazione, i principi ricevuti, l’identità che vogliamo trasmettere ai nostri figli e, vivaddio, anche le chiese dove duemila anni di gente nostra hanno ricevuto i sacramenti e sono stati condotti alla sepoltura nella speranza del Salvatore.

                                 Se molti uomini di Chiesa sono diventati nemici

    delle nostre ragioni, dei nostri sentimenti, dei nostri principi, tanto peggio per loro.

             Non li seguiremo; terremo in piedi questa nazione, questo continente,

                                                       anche contro di loro.

    In una lirica estrema in lingua friulana, marilenghe, madrelingua di Raffaele Nogaro, perfino un Pier Paolo Pasolini esortò Fedro, il giovane cui si rivolgeva, a tre imperativi: difendi, conserva, prega. Conserveremo le chiese di cui non importa ai ministri di culto. Ne va di noi stessi, non finisce l’avventura dei poveri cristiani.

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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  • Djokovic: Re di Wimbledon con il crocifisso al collo

    Djokovic: Re di Wimbledon con il crocifisso al collo

    Lunedì, 16 luglio / 2018

     di Sergio Basile – 

     Redazione Quieuropa, Novak Djokovic, Wimbledon,  Serbia,  crocefisso, Bombardamenti NATO       

    Djokovic: Re di Wimbledon con il crocifisso al collo  

    Storia di grande sofferenza e risurrezione di un credente

     

    di Sergio Basile

    Djokovic re di Wimbledon con il crocifisso al collo

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Re di Wimbledon con il crocifisso al collo           

    Londra – di Sergio Basile Novak Djokovic è tornato! Dopo due anni di infortuni e sconfitte ha espugnato Wimbledon, il tempio mondiale del tennis. Il serbo ha vinto il torneo più prestigioso del Grande Slam per la quarta volta in carriera, portandosi a una sola lunghezza da Borg (5 vittorie consecutive); a quattro da re Roger Federer (8 vittorie). E' questo il verdetto della 132esima edizione dei Championships, sancito dopo un match dominato da Nole in due ore e 19 minuti (6-2 6-2 7-6). Il sudafricano Kevin Anderson, il co-finalista sconfitto, reduce da due estenuanti incontri contro Federer e Isner, dal canto suo è parso non al top della condizione; d'altra parte lo stesso Djokovic era stato costretto ad una durissima prova contro il coriaceo Rafa Nadal e ad un recupero forzato (per sospensione del match di venerdì sera) fissato a sole poche ore dalla finale, chiudendo l'ardua pratica al 5° set (10-8). Ma la notizia del giorno, più che la vittoria in sé dello sportivo Novak Djokovic è la resurrezione di un uomo dalla carriera gloriosa ma che in molti davano ormai per spacciato, non più all'altezza dei palcoscenici internazionali del grande tennis, dopo le ultime dolorose prove di un biennio da dimenticare.

                                 "Oggi è facile parlare degli ultimi due anni.

                  Quello che ho imparato è che devo sempre credere in me stesso,

                                            nel processo che si sta seguendo.

               Non sono stati anni facili, ho dovuto affrontare un brutto infortunio

                                                 e un'operazione chirurgica.

          In tanti momenti ho dubitato, non sapevo se sarei tornato a questi livelli.

         E' bello esserci riuscito qui (…) Questo stadio è un posto sacro per il tennis.

                              Ho avuto il privilegio di giocare cinque finali qui,

                        ma questa – con mio figlio che mi guarda dalla tribuna –

                                      mi rende particolarmente orgoglioso".

                                                    ( Novak Djokovic )

     Un serbatoio inesauribile                                         

    Certo Novak, dopo i gravi episodi che hanno condizionato gli ultimi anni della sua vita e del suo percorso sportivo, avrà trovato energie misteriose anche e soprattutto attingendo a quell'inesauribile serbatorio di valori umani, morali e religiosi che fanno la differenza nei momenti difficili di un uomo; nei travagli dell'anima che ha la tenacia di perseguirli e difenderli fino in fondo, contro ogni conformismo e prova. Di recente era stato lo stesso campione a rivelarlo: intervistato da Matthew Syed per The Times Magazine, aveva svelato il segreto della sua ripresa dai momenti bui e della sua forza: una vita regolare, allenamento serio, una dieta rigorosa e la fede in Dio. Il serbo ha raccontato della sua dura infanzia sotto i bombardameti, della maturazione come tennista e della paternità, dimostrado – lavoro a parte – una consapevolezza piena su questioni determinanti per la vita di un uomo, specie in tempi come quelli attuali di mistificazioni, falsi idoli e caos morale. La fede in Gesù Cristo, dunque, nei momenti di prova e gioia, è stato il faro di orientamento perenne che ha accompagnato la sua esistenza, dagli orrori della guerra agli infortuni, dal matrimonio con Jelena alla nascita dei suoi figli Stefan e Tara.

                “Sono sopravvissuto a una guerra.. sono diventato padre..

                         Credo in Dio… Porto sempre un crocifisso al collo!

                                                  Quanto alla politica..

                              destra e sinistra sono categorie superate,

                che rappresentano un vecchio modo di guardare alle cose”.

                                                  ( Novak Djokovic )

     "Pensavo di morire!"                                              

    La croce per il cristiano è ragione di sofferenza e di resurrezione, e il "ragazzo Novak", non ha avuto per nulla un'infanzia facile: ha vissuto sulla propria pelle la tragedia dell'ex-Yugoslavia e dei bombardamenti della NATO. Da bambino, passò 78 notti in un rifugio, mentre le bombe esplodevano tutt’attorno. Nell'intervista al The Times Magazine ha raccontato, in particolare, quando un F-117 volò sopra di lui, per colpire un obiettivo militare poco distante.

                                    In quell'istante pensò di morire.

    Dalla tragedia, non solo Nole, ma anche la Serbia sono diventati più forti e disillusi, comprendendo l'importanza della famiglia e della difesa dei sacri valori di sempre: valori sintetizzati in un gesto semplice ma significativo, in una croce appesa al collo.

      Un gesto semplice e rivoluzionario                     

                     E' questo il segreto più intimo del suo successo:

          oltre al formidabile sostegno della famiglia e della sua Jelena,

              quel crocifisso al collo che Novak porta sempre con se,

                   anche sui campi da gioco, tra un servizio e l'altro,

               tra un rovescio in back e un potente dritto lungolinea.

