Qui Europa

Tag: Derivati

  • Dall’Europa a Wall Street, l’egemonia del lobbismo e l’economia della truffa

    Dall’Europa a Wall Street, l’egemonia del lobbismo e l’economia della truffa

    Mercoledì, Agosto 8th/ 2012

    – L'editoriale di Sergio Basile – 
     
    Banche e Finanza / Unione europea / New York / Bruxelles / Wall Street / Borsa / Speculazioni / Economia della Truffa / Galbraith / Wall Street /  Traders / Pil / Economia reale / Borsa / MES / Project bond / Knight Capital / Qui Europa / Sergio Basile /  Super computer / Operazioni short / operazioni Over-nigth / Liberismo / Anarco capitalismo 
     
    Dall'Europa a Wall Street, l'egemonia del 
     
    lobbismo e l'economia della truffa
     
    Il Caso Knight Capital e le "Menzogne" dei
     
    profeti del dio-Mercato
     
    Cosa fare nel concreto? Lo spunto di Galbraith e
     
    l'appello di "Qui Europa"
     

     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    New York, Bruxelles – Mentre l'Europa continua ad essere vessata dai diktat dei mercati, del rating e del debito illegale, oltreoceano, a New York, altri paradossi finanziari si susseguono di giorno in giorno. Segno di come questo modello capitalistico sia ormai "globalmente" fuori controllo e suscettibile di immediate "rivoluzionarie" misure correttive. In particolare, nella settimana appena conclusasi nel tempio mondiale della finanza per antonomasia, Wall Street, ha tenuto banco il caso della Knight Capital, società affondata nel vortice della speculazione elettronica e nel mare burrascoso del trading. Ciò, proprio nell'ambito dell'inaugurazione da parte del New York Stock Exchange di una nuova "piattaforma di scambio" esclusa alle grandi-movimentazioni e protesa a proteggere – solo in teoria – i piccoli risparmiatori dalla speculazione dei super-compures.
     
      Knight Capital – Quando la volpe cade nella sua stessa trappola  
     
    In pratica è accaduto che la Knight Capital, pur di continuare a speculare anche in questo nuovo "limitato orticello del trading" ha bluffato, modificando i codici dei propri programmi, al fine di anticipare gli altri concorrenti specialisti del “Flash Trading” (contrattazioni lampo che avvengono in frazioni di secondo). Dunque, per farla breve, questa volta qualcosa non avrebbe funzionato a dovere, ed ecco che la volpe è finita inconsapevolmente col diventare la preda del sistema, trovandosi costretta a vendere milioni di titoli acquistati erroneamente, e subendo una imprevedibile perdita pari a 440 milioni di dollari in un solo giorno. 
     
      L'economia dell'azzardo e della truffa   
     
    Questa grave vicenda ha riacceso i riflettori di "Qui Europa" sul rapporto bizzarro oggi esistente tra economia, finanza e società civile, partendo dalla constatazione  che il 50/70% delle contrattazioni nelle principali piazze finanziarie è di fatto controllato da “traders specializzati” muniti di super-computer. Speculatori artefici di un'economia dell'azzardo che devasta l’economia reale. In questo mare scuro e burrascoso un "potente e luminoso faro" che ci aiuta a ritrovare la via ed a comprendere il reale rapporto "malato" che lega il comune cittadino alla moderna società capitalistica, è senza'altro “L’economia della truffa” di John Kenneth Galbraith. L'autore si chiede: può una truffa essere innocente? Può l’innocenza essere disonesta? E’ questo l'interrogativo, il filo conduttore dell'opera che offre scenari di preziosa riflessione sui paradossi del nostro tempo e sulle priorità "economico-sociali" da rivoluzionare, al fine di potersi considerare davvero cittadini, ovvero membri attivi di una società civile e giusta. 
     
