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  • La Legge è Uguale per Tutti! Guantanamo Insegna

    La Legge è Uguale per Tutti! Guantanamo Insegna

    Martedì, Aprile 23rd/ 2013

    – L'approfondimento di C.Alessandro Mauceri – 

    Corte europea dei diritti umani, carcere di Busto Arsizio, detenuti, ministro della Giustizia, Severino, governo Monti, decreto ‘salva carceri’, Guardasigilli, articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, Stati Uniti d’America, Guantanamo, Cuba, Amnesty International, Nazioni Unite, Chuck Hagel, Jay Rockefeller, detenzioni clandestine, CIA, Senate Intelligence Committee, Navi Pillay, presidente dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, Bush, Obama Camp 6. 

    Democrazia in America: La Legge è Uguale

    per Tutti! 

    Dal sistema delle "Porte Girevoli" ai Lager del terrore

    Made in Usa

    I Paradossi del Sistema Guantanamo e la miopia occidentale 

     

    L'Approfondimento di C. Alessandro Mauceri

    Democrazia in America - Carceri

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

      La Legge è…                                                                                                                      

    Washington, Roma, Guantanamo – Qualche mese fa – ma come al solito la maggior parte dei giornali ha dedicato poca attenzione a certe notizie –  la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante di sette carcerati detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza e ha condannato in nostro Paese – come già ampliamente trattato dall'Osservatorio Nazionale Qui Europa – a pagare un risarcimento di 100mila Euro per danni morali per le condizioni in cui i detenuti sono costretti a vivere. Nella sentenza, inoltre, la Corte ha invitato l'Italia a porre “immediatamente” rimedio alle condizioni di vita dei "residenti" particolari che sempre più numerosi affollano le carceri. Poco dopo il  ministro della Giustizia, Severino affermava che a seguito di questa sentenza era "profondamente avvilita”, ma non stupita e che si sarebbe battuta “perché le condizioni dei detenuti fossero state degne di un Paese civile”. Stando a quanto affermato dal ministro Paola Severino per il sistema carcerario italiano sarebbero da prendere urgenti ed improrogabili “misure strutturali”. E, infatti, il governo Monti si è subito mosso in questo senso: nei primi mesi del 2012 è stato varato il decreto ‘salva carceri’ (divenuto legge nel febbraio del 2012), che ha proposto una soluzione alla situazione ormai drammatica delle carceri. Infatti, come ha riferito il Guardasigilli, i detenuti che nel novembre del 2011 erano 68.047, sono ora scesi a 65.725.

     Nel Paese delle Porte Girevoli                                                                                      

    Entrambi, però, hanno trascurato di far presente come tale diminuzione del numero di detenuti sia stata realizzata mediante il cosiddetto sistema delle “porte girevoli”, vale a dire gli ingressi in carcere per soli due-tre giorni, e sulla durata della detenzione domiciliare allungata da 12 a 18 mesi.  Misure che non hanno affatto risolto il problema delle carceri, ma  lo hanno solo nascosto statisticamente.

     La Violazione dell'Art.3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani        

    In realtà, la situazione di degrado delle carceri italiane era già ben nota. Infatti, negli ultimi quattro anni, l’Italia è stata condannata già quattro volte da Strasburgo, di cui l’ultima l’estate scorsa per aver violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani che sancisce che "nessuno può essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti". A poco serve la giustificazione della stessa corte che tale violazione in Italia non è stata volontaria, ma è stata dovuta a “inerzia e mancanza di diligenza”. Eppure, senza nulla levare alle colpe ed alle responsabilità di cui possono andare fieri i nostri governanti, c’è chi, nel settore carceri, sta peggio di noi.

     Usa  VS  Italia – Guantanamo batte San Vittore                                                     

    Il Paese che forse più di ogni altro al mondo si è levato a paladino, almeno dal punto di vista mediatico, per la salvaguardia dei diritti dei cittadini sono senza dubbio gli Stati Uniti d’America, al punto di portare le proprie forze armate in giro per tutto il pianeta, al fine di imporre ai governi che non sembravano rispettarli, i diritti dei propri cittadini. Forse sarà stato l’enorme sforzo fatto per compiere questa missione ad aver fatto sì che gli Stati Uniti d’America dimenticassero i diritti dei detenuti nelle proprie carceri e, in modo particolare nel carcere di Guantanamo.