    Allora la storia del riscatto di un uomo (del tennista con la risposta più potente del circuito) assume un senso tutto particolare che eleva lo spirito, anche in un mondo apparentemente dorato, illusorio e "sospeso" come quello dello sport d'élite: dalla sofferenza si può rinascere con l'arma dello spirito! Anzi si può risorgere! Grazie Novak per avercelo ricordato con semplicità e bentornato!

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    Roma – di Roberto Pecchioli Il settore economico di massa in cui più è evidente la pervasività del mercato e più avanzata la mondializzazione è forse lo sport professionistico. Non è azzardato affermare che è un’avanguardia della globalizzazione, un vero e proprio outlet grande quanto il mondo, nel quale l’aspetto meno rilevante è il risultato sportivo. Esso importa soltanto ai clienti finali, gli appassionati e i tifosi, il cui unico compito è aprire il portafogli per acquistare a carissimo prezzo il materiale d’affezione, sciarpe, magliette e simili, il diritto di assistere – prevalentemente attraverso la televisione – alle manifestazioni sportive e naturalmente ogni altra merce di consumo griffata con il marchio della squadra del cuore o del campione del momento. La trasformazione del calcio è la prova di quanto asserito, la cui evidenza si manifesta nelle competizioni internazionali e, in ambito italiano, con il trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus, che la stampa specializzata ha battezzato, con scarsa fantasia, il colpo del secolo. Chi scrive è un tifoso pentito, frequentatore dall’infanzia dello stadio genovese di Marassi, sponda Sampdoria. Confessiamo un colpevole disinteresse per i mondiali di Russia, dovuto in piccola misura all’assenza della nazionale italiana, ma in larga parte al fastidio invincibile per un sistema che ha reso lo sport un’industria tra le tante, sfruttando l’ingenuità degli appassionati. Le squadre professionistiche sono società per azioni, alcune sono quotate in Borsa, unica legge è il profitto.

     Mercanti globali                                                         

    Anche in Italia, come è già capitato in Inghilterra e altrove, la titolarità dei club non solo non è nelle mani di azionisti connazionali, ma appartiene a fondi internazionali, entità finanziare, strane cordate di investitori dei cinque continenti. Gli stessi calciatori, a cui i tifosi si affezionavano fino a identificarli nella squadra (Rivera e il Milan, Totti e la Roma) sembrano attori di compagnie di giro. Oggi recitano a Buenos Aires, la settimana prossima, fuso orario permettendo, si esibiranno a Milano, poi a Tokyo o Shanghai. Sfidiamo i tifosi di una qualunque delle squadre di serie A, ma anche di B e persino C, a ricordare la formazione dell’anno precedente: il mercato è sempre aperto, calciatori di cento nazionalità si trasferiscono da un lato all’altro del mondo a velocità sorprendente. Ragazzini, specie africani, vengono imbarcati a frotte per essere inseriti nelle formazioni giovanili con il miraggio di una carriera da professionisti.

     Nel giro calcistico                                                       

    Un esercito di procuratori sportivi, agenti, mediatori, faccendieri, consulenti di ogni risma, sedicenti scopritori di talenti, si muovono nell’ambiente, decisi a prendere per sé una fetta della torta. Il trasferimento di Ronaldo alla Juventus è costato oltre cento milioni che andranno al Real Madrid, titolare del cartellino del campione portoghese, ma quanto altro denaro sarà andato a pubblicitari, fiscalisti, legali? E quanta parte delle somme di ogni operazione legata al calcio sfugge al fisco, tra pagamenti estero su estero, società schermo, fantasiose fatturazioni di servizi? In più, è relativamente semplice “aggiustare” i bilanci lavorando su plusvalenze e minusvalenze, attribuendo ai calciatori un valore esagerato o inferiore al reale. Attualmente, sono sotto processo sportivo il Chievo Verona e il Cesena, accusati di aver organizzato un sistema di compravendite reciproche a somme gonfiate per sistemare i bilanci, superare i controlli della federazione ed essere ammesse ai campionati. Il sistema pare collaudato. Nel frattempo un’altra società, il Foggia, è stata condannata a una pesante penalizzazione per aver effettuato pagamenti in nero, con l’aggravante, secondo l’accusa, che si tratterebbe di denaro proveniente da attività illecite. Nel giro calcistico si muovono torme di personaggi di assai dubbia correttezza. I fallimenti, negli ultimi venti anni, hanno coinvolto moltissime società grandi e piccole, senza risparmiare corazzate come la Fiorentina, il Napoli e più recentemente il Parma, già coinvolto nella bufera Parmalat.

     Mani straniere                                                             

    Il Cesena è nel mirino dell’Agenzia delle Entrate per un debito fiscale di 40 milioni di euro (ottanta miliardi delle vecchie lire), mentre la Roma, anni fa, travolta da debiti che misero in grave difficoltà la famiglia proprietaria, i Sensi, finì alle banche creditrici e poi a investitori americani. La Lazio ha ottenuto da tempo una lunghissima rateazione del proprio debito fiscale. Il caso del Milan è impressionante: dopo la trentennale gestione Berlusconi, la proprietà è in mani cinesi, così poco sicure da essersi indebitate con il fondo speculativo Elliott, divenuto padrone della prestigiosa società rossonera, di cui probabilmente non sa che farsene, nella quale dovrà investire denaro per non perdere somme enormi e poter rivendere la squadra che fu dei Rizzoli e del Cavaliere. L’Inter, l’altra grande milanese, ha visto gettare la spugna la famiglia Moratti, la quale, almeno, ha ceduto la Beneamata a cinesi di maggiore solidità economica. Tra le squadre della serie A, anche il Bologna è di proprietà americana, come il Venezia in B, mentre, a livelli più bassi, variopinti personaggi provenienti da ogni dove possiedono società di antica tradizione, tipo la Reggiana in crisi grave, mentre la provincia calcistica pullula di strani personaggi il cui ruolo si risolve in genere nel farsi gli affari propri.