       Gli aspetti ambigui del cosiddetto "Mercato"  
     
    La disquisizione di Galbraith, in particolare, gioca sul sottile ed ambiguo filo del significato letterale delle parole, che nella moderna società capitalistica vengono spesso alterate o deformate, divenendo strumenti impropri di condizionamento e "conversione di massa" abilmente veicolati dai media di regime. L'autore, in tal senso, nota innanzitutto come il nuovo nome attribuito al sistema socio-economico moderno (monopolizzato dalle lobby) non sia più "capitalismo", ma bensì "mercato": termine "alternativo" al primo e molto più digeribile, più accettabile, meno ingombrante. Una sorta di "alternativa benevola al capitalismo" frutto di pura cosmesi terminologica. Termine che tuttavia, nella sostanza, non muta il concetto di base e l'immagine di una società completamente asservita alla logica delle lobbies, della produzione. Un modello socio-economico dominato dai privati, capace abilmente di manipolare la domanda e di controllarla; ma capace anche di tirare le fila della stessa finanza, finanziarizzando l'economia attraverso veri e propri golpe democratici tendenti a ridimensionare il ruolo ed i diritti degli stessi cittadini, a tutto vantaggio di una stretta élite ( o loggia ) di privati
     
     Il predominio del lobbismo privato  
     
    Lo spunto di Galbraith ci aiuta a capire come alla radice dei mali ci sia – dunque – il predominio anarchico del lobbismo privato sulla politica e sulla società: meri esecutori delle decisioni prese all'interno di gruppi di potere più o meno occulti o di Cda di grandi multinazionali. Un asservimento, questo, che attutisce e spesso annienta sia i "valori" di una comunità (religiosi, etici, statali e giuridici) sia la "morale". Tutto in nome del dio danaro. Allora comprendiamo perchè leggi assurde continuano a seminare ingiustizia ed iniquità, negli Usa come in Europa ed in Asia:  vedi  depenalizzazione del falso in bilancio; predominio assoluto delle agenzie di rating sulla sovranità nazionale degli stati (vedi Eurozona); inesistenza, a livello internazionale, di precise regole che colpiscano le speculazioni finanziarie, le operazioni off-shire, le operazioni in derivati, ecc.. Ciò nonostante gli abili ed avidi profeti di questa nuova forma di religione pagana (gli adoratori del dio mercato: liberisti; neo-liberisti, anarco-capitalisti e turbo-capitalisti) attribuiscano gli sfaceli da essi stessi cagionati, allo stato istituzione o al fallimento dei più antichi e sacri valori morali, spirituali e culturali: eredità più antica, fondante e preziosa delle stesse comunità sociali occidentali, e non solo.
     
     Il Nuovo Totalitarismo imperialistico dei "mercati" 
     
    Essi, oggi, sono gli stessi che auspicano il predominio totalitaristico del mercato sugli investimenti un tempo spettanti agli stati (vedi concepimento in ambito comunitario, da parte dell'Ue, dei "project bond") o la stessa creazione di un super-stato europeo, accentratore e liberticida: vedi MES e Stati Uniti d'Europa, proteso ad annientare gli stati nazionali e ad omologare culture, usi e costumi in un unico minestrone "mondialista". Tali falsi profeti sono gli stessi che difendono con mille sotterfugi i profitti faraonici dei banchieri e delle banche e nel contempo predicano ipocritamente e falsamente il libero mercato e la libera concorrenza, gettando fumo negli occhi ai cittadini.
     
     La deleteria propaganda liberale e l'uso distorto delle parole  
     
    Gli stessi che – tra l'altro – mandano avanti le industrie della guerra, destinando oltre il 40% del bilancio degli stati a spese belliche o militari nel nome (anch'esso ipocrita) di improbabili "missioni di pace". Spesso e volentieri vere e proprie "Occupazioni" militari animate da beceri interessi privatistici, e mascherate da missioni umanitarie (vedi caso Siria).
     
     Il Privato che occupa il pubblico  
     
    Scenari nei quali la pace e la guerra cessano di essere, anche formalmente, una dimensione del pubblico e diventano espressione di un privato che occupa il pubblico. Disorientando l'opinione pubblica e facendo scordare come in effetti la guerra sia la  sconfitta dell’umanità, e come il centro dell'economia e della politica non siano né il profitto, né il pil, né tantomeno il reddito; ma bensì l'uomo e le sue prerogative sociali. D'altra parte ciò che importa non è tanto "restare vivi" in questa società, quanto "restare umani".
     
