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    Spread e debiti perenni: andare oltre la cartolarizzazione, verso la proprietà popolare della moneta

    Domenica, 7 ottobre / 2018

    – di Roberto Pecchioli e Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, Sergio Basile, Giacinto Auriti, Proprietà Popolare  

    Spread e debiti perenni: andare oltre la

    cartolarizzazione, verso la proprietà

    popolare della moneta

    I titoli di Stato non sono il mezzo per ottenere la democrazia integrale:

    urge il reddito di cittadinanza auritiano (a credito).

    ► L'FMI e l'esempio emblematico del "disastro giapponese"

     

    di Roberto Pecchioli  / con il contributo di Sergio Basile

    spread e titoli di stato - debito perenne

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     La tecnocrazia e il debito perenne                         

    Roma, Bruxelles, Tokyo – di Roberto Pecchioli e Sergio Basile –  Come visto in più sedi la truffa dell'emissione monetaria a debito è un qualcosa che va avanti dal 1694/1717, cioè dalla fondazione e istituzionalizzazione della privata "Banca d'inghilterra".

                         Ma diversi sono stati nel tempo gli stadi progressivi

               che hanno ancor di più blindato ed incancrenito questa truffa:

               tra di essi un cenno particolare lo meritano la cartolarizzazione

            e contestuale iper-emissione dei titoli di stato del debito pubblico

    e la successiva trovata "usurocratica" della diabolica accoppiata rating/spread.

    Riecco lo spread. Tornano sul palcoscenico le statue di cera dell’UE, il franco-romeno-israelita massone Moscovici e l’ineffabile Juncker gran contribuente delle accise sugli spiriti, si materializzano nuovamente i fantasmi dei decimali nel bilancio dello Stato, risuonano gli ordini imperiali di sconosciuti funzionari stranieri presso i governi eletti. L’occasione è la polemica sulla legge di bilancio, assai sgradita agli gnomi di Bruxelles e ai loro domines della cupola finanziaria. Non è inutile una rinfrescata alla memoria dei connazionali, alla ricerca di bugie tutt’altro che innocenti per una visione dei fatti alternativa alla vulgata corrente della stampa e delle accademie di luminari a contratto. Una controstoria per nerd, lontana dai grafici, dagli istogrammi, dalle formule incomprensibili degli esperti, esposta senza utilizzare la lingua di legno anglotecnocratica. Partiamo da lontano, poiché il cappio che ci strangola da tre secoli a questa parte (cioé dalla nascita ed istituzionalizzazione delle banche centrali e della moneta-debito: 1717) ce lo siamo stretti al collo con rinnovata forza, ancora una volta nel 1981, allorché un ministro della sinistra DC, Beniamino Andreatta, con una semplice lettera concordata con i vertici della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), decretò il cosiddetto divorzio tra Tesoro e banca centrale. Venne cioè rimosso l’obbligo per l’istituto di emissione di acquistare i titoli invenduti alle aste mensili, calmierandone il tasso. Liberati gli istinti animali della finanza, pur in una situazione in cui il sistema bancario era in mano allo Stato, il debito pubblico dell’epoca, 142 miliardi di euro, il 58 per cento del PIL, triplicò in soli quattro anni, per quintuplicare nel 1994. Il divorzio più caro della storia: mille miliardi in quindici anni.

                                      Ovviamente già prima del divorzio

                         l'Italia era vittima degli strozzini internazionalisti,

    anche se il debito era targato "Italia" e il nodo attorno alla gola era più dolce

                                             (per usare un eufemismo)

     Gli internazionalizzatori                                            

    Basta comunque questo dato per destituire di fondamento la narrazione che descrive gli italiani spreconi intenti a vivere allegramente a spese altrui. Andreatta e Ciampi, da brillanti funzionari della cupola bancaria che stava rialzando la testa con rinnovato slancio, ma da nemici del popolo che dovevano servire, perseguivano un doppio obiettivo, internazionalizzare il debito pubblico,  all’epoca detenuto dalle famiglie italiane risparmiatrici (sia pur sempre indebitate verso la mangiatoia statale); gettare le basi per l'ancor più selvaggia espropriazione della sovranità monetaria (avviata con l'euro)  e per la privatizzazione del sistema bancario nazionale, che realizzarono, sempre loro, undici anni dopo, al crollo provocato della prima repubblica e immediatamente dopo la "presunta" fine (sicura metamorfosi) del comunismo sovietico, con gli accordi di spartizione del panfilo Britannia, presente tra gli altri un funzionario in carriera di nome Mario Draghi.

     Il vincolo esterno                                                         

    Ci scuserà il paziente lettore se introduciamo un concetto che ci viene propinato in tutte le salse dal sistema di comunicazione, ma mai spiegato: il vincolo esterno. Si tratta del principio per cui non possiamo spendere se prima non guadagniamo o non ci facciamo prestare soldi. Se una comunità, uno Stato non possiede mezzi di pagamento legale propri, non può fare altro che correre con il cappello in mano da chi detiene (o meglio si è appropriato) il mezzo monetario, nel nostro caso l’euro della Banca Centrale Europea. Poiché ci siamo spogliati sempre più di due enormi strumenti di sovranità, cioè di libertà, la sovranità monetaria e la determinazione del tasso di sconto, sono i banchieri a stabilire insindacabilmente se prestarci denaro, in quale quantità e determinare l’interesse (ovviamente – e lo ricordiamo specialmente ai nostalgici illusi – non va dimenticato come anche la lira fosse una distruttiva moneta-debito).

                  Se a ciò aggiungiamo che il denaro prestato non esisteva

      perché creato dal nulla, ex nihilo, e diventa reale solo perché lo accettiamo

                             e circola come il sangue per il nostro lavoro,

                              risulta chiaro chi comanda e chi obbedisce.

                Si rivela azzeccata la frase simbolo di un blog economico:

           "è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita".

    Parole non di un saggio o di un filosofo, ma di un personaggio dei fumetti, Pippo, l’amico di Topolino. Abbiamo il vincolo esterno che impone di vendere il frutto del lavoro collettivo del nostro popolo e abbiamo una "moneta-debito" esterofila e di proprietà degli usurai di turno, rigorosamente non di proprietà del popolo. Lo Stato prima del divorzio si finanziava – sia pur sempre a debito dei cittadini –  nei tempi in cui possedeva la banca centrale e controllava le banche commerciali, emettendo prevalentemente BOT, buoni del tesoro ordinari a breve termine, acquistati attraverso i canali postali e creditizi dalle famiglie italiane come risparmio garantito e sufficientemente remunerato. Differenti sono i CCT, certificati di credito del Tesoro, il cui valore reale è variabile in base al mercato, investimenti di medio termine. Oggi BOT per almeno 400 miliardi sono in mano alle banche commerciali che li depositano a tassi negativi presso la Banca Centrale, un’immensa ricchezza ferma da cui trae profitto solo la cupola finanziaria, pagata per custodire gli impulsi elettronici che hanno sostituito i titoli di proprietà cartacei.

     Il trucco della cartolarizzazione (titoli di Stato)      

    Ovvio che i risparmiatori italiani non li acquistino nella certezza di rimetterci, ponendo sul mercato la notevole ricchezza privata italiana, pari ad almeno 4.200 miliardi, due volte e mezzo il PIL. Lentamente, ma costantemente, essa passa di mano trasferendosi ai signori del rischio altrui.

                      Da anni, nel mercato dei titoli pubblici prevale il BTP,

       buono del tesoro poliennale con scadenza anche a lunghissimo termine,

                            che impegna chi lo emette fino a trent’anni,

    alimenta un vorticoso giro speculativo e lascia il Tesoro alla mercé dei mercati.

    Lo spread che tanto eccita i commentatori è la differenza di rendimento, a parità di scadenza, tra il buono considerato più sicuro, tedesco, dai tassi più bassi, e quello degli altri Stati. Perché l’eurosistema non preveda l’emissione di buoni propri, gli Eurobond inutilmente chiesti da Giulio Tremonti, non è un mistero:

    come non è un mistero per chi ha compreso il trucco del signoraggio bancario,

               e della cartolarizzazione (finanziamento tramite titoli di stato)

       il fatto che anche i bond sono strumenti – sia pur nelle mani dello Stato – 

                        destinati ad indebitare e dunque ad infelicitare

               e controllare le masse ignoranti e accondiscendenti (Ndr).

     L'ingerenza dell'FMI sull'Iva del Giappone               

     L'altissimo debito interno del Giappone (paese a cosiddetto "debito sovrano")

           e gli interventi impositivi sull'IVA del Fondo Monetario Internazionale

                                                         delle ultime ore

                       sono in merito un esempio davvero emblematico e chiaro,

                                   sulla truffa assoluta dei titoli di Stato.

    "La managing director dell'Fmi, Christine Lagarde, ha invitato il governo a ravvivare e rendere più incisive le politiche dell'«Abenomics» , in particolare sul fronte delle riforme finalizzate a aumentare la produttività, comprese quelle del lavoro. «Per ridurre le incertezze di politica economica, affrontare le sfide demografiche e ridurre i rischi sulla sostenibilità del debito è necessaria una cornice fiscale credibile per il medio e lungo termine – recita il rapporto dell'Fmi riguardante il Paese che ha il rapporto peggiore tra debito e Pil in area Ocse – Al fine di finanziare crescenti costi della sicurezza sociale e ridurre i rischi sulla sostenibilità dell'indebitamento, il consolidamento (fiscale) dovrebbe incentrarsi su un graduale aumento dell'imposta sui consumi finché raggiunga almeno il 15% con aumenti graduali e continui (rispetto al livello attuale dell'8%)" (1).

    (1) Fonte "Il Sole24 Ore"6 ottobre 2018 / «Dovete raddoppiare l'Iva sul medio termine». I compiti dell'Fmi al Giappone

     I derivati: l'altra faccia del casino finanziario             

    Il casinò finanziario (ma si può omettere l’accento per chi trae denaro dal denaro) ha inoltre inventato ulteriori meccanismi, i cosiddetti derivati. I più comuni sono i CDS (Credit Default Swaps), strumenti di copertura destinati a trasferire ad altri il rischio. Si può scommettere indefinitamente al rialzo o al ribasso sui dei conti pubblici, cioè sulla capacità o meno di rimborsare i BTP a scadenza da parte degli Stati.

            Basta un’oscillazione più elevata di quella normalmente accettata

                               dai modelli matematici degli operatori,

          o una voce, magari diffusa ad arte, per scatenare ondate di vendite

                                      seguendo l’effetto gregge.

    Le aste odierne sono dette marginali, poiché il BTP va a chi offre il tasso più elevato, cui sono costretti ad adeguarsi l’offerente e gli altri compratori. Ma, qui sta il punto, chi sono i partecipanti all’asta, i cosiddetti investitori istituzionali? Un gruppo ristretto, un cartello di pochi giganti della finanza comprendente il gotha affaristico del mondo, Citygroup, Goldman Sachs, Morgan Stanley eccetera. Gli unici italiani sono Unicredit e Intesa San Paolo, massimi partecipanti di Bankitalia, di cui conosciamo la prevalente composizione azionaria estera. Non ci toglieremo il cappio dal collo se continueremo a riservare il controllo della moneta a un cartello di speculatori internazionali che agiscono in sintonia e possiedono direttamente almeno 700 miliardi di nostri titoli, e molti altri attraverso partecipazioni e incroci azionari. La prima mossa sarebbe – secondo gli economisti – quella di imporre alla Banca d’Italia, che resta un soggetto di diritto pubblico, di comportarsi come la sua omologa tedesca, la Bundesbank, che, in caso di aste nelle quali il collocamento non è totale, non accetta vendite a tassi più elevati, ma trattiene i bond invenduti per piazzarli al momento più favorevole. Nonostante il Trattato di Maastricht, la Buba agisce come elemento di equilibrio del sistema tedesco. Ma al di là di questi palliativi debitocratici, bisogna agire sul "cancro del debito" in maniera netta e decisa.

     Di chi deve essere la proprietà della moneta?          

    Bisogna comprendere una volta per tutte che la cartolarizzazione è un inganno, poiché la pratica dell'acquisto dei titoli di Stato per finanziare l'economia di un Paese, in definitiva non permette agli stati di finanziarsi, ma produce solo debito e quindi schiavitù e malessere, povertà, disperazione e morte:

                                            la principale prerogativa di uno Stato

                 – come ci insegnano Lincoln, Kennedy, Ezra Pound e Giacinto Auriti –

                                     consta nel creare la propria moneta-credito

                     per far fronte  al proprio fabbisogno finanziario ed economico.

                                                   Tutto il resto è aria fritta!

    Tale moneta, poi, per liberare davvero l'umanità dai ceppi del debito deve essere creata ed emessa a credito dei cittadini ed attribuita al popolo in proprietà (reddito di cittadinanza a credito o "auritiano") cioé non deve assere accantonata tra le voci di debito del bilancio degli stati. In caso contrario, infatti, interessi e tasse annullerebbero ed inficierebbero gli sforzi economici e lavorativi dei cittadini. La conclusione è che la situazione è molto difficile, agire è complicato ma non impossibile, a patto che vengano assunte decisioni condivise da un popolo unito. Sappiamo che la tradizione di divisione intestina, il preferire lo straniero all’avversario interno è antica quanto la nostra nazione. Tuttavia, se intendiamo conservare non solo sovranità e indipendenza, ma la concreta proprietà del nostro denaro, frutto del sudore nostro e dei padri, da trasmettere ai figli, non vi sono alternative. La strada è stretta ma non del tutto impraticabile. Quel giorno i popoli torneranno a respirare. Sino ad allora, dovremo accettare un destino da servi o, al massimo, difenderci con meccanismi del tipo di quelli esposti, elaborati da studiosi estranei al potere dei signori del denaro. La Cartagine finanziaria non può essere riformata, ma sconfitta attraverso la volontà popolare e la proprietà popolare di meri valori convenzionali chiamati "moneta".

    L'unica strada percorribile per liberare l'umanità dai lacci del debito onnipresente

    è quella tracciata dal grande Prof. Giacinto Auriti. Tutto il resto è noia! E' debito!

     

    Roberto Pecchioli /  Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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    Allegato

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     B.A.R.: risposta odierna all'usura legalizzata        

    Oggi, in tempo di rarefazione monetaria indotta ed usura legalizzata, in tempo di spread e moneta-debito creata dal nulla (e senza riserva), la storia si ripete. I veri cattolici non possono stare a guardare e devono riscoprire il nobile ed antico esempio della Chiesa Cattolica, orientato sulla resistenza non violenta e sulla proposta attiva ed alternativa, ricalcando le orme dei loro avi. Oggi urge trasformare le comunità sociali (a partire dai comuni) in cooperative di credito solidali e orientate al mutuo soccorso, proprio com'era al tempo di Mosé (mille e duecento anni prima dell'Incarnazione di Cristo) ed al tempo dei santi francescani (Mille e Duecento / Mille e Quattrocento), durante il "bistrattato" Medioevo. La Dottrina Sociale della Chiesa attende giustizia e vuol ririvere sia nell'anima dei credenti che nelle loro opere. Il grande Professor Giacinto Auriti, padre della Teoria del Valore Indotto della Moneta e del SIMEC, lo aveva capito realizzando tale "Dottrina" attraverso l'immissione nel circuito economico-sociale di valori monetari convenzionali a credito e di proprietà del portatore (e non degli usurai). Egli ideando e promuovendo il SIMEC realizzò un vero e proprio miracolo economico-sociale nel comune di Guardiagrele, fino ad allora tra i centri italiani più colpiti dalla piaga del suicidio da insolvenza. Oggi si può e si deve agire con convinzione e determinazione: le armi di mutuo soccorso esistono, basta utilizzarle.

             Non farlo vorrebbe dire rientrare nella categoria degli stupidi e degli sprovveduti;

                    non rendere giustizia al nostro glorioso passato, alla nostra Fede e a Dio,

                alla storica battaglia contro l'usura ebraica posta in essere dai santi medievali

                                                          e dalla Chiesa Cattolica.

    A tal fine è stato creato il B.A.R. – Buono Comunale di Agevolazione Reddituale, uno strumento capace di dare ai sindaci la possibilità di prendere in mano il destino dei propri cittadini. Un'arma non violenta capace di mettere in moto la macchina economica della propria comunità sociale con efficienza e semplicità. Che ciascuno torni ad essere proprietario dei propri valori monetari, altrimenti l'usura indotta farà piazza pulita dei nostri cari, delle nostre famiglie e della nostra civiltà, costringendoci al suicidio, all'espatrio o alla disperazione. Non facciamoci complici dei grandi usurai e storici padroni oscuri della moneta-debito, nemici di Cristo e dell'umanità: l'immobilismo è un suicidio annunziato! L'immobilismo, una volta compreso il male e trovata la panacea, è un crimine ancor più grande!

    Sergio Basile 

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • Illegittima Indifesa: società disorganica, paradiso dei delinquenti

    Illegittima Indifesa: società disorganica, paradiso dei delinquenti

    Sabato, 22 settembre / 2018

    – di Roberto Pecchioli

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, illegittima indifesa, società disorganica, legalità  

    Illegittima Indifesa: società disorganica, paradiso

    dei delinquenti

    Società despiritualizzata e disorganica: il paradiso dei delinquenti.