     Il caso Ronaldo                                                             

    Significativo è il caso Ronaldo. L’asso portoghese ha lasciato il Real Madrid e la Spagna probabilmente per il pesante contenzioso con il fisco spagnolo, a cui ha dovuto corrispondere oltre venti milioni di imposte non pagate. Lo strapotere della Juventus (Fiat) consentirà ai bianconeri altre vittorie nel campionato in assenza di concorrenti, ma, paradossalmente, i primi a fregarsi le mani sembrano proprio gli avversari. Il patron del Napoli De Laurentiis chiede di rinegoziare il valore commerciale dei diritti televisivi del nostro campionato, fissato per la prossima stagione attorno al miliardo di euro, giacché la presenza di Ronaldo rende più appetibile la Serie A sul mercato globale. Nella divisione della torta la parte del leone la fanno le società dotate del maggiore bacino di utenza, dunque, oltre allo stesso Napoli, la Roma e ai colossi del nord, Juve, Inter e Milan.

     Società piccole sempre più povere                            

    I ricchi del calcio, dunque, come nella società del mercato globale, diventano sempre più ricchi, gli altri possono fallire, oppure si arrangino divenendo satelliti delle grandi. Già esistono casi di doppia proprietà da parte degli stessi azionisti (la Salernitana è del laziale Lotito), alcuni presidenti cambiano società con disinvoltura (Zamparini, Spinelli).  Novità assoluta è il trasbordo del Bassano (serie C) nel capoluogo, per raccogliere il nome del Vicenza acquisito dal gruppo Diesel. Tra gli sponsor del calcio figurano le maggiori imprese di scommesse sportive, fino al recentissimo divieto imposto da Di Maio con grande scandalo degli adoratori del mercato. L’ombra delle scommesse è pesante, ha già infangato calciatori, faccendieri e qualche società. Poco vale invocare la distinzione tra mercato legale e criminale, poiché prosperano entrambi, con il sospetto di manipolazione malavitosa di alcuni risultati del campo. I tifosi, ovvero i clienti, contano poco o nulla. I più fedeli sono costretti alla schedatura attraverso la tessera del tifoso, che peraltro è anche una carta di credito per comprare prodotti di ogni tipo nei circuiti commerciali; vengono sottoposti a perquisizione all’entrata degli stadi, accedere ai quali è un percorso a ostacoli: camminamenti, cancelli, sbarre, tornelli. Il risultato è tribune sempre meno affollate, anche per gli orari delle partite determinati dalla televisione, oltreché per assurdi divieti di assistere agli incontri a carico dell’intera cittadinanza. Per limitarci alla realtà genovese, in certe occasioni vige il divieto di vendita dei biglietti fuori provincia, con il risultato di impedire la presenza di tanti tifosi di Genoa e Sampdoria residenti nelle zone vicine. Ciò senza aver debellato il fenomeno della violenza, i cui protagonisti sono ben conosciuti in ogni tifoseria. Ciò che si persegue è ridurre il calcio a spettacolo televisivo di vertice, poiché Catanzaro-Matera ovviamente non verrà trasmesso. I tifosi scelgono sempre più di assistere da casa alle partite delle grandi, mettendo in crisi irreversibile le piccole e medie società professionistiche, legate agli incassi del botteghino. Ma è il mercato, bellezza, e pazienza se i fallimenti fioccano (gli ultimi hanno riguardato club di città ricche e importanti come Modena e Vicenza) e nessuno è interessato a finanziare il movimento giovanile per formare calciatori italiani. Nulla di strano, al di là delle responsabilità di federazione e selezionatore, se l’Italia non ha partecipato al campionato mondiale e se, guarda caso, diversi calciatori della rivelazione Croazia giocano da noi.

     L'effetto Ronaldo                                                           

    Intanto, l’effetto Ronaldo si sta sentendo sui media “social”. Nel mondo in poche ore sono aumentati di un milione i seguaci (follower) della Juventus. Maglie, gadget e gli altri oggetti – dai profumi alla ciabatte – legati all’immagine di Ronaldo andranno a ruba appena disponibili. Il mercato vince sempre e, diciamolo, imbroglia sempre poiché milioni di persone sono disponibili all’inganno. Tenuto conto delle somme da capogiro che vanno agli sportivi di vertice e del giro delle sponsorizzazioni, quali sono i profitti reali delle multinazionali che dominano il mercato? E qual è il costo industriale dei prodotti, visto l’elevatissimo valore di scambio? Un breve giro nei negozi specializzati desta scandalo in chi non è tifoso, o non ha gli occhi foderati di prosciutto. In tutto questo, poca importanza ha il risultato sportivo. Vincerà il più ricco; la competizione, impossibile in Italia, Francia, Germania, Spagna, resta a livello continentale, limitata a una decina di grandi società. Il fenomeno dell’Ajax Amsterdam di Cruijff è oggi irripetibile. Gli stessi Milan e Inter non reggono il massimo livello. Potremmo senz’altro indicare il nome delle finaliste della prossima coppa dei campioni (che in Italia chiamiamo Champions League) in una rosa di non più di cinque- sei grandi club. Il gigantismo del mercato industriale globalizzato si è trasferito nello sport, espellendo i meno grandi. I ricavi di pochi colossi costituiscono il grosso del volume d’affari totale. Stupisce davvero che tanti appassionati si ostinino a sperare nel successo delle loro squadre, estranee al giro che conta, ma ancora più colpisce il tifo di massa per le corazzate. A noi resta ben difficile appassionarci a un marchio industriale i cui fatturati dipendono dalla nostra stessa dabbenaggine, gioire per una rete del top player rivista da mille posizioni in TV, correre a comprare la maglietta fabbricata da poveracci per quattro soldi e rivenduta con ricarichi mostruosi e royalties messe al sicuro in qualche angolo di mondo presso società create alla bisogna. Tutt’al più possiamo scegliere se essere clienti di un affare simile all’amo e alla lenza di una pesca miracolosa (per loro).