      Universo Guantanamo – Il Buco Nero della Giustizia Usa                               

    Il campo di prigionia di Guantanamo è una struttura detentiva statunitense di massima sicurezza interna alla base navale di Guantanamo, sull'isola di Cuba. Il numero di prigionieri detenuti nella prigione di Guantanamo oggi ammonta a 166  (sebbene si siano raggiunti massimi di oltre 800 unità). Il problema è che di questi carcerati, detenuti da 11 anni o poco meno, non solo non si sa nemmeno quanti siano esattamente (da un recente inchiesta è emerso che una ventina di loro non risultavano nei registri pur essendo detenuti e altri dieci sono stati rintracciati rinchiusi in altre carceri dopo essere scomparsi dai registri di Guantanamo) ma, il più delle volte, non si sa nemmeno per quale motivo siano stati incarcerati:  solo per 10 di loro, infatti, pare sia  stato formalizzato un capo d'imputazione con conseguente rinvio a giudizio.

      Prigione o Lager?                                                                                                             

    E la cosa più grave è che questa situazione è nota già da molto tempo: nel 2006 Amnesty International pubblicò un rapporto nel quale affermava che il 93% dei 554 detenuti esaminati , nel marzo 2004, erano da considerarsi a tutti gli effetti “combattenti nemici”. Eppure, stando al rapporto, ai detenuti non era stato concesso un rappresentante legale e molti di loro avevano rinunciato a partecipare alle udienze dei CSRT Combatant Status Review Tribunal, dove venivano  utilizzate prove segrete e testimonianze estorte sotto tortura. Fu forse per questo motivo che nell'agosto 2005, un imprecisato numero di reclusi iniziò lo sciopero della fame per protestare contro la perdurante mancanza di accesso a una corte indipendente e contro le dure condizioni di detenzione, che sarebbero state caratterizzate anche da violenze e pestaggi. Diversi detenuti denunciarono di essere stati vittime di aggressioni fisiche e verbali e di aver riportato lesioni causate dall'inserimento brutale di cannule e tubi nel naso. Ovviamente il governo americano negò qualsiasi maltrattamento. Nel novembre 2005, tre esperti in diritti umani delle Nazioni Unite furono inviati per un’ispezione a Guantanamo, ma poiché il governo americano impose restrizioni contrastanti con quanto normalmente stabilito dagli standard internazionali sulle ispezioni di questo tipo, si rifiutarono di visitare la base. E tutto continuò come prima.  

     Cibo ingurgitato attraverso il naso ed altre follie Made in Usa                         

    A febbraio 2013 al neo-segretario alla Difesa americano, Chuck Hagel, fu consegnata una lettera sottoscritta da oltre 50 avvocati difensori dei detenuti per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul dramma silenzioso dei 166 prigionieri trattati nel completo disprezzo delle più normali norme del diritto internazionale che pure gli Stati Uniti d’America continuano a imporre a tutti i Paesi del mondo. Alcuni dei detenuti in sciopero della fame, sarebbero anche stati sottoposti ad alimentazione forzata, con i medici militari che avrebbero utilizzato un metodo che prevede l’inserimento di un apposito tubo nel naso del detenuto per far passare elementi nutritivi direttamente nello stomaco. Tale procedura è quasi universalmente considerata come una forma di torturaDopo aver letto le 6.000 pagine sul programma di detenzioni clandestine della CIA preparato dal Senate Intelligence Committee, il senatore  Jay Rockefeller affermò che il rapporto era stato condotto da persone “ignoranti sulla questione”.

     Finanche l'ONU ha condannato il "Modello Guantanamo"                               

    Più di recente, Navi Pillay, presidente dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, ha affermato che  "la detenzione arbitraria e perpetua per la maggioranza dei detenuti a Guantanamo, già prosciolti da ogni accusa o processo, e pronti ad essere trasferiti nei loro rispettivi Paesi, o in Paesi terzi disposti ad accoglierli, è una sistematica violazione del diritto internazionale da parte degli Stati uniti". E ha aggiunto: "Guantanamo deve essere chiusa, come più volte annunciato dalla stessa amministrazione Obama, impegno che è sempre stato disatteso. Oltre la metà dei 166 detenuti – ha proseguito Pillay – è ancora prigioniera a Guantanamo, malgrado sia già stata prosciolta dall'amministrazione Bush nel 2006 e successivamente anche da Obama. Di fatto i prigionieri continuano ad essere rinchiusi a languire a Guantanamo a incarcerazione perpetua, malgrado gli Stati uniti si ergano a padrini dei diritti umani e siano sempre pronti a condannare la violazione di tali diritti da parte di altri". 