    In mezzo l’illegittima indifesa, ovvero l’inerme figura della persona

    per bene, vittima di imbrogli, prevaricazioni, furti, rapine,

    insicurezza diffusa

     

    di Roberto Pecchioli

    Legittima difesa

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Sulla legittima difesa                                                

    Roma, Genova – di Roberto Pecchioli Si è riaperto il dibattito sulla legittima difesa. Da un lato un progetto di legge leghista secondo cui la difesa è sempre legittima, dall’altra la reazione stizzita dell’ANM, Associazione Nazionale Magistrati, che ha espresso con la consueta veemenza irrituale la propria contrarietà alla nuova formulazione giuridica dell’antichissimo istituto della legittima difesa. Lasciamo da parte ogni polemica nei confronti del sindacato dei giudici, i cui interventi a gamba tesa in politica sono quotidiani e sembrano animati dal timore di perdere un pezzo di discrezionalità nel valutare gli episodi di reazione all’illegalità e alla violenza subita. Non assumiamo interamente il punto di vista di Salvini, poiché difendere se stessi, la propria famiglia, il proprio pane è senz’altro giusto e lecito, ma non deve significare legittimare ogni reazione. Per capirci, io ho il diritto di fermare con ogni mezzo, sino all’uccisione, chi sta minacciando la vita mia e dei miei cari, ma non posso sparare a qualsiasi ladruncolo o truffatore. Altra cosa è la triste alternativa tra un brutto processo e un bel funerale.  La materia è estremamente complessa e merita una riflessione un po’ più ampia di un alterco sovreccitato, animato purtroppo da fatti drammatici, sentenze talora sconcertanti a favore dei delinquenti. I buonisti in servizio permanente effettivo evitino il solito comico argomento dell’Italia ridotta a Far West, giacché le armi, disgraziatamente, le possiedono e le usano bande di criminali di ogni risma, pericolosità e provenienza geografica, non gli uomini della strada. Dall’altro lato, il pericolo è quello di affidare ai singoli i compiti che spettano allo Stato, il grande assente. Henri de Montherlant scrisse che “moriamo di indulgenza”. Per questo si giustifica il gioco di parole del nostro titolo: esiste e diventa ogni giorno più grande l’illegittima indifesa. Indifesa è la maggioranza stragrande degli uomini e delle donne normali. Illegittimo, benché non illegale, è il comportamento delle istituzioni. Distorto se non invertito è il rapporto tra diritto, istituzioni, senso comune e violenza. Il principio irrinunciabile è quello di stare dalla parte delle vittime, non con la retorica ridondante di cui danno prova i rappresentanti del potere, ma nei fatti. Chi entra in casa mia, penetra nel mio ufficio o commercio deve avere chiari due concetti: sta rischiando concretamente una condanna penale che espierà per intero in un carcere; la comunità nella sua interezza è contro di lui. I fatti, una volta di più, narrano esattamente il contrario.

     Le legge è un ordine                                                  

    Pagare il fio di comportamenti criminali è raro, le pene sono fin troppo pesanti nella lettera, ma miti nella sostanza, tra permessi, condoni, norme che riducono per i più svariati motivi la carcerazione e non di rado la evitano del tutto. Cesare Beccaria, l’illuminista milanese autore del citatissimo Dei delitti e delle pene, era tutt’altro che un buonista del XVIII secolo. Le sue parole sono pietre: “uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse. (…) La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità”. Un’impunità determinata dal combinato disposto di un impianto legislativo che favorisce i colpevoli unito alla genetica indulgenza delle società individualiste e alla discrezionalità di una giurisdizione prigioniera delle gabbie ideologiche. Discrezionalità che, peraltro, non è responsabilità dei magistrati, ma di una legislazione sconcertante. E’ recentissima una sentenza, pronunciata applicando una norma emanata dal governo Renzi sui piccoli reati, che ha mandato assolta una badante colpevole del furto e rivendita di gioielli appartenenti ad una coppia di anziani del valore di 60mila euro. Non resta che dare ragione al  cancelliere Bismarck, per il quale

                “con cattive leggi e buoni funzionari si può sempre governare.

                Ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente".

    Le nostre leggi sono talmente numerose e contrastanti che il primo problema di chi le applica è districarsi tra di esse, con grande vantaggio di chi vuole sfuggire alle conseguenze dei suoi atti. Nella Politica, il sommo Aristotele aveva già sintetizzato il problema: “La legge è ordine; e una buona legge è un buon ordine”.

     In mezzo l'illegittima indifesa                              

    Da almeno mezzo secolo qualsiasi accenno al concetto di ordine provoca fastidio, reazioni, opposizioni, dunque il problema, come dicevano gli intellettualini di qualche decennio fa, “è a monte”. A monte c’è un rapporto distorto con la violenza, l’ordine civile, il principio di responsabilità. Sullo sfondo, mostra la corda il monopolio dell’uso della forza attribuito al potere pubblico, dunque allo Stato. Indebolito dalla prevalenza dei potentati privati, screditato culturalmente dall’estensione illimitata dell’idea di libertà, reso impotente dal soggettivismo dominante, lo Stato non riesce più a esercitare con il giusto equilibrio di forza, efficacia e proporzione il delicato monopolio che possiede. Per di più, varie correnti ideologiche ne contestano i fondamenti: da un lato, l’inimicizia per lo Stato del liberalismo egemone, libertario e liberista (anche se le élite che spesso e volentieri caratterizzano questi alterchi ideologici si ritrovano fianco a fianco a trafficaree combuttare in circoli élitari e logge massoniche: vere realtà informali di esercizio del potere dei tempi moderni – Ndr). Dall’altro, il pregiudizio della sinistra di ascendenza socialcomunista contro l’ordine “borghese”, definito reazionario, conservatore, patriarcale che induce a simpatizzare per chi infrange leggi proclamate ingiuste e classiste. La miscela dei due atteggiamenti è esplosiva: garantismo esasperato, attenuanti, esimenti per i reati dei “colletti bianchi” fanno il paio con la malcelata indulgenza verso rapinatori, ladri, immigrati, proclamate vittime del sistema. In mezzo, l’illegittima indifesa, ovvero l’inerme figura della persona per bene, vittima di imbrogli, prevaricazioni, furti, rapine, insicurezza diffusa. L’uomo (smarrito e despiritualizzato – Ndr) comune ha la certezza di essere l’agnello della fiaba di Fedro apostrofato dal lupo al ruscello. “Perché mi hai fatto diventare torbida l'acqua che sto bevendo? E l’agnello, tremando: come posso – dice – fare quello che lamenti, lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!" Sappiamo come finì, il lupo divorò l’agnello inerme. Quell’agnello si è stufato del ruolo di vittima e reclama il diritto di sparare al lupo prima di essere divorato.

     Società disorganica: paradiso dei delinquenti    

    Sono saltati due passaggi logici, capovolti a favore dei lupi. Manca la legalità, ovvero un impianto normativo concretamente dalla parte degli onesti e dei miti, ma fa cortocircuito la legittimità, ovvero la società, malata di soggettivismo (hegeliana, idealista, strumentalizzante e dis-organica – Ndr) e spezzata in mille segmenti non componibili a unità, non è più d’accordo su ciò che è bene e ciò che è male. Il risultato è che spadroneggiano i delinquenti, pesci nell’acqua di un sistema debole, contraddittorio e formalista. Se c’è un punto su cui concordiamo con il modo di pensare progressista è che la pericolosità sociale dei delinquenti in giacca e cravatta non è inferiore a quello dei mascalzoni armati. Ne sono prova il crollo del ponte Morandi non meno che le malversazioni finanziarie di tanti banchieri e la corruzione diffusa nell’economia, nella politica, nell’amministrazione. Ciò non significa che si debba invocare severità, Stato e giustizia a corrente alternata. La legittima difesa nei confronti dei soprusi del potere deve stare nelle leggi e nella volontà di applicarle senza sconti. La protezione dai criminali comuni passa da un ulteriore attitudine, quella di esercitare senza timori il monopolio della forza legittima. Poliziotti e carabinieri pistoleri non ci piacciono, ma i malviventi devono avvertire, oltre al peso reale della legge (pene effettive espiate in carcere, seguite, per chi è straniero, dall’espulsione) anche il rischio concreto dell’incolumità e della vita nella sfida alle forze dell’ordine. Le cose non vanno così e da questa disfunzione drammatica sorge la domanda di farsi giustizia da soli. Noi non crediamo affatto che commercianti, imprenditori aggrediti nel lavoro quotidiano, padri e madri di famiglia attaccati negli affetti e nel focolare, cittadini rapinati, donne assalite sessualmente abbiano il desiderio diffuso di uccidere. Se però la paura prevale, con buona pace dell’insopportabile disprezzo dell’allarme sociale delle finte anime candide, è insensato gridare al Far West prossimo venturo anziché fermare quello presente e reale alimentato da chi le armi se le procura senza fatica e le usa indifferente alla vita umana. Meglio sarebbe affrontare alla radice il problema della sicurezza piuttosto che negarlo, avviare interminabili dibattiti sociologici, sfoderare statistiche di parte o menare il torrone con disquisizioni giuridiche. Una popolazione sicura, ragionevolmente convinta di non correre pericoli, rassicurata dalla forza e dall’azione della legge, non chiede il porto d’armi, non invoca la legittima difesa né sollecita pene abnormi.

     Forza e violenza                                                             

    Milioni di illegittimi indifesi sperimentano ogni giorno sulla carne di avere torto a prescindere.

                        Fisco, usura legalizzata, burocrazia, giustizia, malavita, diritti sociali:

                            la presunzione di colpevolezza è caricata alle persone comuni

                                    da un potere insolente, arrogante, spesso corrotto.

    Nulla di strano se qualcuno ritenga primario difendere in armi se stesso e la “roba” di verghiana memoria. Aleggia un errore di fondo della mentalità occidentale moderna, non distinguere tra forza e violenza. La forza è una virtù, comunitaria e personale, che viene trasferita allo Stato a fini di difesa e giustizia. La violenza è la sua degenerazione. Insorgere anche fisicamente, reagire a partire da se stessi è un diritto naturale che nessun potere o concezione irenistica del diritto può sottrarre all’essere umano. La normalità quotidiana è diventata una perniciosa indifferenza che confonde, opacizza i confini, logora i principi a tutto vantaggio del malaffare e della malvivenza. Ci si attarda a stabilire se sia peggiore la delinquenza in guanti bianchi (idea della sinistra) o quella armata della strada (idea della destra), con il risultato di offrire spazio all’una e all’altra, le opposte facce di una stessa realtà.

                                                    Il quadro giuridico è preoccupante,

                   i processi diventano sempre più un gioco agonale di esperti a pagamento

                               dal quale è espunta la giustizia e assente il senso comune.

    Affiora il pensiero di un artista divorato dall’angoscia, Cesare Pavese, allorché, nel Mestiere di Vivere, prendeva atto che “non ci si libera di una cosa evitandola, ma attraversandola”. Non affrontiamo la violenza diffusa di mille bande proterve, sprecando energie in dibattiti, diatribe, difendendo ciascuno un punto di vista ideologico che perde di vista l’essenziale. Ossia il diritto di ciascuno a una vita normale, violata da rapine, furti, aggressioni, ricatti, estorsioni, libero spaccio di sostanze che danno morte, tanto quanto dal clima di corruzione diffusa, privilegio di casta, imposizioni oligarchiche. In più, si esige a fronte corrugata il rispetto di un presunto spirito del tempo nelle leggi. Avverso alla legalità quanto alla legittimità, esso è bollato dal Beccaria con parole taglienti: “non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni", specie in un’epoca individualista, relativista e nemica della decisione, cui si preferisce sempre la discussione sterile e interminabile.

     Legittima difesa e codardia illegittima                   

    Legittima difesa è cosa assai distinta dal ricorso ai giustizieri armati, i Ringo e i Sartana dei film western-spaghetti. E’ il riconoscimento di un fatto naturale, un dato permanente della personalità umana che volentieri lasceremmo ai casi estremi, poiché una convivenza ordinata si realizza nella comunità e nelle norme che la sorreggono, non certo nell’iniziativa individuale o peggio nella sociopatia diffusa. Serve una legittima difesa collettiva contro ogni malaffare e prevaricazione. Soprattutto, si deve sconfiggere l’equazione figlia della viltà secondo cui forza è uguale a violenza. Lo Stato deve poter esercitare una santa, legittima violenza contro i crimini con il peso della legge, fatta di norme semplici e pene non esemplari ma certe, e, ove necessario, con l’uso senza complessi delle armi, oggi monopolio dei mascalzoni. Ci piace citare alcuni venerati maestri dei sedicenti non violenti, Karl Marx e il pomposo signore della gauche caviar parigina, Jean Paul Sartre, l’autore de L’essere e il nulla. Il pensatore tedesco riconobbe, dinanzi alle elucubrazioni intellettuali, che “l’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale.“  Per il philosophe de La nausea, addirittura, “solo con la violenza si diventa uomini.“ Una sciocchezza cui è facile opporre una riflessione positiva di un cattivo maestro, Jean Jacques Rousseau.“ La forza è un potere fisico; la pistola del brigante è anch’essa un potere fisico “. A cui abbiamo il diritto dovere di contrapporci senza timidezza. La civiltà italiana seppe esprimere splendidamente già nel XIII secolo il senso della comunità e del vivere civile nell’ affresco senese di Ambrogio Lorenzetti Il buono e il cattivo governo e gli effetti sulla città. In una parte del grande dipinto, un’opera d’arte intrisa di filosofia e scienza politica, nell’aria vola la personificazione della Sicurezza, che reca un delinquente impiccato, simbolo di giustizia implacabile e regge un cartiglio su cui si legge: “Senza paura ogn’uom cammini / e lavorando semini ciascuno”. L'ideale di una comunità forte e giusta è simboleggiato dal contrasto tra la carnale sensualità della Sicurezza e la dura allusione alla pena di morte. Lo Stato protegge gli onesti e punisce chi non segue la legge. Nell’Allegoria del cattivo governo, la città è ingombra di macerie, sul punto di crollare, i cittadini distruggono anziché costruire, la legge imprigiona gli innocenti, languono le attività economiche. Tutto è rovina, le campagne sono in fiamme e un esercito nemico marcia sotto le mura. In cielo aleggia sinistro il Timore. Dobbiamo scegliere: sicurezza o timore, vita o rovina, legittima difesa o il suo contrario, l’abbandono al destino. Per prendere posizione, bisogna decidere, assumere responsabilità, agire, rischiare. Seguire il Bene o il Male, l’Amico o il Nemico. Che disgrazia per il debosciato collettivo, il moderno “Narcisetto Adoncino d'amor. Non più avrai questi bei pennacchini, quel cappello leggero e galante, quella chioma, quell'aria brillante, quel vermiglio donnesco color.” Con la musica mozartiana delle Nozze di Figaro, i versi di Lorenzo Daponte paiono scritti per l’incipriato, indifeso damerino del secolo corrente, tutto chiacchiere, tolleranza e codardia.

    Roberto Pecchioli  (Copyright © 2018 Qui Europa)

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

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  • Società anomica: da Nietzsche a Kalergi, al ’68

    Società anomica: da Nietzsche a Kalergi, al ’68

    Domenica, 16 settembre / 2018

    – di Roberto Pecchioli / integrazioni a cura di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, società anomica, Savona, no aggredire il conducente  

    Nuovo disordine italiano: la scomparsa della legge.

    Società anomica: da Nietzsche a Kalergi, al '68 

    Il territorio non è più presidiato dalla legge, l'anima non

    è più presidiata dai valori dello spirito: la società

    ideale dei figli di Nietzsche

     

    di Roberto Pecchioli  / integrazioni a cura di Sergio Basile

    societa anomica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Società anomica: da Nietzsche a Kalergi, al '68  

    Savona – di Roberto Pecchioli La riflessione è talvolta stimolata da circostanze minori. Esistono fatti o situazioni in grado di produrre pensieri e giudizi, condurre la mente a considerazioni che determinano amarezza, destano sconcerto, provocano paragoni imbarazzanti tra ciò che era e ciò che è. Il meccanismo è scattato in noi vedendo scorrere sulle paline elettroniche delle fermate dei bus in provincia di Savona il seguente avviso:

                     aggredire un conducente o un controllore è un reato.

    Analoghi moniti compaiono sulle fiancate e all’interno dei mezzi pubblici. Prende davvero uno scoramento senza fine: Savona non è il Bronx, il suo territorio è un susseguirsi di località balneari, l’entroterra è formato da piccoli paesi, in zona non esistono ghetti etnici, periferie degradate né particolari pressioni di malavita. Una provincia agiata, tradizionalmente moderata, dall’ apprezzabile costume civile; eppure l’azienda dei trasporti TPL ha sentito la necessità di diffondere quel messaggio tanto ovvio quanto inquietante. Segno che autisti e verificatori non vivono tranquilli, come i ferrovieri minacciati e malmenati nelle aree metropolitane. A poche decine di chilometri dalla Torretta, i controllori genovesi lavorano in gruppi minimi di tre e non si avventurano, specie nelle ore serali, in certe zone. Il territorio non è più presidiato dalla legge dello Stato. Nulla di strano, dopotutto: è tramontata la Legge, quella con la maiuscola. E' la realizzazione della società ideale sognata dai nichilisti e dai fautori e architetti della Paneuropa kalergiana (Ndr – vedi articoli in allegato). Ma dietro questa anomia dilagante, c'è anche – soprattutto – un profondo disordine spirituale – specchio di quello metropolitano – che impedisce all'uomo di avere discernimento, a partire dalla cellula più importante della società: la famiglia (Ndr). D'altra parte crediamo che senza il '68, il caos da globalizzazione imperante (mondialismo) e contestuale caos razziale ed identitario, non sarebbero mai stati davvero possibili. Per realizzarli era necessario indebolire lo spirito e annullare la famiglia (Ndr). A questo lavorarono i falsi profeti e criminali del Sessantotto, figli degli idealisti rivoluzionari settecenteschi (Ndr).

               La prima e più importante Legge della comunità era il Padre.