     Saremo nostalgici ma…                                                 

    Saremo nostalgici, ma rimpiangiamo vecchi signori come l’avvocato Prisco, Paolo Mantovani che portò lo scudetto e la finale di Coppa Campioni alla Sampdoria, Costantino Rozzi che trascinò l’Ascoli in serie A, nomi del tutto sconosciuti ai tifosi di oggi. Rivorremmo allenatori come il povero Emiliano Mondonico e la sedia scagliata al cielo contro il destino avverso al suo Torino, o Nereo Rocco, il paron triestino che, sulla panchina del coriaceo Padova, all’augurio di un giornalista “vinca il migliore” rispose “speremo de no “. Era l’essenza, il fascino magico del calcio che potesse vincere, o almeno pareggiare il più scarso. Non è più possibile: i grandi hanno eliminato il rischio d’impresa. Hanno trenta calciatori a disposizione, sostituzioni a volontà, sono dieci, cento volte più ricchi degli altri, incassano per la loro partita cifre enormemente superiori all’avversario di turno. La concorrenza è pressoché finita, come negli altri monopoli o cartelli. Le finali di competizioni nazionali e internazionali si tengono nei luoghi più impensati, poiché chi paga i suonatori decide la musica e il teatro. Se lo facciano per conto proprio il loro campionato, nazionale, continentale, mondiale. Giochino contro se stessi, Real Madrid o Juventus A contro Real Madrid o Juventus B. Lascino a noi il vecchio sport del pallone, viva il parroco, l’arbitro cornuto senza la Var (la macchinetta che giudica sul campo i casi dubbi), i tifosi senza tessera, la domenica sera da incavolati neri dopo una sconfitta. Abbasso l’Outlet Globale del Calcio, il mercato misura di tutte le cose anche nel pallone, abbasso le trasferte vietate e le partite a tutte le ore. Il calcio moderno è la mecca degli straricchi: noi che c’entriamo?

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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    La moneta, il contadino, il mercante e il debito

    Giovedì, 12 luglio / 2018

    – di Nicola Arena, Sete di Giustizia  

     Redazione Quieuropa, Auriti, Nicola Arena, moneta-debito, contadino, Convenzione, risorse  

    La moneta, il contadino, il mercante e il debito

    Moneta-debito: un antico meccanismo di schiavitù che

    annulla la ricchezza, svilendo il lavoro umano

     

    di Nicola Arena / Sete di Giustizia

    LA MONETA, IL CONTADINO, IL MERCANTE, IL DEBITO

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Il contadino e il debito                                             

    Roma – di Nicola Arena / Sete di Giustizia Immaginiamo di avere un orto di medie dimensioni. A inizio stagione bisogna zappare la terra, concimarla, poi togliere le erbacce, comprare le piantine varie, fare i solchi, piantarle e innaffiarle ogni giorno, curarle dagli insetti con corretti prodotti disinfestanti, poi man mano piantare delle canne di sostegno e fare le continue legature per far crescere le piante in verticale. Col passare dei giorni si vedono apparire i primi minuscoli fiori e poi i frutti, che man mano crescono e cambiano di colore. Quando i frutti sono maturi, occorrono varie ore di lavoro per la raccolta, mezzi per il trasporto per raggiungere il mercato e infine accordi diretti con gli acquirenti per un guadagno congruo a compensare tutte le energie spese per ottenere i prodotti finiti. Una volta che l’accordo di compravendita è stato eseguito, il coltivatore riceve la somma pattuita. Come in un fermo immagine temporale, più sotto riprendiamo l’argomento dal punto in cui il coltivatore riceve il denaro. I fatti sopra riportati, dimostrano una realtà lavorativa che include una molteplicità di eventi sociali ed economici. Il lavoro coinvolge le menti, i giudizi di valore si susseguono nel tempo, dando origine a manifestazioni di entusiasmo o delusioni dovute a fattori propri o esterni alla nostra persona. Gli insuccessi provocano malessere e ovviamente i piccoli successi quotidiani accendono il sorriso, come veder nascere i frutti dalla terra grazie al proprio impegno fisico e mentale organizzativo.

     Approvvigionamento di risorse convenzionali    

    In una nazione come l’Italia, abitata da circa sessanta milioni di persone, i vari cicli produttivi, nei più svariati settori lavorativi, coinvolgono le persone in fasi interconnesse fra loro, generando un silente e apparentemente nascosto sistema lavorativo complesso. Le finalità di questo sciamare d’idee, forze fisiche e mentali, spostamenti di uomini e mezzi, attività logistiche, ricreative, istruttive, mediche ecc., sono perseguibili e attuabili grazie ad un accumulo di valore umano attraverso un mezzo convenzionalmente creato, come un’anfora che si riempie di acqua da usare ogni qualvolta l’uomo ha bisogno di bere.

                       Un approvvigionamento di risorse umane convenzionali

                                   da rendere disponibili in ogni momento

             è fondamentale per garantire all’uomo il diritto a una vita dignitosa.

    Questo mezzo convenzionale si chiama denaro, esso non cresce negli orti, non si semina e non si costruisce nemmeno con le stampanti, il denaro è un’invenzione umana che permette di incorporare un valore di energia umana. Come l’anfora contiene l’acqua utile per la vita, come la batteria contiene una carica elettrica per essere impiegata all’occorrenza, anche

                        il denaro è un contenitore di valore convenzionale.

     Il valore convenzionale                                              

    Per costruire il "valore convenzionale" occorre solo un accordo fra le parti; ciò non comporta alcun lavoro fisico ma solo la “fatica” di mettersi d’accordo ad accettare un simbolo come valore vero. Notiamo perciò che la comunità degli uomini vivi con l’ausilio dei macchinari, inventati e costruiti dall’uomo, e con il proprio lavoro, produce tutti i beni presenti nel mondo grazie alla vita che la terra ci fornisce. Il mondo quindi è completo di tutto, non manca nulla. Tutta la ricchezza presente nel mondo è creata dalla Divina Provvidenza ed è co-prodotta e valorizzata dalle persone, che ne esaltano ancor più l'essenza. Come abbiamo scritto pocanzi, anche il valore convenzionale di tutta la moneta presente nel mondo è creato dalle persone che la accettano attraverso una convenzione.