      Tutto tace sotto il cielo di Guantanamo                                                                      

    E infatti, nel 2009, il presidente Barack Obama firmò l'ordine di chiusura del carcere. Ad oggi, però, a Guantanamo  niente è cambiato e da sessanta giorni, 136 detenuti su 166 hanno proclamato uno sciopero della fame a Camp 6, il comparto speciale di massima sicurezza. E nessuno, né Strasburgo (che pure per quattro volte negli ultimi quattro anni ha sanzionato l’Italia per il regime delle carceri) né l’ONU né il Vaticano né la Nato, ha mosso un dito per impedire che i diritti civili di centinaia di persone venissero violati, costantemente e continuamente, da chi poi si proponeva agli occhi del mondo come il paladino di questi diritti.

    C.Alessandro Mauceri (Copyright © 2013 Qui Europa)

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    Direttive Ue – La Maglia Nera dell’Italia e la Linea Repressiva di Bruxelles

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    Martedì, Dicembre 4th/ 2012 – Sergio Basile, Maria Laura Barbuto –  Linea Repressiva di Bruxelles / direttive Ue / Maglia Nera dell'Italia / Unione Europea / Europa / Commissione Ue / Corte di Giustizia / Crisi / Infrazioni / Diritto Ue / Leggi europee / Norme  / Trasporti / Mercato interno /    Direttive Ue – […]

     

  • Soldati in India e Affari Sporchi – Seconda Parte

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    Giovedì,  Marzo 28th/ 2013 

    – L'Approfondimento di C.Alessandro Mauceri 

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    Soldati in India e Affari Sporchi – Seconda Parte 

    Le Verità Occultate sul Caso Marò e le Dimissioni del

    Ministro Terzi 

    Ecco cosa blocca la macchina diplomatica e sovrasta

    il Diritto: una fittissima rete di intrecci commerciali

     

    di C.Alessandro Mauceri

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     I Retroscena del "Caso Marò" – Seconda Parte 

    Roma, New Delhi, Kerala, Kochi – Nelle ultime ore sono giunte – era ora – le dimissioni del Ministro degli Esteri  Giulio Terzi, "caduto" non per la linea ambigua (per non dire vergognosa) mantenuta per tutto il 2012 e anche oltre sul "Caso Siria" e – in generale – su tutta la politica estera imperialistica italiana (filo-Nato e filo-Usa), ma proprio sul "Caso Marò", e sul ri-espatrio dei due fucilieri italiani in India, favorito e non osteggiato dallo stesso Terzi. L’annuncio è stato dato, nelle ultime ore, in occasione del suo intervento in Parlamento, nell’aula di MontecitorioMa tornando al misterioso incidente diplomatico, cerchiamo ora di comprendere cosa si possa davvero nascondere dietro questa brutta storia, al di là della solita ormai costante cappa mediatica che contraddistingue l'informazione (di regime) nel nostro Paese. 

     Le Dimissioni di Terzi e l'Ennesimo Disastro del "Tecnico" 