    Travolto dalla domanda di liberazione spacciata per libertà dell’ultimo mezzo secolo, il padre si è eclissato in silenzio, spesso fregandosi le mani soddisfatto per aver scambiato la vecchia autorità con la gratificante irresponsabilità. La dissoluzione della famiglia è un terremoto il cui epicentro è il crollo della figura paterna, elemento che ha un rapporto diretto con l’esplosione di violenza tra le personalità più fragili, dapprima vittime, poi carnefici. Nel merito dell’episodio savonese, riflettevamo anche su una circostanza ulteriore: all’alba del terzo millennio, non più di quindici, venti anni fa, sarebbe stato impensabile scrivere frasi tanto sintomatiche di un degrado generalizzato. Era evidente a tutti che non si dovesse aggredire qualcuno per l’unico motivo di richiedere il pagamento e l’esibizione di un biglietto. La riprovazione sociale per comportamenti del genere era forte e sussisteva, pur in declino, un senso comune di condivisione delle normali regole di convivenza civica. Sui mezzi pubblici, i divieti riguardavano la bestemmia, oggi sdoganata e comune quanto il turpiloquio; si invitava a lasciare il posto agli invalidi, agli anziani, alle donne. Chissà che ne pensano le Erinni nemiche della società eteropatriarcale.  Ci si affanna con esiti incerti a diffondere una legalità formalistica, si parla molto della cultura di un’astratta legalità, ma si è perduta irrimediabilmente la Legge. Tempo fa ci siamo imbattuti in rete in un intervento di Alain De Benoist sulla femminilizzazione delle élite, il cui filo conduttore era la perdita del padre come fattore di stabilità, simbolo della Legge, la figura “che sottrae il figlio all’onnipotenza infantile e narcisistica”, ponte tra sfera privata e pubblica, soprattutto “limite del desiderio davanti alla Legge”, elemento indispensabile per la formazione di personalità adulte, responsabili, equilibrate. Indipendentemente dagli argomenti esposti, ciò che ci colpì fu il tono irritato, liquidatorio, intriso di disprezzo e derisione di alcuni commenti dei lettori. Nessuno ribatteva nel merito, tutti dimostravano di non possedere gli strumenti concettuali per approvare o contrastare l’arsenale concettuale dell’autore, un intellettuale con decine di libri all’attivo, migliaia di articoli e una presenza culturale di mezzo secolo.

     La disintegrazione del senso di civiltà                     

    Dunque, non è saltata solo la Legge, ma più in generale la percezione di appartenere a una civiltà; i codici comuni di ieri si sono trasformati in linguaggi incomprensibili. Gran parte dei significati hanno perduto senso, moltissimi non sono in grado di accogliere, tanto meno comprendere ragioni e idee altrui. E’ come si ci esprimessimo in lingue ignote o utilizzassimo la crittografia al posto del lessico di tutti i giorni. Viviamo in una bolla di appagata ignoranza, circondata da pomposi titoli accademici, conoscenze e saperi esclusivamente strumentali a “ciò che serve”. Per citare Socrate al contrario, non sappiamo più di non sapere, ci crogioliamo in un’inconsistenza soddisfatta che fa respingere tutto ciò che non capiamo o ci infastidisce. Come nel computer, si mette nel cestino il messaggio che non interessa e si elimina come “spam”, spazzatura concettuale, ciò che è sgradito.  

                  Un numero crescente di persone vive nel vuoto di valori diversi

                                     dal principio di piacere, dalla comodità,

                                nell’idolatria della forma-merce e del denaro.

    Non stupisce che alcuni non trovino di meglio che salire sul treno o sul bus senza pagare il biglietto, minacciando o prendendo a pugni chi si oppone, esattamente come ci si libera delle idee moleste o si toglie di mezzo chi si frappone al desiderio da realizzare. Sconforta soprattutto la mancanza di reazione sociale. A grande maggioranza si depreca il degrado civile, ma non si fa nulla per invertire la rotta. Ovvio, da tre generazioni viviamo nel più assoluto soggettivismo. Un individualismo greve carico di indifferenza, menefreghismo, tutt’al più generica deprecazione poiché “non si fa nulla”, “non si può andare avanti così”, ma ben raramente uno scatto di orgoglio per reagire, insorgere, provocare un cambiamento. E’ svanita la Legge, quella che conoscevamo come senso comune, esempio, formazione alla vita, limite. Idee senza parole, i fondamenti.

                     La globalizzazione tende a negare punti di riferimento stabili,

            elevando il consumo – e il suo mezzo, il denaro – a unici pilastri della vita.

    Si giustifica tutto, si confondono, insieme con le funzioni e le identità, il bene e il male, derubricati a preferenze, pulsioni soggettive, interpretazioni. Soprattutto, si diffonde un mal sottile contro cui mancano le difese, il narcisismo. I suoi sintomi sono l’infantilizzazione della vita pubblica e personale, l’ansia di realizzare tutto e subito, l’incapacità di comprendere l’Altro. Si è centrati su se stessi, ci si sente speciali, al di sopra delle regole e delle responsabilità. I limiti valgono per gli altri, mai per noi stessi, titolari esclusivamente di diritti, ovvero capricci o pulsioni scambiate per bisogni, scompare l’empatia, gli altri diventano mezzi, oggetti di piacere oppure fastidi da eliminare se oppongono resistenza ai nostri piani. Le norme diventano barriere insopportabili, nemici coloro che per dovere o convinzione cercano di farle valere. Sono disprezzati sino alla derisione e all’assoluta incomprensione i valori virili come la forza e la saggezza. L’onore, semplicemente, è parola priva di definizione, tutt’al più si tiene all’ immagine, l’idea di noi stessi più conveniente nel rapporto con il prossimo. Cacciata dalla finestra, la violenza, mai disprezzata come oggi, ricompare dalla finestra con rinnovata pericolosità sotto forma di comportamenti irresponsabili, incapacità di frenarsi, pulsione di possesso malsano, indifferenza morale, cinismo, competitività, insensibilità, ansia di appropriazione ad ogni costo. Ogni freno immateriale di origine comunitaria, il senso del pudore, la vergogna per i propri atti, l’assunzione di responsabilità è svalutato, liquidato come residuo del passato. Chi vive solo per l’oggi non sente il bisogno di solidi principi e avverte ogni divieto, regola o legge come un ostacolo intollerabile a cui opporre la volontà sovrana, capricciosa di tanti “io” che si considerano il centro dell’universo.

     Immobilismo e soggettivismo                                   

    L’assenza di una reazione civica alla decadenza è un ulteriore frutto del soggettivismo. Siamo sì sconcertati dall’andamento generale, ma in fin dei conti ci basta trovare una soluzione individuale, la via d’uscita dei fatti propri, chiusi nel nostro pezzetto di mondo. Ci hanno talmente convinti che il vero e il giusto non esistono da non prestare fede neppure ai nostri sentimenti, alle parole con cui definiamo le cose, se non sono in linea con il pensiero corrente. Rinserrati in miriadi di gruppi reciprocamente ostili, guardiamo al mondo di fuori senza più prendere posizione, tollerando ogni cosa, trovando attenuanti e giustificazioni per qualsiasi comportamento, purché, beninteso, non ci tocchi personalmente. In quel caso gridiamo d’indignazione, invochiamo l’intervento esterno, riscopriamo persino l’autorità delle legge e lo Stato, rintracciamo nel vocabolario parole dimenticate, morale, onore, principi, legge, rispetto. Involucri privi di sostanza in una società impregnata dei disvalori materialisti.

     Etica del cavaliere ed etica del mercante                

    L’etica del soldato e del cavaliere, il semplice senso del dovere sono sostituite da quella del mercante, l’utile immediato al posto del giusto e del bello e, nei tempi ultimi, dalla mentalità del rapinatore e del nomade, due figure amorali che prendono ciò che trovano, disinteressati al diritto, nemici della conquista attraverso la fatica e il lavoro. Chi consegue successo, denaro, piacere con poca fatica è un modello da ammirare, un “dritto”. La conseguenza è il tracollo di un’ordinata convivenza, sino alla triste necessità di rammentare a gente di ogni risma, età e nazionalità che aggredire qualcuno è un reato. Poco male per loro: il rigore della legge non raggiunge quasi mai i responsabili, dovunque sono pronte giustificazioni sempre nuove, tolleranze ogni volta più estese. L’esempio vale più delle parole. I comportamenti delle classi dirigenti non sono migliori di quelli della suburra, il timore della legge assale esclusivamente le persone oneste.

      L'evocazione del padre                                               

    Legge significava anche timore: della pena, della responsabilità, del disonore che ricade sul reo e sulla sua famiglia. Il timore è scomparso, abolito nei mille rivoli del falso fiume buonista. Nonostante Bibbia e Vangelo, è tramontato anche nella prassi religiosa il timore di Dio, celato dagli stessi consacrati come imbarazzante residuo di un creatore giudice, duro, quasi cattivo, non sopportabile dal fragile Peter Pan contemporaneo. Nel libro dei Proverbi si dice: “il timore del Signore è odiare il male; io odio la superbia, l’arroganza, la via del male e la bocca perversa.” Altrove lo si definisce principio della sapienza. Per il cristianesimo il timore di Dio è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Dissoltasi la spiritualità nell’orizzonte materialista, anche la fede ridotta a folklore tace. Presso le generazioni allevate con principi forti, bastava evocare il padre per ottenere un cambio di atteggiamento. “Lo dico a papà” più che una minaccia era un giudizio preventivo, l’evidenza di un comportamento negativo. Lungi dall’essere una figura cattiva, il padre rappresentava il detentore del diritto/dovere di pronunciare dei no, decidere, distinguere il bene dal male, talvolta punire. Secondo studi americani, i più efferati assassini seriali sono personalità vissute in mancanza di un padre. Nella quotidianità, un numero impressionante di persone cresce nell’assenza della figura paterna, sconfitta dalla modernità, respinta dalle fisime libertarie, annientata dall’implosione della famiglia naturale. L’aggressività naturale dei giovani maschi è repressa con accanimento da modelli ideologici di ascendenza femminista. Un rimedio agli scoppi di violenza peggiore del male, poiché gli istinti risorgono in forme deviate e travolgono le deboli difese psicologiche di una società ossificata. Torna l’orda primitiva, ci si riunisce in fratrìe, il gruppo dei pari, specie tra gli adolescenti maschi, con i risultati di cui sono piene le cronache.

     La droga del carrierismo/narcisismo                      

    Un elemento moltiplicatore dell’eclissi del padre/legge è quello del gran numero di uomini – ma il fenomeno riguarda sempre più anche le donne – dediti esclusivamente al lavoro, alla cura maniacale della carriera e del successo professionale che impedisce di occuparsi dei figli e della famiglia, facilitando la rottura dei rapporti stabili a favore di legami “liquidi”. Sono gli adepti degli spiriti animali del capitalismo ultimo, personaggi del tutto privi di empatia, egocentrici, aggressivi ed emotivamente indifferenti. Sostanzialmente psicopatici, ma assai adatti a conseguire i massimi successi nella giungla della competizione nel mondo del lavoro. Si tratta inoltre di personalità affette da forme estreme di narcisismo, il cui egoismo autocentrato non prevede certo sacrificio e interesse per il prossimo, a partire dai propri figli, quando ne hanno, in genere frutto del caso o del desiderio di soddisfare malsane pulsioni “possessive. Nel fastidio per il mondo esterno è compresa l’insofferenza per il limite e per la legge. Il guaio è che le indoli di questo tipo, particolarmente adatte al sistema socioeconomico vigente, risultano imitate ed ammirate dalla maggioranza gregaria. Come membri delle classi dirigenti, inoltre, orientano la formazione e la modifica delle leggi nel senso della massima permissività, a imitazione del modello liberista trasformato in libertario/libertino. L’educazione diventa così semplice apprendimento di meccanismi e nozioni utili per affrontare la competizione economica, ribattezzata concorrenza e rivestita di un paradossale alone di indiscutibilità sacrale. In siffatto sistema, l’imbroglio, la menzogna istituzionalizzata (di cui è veicolo privilegiato il circo pubblicitario) sono strumenti di lavoro, mezzi per ottenere il successo. Il disprezzo per le norme diventa naturale, fino alle conseguenze di focolai di violenza, pretesa di sfuggire alla conseguenze dei propri atti, disinteresse per le ragioni e la persona altrui, l’idea che ciò che si frappone tra noi e l’obiettivo sia un ostacolo da abbattere.

     Il sommo attentato                                                       

    Ragionavamo sul fatto che la frana si è allargata negli ultimi vent’anni. Non è certo responsabilità dei “millennials”, coloro che si sono formati nel XXI secolo, prime vittime inconsapevoli di una civilizzazione allo sbando. La frattura risale agli anni sessanta, è diventata idea dopo il 68, si è trasformata in cultura dominante nel tempo. Esaurite le generazioni precedenti, sono terminati i filtri, le resistenze, si sono aperte le dighe. La generazione che ha contestato prima, ucciso poi il Padre e la Legge ha messo al mondo figli cui è stato inoculato il germe dell’indifferenza non solo verso i vecchi principi, ma nei confronti di ogni limite. Enfatizzato ogni eccesso come pegno di raggiunta libertà, alla morte del padre è succeduta la perdita del figlio. Divenuti figli di nessuno, ci sentiamo autogenerati, creatori di noi stessi, ma in realtà zattere alla deriva. L’esempio più potente è la figura di Friedrich Nietzsche, che cercò l’Oltreuomo, annunciò la morte di Dio (e partecipò attivamete al piano umano rivoluzionario che ne attentò l'idea nell'immaginario collettivo – Ndr), previde e fu maestro del nichilismo, la trasmutazione di tutti i valori, l’emersione della figura epidemica degli Ultimi Uomini, di cui sperimentiamo ora la variante consumista senza valori e priva di qualità. Finì nella follia, il gigante di Sils Maria, per aver antiveduto nell’aria pura dell’alto monte il risultato delle sue meditazioni profetiche (e maledette – Ndr). Noi sperimentiamo l'eesenza di questo nichilismo quotidianamente: gli ultimi uomini distruggono tutto ciò in cui si imbattono, fanno terra bruciata con sinistra voluttà di civiltà, cultura, legge, vita. L’incendio non è stato riconosciuto al suo apparire, ci siamo affidati tra gli applausi ai piromani. Alla fine del ciclo, non resta che scrivere ovvietà: non si aggredisce il conducente se si vuole evitare il burrone.

    Roberto Pecchioli / integrazioni a cura di S. Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

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  • Ponte di Genova e Nave Diciotti: lo squarcio del velo

    Ponte di Genova e Nave Diciotti: lo squarcio del velo

    Giovedì, 30 agosto / 2018

    – di Roberto Pecchioli

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli,  Genova,  Ponte Morandi,  Nave Diciotti, Comunismo 

    Ponte di Genova e Nave Diciotti: lo squarcio del velo

    Italia parafulmine d'Europa senza sovranità monetaria

     

    di Roberto Pecchioli 

    DICIOTTI PONTE GENOVA

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Corre la storia                                                            

    Genova – di Roberto Pecchioli Corre la storia. Esistono periodi in cui tutto sembra fermo, altri dove il movimento pare precedere il tempo e sfuggire alla comprensione. Le ultime settimane, in piene vacanze agostane, hanno prodotto un’accelerazione profonda, lasciato un solco significativo, segnato un prima e un dopo. Poco sarà come prima nel giudizio comune dopo il crollo del Ponte Morandi di Genova e la vicenda della nave Diciotti della nostra Marina.  I fatti sono noti. Nel primo caso, un ponte costruito da soli 50 anni, unico mezzo di comunicazione tra le due parti della Liguria, proteso verso la Francia, si spezza e lascia sul terreno, dopo un volo spaventoso, oltre quaranta vittime, seicento sfollati, giacché quella struttura autostradale, gestita dal gruppo privato Benetton, posava direttamente sopra un quartiere popolare della città e minaccia di infliggere un colpo mortale all’economia di una regione che vive di turismo e di logistica dei trasporti.  Nel secondo, una nave italiana che incrociava nel Mediterraneo ha raccolto circa 180 eritrei i quali, all’arrivo a Catania, non sono stati sbarcati per ragioni di salute, sicurezza pubblica e per dare un ulteriore segnale di cambiamento nella politica nazionale dinanzi all’invasione di finti profughi provenienti dall’Africa con l’aiuto di imbarcazioni private ( le cosiddette Organizzazioni Non Governative) finanziate da chi organizza il traffico di esseri umani sotto la copertura di ragioni umanitarie. A seguito degli eventi catanesi, il ministro degli Interni in carica è indagato per sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale. Marcello Veneziani ha intitolato un suo magistrale intervento “difendere gli italiani è reato”.

     Il paradigma piddiota                                             

    Il maggiore partito di opposizione, il PD architrave del sistema da 25 anni sotto diversi nomi, ha mobilitato i propri dirigenti a Catania a favore degli stranieri, ma ha brillato per la sua assenza a Genova dinanzi alla tragedia di una grande città italiana che, per inciso, ha sgovernato per oltre 40 anni, come PCI prima, PDS, DS e PD poi. I pochi esponenti visti ai funerali sono stati accolti da salve di fischi impressionanti, che hanno lasciato sotto choc la povera (si fa per dire) deputata Pinotti, fascinosa signora del partito in città, ex ministro della Difesa, dunque responsabile diretta per anni dei movimenti della Marina Militare nelle acque del Mediterraneo meridionale. Un osservatore del calibro del professor Meluzzi, ex uomo politico, ha tuonato contro l’alleanza di fatto tra il potere mediatico (tutto dalla parte del vecchio sistema), l’apparato tecnologico di dominazione (il mondo della rete, di Facebook, Google, Silicon Valley) e le oligarchie finanziarie. Ha dimenticato, per l’Italia, il grumo di potere giudiziario che da un quarto di secolo tiene in scacco la politica, cercando attivamente non solo di influire sulle scelte generali, ma addirittura di riscrivere la storia della nazione degli ultimi 75 anni. In questa calda estate italiana, tuttavia, non solo i ponti crollano, ma si vanno sgretolando i muri di menzogne e falsificazioni innalzati dall’inizio degli anni 90, allorché, finito il comunismo (almeno così sostengono gli storici: in realtà il modello comunista sulle ali della globalizzazione si è intrecciato all'unisono con il liberal-capitalismo – sua fratello  speculare e monocefalo –   che ha invaso come un morbo tutte le nazioni, secondo quanto predetto dalla Madonna a Fatima – Ndr), gli Usa abbandonarono al loro destino il sistema potere basato sulla DC, il PSI, le partecipazioni statali, alcune grandi industrie e alcune banche d’affari (Mediobanca). L’esito è stato la svendita di gran parte della ricchezza nazionale attraverso privatizzazioni pilotate da un gruppo di potere interno legato a centrali estere anglo americane e francesi. I gioielli dell’economia, dell’industria, della ricerca, della finanza sono stati svenduti e solo oggi, dopo 25 anni si squarcia il velo, dopo la caduta di un ponte pagato con il denaro di tutti e affidato in concessione a un privato, Autostrade della famiglia Benetton, che ha guadagnato miliardi e reinvestito spiccioli nella manutenzione, senza alcun interesse per un piano infrastrutturale. Le condizioni della concessione stanno emergendo come scandalosamente contrarie all’interesse erariale e nazionale, una specie di patto leonino alla rovescia, in cui tutti gli oneri stanno dalla parte pubblica (la proprietaria!), tutti i vantaggi da quella privata. Sta venendo a galla un groviglio di interessi e di meccanismi, a partire del finanziamento dell’operazione, che sanno di tradimento del popolo italiano. Il governo ha finalmente battuto un colpo, impegnandosi a sottrarre la concessione al gruppo Autostrade. Lo stuolo di legali di alto livello messo in campo da lorsignori è capitanato da personaggi della politica e delle istituzioni di lunghissimo corso come Paola Severino e Giovanni Maria Flick. Ex ministri, ex membri della Corte Costituzionale giunti al rango di presidente, ex dirigenti di tutto. Personalità di altissima professionalità, ovviamente, ma, guarda caso, membri di quei centri di potere riuniti attorno a Romano Prodi, protagonisti delle privatizzazioni, delle modalità di adesione all’unione europea e di tutti gli eventi che hanno segnato la storia recente.