     Un buon inizio   
     
    Un buon inizio, nella nostra "Nuova Europa ideale", sarebbe pertanto quello ti tagliare le unghie alla finanza, definanziarizzando l'economia. Come? Tanto per iniziare delegittimando le agenzie di rating; mettendo al bando da subito le operazioni short e i supercomputers; riformando o abolendo le operazioni in derivati, i depositi over-nigth e le operazioni off-shore.  Tutte misure che dobbiamo iniziare a pretendere con forza fin dalle prossime settimane – e col dialogo attivo – da chi oserà candidarsi alle prossime elezioni, malgrado in Italia, le prospettive del "gran partito" pro-banchieri e pro-Monti (A.B.C. più Vendola) non promettano, in tal senso, nulla di buono.
     
    Sergio Basile (Copyright © 2012 Qui Europa)
     

     

  • Eurocamera: prove di Tobin Tax  – Le nebbie della City

    Eurocamera: prove di Tobin Tax – Le nebbie della City

    Giovedì, Maggio 24th / 2012

    – di Sergio Basile –

    Parlamento europeo / Strasburgo / Risoluzione / Seduta plenaria / Finanza / Tassazione delle transazioni finanziarie / Tobin Tax / Speculazione / Operazioni azionarie / Obbligazioni / Derivati / Operazioni off-shore / Sul terreno dei lobbisti / Pericolo di abbandono dei mercati europei / Il più grande mercato finanziario del mondo / City di Londra / Wall Street / Consiglio europeo / Tagliare le unghie alla finanza / Adesione con ipotesi di procedura rafforzata / Principio di Residenza / Principio di Emissione / Evasione fiscale / Iter di approvazione / Commissione europea  / Sergio Basile / Qui Europa / Europa  / Crisi Ue  

    All’Europarlamento prove generali di Tobin Tax

    Approvata a Strasburgo la Risoluzione sulla TTF:

    la tassa sulle discusse transazioni finanziarie

    Aliquota della Tax? Piuttosto irrisoria!

    La minaccia dei lobbisti della City:“se ci tassano ce ne andiamo!”

    London – La nebbia della Speculazione della City

    Strasburgo – Nella giornata di ieri, il Parlamento europeo in seduta plenaria ha esaminato e votato una delicatissima questione, della quale si dibatte ormai da due anni a questa parte in tutto il Vecchio Continente, e – con umori piuttosto contrari ed aspri – soprattutto tra i lobbisti della City di Londra: quella della tassazione sulle transazioni finanziarie (o TTF). Evoluzione della più nota Tobin tax: tassa che, secondo  Eurobarometro,  sarebbe vista con favore da 7 europei su 10. La tassa sulle transazioni finanziarie, così come proposta – secondo quanto emerso all’interno dell’emiciclo di Strasburgo – “dovrebbe essere migliorata per garantire una copertura più ampia e rendere svantaggiosa l’evasione”. Il testo votato, in pratica propone di proseguire col progetto legislativo anche qualora lo stesso fosse sostenuto solamente da alcuni Stati membri dell’Ue.  I deputati hanno ritenuto adeguate le – per la verità piuttosto risicate – aliquote fiscali proposte dalla Commissione (0,1% per azioni e obbligazioni e 0,01% per i discussi derivati) ed hanno proposto la sola esclusione dei fondi pensione: gli unici prodotti finanziari, dunque, che dovrebbero essere esentati dalla TTF. Secondo Anni Podimata (S&D, EL), la relatrice della risoluzione “non legislativa” – adottata con 487 voti a favore, 152 contrari e 46 astensioni – “la Ttf rappresenta una parte integrante della strategia per uscire dalla crisi, e porterà ad una distribuzione più equa del peso della stessa. La Ttf – ha continuato la relatrice – non causerà una ri-localizzazione al di fuori dell’Ue, poiché il costo di quest’ultima è superiore al pagamento della tassa. (…) La scelta eventuale di lasciare che il settore finanziario non partecipi maggiormente al peso della crisi – ha concluso – sarebbe una decisione contraria a ogni logica politica”.