    "Secondo gli ultimi dispacci di agenzia, si apprende – sosteneva in sostanza un comunicato governativo della Farnesinache i due Italiani non rischierebbero la pena di morte. Quanto al carcere, lo potrebbero scontare in Italia". Sono state queste – per sommi capi – le rassicurazioni con le quali il nostro governo ha convinto i due accusati a tornare nel Paese che li aveva arrestati ricorrendo a stratagemmi poco diplomatici e che, forse, se la controparte non fosse stata l’Italia, ma un altro Paese, avrebbero scatenato uno scontro diplomatico di ben altre dimensioni. Ciò era avvenuto dopo aver sostenuto che i nostri militari – coinvolti in un affare internazionale dai risvolti più grandi di loro e non di poco – non sarebbero dovuti rientrare in India. Ma non finisce qui! Al ritorno dei fucilieri in India, il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, ha tenuto a precisare come il governo indiano in realtà non avrebbe fornito alcuna assicurazione all'Italia in merito all'inflizione della pena di morte (che pure non è applicata da molti anni). Ebbene secondo alcuni quotidiani, il Ministro degli Esteri italiano dimissionario, Giulio Terzi, che aveva dato la notizia sbagliata (e, a quanto pare, aveva anche dimenticato di informarne il presidente Napolitano) in un primo momento aveva affermato che la sua era stata solo una “svista” e che non ci pensava proprio a dimettersi.   Poi nelle ultime ore – per cause di forza maggiore – è giunto l'evidente e provvidenziale ripensamento. Terzi – tuttavia – affermava poco prima delle dimissioni, come i due Marò' "non avessero corso rischi, e non sarebbero andati incontro a un destino ignoto", perchè "la situazione si stava normalizzando" visto l'ottenimento da parte dell'Italia della precisa garanzia da New Delhi sull'inapplicabilità della suddetta pena capitale. E così, ancora una volta, alle ripetute affermazioni dei nostri diplomatici in merito a rassicurazioni circa il destino dei nostri soldati,  un giudice dell’Alta Corte di Kerala ha pensato bene di definire la presunta sparatoria attribuita ai Fucilieri di Marina italiani, un atto terroristicoIn realtà, questa sarebbe solo l’ultima delle anomalie (per voler usare un eufemismo) nascoste da una vicenda dagli evidenti e grotteschi chiaroscuri.

     India – Il Mercato del Terzo Millennio 

    La verità è che i nostri funzionari si sono trovati di fronte una delle maggiori potenze mondiali con un Pil che, a parità di potere d’acquisto, è già ora pari a un quarto di quello di tutti i Paesi della Terra. Un Paese (l'India) con un apparato bellico possente, dotato di testate nucleari e – ciliegina sulla torta – 1,3 milioni di militari regolariL’India, il cui trend economico è, forse, ancor più robusto di quello della stessa Cina, è un colosso la cui industria manifatturiera è la decima del pianeta. Nella classifica del Financial Times, Global 500, che raggruppa le cinquecento maggiori società del pianeta per capitalizzazione, l’India compare ben 14 volteE l’Italia? Tralasciando le ovvie considerazioni sulla dimensione economica e sul potenziale militare del nostro Paese confrontati con quello di uno dei colossi globali (comparabile solo con USA e Cina) anche sotto il profilo dei rapporti economici “negli anni del boom economico indiano, l’Italia appare essersi mossa un pò in ritardo” come ha affermato – tra l'altro – il professor Stefano Beggiora, docente di storia dell’India presso l’Università Cà Foscari Venezia, autore del saggio "India e Nordest: il mercato del terzo Millennio".

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Una Questione di "puri" e semplici "Affari Economici" 