     Lo squarcio del velo                                                       

    Per la prima volta il velo si sta squarciando e una parte maggioritaria degli italiani comincia ad aprire gli occhi. Doveva cadere un ponte, uccidere innocenti, ferire a morte una regione intera, affinché diventasse patrimonio di verità la parola inascoltata dei pochi che hanno gridato per anni, vox clamantis in deserto, voce di chi urla nel deserto, come Giovanni il Battista. Complottisti, mentitori, estremisti per un quarto di secolo, adesso risulta che avessero ragione. Un’inchiesta di questi giorni, a proposito della privatizzazione delle banche pubbliche che controllavano tra l’altro Bankitalia, ipotizza che siano state cedute a un decimo del valore reale. Dovremmo citare la Sme, la chimica, l’Enel, l’agroalimentare, l’abbandono folle della siderurgia (chi fornirà i materiali per il nuovo ponte in acciaio?), un elenco talmente lungo da occupare pagine intere. A cose fatte, a Italia fatta a brandelli, venduta, regalata, offerta al minor offerente, veniamo a sapere che i protagonisti sono ancora in sella, alcuni ai vertici delle società private che hanno smantellato da boiardi pubblici e da politici infedeli. Eppure Mani Pulite venne fatta passare come una benefica operazione contro la corruzione, che c’era, eccome e chi la denunciava anche allora era sbeffeggiato, perseguitato, deriso. I corruttori- l’industria, l’economia, la finanza – vennero fatti passare per vittime, sia pure ben disposte ad aprire il portafogli. Il popolo applaudì, voltando le spalle al sistema che, pur tra mille difetti e gravissime ombre, aveva comunque accompagnato la ricostruzione dopo la tragedia del 1945. Ebbero un sacco di colpe, ma non smantellarono il buono costruito prima di loro (l’Iri e il sistema bancario) e, attraverso uomini come Enrico Mattei – ucciso nel 1962 – Adriano Olivetti e tanti altri, portarono l’Italia all’avanguardia. Ciò che lascia la classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo è un cumulo di macerie il cui simbolo è il ponte spezzato che scavalcava la valle del Polcevera, un’opera che in mezzo secolo è stata muta testimone della penosa deindustrializzazione di una delle città simbolo della storia nazionale. Non abbiamo idea se le cose cambieranno nella sostanza, il sistema è fortissimo e, come ci ha spiegato Alessandro Meluzzi, ha in mano l’apparato mediatico, quello tecnologico e controlla il denaro. Per la prima volta, però, è chiaro che non ha il favore della gente, la cui collera non è ancora esplosa, siamo piuttosto allo sconcerto e all’indignazione, ma adesso il bimbo della fiaba che rivela la nudità del re viene creduto.

     Il caso Diciotti                                                                    

    Negli stessi giorni, è esploso fragorosamente il caso dei migranti eritrei portati in Sicilia non da una nave delle ONG, ma dalla nostra Marina. In un suo modo rozzo ma efficace, Matteo Salvini ha dimostrato nelle settimane scorse che l’invasione non è un dato di natura cui non ci si può opporre. Orrore e fastidio di chi comanda e dei fiancheggiatori prezzolati (stampa, TV, clero, membri della cupola culturale). Silenzio e orecchie da mercante da parte delle istituzioni europoidi, i cui gerarchi sono indifferenti a tutto fuorché agli interessi delle lobby che li hanno scelti e garantiscono loro privilegi e reddito da nababbi. E’ chiaro anche ai ciechi che nessuno vuole gli africani ma tutti si vergognano a dirlo. Si rifugiano allora nelle frasi umanitarie, nell’indignazione a tariffa, nella retorica di maniera. L’Italia si arrangi, colpa sua se è uno stivale incastrato in mezzo al Mediterraneo. Maggiore comprensione merita la Spagna, che getta fuori con le spicce migliaia di persone, e ne ha pieno diritto, ma può farlo senza suscitare l’ira di Bruxelles perché i suoi governi da anni eseguono i compiti finanziari assegnati dall’oligarchia per salvare le banche esposte con la zoppicante economia iberica. Può chiudere la frontiera Emmanuel Macron, il socio di minoranza della Germania & Francia spa, caro a Jacques Attali, ai Rothschild e al mondo bancario. Può anche sforare il comico parametro del 3 per cento perché la Francia non va, fare un piano per mandare a casa 50 mila statali e continuare a spendere il 54 per cento del PIL nel settore pubblico.  Una Francia che sarebbe letteralmente in braghe di tela, nonostante gli acquisti in Italia a prezzo di saldo, se non contasse con la rendita da signoraggio dell’emissione e del controllo del Franco dell’Africa Centrale, valuta di ben 14 stati, saldamente nelle mani di Parigi. Noi no, non possiamo fare nulla, e se tentiamo di difendere i confini, a mali estremi, estremi rimedi. Entra in scena un altro pezzo dell’Italia di potere, l’inquirente che indaga Salvini, probabilmente nella speranza di far saltare il patto di governo giallo blu tanto inviso ai “superiori”. Comunque vada l’iniziativa giudiziaria, è un enorme sasso in piccionaia. Un politico esperto, Gianni Alemanno, reagisce denunciando la procura agrigentina per attentato alle libertà politiche. Anche in questo caso, almeno si è fatta chiarezza. Gli schieramenti sono più netti, nessun vacanziero può dire di non aver visto e di non aver capito. Falliscono uno dopo l’altro i vertici europei sull’immigrazione per varie ragioni. Due ci sembrano decisive: l’oligarchia non può ammettere apertamente di essere dalla parte dell’invasione per timore di reazioni popolari; i governi non vogliono accogliere altri immigrati per l’ottimo motivo che non possono. Mancano le risorse, è sfumato il consenso sociale, lo dimostra la Germania e la stessa Svezia che sta per attribuire un grande successo elettorale ai partiti anti immigrazione ed euroscettici, la Francia in cui Macron è in difficoltà serie dove ogni giorno avvengono mille aggressioni, per lo più da parte di immigrati o di “nuovi francesi”.

     Parafulmine Italia                                                               

    L’Italia diventa così, per motivi geografici e per antica subalternità, il parafulmine di tutto. Il capo del governo ha fatto balenare l’ipotesi di non votare il bilancio dell’Unione e si sono aperte nuove cateratte. La voce dell’Italia interessa solo quando è accompagnata da assegni di decine di miliardi, quelli che conferiamo al bilancio comunitario e gli altri che regaliamo al Meccanismo Europeo di Solidarietà. Se poi il ministro Di Maio ipotizza di bloccare i pagamenti, apriti cielo. Un commissario europoide, un signore non eletto da alcuno, ma catapultato ai vertici per la sua appartenenza a certi ambienti, Guenther Oettinger, tedesco non per caso, ci rammenta che pagare è obbligatorio e tacere assai apprezzato. Contesta anche le cifre, non sarebbero 20 i miliardi (nostri) in ballo, ma 16 o 17. Chissà se ha messo nel conto quanto versiamo quasi quotidianamente per dazi all’importazione, che si chiamano “risorse proprie dell’Unione”, di cui possiamo trattenere solo il 20 per cento come aggio per le spese di riscossione e mantenimento della struttura tributaria, nonché la parte di IVA – che pure è un’imposta nazionale – che versiamo ai signori di Bruxelles. La storia corre, però, nulla è immodificabile, neppure l’Unione Europea, neanche i suoi trattati fatti apposta per sottrarre sovranità a popoli e Stati e impedire azioni di revoca. Corre anche nell’ambito dell’immigrazione, che è percepita come invasione e non è più un tabù. Marcia veloce anche nell’economia, ove la parola nazionalizzazione non è più vietata dai sacri testi liberisti e diventa un’opzione da discutere in libertà. Un piccolissimo esempio riguarda il ponte Morandi: per il concessionario privato la manutenzione è un costo, per lo Stato proprietario dell’infrastruttura sarebbe un investimento. Con il ponte stanno cadendo molti calcinacci. Il muro del mercato è il più resistente. L’impegno del governo dovrà essere quello di mostrare volontà di sviluppo, equilibrio e capacità di controllo del paese, decisione nella discussione del bilancio UE. Se ci riuscirà, gli “spiriti animali” si acquieteranno, anzi si schiereranno dalla parte di chi, in un modo o nell’altro, può farli guadagnare. Spezzare i monopoli privati potrebbe essere operazione gradita a settori ampi del mondo affaristico. Non sono pochi i soggetti tagliati fuori dal monopolismo dominante dagli anni 90 che potrebbero essere indotti a investire in Italia; esiste già il piano di Paolo Savona sugli attivi di bilancio al netto degli interessi sul debito. Quanto all’immigrazione, la voce assordante che sale da gran parte dell’opinione pubblica chiede che sia regolata, ricondotta alle necessità reali, ove esistano, venga ripristinata la legalità nei buchi neri in cui troppi ospiti sgraditi e non richiesti la fanno da padroni. Se esiste un clima sfavorevole agli stranieri, la migliore soluzione è ripulire l’immigrazione da due piaghe, la clandestinità e la malvivenza. Ce ne saranno grati per primi i tanti stranieri per bene che non vogliono essere confusi con i farabutti e meritano il nostro rispetto. L’operazione giudiziaria conto Salvini sembra un ballon d’essai, un tentativo proveniente dagli stessi ambienti interessati alla riscrittura giudiziaria della storia nazionale. In questi giorni tocca rivalutare persino Silvio Berlusconi, che poco ha fatto per cambiare le cose, finendo per diventare un elemento di stabilizzazione del sistema, ma che ha subito un attacco giudiziario ben al di là dei demeriti suoi – molti- e di chiunque altro. Come ha fatto questa nostra Patria a ridursi così? La storia corre, ma dovrebbe andare alla velocità della luce per recuperare trenta, quarant’anni devastanti. Da oggi, però, dopo il crollo del ponte e la paradossale vicenda della nave Diciotti, gli italiani sanno molto più di prima, alcuni hanno capito. Tocca a loro, tocca a noi, se vogliamo tornare protagonisti. Nella corsa, chi si ferma ha perduto.

                        Necessita impadronirsi delle nostre sovranità,

    ma senza sovranità monetaria e proprietà popolare dei valori monetari,

          nessun'altra sovranità sarà mai possibile, perché tutte sono

         subordinate e collegate alla prima, come in un grande domino

                                                            (Ndr)

     

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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    Statalizzare o Privatizzare? Proprietà dei valori monetari: unica risposta

    Venerdì, 24 agosto / 2018

    – di Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Sergio  Basile, Marx, Marxismo, Stato, Privatizzazioni, Comunismo          

    Statalizzare o Privatizzare? Proprietà dei valori monetari:

    unica risposta

    Cos'è davvero lo Stato? Quali i suoi obiettivi storici? Esiste una Terza Via

    per garantire la difesa sociale ed economica del cittadino?

    La strada maestra non può che essere la riacquisizione della titolarità

    dei valori monetari

     

    di Sergio Basile

    PRIVATIZZAZIONI

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Il dilemma: privatizzare o statalizzare?                

    Catanzaro, Genova di Sergio Basile Privatizzare o statalizzare? E' questo il dilemma amletico che dopo il disastro di Genova e le responsabilità di Autostrade per l'Italia / Atlantia, della famiglia Benetton & soci, accompagna il dibattito nazional popolare di fine estate. In tutta franchezza riteniamo che i settori critici dell'economia di un Paese debbano essere garantiti e gestiti da un'autorità statale super-partes, se mai ne esista una, e comunque sottratti ai meri privati, dietro i quali spesso e volentieri si nascondono oscuri padroni, scomodi prestanome e monopolisti delle ricchezze mondiali, estranei ai concetti di benessere diffuso e bene comune. Ciò premesso un dubbio ci assale: la risposta al nostro dilemma si risolve davvero nel dualismo tra Stato e privati oppure c'è di più?

                  Può esistere una "terza via" che sfugge ai cronisti dell'ultim'ora tale da

          garantire il cittadino sia dalle angherie stataliste che dalle distorsioni privatistiche?

    Per capirlo, ed avendo abbastanza chiara l'oscura e sconveniente alleanza che dirige il capitale privato verso cartelli e tentazioni turbo-capitaliste – poco attente all'etica e vocate al massimo profitto – cerchiamo di capire l'essenza del contraltare al modello liberal-capitalista; cerchiamo cioé di focalizzare la natura e i reali obiettivi dello Stato, quell'entità che il grande prof. Giacinto Auriti definì senza mezzi termini un

                                                         "fantasma giuridico,

                       dietro il quale si nascondono le mangiatoie dei grandi usurai".

    Per farlo andiamo direttamente al sodo, approfondendo sotto nuovi punti luce la teoria marxista.

     Marxismo e significato (occulto) di Stato              

    L'ebreo Moses Mordekkai Levy, alias Karl Marx – 1818-1883 – insegna che  lo Stato nasce in risposta all'esigenza imprescindibile di ordine e giustizia partorita "naturalmente" dal grembo di una società divisa in classi e che da quando nella società si sarebbero acuiti i dissapori tra tali classi, periodo inaugurato con gli albori dell'era industriale, sarebbe sorta l'insopprimibile necessità di un'entità giuridica sovrana ed arbitraria capace di dirimere le lotte intestine all'interno della nuova segmentazione sociale. Lo Stato, dunque, nell'era moderna, attraverso la sanguinosa sostituzione delle costituzioni massoniche alle bibbie cattoliche ed agli scettri regali, sarebbe stato fatto ascendere per acclamazione quale sacro e sommo soggetto regolatore delle relazioni tra gli attori sociali ed economici di una nazione e massimo ente "sovrano" di rilievo costituzionale. Ma alla luce della verità storica lo Stato si è rivelato soprattutto una realtà fin troppo idealizzata e mitica che, accantonando l'etica cristiana, ha innalzato l'etica neutra del puro numero, abbracciando la dittatura relativista del democratismo numerico, nel nome di un laicismo sempre più esasperato; finendo per surrogare, sostituire, le autorità monarchiche tradizionali in favore dell'ascesa dell'homo politicus laicus. La conseguenza diretta di questa rivoluzione nei rapporti di potere è stata la deresponsabilizzazione cronica dell'élite statale dinanzi ai governati, cioé dinanzi alle masse informi, illuse dalle promesse di Marx, Rousseau e Montesquieu, ricorrendo al vecchio trucco politico dello scaricabarile, figlio della dialettica hegeliana e dell'idealismo settecentesco: vizio genetico dei teatri parlamentari dello Stato democratico. Nelle società così riprogrammate dai padroni del denaro e dai filosofi, la classe che detiene il potere economico secondo la teoria marxista avrebbe avuto bisogno dello Stato come strumento per organizzare il potere politico a difesa del potere economico. Ma questo dogma falso, non importando in sé il germe della verità, è rimasto sepolto nel campo delle utopie, dietro i paraventi del comunismo e della democrazia.

                                                    Lo Stato si è dimostrato nient'altro che

                                           lo strumento della dittatura di una classe sull'altra.

    Marx sembra riconoscere questa imbarazzante ed epocale circostanza, dando l'impressione di poterla redimere, ma lo fà in maniera contorta e perversa: egli sostiene che lo Stato deve esistere solo nella misura in cui resta necessario alla supervisione della lotta di classe: conflitto, tuttavia, alimentato e mai risolto dal marxismo. Esso si sarebbe dissolto come neve al Sole, solo con l'eliminazione delle divisioni tra classi, cioé nella genesi di una nuova società di "eguali". Invero però il livellamento di cui parla Marx, senza denunciare e combattere il cancro bancario della moneta-debito, sembra condurre a parametri diametralmente opposti a quelli osannati dalle sue premesse rivoluzionarie.

                                         Abolizione delle classi, uomini tutti uguali,

                        ma nella povertà e disperazione diffusa di tutti gli attori sociali.

    Infatti, nel momento in cui, attraverso la confisca della sovranità monetaria, l'epidemia del debito indotto e il morbo delle privatizzazioni avallate dallo stesso organismo élitario chiamato "Stato" (e il caso Benetton-Atlantia resta davvero emblematico) i cittadini saranno espropriati dell'ultima briciola della loro libertà, ovviamente si verificherà uno "stato di dittatura" totale che vorrà certamente surclassare il tradizionale modello di Stato, verso la creazione di organismi sovranazionali sempre più totalizzanti e tirannici: vedi ad esempio l'Unione europea e i trattati intercontinentali sulla promozione della globalizzazione. Quando Marx, dunque, parlò e scrisse con enfasi del superamento del socialismo di Stato  in favore della nascita della "società comunista", diceva purtroppo il vero, ma molti travisarono il senso della sua beffarda "minaccia". Oggi questo triste presagio, questa diabolica profezia si sta ormai realizzando e ne respiriamo gli effetti ogni giorno.