      Sul terreno dei lobbisti  

    Dopo due anni di chiacchiere, dunque, forse qualcosa si tangibile e sostanziale si muove in Europa, sul versante dell’odiata finanza, e sul  tanto odiato terreno caro ai lobbisti ed agli speculatori della City di Londra, spalleggiato dallo stesso governo Cameron, e non solo. Ma analizzando nello specifico i tratti salienti e gli effetti della tassa, in effetti, sarebbe piuttosto utopistico pensare che la Tobin tax possa applicarsi in tutto il globo. Certo, ciò sarebbe largamente auspicabile: eviterebbe il formarsi di zone franche che farebbero fare inevitabilmente – come il miele con le mosche – da attrattiva naturale per gli investitori, ma è pur vero che da qualche parte si deve iniziare. Pertanto, nostro malgrado – ed in attesa che negli altri continenti tale rivoluzionaria riforma possa essere accettata dai vari governi – non ci resta che mandare in soffitta l’idea secondo la quale affinché la tassa possa funzionare la TTF debba essere da subito una “global tax”. Da una parte è meglio tassare gli speculatori, che rischiare fughe di capitali verso i paesi che non la applicano, che restare a guardare. Ciò pur riconoscendo che il vero problema non è tassare, quanto piuttosto vietare le transazioni di elementi speculativi e destabilizzanti come i derivati, le operazioni off-shore o le immorali operazioni over-night. Per non parlare poi dell’assurda regola legittimata dall’art. 123 del Trattato di Lisbona, che obbliga gli stati a rifinanziarsi sui mercati internazionali a tassi altissimi (da usura). Ma questa è un’altra “triste” e “pazzesca” storia che abbiamo più volte raccontato (Vedi in archivio “Qui Europa” – Banche e Finanza). Dunque, appurata e mal digerita la spudorata e veemente opposizione della City di Londra e dei  suoi vampireschi colossi finanziari che vi “satellitano” intorno, il punto è che la tassa si potrebbe applicare fin da subito nell’Eurozona, con un particolare riguardo – ovviamente – ai paesi in crisi nera, cioè quelli posti sotto attacco dei gran maestri del rating (ovvero i Piigs Portogallo, Irlanda, Itaia, Grecia e Spagna) e già duramente provati (soprattutto l’Italia e la Grecia) da disumane misure recessive e livelli di tassazione da “record del mondo”.

      I centri della speculazione: Londra e New York  

    Ma per comprendere meglio gli ambiti di competenza, è utile comprendere come nel mondo i mercati finanziari si muovano principalmente su due ciclopiche basi telematiche, quali la City di Londra e Wall Street negli Usa. Gran parte degli strumenti finanziari del pianeta passano ogni giorno da questi due grandi panieri di scambio. Pertanto, in teoria, anche bassi livelli di tassazione sarebbero utili a contenere entro certi margini la terribile speculazione. Almeno quella a brevissimo termine.

      La grande abbuffata delle transazioni  

    Ad esempio – per restare sul pratico – nel grande gozzovigliare delle transazioni finanziarie internazionali, su un capitale di 150 milioni di milioni di euro, oggetto di scambio, anche con un tasso dello 0,001% si avrebbero 15 miliardi di Euro di gettito. Si tratta comunque di una bella fetta di torta, nella “pasticceria della finanza”. Per un paese come l’Italia, ad esempio, potrebbero essere incamerati qualcosa come 5 miliardi di euro l’anno, anche se – evidentemente – è piuttosto paradossale ritenere che un modesto 0,001% possa rappresentare un realistico ed efficace freno alla speculazione.

    Le modalità degli scambi – Speculazioni automatiche in un click

    Un altro punto da chiarire riguarda le modalità con cui avvengono tali scambi. Pochi sanno, in realtà, che le transazioni finanziarie sono pilotate e veicolate da alcuni grandi computer che automaticamente speculano in millesimi di secondo sull’arbitraggio tra i margini di valore di titoli uguali (o monete) presenti nello stesso momento su piazze del globo differenti. Pertanto, anche guadagni millesimali potrebbero, se tassati, generare importanti redditi da sottrarre – in parte – alle avide tasche della speculazione internazionale, retta a livello mondiale – e bene ricordarlo – da poche e celeberrime famiglie di banchieri, delle quali i Rothschild rappresentano, da secoli, la casta più emblematica, almeno all’interno del panorama europeo.