     Un meccanismo perverso                                          

    Dopo queste premesse, possiamo riprendere il discorso dal momento in cui il contadino riceve il denaro dal mercante/banchiere. Ecco, a questo punto avviene un fatto straordinario, nella sua drammaticità e incongruenza: poniamo il caso che il mercante/banchiere presti al contadino la somma pattuita con un interesse del 5% annuo. Avete notato qualche anomalia in quest’ultimo passaggio? In un sistema così dove tutti i mercanti/banchieri sono autorizzati a prestare il denaro e che obbliga tutti i contadini a ricevere un debito pari al valore dei loro prodotti,

                             i mercanti che prestano denaro a interesse (e creato dal nulla)

                                                  possederanno sempre tutti i beni

                                       e i contadini saranno sempre tutti indebitati

                              senza alcuna possibilità di ripagare il debito contratto

    Purtroppo questo sistema assurdo e spietato si regge in piedi per mezzo di un meccanismo perverso, abilmente costruito nei secoli con l’astuzia e la menzogna più becera. La menzogna però, come tutte le forze del male, una volta smascherata e diffusa con la luce della verità, smette di sopravvivere, muore come un vampiro alle prime luci dell’alba. Noi questi raggi di verità in campo monetario li abbiamo appresi dallo scopritore del valore indotto della moneta, il professor Giacinto Auriti. Cerchiamo così di diffonderli e per farlo, come un prisma scompone gli spettri di luce, noi scomponiamo la moneta nei suoi elementi essenziali che sono: simbolo, materia e valore.

     Il valore della moneta lo crea chi l'accetta            

    Il valore della moneta non lo crea chi stampa i simboli ma chi li accetta. E per questo motivo che tutti i contadini e gli esseri umani della terra devono essere dichiarati proprietari e non debitori della loro moneta. Devono essere dichiarati proprietari e non debitori del valore dei loro prodotti. Una dimensione nuova di percezione ci attende, affiorerà sempre più dagli abissi dell’ignoranza indotta, una nuova era, quella del credito pubblico nascerà solo se sapremo liberarci da queste catene fatte di menzogne che ci tengono imprigionati in questo strano mondo che non ama la verità.

                      "Questa guerra fa parte della guerra millenaria tra usurai e contadini,

                              fra l’usurocrazia e chiunque fa una giornata di lavoro onesto

                                                   con le braccia o con l’intelletto».

                                                                   Ezra Pound

                               «Per questa affermazione Ezra Pound finì in manicomio»

                                                                 Giano Accame

                          Accusato di tradimento dagli americani nel luglio 1943,

             il poeta e scrittore Ezra Loomis Pound fu arrestato il 3 maggio del 1945.

            Successivamente fu condotto a Pisa presso il Disciplinary Training Center,

               e qui fu rinchiuso e umiliato per tre settimane in una gabbia per gorilla.

                                                                          Ndr

                          

    Nicola Arena (Copyright © 2018 Qui Europa)

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    Pasqua: il cuore del presupposto auritiano

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    Perchè Gesù Cristo è il Dio Vero – Riflessione del Prof. Giacinto Auriti

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    Chieti inaugura la “Scalinata Giacinto Auriti”: genio della teoria monetaria, padre della proprietà popolare della moneta

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    Domenica, 25 Settembre/ 2016    di Sergio Basile, Presidente "Sete di Giustizia"  Redazione Quieuropa, Scalinata Giacinto Auriti, Chieti, Sovranità dignità e Moneta, Moneta debito, sistema bancario, Sergio Basile, Giacinto Auriti, SIMEC, Brecciaio, Antonio Pimpini, Umberto Di Primio, Madonna di Fatima  Chieti inaugura la "Scalinata Giacinto Auriti":  genio della teoria monetaria, padre della proprietà popolare della moneta […]

    10 Ottobre – Un compleanno davvero particolare

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    Venerdì, Ottobre 10th/2015  – di Sergio Basile –  Direttore "Qui Europa", Presidente "Sete di Giustizia"  Redazione Quieuropa,  Sete di Giustizia, Sergio Basile, Giacinto Auriti, Un giorno particolare, un compleanno particolare, Lotta all'usura, Santa Vergine di Fatima, Il Prezzo della Libertà  Giacinto Auriti / 10 Ottobre, un giorno dal sapore particolare 10 Ottobre – Un compleanno davvero […]

    Sant’Eusanio dedica al Prof. Auriti la Piazza dinanzi la Chiesa della Madonna di Fatima

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    – di Gino Di Tizio – Redazione Quieuropa,  Giacinto Auriti, Gino Di Tizio, Sergio Basile, Madonna di Fatima, 13 Maggio, Sant'Eusanio del Sangro, Guardiagrele, Giacinto Auriti, Supplica alla Madonna di Fatima, Mamma Rosa, Filippo Auriti, Michela Auriti, Mamma Rosa, sogno, pranzo offerto, un sogno particolare  13 Maggio – Una piazza dedicata al Professor Giacinto Auriti Sant'Eusanio dedica al Prof. Auriti la […]

    Blockchain, un nome nuovo per attuare i vecchi paradigmi del Socialismo

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    Moneta elettronica: l’apoteosi del nulla, la perfetta moneta satanica

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  • Piano Kalergi, magliette rosse e immigrazionismo

    Piano Kalergi, magliette rosse e immigrazionismo

    Mercoledì, 11 luglio / 2018 

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio Basile,  Piano Kalergi, Piano Dulles, Kalergi, protesta, magliette rosse  

    Piano Kalergi, magliette rosse e immigrazionismo:

    i disegni occulti dei seguaci dell'europeismo

    Profilo dei delfini dell'europeismo e crimine della paneuropeizzazione

     

    di Sergio Basile

    Piano Kalergi, magliette rosse e immigrazionismo

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Magliettari rossi e finti profughi                            