                                       Lo Stato si è rivelato storicamente quel che è:

                            un subdolo cavallo di troia dei potentati bancari e massonici;

                            la cosiddetta "dittatura del proletariato" auspicata da Marx

                                                     si è rivelata in realtà ciò che è:

                                          la dittatura dell'élite bancaria e massonica,

                                       protesta a schiacciare gli schiavi proletarizzati,

                     privati di ogni diritto e proprietà e improgionati nelle gabbie patrie

                                           del lavoro ripagato con un salario-debito.

      La classe occulta                                                        

    Cosa accade, dunque, quando la rivalità tra classi è fomentata da una terza oscura super-classe (i banchieri) per mezzo di un oggetto (la moneta-debito) utilizzato forzatamente da tutti gli attori della disputa?  Semplice, il lento annientamento dello Stato: non più onnipotente organo costituzionale, ma struttura di accentramento di potere temporanea, soggetta ad usura programmata, per consentire il passaggio in primis dalle monarchie cattoliche alla Repubblica massonica e di scorta da quest'ultima al "Governo Mondiale" apolide e cosmopolita.

                             Lo Stato, dunque, può essere considerato il corridoio ideale

                  utilizzato dai banchieri e dai potentati anti-cristiani (la classe occulta)

                                             per facilitare il passaggio dell'umanità

                                 dalla libertà della società organica pre-illuministica

                                              alla schiavitù della società hegeliana.

    Marx è stato il grande traghettatore, il Caronte di questo viaggio epocale di sola andata.

     Il vero volto di Marx                                                   

    Ma chi è stato davvero Karl Marx e cosa rappresenta ancora oggi per la "classe occulta"? Egli, acclarato satanista dedito alle arti cabalistiche, era membro di un'organizzazione giudeo-massonica, La Lega dei Giusti, creata dagli Illuminati di Baviera, i quali, a loro volta, furono partoriti nell'humus anticristiano e sovversivo – vicino alla finanza internazionale – dei cenacoli degli Alumbrados fondati nel 1492, in occasione dell'espulsione degli ebrei dalla Spagna cattolica. Questi Alumbrados (in lingua spagnola «Illuminati») erano degli ebrei marranos, cioé battezzati cristiani pur conservando la loro fede talmudica. Nel 1848 Marx su mandato degli Illuminati di Baviera e dei Rothschild scrisse il Manifesto del Partito Comunista, affermando la necessità di cambiamenti economici e politici, ma anche l'urgenza di mutamenti morali e spirituali. Egli credeva che la famiglia dovesse essere abolita e i figli educati da un'autorità centrale asettica protesa alla distruzione di tutti i legami e retaggi del mondo cristiano. Marx attraverso il Manifesto trasfuse il Piano degli Illuminati in un programma di carattere politico-ideologico-religioso, destinato ad essere largamente accettato, sospinto dalle false premesse della rivoluzione bolscevica. Egli palesò inoltre i veri obiettivi della sua "nuova religione proletaria" ostentando il suo odio verso Dio – il sommo bene custodito in semplicità dalle umili famiglie russe – e descrivendo con violenza il suo piano di attacco:

    «Dobbiamo combattere contro tutte le idee fondamentali della religione, dello Stato,

                                                del Paese e del patriottismo.

        L'idea di Dio è il punto chiave di una civiltà pervertita. Essa dev'essere distrutta».

      L'nganno marxista: "dittatura del proletariato"    

    La "provvidenziale" dittatura del proletariato marxista fu quindi un mero specchietto per le allodole, aun'arma intellettuale di distrazione di massa, il vero oppio dei popoli. Il concetto di dittatura del proletariato fu un escamotage ideologico per confondere, sedurre e per allontanare le masse dal culto del Vero Dio, Gesù Cristo;  esso fu espresso da Karl Marx e Friedrich Engels per la prima volta nel 1852, nella lettera a Weydemeyer (1) e di seguito nel 1875, nella Critica del Programma di Gotha (2). La dittatura del proletariato rappresentava quindi una fase di transizione in cui il potere politico doveva essere detenuto solo formalmente dai lavoratori (in realtà resi schiavi attraverso la moneta-debito e lo stesso lavoro ripagato con un salario-debito) verso la costruzione di una società senza classi e senza Stato (Comunismo), cioé verso la tappa finale del Nuovo Governo Globale: la tirannia mondiale dei banchieri.  Infatti con la falsa "dittatura del proletariato" o falsa "dittatura rivoluzionaria del proletariato" Marx ed Engels intesero brevettare una misura politica temporanea e necessaria per realizzare la "dolce" transizione verso la dittatura del comunismo politico, derivazione del comunismo esoterico (massoneria) cioé l'ultima fase della suddetta tirannide. Il potere proletario evrebbe avuto modo di agire "liberamente", ma negli asfissianti limiti della gabbia edificata dai padroni della moneta-debito, avendo solo l'illusione di poter riorganizzare i rapporti di proprietà e produzione della società capitalista.

    (1) Cfr.: Il contributo di Marx alla teoria delle classi, in Protagonisti e testi della filosofia, volume C, N. Abbagnano e G. Fornero, Paravia, 2000, pag. 356) (2) «Sebbene già nel Manifesto si parla di "interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione", il concetto preciso di dittatura del proletariato appare solo nella già citata lettera a Weydemeyer, in cui si afferma che "la lotta delle classi necessariamente conduce alla dittatura del proletariato". L'espressione "classica" di questa teoria la si trova poi nella Critica del Programma di Gotha (1875) in cui Marx scrive che: "tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato". […]Secondo Marx la dittatura del proletariato è solo una misura storica di transizione (sia pure a lungo termine), che mira tuttavia al superamento di sé medesima e di ogni forma di Stato.» (da Protagonisti e testi della filosofia, volume C, N. Abbagnano e G. Fornero, Paravia, 2000, pag. 365-66)

     Il "superamento dello Stato"                                      

    In questo mondo ideale "comunista" (mondialista) ai necessari interventi statalisti dispotici, come l'espropriazione della proprietà fondiaria, le requisizioni dei siti produttivi, la statalizzazione dei mezzi di produzione e del credito, e le stesse privatizzazioni di settori strategici (fra tutte ricordiamo quella delle banche centrali: Stalin privatizzò la Banca Cetrale Russa nel 1935), sarebbe subentrata la definitiva dittatura del sistema bancario nel suo complesso. La dittatura del proletariato fu concepita quindi come una fase di "poteri straordinari" ma transitoria, destinata a cessare una volta raggiunte le condizioni necessarie per la gestione comunista della società, cioé  una volta eliminate le condizioni che avessero determinato la divisione in classi, tramite l'omologazione economica e spirituale forzata dei cittadini, vero il basso. Allora la dittatura del proletariato come dittatura di classe non avrebbe avuto più ragion d'essere, esattamente come lo Stato, inteso come strumento di oppressione:

                   tutto sarebbe stato ricapitolato nelle mani e nella volontà arbitraria

                   dell'élite mondialista reinventatasi in nuove strutture sovranazionali.

        Questo processo avrebbe portato alla realizzazione del "superamento dello Stato"

                                                    (Aufhebung des Staates)

            ed alla sua progressiva estinzione, condizione necessaria per il comunismo.

     1989: fine del comunismo?                                        

    Secondo la scuola stalinista, la dittatura del proletariato ha avuto la sua realizzazione storica nell'Unione Sovietica e nei suoi paesi satelliti, nel periodo dal 1917 al 1989.  In realtà il 1989 non segnò affatto la fine dell'esperimento social-comunista; al contrariò coincise con l'esportazione dell'ideale comunista in tutte le nazioni della Terra, nascosto sotto nuovi vessilli e bandiere.

                Con la Caduta del Muro di Berlino e successivo rafforzamento dell'Ue,

     sulla scorta di una presunta, concordata e fittizia dissoluzione del regime comunista,

        si ingenerò nell'opinione pubblica europea e mondiale la falsa consapevolezza

                                     che il comunismo si fosse sgretolato.

                        Esso al contrario intensificò il suo intreccio occulto

                            con il neoliberismo  e con il turbo-capitalismo,

      attraverso l'implementazione a vasto raggio del "metodo democratico"

    esportato in tutto il mondo attraverso i facili entusiasmi delle nuove ideologie pacifiste,

          oppure, spesso e volentieri, con la violenza della guerra e i paraventi

                            delle "rivoluzioni colorate" e "primavere arabe".

     La sintesi del dibattito tra statalisti e privatizzatori 

    L'orizzonte fotografato, fosco e grigio, restituisce una nuova luce e prospettiva alle espressioni "privatizzare" e "statalizzare". In assenza di sovranità monetaria, esse restano due verbi infiniti assonanti, privi di verità etica ed incapaci di soddisfare esaustivamente le premesse e domande iniziali del dibattito. Urge comprenderlo e creare strumenti che oltre l'evanescenza dei fantasmi giuridici delle grandi holding e dei grandi stati sociali, facilitino davvero il passaggio del diritto reale e del potere monetario reale (e dei contestuali valori monetari) dalle mani delle élite a quelle dei cittadini. Oggi, sulla scorta del tesoro sepolto della Dottrina Sociale della Chiesa e della scoperta auritiana del Valore Indotto della Moneta (gli strumenti monetari e/o buoni hanno valore semplicemente perché vengono riconosciuti ed accettati sulla base di una mera convenzione sociale), esiste uno strumento che consente questo, si chiama

                       B.A.R., Buono Comunale di Agevolazione Reddituale,

         non è una moneta, ma accresce il potere d'acquisto di famiglie e imprese

                                                     con semplicità,

            neutralizzando gli effetti distorsivi, inflazionistici e recessivi dell'euro,

                e proteggendo le comunità sociali sia dall'invadenza statalista

                             che dalle astuzie ed angherie privatistiche.

    La sintesi ideale del dibattito tra privatizzatori e statalisti dovrebbe orientarsi su questa priorità, anziché perdersi in giochi di potere e falsi dogmi che parlano sempre e solo il linguaggio degli schiavi: il linguaggio delle grandi mangiatoie e del debito inestinguibile.

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

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     Video correlato – B.A.R. e sovranità monetaria   

    Intervista B.A.R. Sergio Basile e Nicola Arena – YouTube

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  • Genova e la tragedia del Ponte Morandi: aveva ragione Ezra Pound

    Genova e la tragedia del Ponte Morandi: aveva ragione Ezra Pound

    Martedì, 14 agosto / 2018

    – di Roberto Pecchioli

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli,  Genova,  Ponte Morandi,  Crollo, tragedia, usura, Pound  

    Genova e la tragedia del Ponte Morandi: aveva ragione

    Ezra Pound

    Un'opera così non può crollare dopo soli 50 anni…

    Senza sovranità  monetaria assistiamo, ogni giorno che passa,

    alla demolizione programmata della Nazione

     

    di Roberto Pecchioli 

    con integrazioni a cura di Sergio Basile

    Crollo Ponte Morandi Genova

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Non volevamo crederci…                                         

    Genova – di Roberto Pecchioli Non volevamo crederci. Il crollo del Ponte Morandi, che noi genovesi, con una punta di provincialismo da colonizzati chiamavamo ponte di Brooklyn, è una tragedia sconvolgente, per il suo carico di vittime, dolore, distruzione e per le conseguenze terribili che si trascineranno per anni. Non è il tempo degli sciacalli, ma dei soccorsi, del cordoglio, dell’aiuto, della collaborazione. Tuttavia, non si può tacere, tenere a freno la collera per un’altra tragedia sinistramente italiana:

                un’opera di quell’importanza non può crollare dopo soli 50 anni.

    Per chi scrive c’è un che di personale, quasi di intimo nel dolore di queste ore. Bambini, partecipammo nel 1967 all’inaugurazione del ponte con tutte le scolaresche di Genova. Muniti di bandierina tricolore, appostati di fronte al palco, seguimmo la cerimonia, vedemmo con la meraviglia dell’età il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat attorniato da uomini in alta uniforme e dall’imponente figura del grande cardinale Siri, storico arcivescovo della città. Abbiamo percorso migliaia di volte quel ponte lunghissimo, settanta metri sopra la vallata del torrente Polcevera piena di case popolari e capannoni industriali della ex Superba, ogni giorno per decenni lo abbiamo visto e sfiorato andando al lavoro. Non c’è più ed è colpa di qualcuno. Parlano di fulmini, di un intenso nubifragio e di cedimento strutturale. Aspettiamo a tranciare giudizi, ma nel mattino della vigilia di ferragosto pioveva e basta. Nessuna alluvione, dagli anni 70 ne ricordiamo almeno sei, devastanti, nella città di Genova. Non sappiamo quanti fulmini si siano abbattuti in mezzo secolo sul manufatto dell’ingegner Morandi (pochi sapevano che a lui fosse intitolata l’opera), né quanta pioggia abbia bagnato da allora le imponenti strutture. Non accettiamo, non riconosceremo mai come valida la sbrigativa giustificazione di queste ore. Sarà qualunquismo da Bar Sport,

                   ma ci risulta che ponti romani siano in piedi da due millenni

    e non crediamo nell’incapacità dei progettisti. Però, negli ultimi decenni i crolli sono stati tantissimi, come le tragedie dovute all’incuria, all’insipienza, alla corruzione diffusa.

     L'infrastruttura di base verso la Francia             

    Il ponte (lungo 1182 metri e alto 90) con la strada sopraelevata che corre a mare nella zona centrale della città (gemello del Ponte General Rafael Urdaneta, in Venezuela – foto piccola in alto a destra – e in parte del più vecchio "Ponte Morandi di Catanzaro": ponte ad arcata unica, inaugurato nel 1962, alto 112 metri e lungo poco meno di 500 – foto piccola in basso a destra – Ndr), è l’ultima grande opera di una ex grande città. Nel 1967, Genova era un polo industriale con centinaia di fabbriche, importanti compagnie navali (l’armatore Angelo Costa fu per decenni presidente di Confindustria) la sede europea di multinazionali come Shell, Mobil, Esso, i cantieri navali, il gruppo Ansaldo, il porto più importante del Mediterraneo. Dopo la strada “camionale” del 1935 verso l’appennino, per realizzare la quale con sbocco sul porto fu spianata la montagna di San Benigno che divideva Genova dal suo ponente, il ponte rappresentava l’infrastruttura base per collegare finalmente la Liguria e l’Italia con la Francia. Mezzo secolo dopo, non abbiamo quasi più industrie, Genova ha perso un quarto dei suoi abitanti, è unita al Norditalia, pardon divisa dall’area più produttiva del paese dalla stessa strada degli anni 30, mentre la ferrovia per la Francia ha ancora un lungo tratto a binario unico. Identica sorte per i collegamenti tra i porti di Savona e La Spezia e l’entroterra.

     Da metropoli a cimitero                                          

    Da oggi, dobbiamo sopportare anche la tragedia del crollo della più importante infrastruttura in esercizio, piangere decine di morti e accettare la spiegazione che trattasi di tragica fatalità, pioggia, fulmini e saette. Non ci crediamo perché abbiamo visto all’opera la classe dirigente che ha trasformato in una quarantina d’anni una metropoli in un cimitero. Clientelismo sfacciato, una politica da curatori fallimentari o da necrofori, la grande bruttezza che ha sfigurato il mare e la collina, interi quartieri indegni di una nazione civile, il Diamante, le Lavatrici, il Cep, lo stesso Biscione, parte di Begato, palazzi costruiti esattamente sull’alveo di torrenti pericolosi, con le ricorrenti tragedie di cui siamo stati testimoni. I genovesi, o quel che ne resta, hanno affidato per decenni città, provincia e regione a una classe politica di livello infimo, che ha trascinato in basso il ceto economico e finanziario. E’ crollata l’industria pubblica, la vecchia Cassa di Risparmio, ora Carige, tanto importante da detenere il 4 per cento di Bankitalia, è nella bufera da anni per affari vergognosi, deficit mostruosi e dirigenti condannati in sede penale. La vecchia Italsider, ora Ilva, in gran parte è stata smantellata e quel che resta è sotto minaccia di chiusura. Al suo posto abbiamo una strada a scorrimento (relativamente) veloce, un piccolo sollievo ora che non c’è più il ponte. Il cosiddetto Terzo Valico, ovvero la linea veloce per Milano, in ritardo di almeno 30 anni, va avanti piano, tra polemiche e denari che vanno e vengono. La multinazionale Ericsson ha suonato la ritirata, distruggendo le speranze di un’ “industria pensante” che a Nizza, 190 chilometri da qui, è realtà da decenni ( Sophie Antipolis).

     Una tragedia italiana                                                

    Madamina, il catalogo è questo. Su tutto ciò si abbatte un evento funesto e terribile come il crollo del nostro ponte di Brooklyn. L’autostrada che porta alle luci di Sanremo e all’inferno migrante di Ventimiglia era considerata la più cara d’Italia. Un dubbio privilegio.

                  Ma dov’erano i politici liguri il cui compito era imporre la manutenzione,

           sorvegliare le infrastrutture di una terra che vive essenzialmente di due attività,

                                                      il turismo e i trasporti?

    Abbiamo quattro porti mercantili, raggiungere i quali sino a oggi era difficile, adesso è un’impresa da premio Nobel; alcune delle nostre località sono mete turistiche internazionali, Portofino, le Cinqueterre, Alassio, la Riviera dei Fiori. Ma, dicono le autorità preposte, è bastato un fulmine durante un temporale estivo ad abbattere per duecento metri, esattamente al centro, un ponte costruito decenni dopo il vero ponte di Brooklyn e molti secoli dopo la Lanterna, che guarda dall’alto, illumina le vergogne e ne ha viste tante. Una tragedia italiana, metafora e paradigma di una decadenza iniziata giusto pochi anni dopo la trionfale inaugurazione del ponte. Una città, Genova, che ha anticipato storicamente eventi di portata nazionale. I primi a volere l’unificazione della Patria, i primi nell’industria e nel commercio, ma poi i pionieri della denatalità, del degrado dei centri storici (con Genova, Ventimiglia), della deindustrializzazione, i settentrionali assistiti quasi quanto certe aree del Sud, l’arretratezza delle infrastrutture, i giovani che scappano. Fummo anche tra i primi ad affidarci politicamente alla sinistra: si trattava di una sinistra in gran parte comunista, astiosa, dogmatica, chiusa, testarda.