    In realtà, sembrerebbe che a destare la preoccupazione delle nostre autorità in questo momento particolare siano gli imprenditori italiani che già detengono (o che vorrebbero stabilire)  rapporti economici con l’India. La paura che deriverebbe dall’indurirsi dei rapporti diplomatici tra i due Paesi, è quella di vedere scoppiare una vera e propria crisi commerciale tra Italia e India che potrebbe mettere a rischio i rapporti commerciali già esistenti e i contratti in opera. E se è vero che il colosso del Sud est asiatico rappresenta al momento solo il sedicesimo partner commerciale dell’Italia, con un valore delle esportazioni che nel 2010 è stato di circa 3,5 miliardi di euro, cioè solo l’1% del totale, c’è da considerare che i dati del 2011, ancora provvisori, dicono che questo valore tenderà a crescere rapidamente. Le esportazioni italiane verso l’India aumentano con un tasso del 21% l'anno. Non solo, ma i rapporti commerciali già istaurati pare riguardino proprio quelle aziende di grandi dimensioni che hanno dimostrato di avere maggiore capacità di influenzare scelte politiche nazionali. Come se non bastasse, anche i clienti cui i nostri prodotti sono destinati non sono soggetti qualunque. Uno dei maggiori clienti delle imprese italiane, ad esempio, sono le Forze Armate Indiane. In pochi anni, le nostre aziende produttrici di materiale bellico sono divenute fornitrici di fiducia di Nuova Delhi. Hanno venduto molto, e molto intendono ancora vendere. Fincantieri nel 2008 ha fornito all’Istituto Oceanografico indiano la nave oceanografica da 5mila tonnellate Sagar Nidhi. Pochi mesi fa è stata consegnata all’India la seconda di due grandi navi rifornitrici di squadra da 27mila 500 tonnellate per la Marina indiana. Un contratto da oltre 300 milioni di euro che si somma a quello per la progettazione di sette fregate da 6mila 200 tonnellate della nuova classe P17A, che hanno fruttato all’industria italiana circa 30 milioni di Euro. Non solo, ma è in ballo l’appalto per la realizzazione di queste navi (ognuna del costo di 900 milioni di dollari) che saranno costruite in due cantieri indiani, il Mazagon Dock di Mumbai e il Garden Reach di Kolkata. Appalto che interessa e non poco Fincantieri che aspira a fornire assistenza e tecnologia nel settore delle costruzioni navali modulari, un know how che i cantieri locali non posseggono ancora. Anche Alenia Aeronautica e altre industrie italiane per molti mesi sono state interessate al mercato indiano. Infatti sono loro che producono alcune parti dei caccia realizzati dal consorzio Eurofighter, che ha partecipato ad una gara internazionale per la vendita di 126 caccia all’Aeronautica indiana, in base al Programma MMRCA (Medium Multi-Role Combat Aircraft) per un costo complessivo di almeno 12 miliardi dollari. (Alla fine la gara è stata vinta, però, da un concorrente anche questo europeo). Anche la Camera di Commercio Indiana per l’Italia è molto attiva, infatti ha in programma di organizzare dal 13 al 18 Aprile 2013 una missione commerciale multisettoriale a Mumbai. Molto probabilmente, la verità è che l’India, oggi, in un mondo caratterizzato da economie inaccessibili e da mercati in calo, desta, con i propri numeri, enormi interessi da parte delle maggiori aziende di tutti i Paesi industrializzati. Come dicevamo l’India è dotata di un proprio arsenale nucleare che nessuno si permette di criticare  (ma – ci chiediamo – che accadrebbe se al posto del colosso asiatico vi fossero l’Iraq, l’Afghanistan, il Mali o anche la Siria?). 

     L'India Nascosta – Dal Nucleare alle Sperimentazioni su Cavie Umane 

    Ma anche sotto il profilo civile le scelte dell’India per il nucleare sembrano non tener conto del disastro verificatosi a Fukushima: tra poco a Jaitapur, nello stato del Maharashtra, verrà costruito il più grande parco nucleare al mondo: 9.900 MW prodotti da 6 reattori. E a niente sono valse le proteste della popolazione per impedire che ciò avvenisse. Ovviamente, molti media internazionali hanno dedicato poca attenzione all’evento, anche perché la tecnologia che ha permesso all’India di accrescere il numero di centrali nucleari sul proprio territorio è stata fornita da imprese europeeIn realtà, per poter accedere a questi mercati, fino ad oggi chiusi e resi impossibili grazie a barriere economiche invalicabili anche per industrie di dimensioni (e di potere) ben maggiori di quelle italiane, tutti (e va sottolineato non una, ma due volte, tutti) i Paesi del mondo hanno fatto finta di non vedere cosa stava (e sta) accadendo in quello che da molti viene definito un microcontinente. Nessuno ha visto  il prosperare della potenza missilistica nucleare dell’India. Così come  nessuno sa niente del fatto che in India (come del resto in altri Paesi)  per le sperimentazioni cliniche e farmacologiche si fa ricorso a cavie umane. Eppure sono notizie alcuni magazine internazionali, la BBC, The Independent, il Washington Post, hanno riportato e documentato denunciando un indegno sfruttamento di cavie umane da parte delle industrie del farmaco. Secondo il Washington Post, il fenomeno avrebbe visto una repentina accelerazione dal 2005, in seguito all'introduzione di leggi di semplificazione dei controlli per i test sperimentali nel Paese. The Independent riferisce che un quarto di tutti i dati clinici forniti in Europa alle autorità di controllo sui farmaci proviene dagli esperimenti condotti proprio in Paesi come l’India, la Russia, l’America Latina e la Cina  (BRIC). Va detto come le vittime di questi esperimenti, prelevate in luoghi come i quartieri più poveri delle metropoli, vengano classificate solo con la sigla Sae: Serious Adverse Events (gravi eventi avversi). Del resto l'immissione in commercio di un nuovo farmaco richiederebbe circa 10-15 anni e varie fasi di sperimentazioni con un investimento di diversi miliardi di dollari. Stanziare i test in paesi poveri con un'ampia fetta di popolazione semianalfabeta vuol dire risparmiare fino al 60% il costo dell'investimento. Da pelle d'oca!