    Roma, Bruxelles – di Sergio Basile Nei giorni scorsi l'esercito degli europeisti apolidi, dei radical-chic e catto-comunisti, tutti allegramente immigrazionisti per statuto e uniti all'unisono in un'orgia ideologica di raro squallore, hanno mandato in scena in numerose piazze italiane la protesta delle "magliette rosse", fingendo un commosso pietismo che, come vedremo, non ha nulla né di morale né di cristiano. Il tutto accompagnato dal solito festival di falsità, nel tentativo di far breccia sul buon cuore delle masse italiche ignoranti e ignave che, d'altro canto, sia pur per istinto, respingono in gran parte quest'idea malsana d'invasione coatta. Necessita pertanto rispondere per le rime, facendo un pò di chiarezza sui cosiddetti "profughi" e ribadendo ancora una volta che: non si tratta di donne e bambini in fuga; giungono in Italia dall'Africa grazie a ONG pirata battenti bandiere tra le più disparate e provenienti da mezz'Europa, violando le regole del diritto internazionale e portando avanti business miliardari; alimentano redditizi traffici umani coperti e sostenuti da organizzazioni mondialiste vicine a Soros & soci; non aiutano le sorti della nazione, né a livello sociale (non hanno la minima intenzione di integrarsi e rispettare le leggi e regole civili e religiose) né a livello economico, in quando la maggior parte degli immigrati (clandestini) oltre ad essere mantenuta con fondi pubblici, lavora anche in nero: quindi non è per nulla vero che gli invasori "ci pagano le pensioni". Anzi, è ormai acclarato che il 90% ed oltre di tali "profughi-immigrati" non sono tali, ma sono maschi adulti, in ottime condizioni di salute (non deperiti da fame, guerre o carestie) e giunti con il collaborazionismo della mafia europeista e catto-comunista con la precisa volontà di colonizzare l'Italia e minare le nostre radici cristiane. Ciò a discapito dei veri profughi siriani e dei cristiani africani (nigeriani, ecc..) vittime di quotidiane pulizie etniche, dei quali però non giunge alcuna lamentela o denuncia, né dall'ala massonica del Vaticano, né dai radical chic filo-europeisti. E che dire dell'eterno silenzio mediatico sulla segregazione sociale in Palestina ad opera d'Israele? Per il resto dobbiamo riconoscere che la sinistra (cosiddetta occidentale) ha ormai gettato la maschera, riesumando definitivamente i

                   fantasmi del marxismo più bieco che vedeva nell'ingegneria sociale,

    nella distruzione della famiglia e della società (incentrata sui valori cristiani tradizionali

                     e sulla difesa della patria, delle sovranità nazionali e del territorio)

                   un modello di progresso rivoluzionario da perseguire per garantire

                                il definitivo controllo da parte delle élite illuminate,

                             andando perfino oltre il concetto di stato e nazione:

           retaggi del passato da abolire a compimento della grande opera comunista,

                                       secondo le ammissioni dello stesso Marx.

     Don Ciotti & compagni                                                   

    La novità è che anche il catto-comunismo ha ormai gettato la maschera, facendo comprendere per contrasto quale sia davvero l'autentco volto della Chiesa di Cristo, contrapposta alla Chiesa dell'immigrazionismo e del caos organizzato. Don Luigi Ciotti, tra i magliettari rossi in prima fila nelle proteste degli ultimi giorni, l'uomo del 25 aprile, è di fatto l'incarnazione della neo-chiesa eretica e modernista, che strizza l'occhio al Nuovo Ordine Mondiale. Ciò premesso, la verità e che esistono due categorie di magliettari rossi: 1) la banda degli ignoranti cronici e buonisti a buon mercato, che disconoscono il fenomeno/piano che sta alla base della nuova tratta degli schiavi: il "Piano Kalergi" (il gruppo meno folto); 2) la banda dei criminali in mala fede: cioé coloro i quali non solo conoscono perfettamente il massonico e diabolico Piano Kalergi (di disintegrazione forzata delle culture nazionali e della religione cattolica, mediante un selvaggio melting pot razziale indotto) ma vi aderiscono subdolamente, nell'omertà, indossando la maglietta rossa dell'ipocrisia e del sangue che contribuiscono a spargere nel Mediterraneo. Sebbene negli ultimi 6 anni abbiamo dedicato all'argomento "Piano Kalergi" innumerevoli articoli, è bene tornarvi ancora e fornire nuovi dettagli storici, dal momento che la disinformazione in Italia ha raggiunto livelli imbarazzanti.

     Il Piano Kalergi                                                  

    Il Piano Kalergi, meglio conosciuto con il nome di progetto Pan-europeo, trova genesi nel 1922 su interesse del filo-sionista e massone-cosmopolita Coudenhove-Kalergi, profeta del Nuovo Ordine Mondiale e, nel caso specifico, di un Nuovo Ordine Europeo, da edificare attraverso la nascita di un'Unione europea – filo-massonica e rosacrociana – sulle ceneri degli stati nazionali, devirilizzati da un fitto programma di graduale confisca di tutte le sovranità: consessi mondialisti come Trilaterale e Bilderberg sono i diretti eredi della Paneuropa. Kalergi non fece altro che ampliare e dare un carattere programmatico alle antiche teorie paneuropee di Comenius, Saint-Yves d’Alveydre, Kant, Hugo, Mazzini e Nietzsche: tra i padri "nobili" dell'europeismo contemporaneo. Nel 1922 iniziò a farsi largo in tutta la stampa di regime, vicina alla causa mondialista, il "provvidenziale" tema dell'impellente bisogno di unificazione politica ed economica degli Stati europei come rimedio agli "errori" del conflitto mondiale appena concluso, definito da Kalergi come “una guerra civile europea”.

                           In realtà le guerre mondiali furono pianificate e fomentate

                              da questi stessi personaggi, per destabilizzare l'Europa,

    come testimonia l'alto ufficiale dei Romanov, Cherep Spiridovich nel suo monumentale libro, "The Secret World Government" or The Hidden Hand (1).

    (1) La Mano Nascosta e il Governo Segreto del Mondo: La guerra è uno sterminio di massa pianificato

     Kalergi e i banchieri del disordine mondiale  

    Nel 1923 Kalergi pubblicò il libro-manifesto del credo europeista, "Pan-Europa". Egli, ovviamente, era in ottimi rapporti con l'alta finanza ed in particolare con le famiglie dei banchieri giudeo-sionisti Rothschild, Warburg e Schiff, grandi architetti del nuovo (dis)ordine mondiale: in merito va ricordato come Jakob Schiff sia stato il  co-finanziatore della rivoluzione russa, nonché socio in affari di Max Warburg (1867-1946), colui il quale per primo finanziò il progetto, mettendo a disposizione del Movimento Paneuropeo ben 60 mila marchi.

                                                   E' interessante ricordare come

                           il banchiere Max Warburg, che contribuì alla nascita dell'Ue

                                                appartenesse alla stessa famiglia

                    che promosse la nascita del criminale cartello della Fed negli Usa: 

                    Paul Warburg (suo fratello minore) infatti fu l'uomo che riformò

                     il sistema finanziario degli Stati Uniti con il Federal Reserve Act,

                        elaborato in una storica riunione di banchieri internazionali

                                               a Jekyl Island (Georgia) nel 1910.