     Con Usura nessuno ha una solida casa…            

    Hanno regnato su un giardino e lo hanno trasformato in cimitero. Non diciamo e non pensiamo che buttino giù i ponti, ma sta di fatto che le pochissime opere realizzate nell’ultimo mezzo secolo sono le bonifiche delle aree industriali dismesse, al posto delle quali sono sorti poli commerciali legati ai soliti noti (Coop e affini) e varie colate di cemento per erigere imponenti centri direzionali in buona parte deserti, poiché c’è davvero poco da dirigere, da queste parti.  Le opere del passato sono obsolete, come l’invecchiata camionale e la ferrovia, l’autostrada che sbocca in porto è un budello pericoloso con code quotidiane di mezzi pesanti, accedere all’aeroporto è impresa acrobatica, nonostante la vicinanza alla città e la possibilità di costruire una bretella ferroviaria di un chilometro o poco più. Della metropolitana genovese il tacere è bello, poiché non solo è tra le più corte dell’universo, ma le sue stazioni sono soggette a frequenti allagamenti. Il ponte che univa le due parti della Liguria da oggi non c’è più. Viene il magone al pensiero di ciò che era, visto e vissuto con i nostri occhi, e ciò che è, ma ancor più fa tremare la certezza che da molte parti d’Italia altri possano descrivere situazioni analoghe o peggiori. Per questo fa tanto soffrire la tragedia del Ponte Morandi, orgoglioso simbolo caduto della nostra infanzia. Oltre il lutto di tante famiglie, è il segnale, un altro, di una nazione che, lei sì, è ormai preda del cedimento strutturale. Se anche fosse vero che un manufatto di migliaia di tonnellate è crollato per un fulmine e un po’ d’acqua, disgraziato davvero il paese dove accadono, giorno dopo giorno, da Nord a Sud, eventi di questo tipo. La tragedia è del 14 agosto. Mezza Italia è chiusa per ferie, l’altra metà implode, si accartoccia su se stessa: cedimento strutturale. Insieme, dichiarano fallimento; bancarotta fraudolenta.

                      Eppure i fondi per far fronte alle manutenzioni straordinarie di questo

              e di altre dozzine di ponti crollati negli ultimi anni, c'erano e ci sarebbero stati!

                              Ci sarebbero in abbondanza: basterebbe stamparli dal nulla,

                  come fa ogni giorno la BCE con il denaro-debito che si annida minaccioso

             nelle nostre tasche e che viene creato senza alcuna riserva aurea a copertura.

                     La moneta infatti, essendo uno strumento puramente convenzionale,

    deve essere stampata in quantità tale da ottimizzare il livello dei beni e servizi di un Paese,

    creando altresì esternalità positive in maniera tale da rendere davvero fruibili i servizi creati

                                                        ed i beni posti sul mercato.

           Ad esempio la manutenzione di un ponte rientra nelle cosiddette esternalità positive:

       infatti non basta costruire una infrastruttura: lo Stato, o meglio il popolo di una nazione,

                              deve anche dotarsi della moneta sufficiente a garantire

                    la sicurezza ed il corretto utilizzo e funzionamento dell'opera creata.

                   Aveva ragione Ezra Pound: "Con usura nessuno ha una solida casa".

           In tempo d'usura programmata (demolizione programmata di una nazione)

    succede questo ed altro! Allora chiediamoci tutti con un briciolo di onestà intellettuale:

                                         se non ora la sovranità monetaria quando?

                                                             (Ndr / Sergio Basile).

     

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

    con integrazioni a cura di Sergio Basile

    partecipa al dibattito: infounicz.europa@gmail.com 

    Segui su Facebook la nuova pagina – Qui Europa news | Facebook

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     Il video del crollo del Ponte Morandi a Genova   

    Il video del crollo in diretta del ponte Morandi a Genova

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     28 – 4 – 2016: Interrogazione sul Ponte Morandi 

    ShowDoc – Interrogazione sullo stato del "Ponte Morandi" – Senato

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      Con Usura – Ezra Pound – Testo e video               

    CANTO XLV, “Contro l’usura” – Ezra Loomis Pound

     

     

     

    Con usura

    Con usura nessuno ha una solida casa
    di pietra squadrata e liscia
    per istoriarne la facciata,
    con usura
    non v’è chiesa con affreschi di paradiso
    harpes et luz
    e l’Annunciazione dell’Angelo
    con le aureole sbalzate,
    con usura
    nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
    non si dipinge per tenersi arte
    in casa, ma per vendere e vendere
    presto e con profitto, peccato contro natura,
    il tuo pane sarà staccio vieto
    arido come carta,
    senza segala né farina di grano duro,
    usura appesantisce il tratto,
    falsa i confini, con usura
    nessuno trova residenza amena.
    Si priva lo scalpellino della pietra,
    il tessitore del telaio
    CON USURA
    la lana non giunge al mercato
    e le pecore non rendono
    peggio della peste è l’usura, spunta
    l’ago in mano alle fanciulle
    e confonde chi fila. Pietro Lombardo

    non si fe’ con usura
    Duccio non si fe’ con usura
    né Piero della Francesca o Zuan Bellini
    né fu «La Calunnia» dipinta con usura.
    L’Angelico non si fe’ con usura, né Ambrogio de Praedis,
    Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.
    Con usura non sorsero
    Saint Trophine e Saint Hilaire,
    Usura arrugginisce il cesello
    arrugginisce arte ed artigiano
    tarla la tela nel telaio, nessuno
    apprende l ‘arte d’intessere oro nell’ordito;
    l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama
    in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling
    Usura soffoca il figlio nel ventre
    arresta il giovane drudo,
    cede il letto a vecchi decrepiti,
    si frappone tra giovani sposi
                                  CONTRO NATURA
    Ad Eleusi han portato puttane
    Carogne crapulano
    ospiti d’usura.

    (Ezra Loomis Pound)

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  • Casaleggio, la Rete e il Nuovo Ordine Democratico

    Casaleggio, la Rete e il Nuovo Ordine Democratico

    Sabato, 28 luglio / 2018

    – di Roberto Pecchioli e Sergio Basile

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, Casaleggio,  Movimento, M5S,  Jean Jacques Rousseau  

    Casaleggio, la Rete e il Nuovo Ordine Democratico

    L'ultima fase della rivoluzione "democratica", sotto il marchio

    del solito Rousseau

    di Roberto Pecchioli e Sergio Basile

     

    Premessa a cura di Sergio Basile

    CASALEGGIO, LA RETE E IL “NUOVO ORDINE  DEMOCRATICO

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa                                                                     

    Catanzaro – di Sergio Basile Lo schema triadico destra-sinistra-centro, inventato in Francia dalle forze sovversive anti-monarchiche e giudeo-massoniche, e funzionale all'avvio dell'era del parlamentarismo rivoluzionario, non è altro che un costrutto d'origine cabalistica e quindi diabolica, che ha nell'idealismo settecentesco il suo punto di Cournot. I parlamenti storicamente trovarono genesi in ambiente massonico, anti-cattolico, e furono gli oscuri laboratori del "progresso" degli stati liberali, istituzioni borghesi ed élitarie nascenti sulle ceneri delle monarchie cattoliche, distrutte a loro volta dall'usura e dall'azione coordinata e devastante dei banchieri centrali: primi veri macchinisti delle guerre religiose giudeo-protestanti, nonché scaltri maghi dispensatori della mortale alchimia chiamata moneta-debito (sterco ed essenza di satana). L'oppio dei popoli del mito utopico della "democrazia giacobina", cioé della legittimazione del potere esecutivo dei governi sulla base della formazione "spontanea e naturale" di un consenso popolare maggioritario è stato l'alibi ideale per mandare avanti la "rivoluzione" anti-cattolica in tutta Europa e – di seguito – fino agli estremi confini della Terra. Sul piano esoterico, lo schema destra-sinistra-centro non è altro che il riflesso dell'archetipo cabalistico dell'albero della vita, dell'Adam Kadmon (o uomo primordiale della Cabala) nonché il "passaggio verso l'ignoto" dello schema del tempio massonico, che muove magicamente ed alchemicamente dalla colonna di destra (Jachin) a quella di sinistra (Boaz) e trova sintesi nel mezzo (luogo intermedio che nel tempio è rappresentato dal pavimento a scacchi bicolore bianco-nero: simbolo per eccellenza del dualismo massonico). La rivoluzione del parlamentarismo, divampata nella Francia della reazione termidoriana e sigillata dalla Costituzione del 1795, segue dunque questo schema filosofico-religioso-esoterico di derivazione calalistica che – sfuggendo all'analisi sommaria ed acritica delle masse – procede seguendo l'onda di eterne e pianificate tesi, antitesi e sintesi,  trasmigrando dalla religione alla filosofia, e da quest'ultima alla politica.

                                       Secondo l'idea di "progresso massonico",

           la sintesi che chiude la fase precedente, diventa la nuova tesi da cui ripartire

                                  ed alla quale si opporranno speculari antitesi,

             tali da favorire la soluzione del "processo rivoluzionario" in nuove sintesi.

     L'eterna strategia dei "rivoluzionari"                     

    Cavalcando l'onda tragi-comica della falsa contrapposizione partitica – concepita e plasmata nelle incubatrici delle logge – si è giunti all'approvazione delle leggi più scellerate: dal divorzio all'aborto, dall'eutanasia al matrimonio sodomitico, e così via… Piccoli, lenti ma decisi passi vero il "pogresso", verso le "riforme", verso la decadenza! Ciò operando, se necessario, anche strategici "passi indietro" funzionali a improvvisi sprint in avanti. Il modello partitico destra-sinistra-centro è lo specchio della strategia rivoluzionaria triadica tesi-antitesi-sintesi: derivazioni poste entrambi – nettamente ed insanabilmente – in antitesi alla visione cristiana diatica, nella quale tutto ciò che è vero non può essere falso e tutto ciò che è male non può essere bene e viceversa, nel rispetto del principio di non contraddizione. E', dunque, dovere di ogni uomo davvero libero combattere la "Rivoluzione" ed opporsi a questo status quo; lo è ancor di più per un Cristiano autentico: è la sua missione di vita, la strada per l'Eternità.

                "Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no; il di più viene dal maligno"

                                       ( Vangelo secondo San Matteo, 5,37 )

      Combattere la Rivoluzione                                    

                                                    Combattere la Rivoluzione,

                         vuol dire quindi combattere il suo schema filosofico-religioso

                  impregnato di esoterismo, relativismo, nichilismo e idealismo massonico.

                               Combattere la Rivoluzione vuol dire, in ultima istanza

                   non uniformarsi e/o lasciarsi condizionare o ammaliare dal mito magico

                           del Parlamentarismo e del partitismo politico, riconoscendo

                            – come amavano ricordare Ezra Pound e Giacinto Auriti –

                   che in una società di stampo hegeliano, dominata dalla grande usura,

                             i politici non possono che essere i camerieri dei banchieri.

                                         Non sarà una rondine spuria a far Primavera!

                        Ecco perché – per rinascere davvero – è necessario che i politici

                 tornino ad essere i servitori del popolo: realtà possibile solo attraverso

                              la nascita di un regime di proprietà popolare della moneta

     L'ultima frontiera della Rivoluzione                      

    Oggi, nell'era della tecnologia totalizzante, invadente ed onnipresente – che sembra confiscare all'uomo l'ultima briciola di sovranità spirituale rimasta – lo schema "rivoluzionario" caro a Rousseau sembra rivivere, corroborato da una nuova linfa vitale "all'altezza dei tempi e delle mode"; sembra conoscere nuovi profili evolutivi, nuovi orizzonti sperimentali. Nulla sembra però cambiato nella sostanza. Anzi! Qualcuno sostiene che i tempi siano maturi per far entrare l'umanità nell'era della democrazia digitale, l'era del transumanesimo della rappresentanza, l'ultima frontiera del Nuovo Ordine "democratico", dove addirittura basta un clic di una piattaforma anonima (chiamata con profetica ironia e scarsa fantasia proprio "Piattaforma Rousseau": già il nome è tutto un programma…) per creare il consenso. Davvero inquietante! Alla luce di quanto detto, la fine del parlamentarismo tradizionale prospettata con trionfale compiacimento nelle ultime imbarazzanti dichiarazioni di Davide Casaleggioil nuovo guru del Movimento 5 Stelle caro a Grillo e Sassoon – non può essere altro che l'emblema, il presagio e/o la "minaccia" dell'avvio di un nuovo pericoloso ciclo rivoluzionario, ancor più subdolo e degenerato del primo. Se fossi un grillino inizierei con preoccupazione a farmi qualche domanda! Rousseau permettendo!

    Sergio Basile (Copyright © 2018 Qui Europa)

     

    di Roberto Pecchioli

    CASALEGGIO, LA RETE E IL “NUOVO ORDINE  DEMOCRATICO

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Casaleggio e quell'intervista rivelatoria                

    Roma – di Roberto Pecchioli L’intervista di Davide Casaleggio alla Verità dà ragione, una volta di più, all’intuizione di Carl Schmitt secondo cui le categorie del politico sono concetti teologici secolarizzati. Il pensiero del figlio ed erede di Gianroberto, ideatore del Movimento 5 Stelle, prima forza politica italiana, ne è la conferma. Un misto di utopismo, ambiguità, confusione, silenzi e banalità con al centro un concetto fuorviante e molto post moderno: la politica è un fatto tecnico, anzi un problema tecnico, che può essere risolto con appositi algoritmi. Il suo pensiero è articolato, ma si è tentati di dare ragione a Carlo Calenda, il rampante oligarca in quota PD, che a proposito di Casaleggio junior, conosciuto nell’evento semi riservato tenuto a Ivrea, ha commentato che gli è parso più “un ragazzino sprovveduto che un Darth Vader”. Premesso – ad uso di chi ignora la saga di Guerre Stellari – che Darth Vader è l’eroe negativo dal mantello nero, i giudizi liquidatori sono in genere frutto di arroganza. Il nuovo titolare della Casaleggio & Associati ci appare piuttosto una persona priva di cultura politica, dunque assai pericolosa, tenuto conto del suo ruolo e del controllo che esercita, attraverso la piattaforma informatica Rousseau, sul primo partito italiano.

     Superamento della democrazia rappresemtativa 

    Il brano dell’intervista che ha suscitato le reazioni più negative è quello in cui teorizza il superamento della democrazia rappresentativa (già di per sé non priva di contraddizioni e ambiguità – Ndr) a favore, addirittura, di quella partecipativa incardinata nella Rete e per questo ancor più grottesca. In merito va ricordato un celebre aforisma di Mark Twain:

                      Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare.

    Non sappiamo se sia stata una scelta dell’abile intervistatore, Mario Giordano, ma scrivere rete con la maiuscola ci ha colpito. Sostiene Casaleggio che “Internet che deve essere inteso come un diritto essenziale a cui tutti i cittadini devono avere accesso.” La portata epocale di Internet non sfugge ad alcuno, ma uno strumento non può essere un diritto essenziale.  Grazie alla Rete e alle tecnologie – prosegue Casaleggio – possediamo strumenti di partecipazione più efficaci in termini di rappresentatività del volere popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è quindi inevitabile". Il giovanotto si spinge a profetizzare che tra qualche lustro il parlamento non esisterà più.

     La formazione del consenso tecnico                          

            Per lui, dunque, la formazione del consenso e la conseguente decisione politica

                                    si risolvono in un fatto essenzialmente tecnico.

    La democrazia partecipativa è migliore non in sé, ma in quanto più facilmente in grado, grazie alla connessione informatica, di fondare la volontà generale. Non è per caso che l’invenzione dei Casaleggio, la piattaforma Rousseau, ha questo nome. Noi consideriamo il pensatore ginevrino uno dei personaggi più negativi della filosofia politica moderna. La sua influenza resta uno degli elementi degenerativi più insidiosi da due secoli e mezzo.

         I capisaldi del pensiero di Jean Jacques Rousseau passati per osmosi a Casaleggio

                   sono il mito dell’uguaglianza naturale, l’utopia della democrazia diretta

                                                e l’inganno della volontà generale.

    La volontà generale russoviana non coincide con la decisione maggioritaria, ma è la realizzazione dell’ambiguo “io comune”, ovvero il volere collettivo degli individui suppostamente costituiti in corpo unico, senza garanzia alcuna per il dissenso e le minoranze. Una teoria dell’acclamazione (eterodiretta). Per contro va ricordato che la stessa "decisione maggioritaria pura" è un mito facilmente smascherabile; è un costrutto plasmabile dal potere corruttivo della moneta-debito e dai gruppi di pressione/potere (Ndr). Nella realtà, la volontà generale si trasforma facilmente nella legge del più forte, o con le parole di Roberto Michels, del più organizzato. “La legge sociologica fondamentale (…) può suonare così: l’organizzazione è la madre del predominio degli eletti sugli elettori, dei mandatari sui mandanti, dei delegati sui deleganti. Chi dice organizzazione dice oligarchia.” La tanto decantata rete, nel Casaleggio pensiero è il luogo nel quale “non servono baroni dell’intellighenzia che dicono cosa fare, ma persone competenti nei vari ambiti che ci chiedano verso quali obiettivi vogliamo andare e propongano un percorso per raggiungerli”. Dunque, tornano “i competenti”, gli illuminati, color che sanno, specialisti non nella soluzione dei problemi, ma nella formulazione delle domande giuste, la cui risposta è già nel quesito. Una tecnocrazia di tipo nuovo, tutt’altro che una presa del potere da parte del popolo.