     Chi decide davvero del destino dei Marò Italiani? 

    Forse le famiglie dei Marò che sono tornati in India obbedendo agli ordini dei loro superiori, non  è al ministro o all’ambasciatore o al capo del governo (a quello vecchio o a quello  appena incaricato) che dovrebbero rivolgersi per fare tutelare gli interessi e i diritti dei propri congiunti, ma ai capi delle industrie che fanno affari con l’India…..e forse loro risponderebbero. 

    C.Alessandro Mauceri (Copyright © 2013 Qui Europa)

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  • Trattativa Stato–Mafia: la Difesa di Mancino e l’attacco di Napolitano

    Trattativa Stato–Mafia: la Difesa di Mancino e l’attacco di Napolitano

    Martedì, Luglio 17th / 2012

    –  di Maria Laura Barbuto e Sergio Basile –

    Italia / Stato / Mafia / Cosa Nostra / Accordo stato-mafia / Trattative / Bombe / Reati / Associazione mafiosa / Organizzazione Criminale / Processo / Intercettazioni / Presidente della Repubblica / Ministro della Giustizia / Ministro dell’Interno / Negoziati / Procure / La 7 / Borsellino / Mentana / Mancino / Martelli / Arlecchi /

    Trattativa Stato–Mafia: Mancino "racconta la

    sua" a La7, Napolitano attacca Palermo

    Le dure repliche al Colle del PM Antonio Ingroia e dei 

    magistrai di Palermo

    Salvatore Borsellino chiede l'Impeachment:

    "Napolitano si dimetta!"

    Roma –  All’indomani della chiusura delle indagini per le trattive Stato–Mafia che nei primi anni Novanta hanno dettato la legge del “compromesso sociale” e che hanno portato “alla luce” i nomi di 12 persone coinvolte tra politici e mafiosi, a parlare è l’ex Ministro dell’Interno, Nicola Mancino. In un’intervista televisiva concessa all’emittente La7, l'indagato Mancino dichiara: “Non sono stato io il morbido di quella situazione” – ha detto – “e, tra l’altro, non ricordo il contenuto delle due telefonate intercettate anche perché ho scritto una lettera al Capo dello Stato”. Così, l’ex Ministro dell’Interno ha commentato il suo ricordo di quel lontano e terribile 1992 e a chiesto a gran voce “un’unità di giudizio e un coordinamento tra le procure” visto che le Corti interpellate si sono pronunciate diversamente. ciò, in quanto una ha stabilito che il negoziato fu avviato dallo Stato, mentre l’altra avrebbe affermato che non ci fu l’intervento di alcun ministro. Nella trasmissione condotta da Enrico Mentana, Nicola Mancino, ha raccontato il suo incontro con il giudice Paolo Borsellino: ha ricordato la stretta di mano avvenuta tra i due ed ha aggiunto di essere stato l’autore di una legge che ha permesso che si svolgesse il maxi-processo a Cosa Nostra, disegnando (almeno a parole) il  lavoro portato avanti contro la mafia.

       Due Sigarette di Troppo  

    D'altra parte la memoria storia ci ricorda che il celebre incontro fu lo stesso – ed a raccontarlo è stato il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore – che vide uno scosso Paolo allontanarsi dalla stanza di Mancino fumando contemporaneamente, e senza neppure accorgersene, addirittura due sigarette. Chiaro segno che qualcosa di ancora poco chiaro, evidentemente, in quell'incontro avvenne.

       La "Linea Scotti" e la "Linea Mancino" 

    Mancino fu erede di Scotti che, secondo le indiscrezioni e  dichiarazioni varie, “era un predecessore troppo rigido nei confronti della mafia e, pertanto, non piaceva molto alla Democrazia Cristiana”.  A sostenerlo è Claudio Martelli, Ministro della Giustizia in quegli anni tremendi per la storia dell’Italia, anch’egli ospite a La7 da Mentana. “Ci fu una coabitazione, un insieme di contatti tra lo Stato e la mafia dopo la strage di Capaci – sostiene Martelli – e mai – aggiunge – un’opera di contrasto vero e non occasionale”.