    Progressivamente il progetto paneuropeo poté contare sull'appoggio di politici ed intellettuali apparentemente di estrazione politico-ideologica diversa, ma invero tutti massoni e filo-sionisti. Di seguito cercheremo di tracciare i profili dei personaggi chiave del puzzle europeista, cioé di coloro i quali in nome dell’asservimento ai poteri economici e politici anglo-americani, del nazi-comunismo massonico e della causa del "Grande Israele", hanno tradito l’Europa cristiana, utilizzando la dialettica hegeliana e gli specchietti per le allodole dei "Premi Nobel", come potente anestetico delle coscienze e macchina di mistificazione della realtà e della storia. Ecco alcuni dei nomi più influenti nella realizzazione dell'agenda di Kalergi.

    Piano Kalergi, magliette rosse e immigrazionismo

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Profilo dei delfini e progenitori dell'europeismo 

    Hjalmar Schacht (vedi copertina: nella prima foto piccola in basso, da destra, in compagnia di Hitler): economista, dal 1908 al 1915 amministratore della Dresdner Bank, responsabile economico della Repubblica di Weimar (1923); dal 1924 presidente della Reichsbank (la banca centrale tedesca), ministro dell'economia della Germania nazista dal 1934 al 1937 e fraterno amico del banchiere americano J.P.Morgan e del Presidente degli U.S.A Theodore Roosevelt (26º presidente degli Stati Uniti e Premio Nobel per la pace). Schacht era – ovviamente – un massone, iniziato nella Loggia di Berlino Urania zur Unsterblichkeit e poi membro della Gran Loggia di Prussia. Egli rappresentava

                                                         l'anello di congiunzione

                                    tra l'alta Finanza di Wall Street e Adolph Hitler.

    Schacht fu artefice di una serie di misure che ridussero l'inflazione e stabilizzarono il marco tedesco:

                         il quel momento storico c'era bisogno di una Germania forte

                       per affrontare una guerra già programmata dalle élite occulte.

    Aleksandr Fëdorovič Kerenskij: primo capo del governo bolscevivo russo filo-rivoluzionario nato su impulso dei banchieri internazionalisti più influenti dell'epoca; Joseph Retinger, fondatore del gruppo Bilderberg; Jean Monnet, fondatore del Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa, rete d’influenza che superava le strutture nazionali, garantendo il carrierismo nella Cee. Facevano parte del Comitato numerosi membri della Commissione Trilaterale e soloni della politica europeista degli anni Sessanta e Settanta come Helmut Schmidt, Willy Brandt e Giscard D’Estaing; tra di essi anche gli italiani Ugo La Malfa, Malagodi, Saragat, Malfatti, Matteotti, Fanfani, Nitti, Nenni e Spadolini (Rosa-croce iniziato presso la loggia di Marsiglia e allievo di Jules Boucher (1902-1955) uno dei massimi esperti di esoterismo e discepolo del celebre alchimista Fulcanelli) (2).

    (2) Cfr.: Fabio Filippetti, Alla scoperta dei segreti perduti delle Marche

     I padri dell'Ue: filo-sionisti e cattolici di facciata     

    Konrad Adenauer (sindaco di Colonia) e Alcide De Gasperi (traditore dell'autodeterminazione dei tirolesi del Sud), entrambi membri dell’Opus Dei, cattolici di facciata ma di fatto convertiti alla causa sionista. Stesso travestimento "cattolico" per Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, che aiutò Kalergi a confiscare ai popoli europei le rispettive produzioni di acciaio, ferro e carbone, trasferendone la gestione ad un livello  sovranazionale, con la CECA (Comunità Economica Carbone e Acciaio). Utile anche Paul Valery, scrittore e filosofo massone francese, autore dell'inno massonico "Cantique des colonnes". Altro pezzo da Novanta dell'europeismo fu Sean MacBride, politico irlandese Premio Nobel per la Pace nel 1974 e fondatore di Amnesty International in data 28 maggio 1861: giorno scelto in quanto cadeva la festa della SS. Trinità, al fine di conferire all'organizzazione un contro-significato laico, in puro stile massonico. Sean Mac Bride era allora alto dignitario del famigerato OTO (Ordo Templi Orientis), società esoterica dedita alla magia sessuale e che sembra rivendicare una filiazione diretta con gli Illuminati di Baviera. Egli fu tra i principali fautori dell'adesione dell'Irlanda alla NATO ed ebbe un ruolo centrale anche della fondazione delle Nazioni Unite e del Consiglio d'Europa.

     Da Mussolini a Butler                                                      

    Nella lista anche Benito Mussolini, simpatizzante del Movimento Paneuropeo di Kalergi, William Stead, membro fondatore della Round Table britannica e membro della Fabian Society, Bernard Baruchfinanziere aschenazita membro della Pilgrim's Society (la società dei pellegrini) e del CFR – e Nicholas Murray Butler: filosofo, diplomatico, politico e pedagogista statunitense, vincitore, insieme a Jane Addams, del premio Nobel per la Pace nel 1931. Butler fu capo del British Israel (movimento sionista di punta dell'anglo-israelismo massonico) del CFR, della Round Table e membro della Pilgrim's Society. Kalergi considerava il potente Butler come uno dei suoi migliori amici e tra i suoi protettori più attivi. Butler fu anche presidente dell’Università di Columbia e della Carnegie Endwment for International Peace. Egli senza mezzi termini all'Hotel Astor di New York nel 1937 dichiarò:

                 «Il comunismo è lo strumento con cui si abbatteranno i governi nazionali

                in favore di un Governo Mondiale, di una polizia e di una moneta mondiali».