     Rivoluzionario?!                                                           

    Ci si chiede se Casaleggio abbia una scarsa cultura politica (la tesi estremizzata di Calenda) o sia il consapevole banditore di un’era post politica e post ideologica fondata sulla tecnica, non diversa dalle premesse poste da Bernays o Lippman, con mezzi più pervasivi, la rete appunto. Tutto diventa questione tecnica da risolvere tecnicamente, come aveva compreso Martin Heidegger (falso profeta, espressione della degenerazione nichilista assieme a Nietzsche – Ndr) definendo gestell, impianto, ossatura essenziale della società contemporanea, l’imposizione della tecnica ancella della scienza, strumento di potere, mezzo di dominazione. Casaleggio è tutt’altro che un "rivoluzionario" (prendendo per buona l'accezione positiva del termine; o meglio è un rivoluzionario, se consideriamo per "rivoluzione" la guerra alla tradizione cristiana occidentale e al modello della società organica incarnato dalla Scolastica – Ndr). Nessuna messa in discussione del sistema socio economico vigente, nessuna analisi critica del neoliberismo tecnologico, accolto come fatto compiuto, indubitabile datità unica del secolo XXI. Quali sarebbero dunque i compiti della democrazia partecipativa a base di clic, se non si discute l’” impianto”, base del sistema? Su questo punto, l’imprenditore tecnologico, piccolo Mark Zuckerberg de noantri, tace. In compenso, interrogato sul ruolo futuro dei robot e sull’intelligenza artificiale che minaccia, insieme con milioni di posti di lavoro, l’umanità come l’abbiamo conosciuta finora, la risposta non è diversa da quella di ogni progressista e materialista: è un’opportunità, né vede o coglie controindicazioni, in termini morali, antropologici e politici.

     Transumanesimo light                                                 

    Al contrario, sembra inclinare verso un transumanesimo light, giacché “stiamo assistendo a un’evoluzione incredibile sul fronte della computazione dei processori e nello studio del cervello umano. Credo più in un’estensione delle capacità umane (…) che nella creazione di robot umanoidi come quelli che vediamo nei film”. Le preoccupazioni non sono che indici di arretratezza culturale, incapacità di antivedere, tanto da fargli affermare che “l’innovazione tecnologica consentirà la nascita di un nuovo umanesimo”. Nessuna critica ai giganti della new economy, i suoi modelli. Essi sono diventati tali per essere stati i più lesti a cogliere le opportunità, generando, udite udite, “profitti e lavoro diretto e indotto per milioni di persone. “Nessun accenno al lavoro distrutto e alla qualità infima di quello nuovo, la triste gig economy. Anche rispetto ai social media, Casaleggio non vede problemi o controindicazioni: basta saper scegliere.

        Ma quale pensiero critico insegna a distinguere tra vero e falso, giusto e sbagliato,

                          se tutte le carte sono in mano ai colossi della tecnologia,

                                      che controllano ormai il nostro cervello,

                sanno letteralmente a che stiamo pensando in questo momento?

    Il buon giorno dato da Cristiano Ronaldo via Internet scatena in pochi minuti quattro milioni di “like”. L’intera popolazione della Croazia cui “piace” il saluto di un calciatore e lo dimostra con il gesto dell’invio sulla tastiera. Casaleggio addirittura nega che le nuove tecnologie ci rendano più controllabili. Taglia corto con un infastidito “direi che il tema risieda altrove”, un luogo che si guarda bene dall’identificare. Del resto, non si può chiedere a un attore dell’economia tecnologica di andare contro i propri interessi. Preoccupa molto, tuttavia, poiché la piattaforma Rousseau forma, determina e mette a tema il pensiero politico del maggiore partito italiano, peraltro con poche decine di migliaia di partecipanti attivi, smentendo la narrazione sulla democrazia diretta.

     L'arte di non dire…                                                       

    Casaleggio ha imparato dai politici di vecchio stampo la capacità di non dire, di rimanere nel vago su temi decisivi. Alla domanda se abbia paura di un mondo in cui la tecnologia permetterà di cambiare i geni dell’uomo con un clic, ci fa sapere che “il metodo Crispr di editing (!!!) del DNA è sicuramente rivoluzionario e le sue applicazioni dovranno essere valutate dal punto di vista bioetico come altre innovazioni mediche del passato.” Non è così, giacché le vecchie scoperte mediche non ambivano a mutare l’essenza umana, ma si limitavano a curare specifiche patologie. Desta turbamento che non prenda posizione su questioni centrali: ciò che si può fare tecnicamente fare, si faccia, sembra concludere, magari dopo l’opportuna convocazione della piazza informatica, a cui i “competenti” avranno formulato la domanda nella forma più adatta per ottenere la risposta voluta, con il corollario, forse, delle consuete FAQ (le domande più frequenti) predisposte da chi controlla il sistema e fornisce, chiavi in mano, domanda e risposta.

     Intelligenza collettiva: demagogia organizzata       

    Il rischio più grande, nel sistema di pensiero di Davide Casaleggio, è avere ridotto tutto a questione tecnica, la cui soluzione sta nel pensiero semplificato, binario tipico della tecnologia informatica, gestell, impianto, contenitore e contenuto. La risposta è sì o no, apertura o chiusura, a reazione immediata, in “tempo reale”. Non è questo l’uomo, con le sue variabili, i chiaroscuri, le complessità che non si possono risolvere nel “mi piace, non mi piace” inventato da Mark Zuckerberg, né è sostenibile un individualismo senza principi condivisi, o banalmente quantitativo, fondato sulla figura del consumatore/ elettore/ decisore perennemente connesso. Bontà sua,

                     Casaleggio ammette che il famoso “uno vale uno” teorizzato dal padre

                     non significa uno vale l’altro, ma la dichiarazione d’intenti non va oltre,

                                naufraga nel fumo di un contratto sociale alla Rousseau

         in cui prevale l’umore immediato, la facile demagogia, l’egalitarismo programmatico,

                        l’indistinta volontà generale da giacobini fuori tempo massimo,

                            per cui “dal momento che la purezza è un valore positivo,

                                    ben vengano i più puri che epurano i meno puri.

    “Sotto le mentite spoglie della volontà generale del visionario di Ginevra, risorge una forma corriva di società etica che dovrebbe fare orrore innanzitutto al pensiero liberale. Inoltre, la questione della piattaforma. Casaleggio la considera una comunità (virtuale, dunque non comunità…) che “attraverso strumenti di intelligenza collettiva e di democrazia diretta, sia in grado di definire e condividere il concetto di cittadinanza digitale”. Su questo punto ci arrendiamo senza combattere, poiché l’oscurità del concetto è superiore alle nostre forze di uomini del millennio passato. Ci spaventa l’accenno all’intelligenza collettiva, ci pare un sinonimo pericoloso di demagogia organizzata dai padroni degli strumenti tecnici su cui si basa. Quanto alla cittadinanza digitale, somiglia ai tanti concetti vaghi, retorici di facile suggestione ad uso delle masse “digitali” per celare una dominazione di tipo nuovo, realizzata attraverso meccanismi più potenti e totalizzanti di quelli di ieri.

     Dalla padella alla brace                                             

    La domanda resta la solita: quis custodiet custodes? chi ci garantisce un uso corretto, imparziale e volto al bene comune della Rete (maiuscola, per fare contento Casaleggio), se l’idea di Stato, di potere pubblico, sovranità resta indeterminata, un fondale rimovibile nel quale sguazzano i colossi transnazionali deterritorializzati? Chi sceglie i soggetti autorizzati a formulare le domande su cui i nuovi liberi cittadini digitali dovranno pronunciarsi, con un sì o un no perentorio entro il termine prefissato per la chiusura del sistema? I parlamenti, le assemblee reali, le discussioni concrete di uomini e donne in carne e ossa, pur con tutti i loro limiti, difetti e espedienti di potere, restano il mezzo meno puzzolente (poiché comunque voluto e imposto dai rivoluzionari della Cabala (1)) per "alimentare il dibattito" e come disse Luigi Einaudi (l'uomo imposto dai poteri forti anglofoni alla guida della neo-Italia – Ndr) per “conoscere per deliberare".

    (1) Cabala, Sessualità e natura demoniaca dello schema partitico

     Un altro lato della medaglia mondialista               

    Davide Casaleggio ci appare come un volto in più del sistema dominante, dall’ approccio benevolo, mite, un tecnocrate dal volto umano, un simil Zuckerberg senza maglietta grigia, ma con le stesse convinzioni, identica visione della vita e del futuro. Persino rispetto allo scandalo della compravendita dei dati personali, egli difende a spada tratta Facebook ed il sistema di cui è parte integrante. La vendita fu indiretta, perbacco, e alla domanda se condivida i timori sulla possibilità di influenzare in modo subdolo le elezioni o il pensiero di massa, il silenzio vale più di qualsiasi acrobazia verbale. Non intendiamo coinvolgere tutta la popolazione che sta dietro un intero partito nel giudizio negativo, ma Casaleggio figlio di Gianroberto e proprietario della piattaforma Rousseau, la cui sede coincide con i suoi uffici privati, ma solo perché, ribadisce seccato, i tempi non sono all’altezza della tecnologia e costringono a indicare un luogo fisico, ci sembra un esempio pericoloso di un mondo nuovo che assomiglia sinistramente a quello vecchio: potere smisurato a chi lo ha già ( i protagonisti della rivoluzione digitale), un giudizio positivo sul mondo che hanno creato, una democrazia diretta che sa tanto di finta o di rinnovata presa in giro per gli utenti digitali di “mi piace-non mi piace”. Il neoliberismo tecnocratico imperante può dormire sonni tranquilli, la rivoluzione non arriverà da Casaleggio, né verranno poste domande di senso, indicati progetti che cambino la direzione di marcia. Un nuovo elemento di stabilizzazione del sistema è in pista. I suoi sostenitori potrebbero non gradire e pretendere davvero il cambiamento, a partire dal modello di società. Ma “i competenti” permetteranno che la domanda venga posta? Più semplice, sicuro e innocuo lo sfogatoio della Rete, il nuovo diritto offerto graziosamente dai dominatori.   Alla fine, un bel referendum a base di clic incontrollabili non si nega a nessuno. Temiamo di dover rimpiangere persino i pessimi parlamenti partitocratici della fallita democrazia rappresentativa, se l’alternativa è una piattaforma Rousseau generalizzata, gestita da un’azienda privata che tira i fili del primo partito postmoderno. Non avranno il nostro “like”, la nostra Patria non sarà mai la Rete.  Casaleggio ci sembra la declinazione postmoderna dei pilastri della società di Ibsen, banditori del nuovo per convenienza. Ci vuole ben altro per opporsi al modello tecno-liberista nemico (e socialista – Ndr). Stabilizzatore del sistema, teso a cambiare qualcosa perché poco cambi ai piani alti, come il Tancredi del Gattopardo, al secondo Casaleggio si attaglia il commento sprezzante di un monatto al povero Renzo Tramaglino, scambiato per untore della peste.” Va, va, povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano”. Purtroppo.

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

     

    di Roberto Pecchioli e Sergio Basile

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     Francia: campione del mondo di cosa?                 

    Roma, Parigi – di Roberto Pecchioli Far ragionare certe persone è accanimento terapeutico. Lo pensavamo mentre un sinistrissimo compagno di caffè si scagliava contro i “nazi-croati” del calcio, indignato per le simpatie politiche raccolte dalla nazionale slava. Inutile spiegargli che le sue preferenze per l’armata multirazziale francese avevano un analogo sapore ideologico, sia pure di segno contrario. Sul piano sportivo, Vive la France, chapeau alla sua nazionale vittoriosa, nella quale i francesi d’origine sono davvero pochini. Oltralpe, nella polemica quotidiana di una società lacerata da mille questioni razziali, i francesi di stirpe li chiamano françaises souchiens, che, per l’analoga pronuncia, diventa “sotto cani “nel gentile eloquio degli immigrati di seconda e terza generazione. E’ accanimento terapeutico anche invitare ad un briciolo di equilibrio la muta degli odiatori di professione attivi sulle reti sociali, che hanno trovato un nuovo bersaglio, il giornalista sportivo Paolo Bargiggia. Il barbuto volto di Mediaset Sport ha infatti cinguettato su Twitter un messaggio filo croato. “Una nazionale completamente autoctona, un popolo di 4 milioni di abitanti, identitario, fiero e sovranista: la Croazia, contro un melting pot di razze e religioni, dove il concetto di nazione e patria è piuttosto relativo, la Francia.” In attesa di ulteriori leggi contro il pensiero, la psicopolizia è insorta, insieme con il Giornalista Collettivo mobilitato dai colleghi di Bargiggia. Il tweet esprima una constatazione elementare, ma si sa, la lingua batte dove il dente duole, e in poche battute sono uscite dalla tastiera di Bargiggia tutte le parole tabù di questi anni: identità, sovranità, autoctono, nazione, patria, oltre al tabù massimo, nei confronti del quale l’interdetto prevede la scomunica e la sospensione dal consorzio civile. Ha osato scrivere la parola razza! E’ del mestiere, non è un infortunio o una voce dal sen fuggita.

     Multinazionale di colonialismo e immigrazionismo 

    Vale la pena allargare l’argomento e riflettere sulla contrapposizione che si è manifestata in Italia a livello simbolico tra gli appassionati che hanno tifato Croazia e quelli che si sono schierati con la Francia, senza dimenticare le notevoli inesattezze di Bargiggia. Ci trovavamo alla Stazione Termini durante la finale mondiale, in attesa del treno del ritorno. Sulla terrazza, un grande schermo mostrava la partita, a cui assistevano centinaia di accaldati viaggiatori di tutte le nazionalità. Almeno il 90 per cento era dalla parte della Croazia, certo non per ragioni politiche o razziali. Semplicemente, la Francia, bianca, meticcia o multietnica, non è simpatica per vari motivi, mentre la nazionale a scacchi biancorossi suscitava simpatia in quanto sorpresa inaspettata, tanto più rappresentando un piccolo Stato di poco più di quattro milioni di abitanti. Ciò che colpì noi, poco interessati alla partita, leggendo i giornali del mattino, furono due notizie di taglio assai diverso. In Francia, oltre 110.000 agenti e gendarmi, senza contare i vigili, erano mobilitati per l’evento e soprattutto per il temuto dopo partita. Il selezionatore croato Dalic, dal canto suo, rispondeva a un giornalista che gli chiedeva come avrebbe trascorso le ore precedenti la finale, dicendo che sarebbe andato a messa. La Francia calcistica ha vinto il campionato con merito, anche se non dimenticheremo il formidabile urlo di disapprovazione della Stazione Termini al rigore un po’ generoso che ha impresso la svolta alla partita.

                  La Francia “vera” ha perduto: due morti, centinaia di feriti e di arresti,

                                    saccheggi e disordini dovunque nell’Esagono.

    Masse di giovani cittadini francesi – ius soli – che odiano la Francia non hanno festeggiato la vittoria il cui merito principale va a campioni di origine africana, ma rivendicato rabbiosamente le loro radici. Io sono marocchino, io sono ivoriano, senegalese, algerino, scandivano. Avevano ragione; sono francesi per cittadinanza, ma continuano a vivere in gran maggioranza in quartieri, le banlieues, che sono ghetti etnici, casermoni orribili e fatiscenti ormai conquistati da una schiacciante maggioranza di extraeuropei. Le loro prospettive non sono migliori di quelle dei nonni arrivati in Francia durante l’era coloniale, dei padri importati a milioni da Mitterrand e Giscard per riempire i vuoti dell’industria e dell’edilizia (e in ottemperaza piena alle direttive del Piano Kalergi). Per molti, l’unica identità è la religione musulmana nella forma dell’islamismo radicale, per gli altri non resta che il sogno consumista irrealizzato.

      Il fallimento della società multietnica                            

    La società multietnica mostra nei loro volti furenti il suo fallimento. Molti non hanno più alcuna identità: non francesi, non più senegalesi, cambogiani, magrebini. Non è raro che, interrogati, dichiarino di riconoscersi soltanto nella loro banlieue e nei coetanei della stessa etnia: le fratrìe primitive. Non passa fine settimana in cui nella regione parigina, a Marsiglia Nord e in cento altre città grandi e piccole non scoppino incidenti, risse con la polizia, violenze. Il controllo del territorio è ormai un mito anche per l’orgoglioso spirito francese, l’illegalità è inevitabile e diffusa. Altrove, nella Francia “normale”, la lotta sociale è ripresa con vigore dopo l’iniziale idillio con il presidente Macron targato Rothschild. Scioperi, manifestazioni e occupazioni sono all’ordine del giorno, opportunamente silenziate in Italia da mezzi di comunicazione omertosi.

     Grande alle spalle dell'Africa                                             

    Difficilmente la Francia manterrebbe la grandeur che ancora ostenta, né sarebbe considerata una potenza se non ricavasse somme enormi dalla politica neocoloniale in Africa. Non ci riferiamo solo al ruolo avuto nella destabilizzazione della Libia, all’origine della drammatica crisi migratoria, o agli interessi nell’area sub sahariana ma soprattutto ai

               profitti legati alla gestione della sovranità monetaria di ben 14 stati africani,

                     la cui valuta, il franco CFA continua ad essere stampato e controllato

                                                           dalla Banca di Francia.