      La Regia di Andreotti?  

    Dure le dichiarazioni di Martelli, ma ancora più dure quelle di Pino Arlacchi, in quegli anni consulente sia di Mancino che di Scotti: come riporta Il Messaggero di oggi direttamente dalle sue colonne. Secondo Arlacchi: “Il vero capo del Partito non anti-mafia era Andreotti”. Dal canto suo, Nicola Mancino ha dichiarato che “Molti, nella Dc, erano contrari al decreto Falcone, varato subito dopo la strage nella quale il magistrato rimase vittima. "Io, invece  – ha continuato – l’ho sempre promosso (…)  ed è proprio grazie ad un mio emendamento che la DIA divenne operativa”. Quale sarà la verità? L’unica certezza è che gli anni Novanta, nella storia d'Italia, rappresentano un buco nero che, probabilmente, mai vedrà la luce. Anche se noi ci speriamo vivamente nel nome di due "Eroi Veri" della nostra Repubblica: Giovanni falcone e Paolo Borsellino. 

      La scomoda Posizione di Giorgio Napolitano 

    Ma – a parte le difesa di Mancino a La7 – restano comunque "sul tavolo dei giochi", delle intercettazioni (una sorta di asso nella mianica dei Pm di Palermo) che pesano come un macigno sia sull'Ex-Ministro degli interni, sia – evidentemente – sullo stesso Colle, dove Giorgio Napolitano nelle scorse ore è apparso sempre più nervoso, incaricando l’avvocato generale dello Stato di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinnanzi alla Corte Costituzionale, ovviamente, nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo. La ratio posta a giustificazione di tale atto del Quirinale – in verità piuttosto debole – consterebbe nelle decisioni assunte dalla Procura di Palermo sulle  ormai "arcinote" intercettazioni afferenti alle conversazioni telefoniche del Capo dello Stato (Nello specifico una sua telefonata con l’ex ministro Nicola Mancino).

      La scomoda difesa del Colle 

    Il Presidente Napolitano, sempre nelle ultime ore, ha spiegato che la scelta di procedere su questa strada sarebbe legata al fatto che "il Capo dello Stato (cioè egli stesso) ha ritenuto le decisioni della Procura siciliana – anche se riferite a intercettazioni indirette – lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione”.

      La replica della Procura di Palermo 

    Ovviamente di parere diametralmente opposto – rispetto a Giorgio Napolitano – i magistrati della Procura di Palermo (Il PM Antonio Ingroia e i sostituti Lia Sava, Nino Di Matteo, e Palermo Guido) secondo i quali  “L’operato della Procura di Palermo nell’inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia risponde ai principi del diritto penale e della Costituzione e nelle intercettazioni non sono state violate le prerogative costituzionali del capo dello Stato”. Dunque Ingroia ed  suoi hanno rigettato con forza quello che – secondo gli stessi magistrati – avrebbe – evidentemente – tutto il sapore di un ennesimo "attacco ingiustificato" verso una Procura coraggiosa e capace – malgrado i tanti ostacoli – di riaprire le inchieste sulle stragi di mafia del 1992 e sulla pare ormai "certa" trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra.

      La Durissima Replica di Paolo Borsellino 

    Ancor più secca e spiazzante la replica alle parole ed agli atti di Giorgio Napolitano, da parte del fratello del magistrato ucciso, il provato e tenace Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Borsellino, che – nelle ultime ore – ha criticato apertamente il Presidente della Repubblica, accusandolo di "Attentato alla Costituzione", e chiedendone la messa in stato d'accusa (impeachment) nonché le dimissioni. Secondo Salavatore Borsellino, infatti, l'iniziativa di Napolitano rappresenterebbe nei fatti un gravissimo atto "contro una Procura (quella di Palermo) che sta cercando di fare luce su quello che è successo e che ha portato alla strage del 19 luglio 1992″. Il mistero s'infittisce, ma la verità potrebbe essere colta, forse, tra le pieghe sgualcite ed ingiallite del ricordo e della storia di quell'anno maledetto, ma – d'altra parte – benedetto per le redivive speranze di cambiamento di tutte le vittime delle ingiustizie e degli abusi; e verso tutti coloro che ancora credono nei valori eterni, superiori e sacri della Giustizia.

    Maria Laura Barbuto, Sergio Basile  (Copyright © 2012 Qui Europa)

     

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