                                                          Nicholas Murray Butler

      Da Freud ad Einstein, passando per Keynes              

    Importante alla diffusione del morbo ideologico del paneuropeismo fu anche l'attivismo di personaggi del calibro del conte Carlo Sforza (membro del Comitato del centro Europeo della Fondazione Carnegie), di Thomas Mann (scrittore e saggista tedesco – nonché pederasta – Premio Nobel nel 1929), Karl Haushofer (teorico dello spazio vitale – Lebensraum – del nazismo e membro dell'OTO), Stefan Zweig (scrittore e poeta ebreo-austriaco naturalizzato britannico), Rainer Maria Rilke (scrittore e poeta austriaco), Edvard Benes (politico cecoslovacco massone, iniziato nel 1927, utile alla transizione del suo paese dall'Impero Asburgico al Blocco Sovietico), Sigmund Freud (fondatore della falsa scienza chiamata psicanalisi e membro della loggia giudeo-massonica B'nai B'rith), Albert Einstein (il più famoso fisico del XX secolo, designato alla candidatura alla presidenza dello stato d'Israele alla morte di Chaim Weizmann e aderente all'Organizzazione Sionistica Mondiale), John Maynard Keynes (economista padre del Welfare State e autore di opere preconizzanti la nascita di un Nuovo Ordine Mondiale, fondato proprio sulla dottrina socialista), Tomas Masaryk (filosofo e politico, fondatore e primo presidente della Cecoslovacchia) Ignaz Seipel (cancelliere austriaco) e Aristide Briand (ministro degli Esteri francese).

     L'incubatrice del progetto Ue                                         

    Il primo congresso paneuropeo fu convocato il 3 ottobre 1926 a Vienna. Successivamente Aristide Briand, in data 5 settembre 1929, propose alla Società delle Nazioni la creazione di una Federazione degli Stati Europei. Secondo i paneuropeisti negli anni Trenta Kalergi mise in guardia contro il "pericolo" dei regimi totalitari di Hitler e Stalin: questa presa di posizione, a loro dire, sarebbe stata pagata da Paneuropa a caro prezzo,  con la messa al bando in tutta la Germania del movimento kalergiano, dopo che Hitler ebbe preso il potere. Ma a ben vedere questa ricostruzione storica ha tanto i contorni di uno specchietto per le allodole, di una storiella enfatizzata ad arte per

                               sviare le piste del collaborazionismo trasversalista

    che di fatto interessò tutti i principali potentati e governi impegnati nelle guerre mondiali,

                                 da Mosca e Berlino, da Londra a Washington.
     

     Dal Piano Kalergi al Piano Dulles                                   

    Infatti, come visto, tra gli aderenti al Piano Kalergi vi furono, ad esempio, anche Schatch (ministro nazista di Hitler) e Kerenskij (capo del primo governo comunista), ma anche Curchill (massone di alto rango e primo ministro inglese) e Allen Welsh Dulles (massone e primo capo della CIA). Da questa ricostruzione storica che supera le divisioni geopolitiche e ideologiche di facciata, delineando chiaramente i contorni di un innegabile complotto mondialista, emerge dunque una continuità e convergenza netta anche tra l'opera coloniale europea di Kalergi e il piano coloniale di Dulles, esecutore materiale del piano di sovversione culturale e dei costumi nel Bel Paese (3): humus ideale sia all'avvento della rivoluzione comunista del Sessantotto che al correlato europeismo.

    (3) Il Piano Dulles, la P2, Berlusconi e il ’68

     Genesi occulta del Parlamento europeo                         

    Dopo la Seconda Guerra Mondiale, precisamente nel 1947, venne convocato in Svizzera, a Gstaad, il  primo Congresso dell'Unione Parlamentare Europea che sfociò nella nascita del Consiglio d'Europa e del primo embrione del Parlamento europeo. Kalergi elaborò un progetto di unificazione federale articolato in tre tappe: 1. Cooperazione intergovernativa stretta tra gli stati europei, con incontri periodici; 2. Unione doganale; 3. Stati Uniti d'Europa. Il piano programmatico si articolava in ben 9 punti: 1. È necessario che questa unione sia una confederazione europea con una garanzia reciproca di delegazione legale della sovranità. I governi devono, in altre parole, essere sicuri che la cessione di sovranità avverrà in egual misura per tutte le parti. 2. Per gestire i conflitti tra gli stati membri, sarà necessaria una corte federale europea. 3. Un esercito europeo, un'alleanza militare, che raggruppi contingenti dei diversi paesi, per garantire la pace a livello continentale. 4. Un'unione doganale progressiva. 5. Un'unificazione delle colonie. Sfruttamento a livello europeo. 6. Progetto di moneta unica. 7. Rispetto della diversità delle culture europee e delle molteplici civilizzazioni nazionali. 8. Rispetto e protezione delle minoranze nazionali: la dissoluzione degli stati-nazione infatti doveva passare anche attraverso forme di indipendentismo interne alle suddette nazioni (Nds). 9. Una buona ed efficace collaborazione nel quadro della Società delle nazioni.

     Siete solo dei grandissimi figli di… Kalergi!!                  

    Oggi gli ideologi dell'iper immigrazione di massa, non fanno altro che collaborare febrilmente alla realizzazione dell'agenda di Kalergi e della massoneria internazionale, verso la realizzazione di un Nuovo Ordine Mondiale o Repubblica Universale giudeo-massonica.

                                        In ''Praktischer Idealismus'' (idealismo pratico)

    la "Bibbia" o "Testamento Spirituale" di Kalergi, il padre dell'UE infatti teorizza e profetizza

                                       la nascita di una nuova razza europea meticcia,

    generata dalla fusione di più razze d'origine afroasiatica e dalla dissoluzione dei popoli

                                         e delle loro tradizioni: usi, costumi e religioni.

      Condizione necessaria per creare una massa informe e facilmente addomesticabile,

                                    poiché priva di identità comune e spirito di patria.

                      Una nuova razza capace di affermare il predominio incontrastato

              di una nuova élite di dominatori, che l'autore individua nella razza ebraica.

    Oggi gli eredi spirituali di Kalergi, da Saviano a Don Ciotti,  dalla Boldrini a Lerner, dalla Camusso alla Cirinnà, passando per i maggiori esponenti della "sinistra ufficiale" del catto-comunismo e dello star system, sfruttano l'immenso potere mediatico concesso loro dalle tv di regime e dalla stampa sionista per convincere le masse dalla coscienza elastica della necessità di una società multietnica, orientata ad un presunto "arricchimento culturale generalizzato", giustificando il crimine con false questioni "umanitarie", morali o addiruttura "evangeliche". Ciò auspicando la nascita di un meticciato etnico senza valori, nè amor proprio, nè amore per le proprie radici. D'altra parte il termine razzista è stato creato storicamente proprio dai figli di Kalergi per ingabbiare i dissidenti e nascondere il vero razzismo, quello esercitato contro i popoli e le nazioni all'ombra della bandiera dell'europeismo.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

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