    Non casualmente, sono i paesi da cui provengono milioni di nuovi francesi, tra i quali i campioni della nazionale di calcio. In compenso, chiudono la frontiera di Ventimiglia e irrompono alla stazione di Bardonecchia. Difficile essere filo francesi. Paolo Bargiggia, tuttavia, ha scritto una cosa palesemente errata. Il concetto di nazione e patria non è affatto relativo per i cugini transalpini. E’ anzi il principio fondante della Francia moderna, nata dalla rivoluzione borghese del 1789. Tuttavia, non regge, non può reggere all’urto dell’immigrazione extra europea e alla forte componente islamica. I francesi accolgono stranieri da oltre un secolo. La loro scelta è stata sempre l’assimilazione: si diventava per obbligo enfants de la patrie, figli della nazione, estirpando le identità altrui. L’operazione, tra alti e bassi, ha funzionato con gli italiani (i macaronì una volta detestatissimi, per quanto molti provenissero dal vicino Piemonte e dalla confinante Liguria), i polacchi, gli spagnoli e i portoghesi, ma non può funzionare con gli altri. I patriottici galletti avevano preventivamente distrutto, nel XIX secolo e nella prima metà del XX, le identità di milioni di concittadini. Baschi, catalani, occitani, fiamminghi, tedeschi dell’Alsazia e della Lorena, corsi, bretoni, italiani di Nizza sono stati privati della lingua e snazionalizzati. Gli insegnanti elementari arrivavano a sputare, in alcune scuole bretoni, in bocca ai bambini che si esprimevano nell’idioma locale. La loro nation è, era una cosa seria e per molti versi ingiusta. Con gli africani non funziona, e pazienza se la Marsigliese grida: marciamo! Che un sangue impuro impregni i nostri solchi.

     Un pò di memoria storica                                                   

    Il campionato del mondo di calcio è solo una manifestazione sportiva, ma è riuscito a mostrare diverse contraddizioni. Quelle italiane sono notevoli. Ammettiamolo: come Paolo Bargiggia, abbiamo tifato Croazia in uggia non a Macron o alla Francia, ma all’imposizione dell’immigrazione. Altri hanno scelto la Francia per la ragione opposta. Eppure, nessuna delle due realtà dovrebbe entusiasmarci. La Croazia non è un modello, né per noi, né in generale. La nazione balcanica ha in comune con la Francia un ‘idea di nazione che respinge l’altro da sé, e ne hanno fatto le spese gli italiani. Alla Francia cedemmo la città italianissima di Nizza al tempo di Cavour. Nella patria di Garibaldi si parlava l’italiano e il dialetto ligure. Un quarto della popolazione emigrò in Italia e in breve vennero chiusi i giornali di lingua italiana. Le tracce dell’italianità nizzarda sono cancellate da tempo, come quelle dei paesi liguri di Briga e Tenda, in val Roja, terre povere di pastori di montagna, che i francesi vollero annettere nel 1947, si dice per giacimenti minerari che non trovarono. Ai pochi abitanti, nessuna tutela culturale, enfants de la patrie come tutti gli altri. Imparassero il francese. Nella storia ce n’è per tutti, e tifare Croazia non rende onore al nostro senso nazionale. Bando agli odi del passato, certo, ma oltre 300 mila italiani dovettero fuggire da Istria, Fiume e Dalmazia tra il 1943 e il 1947, nella zona B del Territorio Libero di Trieste (Umago, Buie, Cittanova) sino al 1954. Sono rimasti poco più di 20 mila connazionali, un solo minuscolo paese, Grisignana, ha conservato la maggioranza italiana. Nuovi umori ultranazionalisti minacciano il loro futuro, anche se l’obiettivo è quel che resta della minoranza serba, duecentomila persone. Nel corso delle guerre degli anni 90, a centinaia di migliaia sono stati espulsi con la forza dalle loro case, è toccato ai croati di Serbia e ai serbi della Krajina, nell’interno della Dalmazia, croata per aver cacciato gli italiani in due ondate, dopo le due guerre mondiali. Caro Bargiggia, saranno fieri e identitari i vicini con la bandiera a scacchi, ma a farne le spese sono state comunità radicate da secoli colpevoli unicamente di non essere croate. Ragioni e torti si rincorrono e si intrecciano. Ecco perché sarebbe opportuno ricondurre lo sport a se stesso, scacciando la tentazione di farne veicolo di rivalse e umori velenosi, magari contestandone la deriva industriale, il suo essersi trasformato in una appendice del mercato globale, sganciato da genuine passioni, denaro, bilanci truccati, sospetti. Una trappola dei sentimenti buona per gli ingenui e per gli odiatori, i miseri guerrieri della tastiera protetti dall’anonimato. Approfittiamo, come italiani immemori, per recuperare un po’ di memoria storica, depurata dai rancori di ieri e dell’altro ieri, e riconosciamo che è triste accapigliarci per i risvolti politici o etnici del tifo sportivo altrui. Identitari o multirazziali, loro c’erano. Noi guardavamo la televisione, con le nostre urticanti passioni politiche, con una certa invidia, e, ahimè senza rinunciare a essere guelfi e ghibellini in conto terzi. Italia…

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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    Calcio moderno: l’avanguardia della globalizzazione

    Giovedì, 12 giugno / 2018

    – di Roberto Pecchioli 

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli,  Calcio, globalizzazione, Cristiano Ronaldo , tifosi         

    Calcio moderno: l'avanguardia della globalizzazione

    L'effetto Ronaldo e l’outlet globalizzato del pallone

     

    di Roberto Pecchioli

    CALCIO MODERNO - L’AVANGUARDIA DELLA GLOBALIZZAZIONE

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Calcio, avanguardia della globalizzazione            

    Roma – di Roberto Pecchioli Il settore economico di massa in cui più è evidente la pervasività del mercato e più avanzata la mondializzazione è forse lo sport professionistico. Non è azzardato affermare che è un’avanguardia della globalizzazione, un vero e proprio outlet grande quanto il mondo, nel quale l’aspetto meno rilevante è il risultato sportivo. Esso importa soltanto ai clienti finali, gli appassionati e i tifosi, il cui unico compito è aprire il portafogli per acquistare a carissimo prezzo il materiale d’affezione, sciarpe, magliette e simili, il diritto di assistere – prevalentemente attraverso la televisione – alle manifestazioni sportive e naturalmente ogni altra merce di consumo griffata con il marchio della squadra del cuore o del campione del momento. La trasformazione del calcio è la prova di quanto asserito, la cui evidenza si manifesta nelle competizioni internazionali e, in ambito italiano, con il trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus, che la stampa specializzata ha battezzato, con scarsa fantasia, il colpo del secolo. Chi scrive è un tifoso pentito, frequentatore dall’infanzia dello stadio genovese di Marassi, sponda Sampdoria. Confessiamo un colpevole disinteresse per i mondiali di Russia, dovuto in piccola misura all’assenza della nazionale italiana, ma in larga parte al fastidio invincibile per un sistema che ha reso lo sport un’industria tra le tante, sfruttando l’ingenuità degli appassionati. Le squadre professionistiche sono società per azioni, alcune sono quotate in Borsa, unica legge è il profitto.

     Mercanti globali                                                         

    Anche in Italia, come è già capitato in Inghilterra e altrove, la titolarità dei club non solo non è nelle mani di azionisti connazionali, ma appartiene a fondi internazionali, entità finanziare, strane cordate di investitori dei cinque continenti. Gli stessi calciatori, a cui i tifosi si affezionavano fino a identificarli nella squadra (Rivera e il Milan, Totti e la Roma) sembrano attori di compagnie di giro. Oggi recitano a Buenos Aires, la settimana prossima, fuso orario permettendo, si esibiranno a Milano, poi a Tokyo o Shanghai. Sfidiamo i tifosi di una qualunque delle squadre di serie A, ma anche di B e persino C, a ricordare la formazione dell’anno precedente: il mercato è sempre aperto, calciatori di cento nazionalità si trasferiscono da un lato all’altro del mondo a velocità sorprendente. Ragazzini, specie africani, vengono imbarcati a frotte per essere inseriti nelle formazioni giovanili con il miraggio di una carriera da professionisti.

     Nel giro calcistico                                                       

    Un esercito di procuratori sportivi, agenti, mediatori, faccendieri, consulenti di ogni risma, sedicenti scopritori di talenti, si muovono nell’ambiente, decisi a prendere per sé una fetta della torta. Il trasferimento di Ronaldo alla Juventus è costato oltre cento milioni che andranno al Real Madrid, titolare del cartellino del campione portoghese, ma quanto altro denaro sarà andato a pubblicitari, fiscalisti, legali? E quanta parte delle somme di ogni operazione legata al calcio sfugge al fisco, tra pagamenti estero su estero, società schermo, fantasiose fatturazioni di servizi? In più, è relativamente semplice “aggiustare” i bilanci lavorando su plusvalenze e minusvalenze, attribuendo ai calciatori un valore esagerato o inferiore al reale. Attualmente, sono sotto processo sportivo il Chievo Verona e il Cesena, accusati di aver organizzato un sistema di compravendite reciproche a somme gonfiate per sistemare i bilanci, superare i controlli della federazione ed essere ammesse ai campionati. Il sistema pare collaudato. Nel frattempo un’altra società, il Foggia, è stata condannata a una pesante penalizzazione per aver effettuato pagamenti in nero, con l’aggravante, secondo l’accusa, che si tratterebbe di denaro proveniente da attività illecite. Nel giro calcistico si muovono torme di personaggi di assai dubbia correttezza. I fallimenti, negli ultimi venti anni, hanno coinvolto moltissime società grandi e piccole, senza risparmiare corazzate come la Fiorentina, il Napoli e più recentemente il Parma, già coinvolto nella bufera Parmalat.

     Mani straniere                                                             

    Il Cesena è nel mirino dell’Agenzia delle Entrate per un debito fiscale di 40 milioni di euro (ottanta miliardi delle vecchie lire), mentre la Roma, anni fa, travolta da debiti che misero in grave difficoltà la famiglia proprietaria, i Sensi, finì alle banche creditrici e poi a investitori americani. La Lazio ha ottenuto da tempo una lunghissima rateazione del proprio debito fiscale. Il caso del Milan è impressionante: dopo la trentennale gestione Berlusconi, la proprietà è in mani cinesi, così poco sicure da essersi indebitate con il fondo speculativo Elliott, divenuto padrone della prestigiosa società rossonera, di cui probabilmente non sa che farsene, nella quale dovrà investire denaro per non perdere somme enormi e poter rivendere la squadra che fu dei Rizzoli e del Cavaliere. L’Inter, l’altra grande milanese, ha visto gettare la spugna la famiglia Moratti, la quale, almeno, ha ceduto la Beneamata a cinesi di maggiore solidità economica. Tra le squadre della serie A, anche il Bologna è di proprietà americana, come il Venezia in B, mentre, a livelli più bassi, variopinti personaggi provenienti da ogni dove possiedono società di antica tradizione, tipo la Reggiana in crisi grave, mentre la provincia calcistica pullula di strani personaggi il cui ruolo si risolve in genere nel farsi gli affari propri.

     Il caso Ronaldo                                                             

    Significativo è il caso Ronaldo. L’asso portoghese ha lasciato il Real Madrid e la Spagna probabilmente per il pesante contenzioso con il fisco spagnolo, a cui ha dovuto corrispondere oltre venti milioni di imposte non pagate. Lo strapotere della Juventus (Fiat) consentirà ai bianconeri altre vittorie nel campionato in assenza di concorrenti, ma, paradossalmente, i primi a fregarsi le mani sembrano proprio gli avversari. Il patron del Napoli De Laurentiis chiede di rinegoziare il valore commerciale dei diritti televisivi del nostro campionato, fissato per la prossima stagione attorno al miliardo di euro, giacché la presenza di Ronaldo rende più appetibile la Serie A sul mercato globale. Nella divisione della torta la parte del leone la fanno le società dotate del maggiore bacino di utenza, dunque, oltre allo stesso Napoli, la Roma e ai colossi del nord, Juve, Inter e Milan.

     Società piccole sempre più povere                            

    I ricchi del calcio, dunque, come nella società del mercato globale, diventano sempre più ricchi, gli altri possono fallire, oppure si arrangino divenendo satelliti delle grandi. Già esistono casi di doppia proprietà da parte degli stessi azionisti (la Salernitana è del laziale Lotito), alcuni presidenti cambiano società con disinvoltura (Zamparini, Spinelli).  Novità assoluta è il trasbordo del Bassano (serie C) nel capoluogo, per raccogliere il nome del Vicenza acquisito dal gruppo Diesel. Tra gli sponsor del calcio figurano le maggiori imprese di scommesse sportive, fino al recentissimo divieto imposto da Di Maio con grande scandalo degli adoratori del mercato. L’ombra delle scommesse è pesante, ha già infangato calciatori, faccendieri e qualche società. Poco vale invocare la distinzione tra mercato legale e criminale, poiché prosperano entrambi, con il sospetto di manipolazione malavitosa di alcuni risultati del campo. I tifosi, ovvero i clienti, contano poco o nulla. I più fedeli sono costretti alla schedatura attraverso la tessera del tifoso, che peraltro è anche una carta di credito per comprare prodotti di ogni tipo nei circuiti commerciali; vengono sottoposti a perquisizione all’entrata degli stadi, accedere ai quali è un percorso a ostacoli: camminamenti, cancelli, sbarre, tornelli. Il risultato è tribune sempre meno affollate, anche per gli orari delle partite determinati dalla televisione, oltreché per assurdi divieti di assistere agli incontri a carico dell’intera cittadinanza. Per limitarci alla realtà genovese, in certe occasioni vige il divieto di vendita dei biglietti fuori provincia, con il risultato di impedire la presenza di tanti tifosi di Genoa e Sampdoria residenti nelle zone vicine. Ciò senza aver debellato il fenomeno della violenza, i cui protagonisti sono ben conosciuti in ogni tifoseria. Ciò che si persegue è ridurre il calcio a spettacolo televisivo di vertice, poiché Catanzaro-Matera ovviamente non verrà trasmesso. I tifosi scelgono sempre più di assistere da casa alle partite delle grandi, mettendo in crisi irreversibile le piccole e medie società professionistiche, legate agli incassi del botteghino. Ma è il mercato, bellezza, e pazienza se i fallimenti fioccano (gli ultimi hanno riguardato club di città ricche e importanti come Modena e Vicenza) e nessuno è interessato a finanziare il movimento giovanile per formare calciatori italiani. Nulla di strano, al di là delle responsabilità di federazione e selezionatore, se l’Italia non ha partecipato al campionato mondiale e se, guarda caso, diversi calciatori della rivelazione Croazia giocano da noi.

     L'effetto Ronaldo                                                           

    Intanto, l’effetto Ronaldo si sta sentendo sui media “social”. Nel mondo in poche ore sono aumentati di un milione i seguaci (follower) della Juventus. Maglie, gadget e gli altri oggetti – dai profumi alla ciabatte – legati all’immagine di Ronaldo andranno a ruba appena disponibili. Il mercato vince sempre e, diciamolo, imbroglia sempre poiché milioni di persone sono disponibili all’inganno. Tenuto conto delle somme da capogiro che vanno agli sportivi di vertice e del giro delle sponsorizzazioni, quali sono i profitti reali delle multinazionali che dominano il mercato? E qual è il costo industriale dei prodotti, visto l’elevatissimo valore di scambio? Un breve giro nei negozi specializzati desta scandalo in chi non è tifoso, o non ha gli occhi foderati di prosciutto. In tutto questo, poca importanza ha il risultato sportivo. Vincerà il più ricco; la competizione, impossibile in Italia, Francia, Germania, Spagna, resta a livello continentale, limitata a una decina di grandi società. Il fenomeno dell’Ajax Amsterdam di Cruijff è oggi irripetibile. Gli stessi Milan e Inter non reggono il massimo livello. Potremmo senz’altro indicare il nome delle finaliste della prossima coppa dei campioni (che in Italia chiamiamo Champions League) in una rosa di non più di cinque- sei grandi club. Il gigantismo del mercato industriale globalizzato si è trasferito nello sport, espellendo i meno grandi. I ricavi di pochi colossi costituiscono il grosso del volume d’affari totale. Stupisce davvero che tanti appassionati si ostinino a sperare nel successo delle loro squadre, estranee al giro che conta, ma ancora più colpisce il tifo di massa per le corazzate. A noi resta ben difficile appassionarci a un marchio industriale i cui fatturati dipendono dalla nostra stessa dabbenaggine, gioire per una rete del top player rivista da mille posizioni in TV, correre a comprare la maglietta fabbricata da poveracci per quattro soldi e rivenduta con ricarichi mostruosi e royalties messe al sicuro in qualche angolo di mondo presso società create alla bisogna. Tutt’al più possiamo scegliere se essere clienti di un affare simile all’amo e alla lenza di una pesca miracolosa (per loro).

     Saremo nostalgici ma…                                                 

    Saremo nostalgici, ma rimpiangiamo vecchi signori come l’avvocato Prisco, Paolo Mantovani che portò lo scudetto e la finale di Coppa Campioni alla Sampdoria, Costantino Rozzi che trascinò l’Ascoli in serie A, nomi del tutto sconosciuti ai tifosi di oggi. Rivorremmo allenatori come il povero Emiliano Mondonico e la sedia scagliata al cielo contro il destino avverso al suo Torino, o Nereo Rocco, il paron triestino che, sulla panchina del coriaceo Padova, all’augurio di un giornalista “vinca il migliore” rispose “speremo de no “. Era l’essenza, il fascino magico del calcio che potesse vincere, o almeno pareggiare il più scarso. Non è più possibile: i grandi hanno eliminato il rischio d’impresa. Hanno trenta calciatori a disposizione, sostituzioni a volontà, sono dieci, cento volte più ricchi degli altri, incassano per la loro partita cifre enormemente superiori all’avversario di turno. La concorrenza è pressoché finita, come negli altri monopoli o cartelli. Le finali di competizioni nazionali e internazionali si tengono nei luoghi più impensati, poiché chi paga i suonatori decide la musica e il teatro. Se lo facciano per conto proprio il loro campionato, nazionale, continentale, mondiale. Giochino contro se stessi, Real Madrid o Juventus A contro Real Madrid o Juventus B. Lascino a noi il vecchio sport del pallone, viva il parroco, l’arbitro cornuto senza la Var (la macchinetta che giudica sul campo i casi dubbi), i tifosi senza tessera, la domenica sera da incavolati neri dopo una sconfitta. Abbasso l’Outlet Globale del Calcio, il mercato misura di tutte le cose anche nel pallone, abbasso le trasferte vietate e le partite a tutte le ore. Il calcio moderno è la mecca degli straricchi: noi che c’entriamo?

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2018 Qui Europa)

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