      L’oggetto della Tax  

    La disputa sull’oggetto delle transazioni ha visto nei mesi scorsi rincorrersi varie opzioni e scenari. Che tipo di transazioni valutarie coinvolgere? E’ stata la domanda più ricorrente tra gli esperti di settore e tra molti economisti di mezz’Europa. Secondo una delle ipotesi più accreditate, invero,  sarebbe stato opportuno tassare indistintamente tutti i titoli finanziari, comprese azioni e obbligazioni,  nonché i famigerati ed iniqui derivati: tra le principali cause dello sconquasso economico del pianeta e che ha impantanato il sistema economico europeo, travolto dalla speculazione. Ma essi, i derivati, più che tassati andrebbero piuttosto definitivamente banditi. Ma questo – almeno per ora – non sembra turbare il sonno dei nostri euro-tencocrati. Anzi!

      Il problema dei derivati e delle operazioni “off-shore”  

    Oggi molte operazioni speculative – come ormai i nostri lettori avranno avuto modo di comprendere – si generano attraverso passaggi spesso occulti, o comunque travagliati e lunghi. Definire il valore di tali operazioni non è, dunque, né facile né immediato, poiché esse – e lo dice la parola stessa – derivano dal risultato di altri prodotti finanziari, le cui sorti si legano, sommano e confondono, come scatole cinesi, perdendosi tra le pieghe contorte dell’ingegneria finanziaria. Un altro grave elemento di confusione e di destabilizzazione, sta nel fatto che la quasi totalità di tali contratti derivati è oggetto di transazioni che avvengono fuori dai mercati borsistici regolamentati, ed in più avvengono senza trasparenza: in quelle che si dicono “operazioni off-shore”. Ma gli effetti nocivi sull’economia reale, quelli no! Quelli sono reali.

     La novità del “Principio di Emissione”  

    Il Parlamento, ieri, ha proposto di aggiungere al progetto della Commissione il “principio di emissione”, al fine di obbligare anche le istituzioni finanziarie con sede fuori dalla zona TTF a pagare la tassa, nel caso commerciassero titoli originariamente emessi all’interno della zona medesima.

      Un esempio pratico  

    Ad esempio, azioni dellaTelecom, emesse originariamente in Italia e commerciate fra un’istituzione svizzera ed una di New York sarebbero comunque soggette alla tassa. Secondo la proposta della Commissione di Barroso, invece, tali transazioni avrebbero eluso la tassa, poiché sarebbero state coinvolte solo le istituzioni finanziarie con sede nella zona TTF.

      Il “Principio di Residenza”  

    Inoltre, il principio di residenza (che colpisce l’ente che commercializza prodotti finanziari all’interno della cosiddetta “tax-zone”) già previsto nella “precedente” bozza di testo della Commissione, secondo i deputati europei votanti, andrebbe mantenuto in modo da coinvolgere e colpire anche i prodotti finanziari emessi fuori dalla zona TTF, ma commercializzati da almeno un  ente avente sede legale all'interno della zona.

      Evasione fiscale? L’esempio del modello UK del bollo  

    La risoluzione ha inoltre previsto dei deterrenti tecnici al fine di rendere economicamente sconveniente un tentativo dievasione fiscale datta TTF. Ciò prendendo spunto dalla normativa del Regno Unito, sul bollo auto: ovvero garantendo la proprietà giuridica di un prodotto finanziario commercializzato, solo ed esclusivamente previo pagamento della tassa medesima. Poiché l'aliquota proposta, in effetti è irrisoria, secondo Strasburgo “l’effetto dovrebbe essere quello di invogliare a pagarla”. Ma – permetteteci una piccola disquisizione – questo argomento ci lascia alquanto perplessi, dal momento che siffatte aliquote a nostro sindacabile giudizio sono tali da non impensierire più di tanto gli speculatori e bloccarne i loro – spesso immorali ed iniqui – traffici. E poi chi specula è una piccola percentuale di europei, già economicamente avvantaggiata. Il punto è_ può questa strategia mettere in riga gli operatori della City? Francamente non crediamo! Ciò almeno se i governi – “tecnici”  e  non – non si decidono a tagliare le unghie alla finanza una volta per tutte.

      L’ipotesi della procedura rafforzata  

    Secondo i deputati, infine,  qualora non fosse possibile creare una corrispondenza univoca di intenti tra i 27 leader dell’Ue – raggiungendo un improbabile accordo unanime, al fine di creare una Tax-Zone in tutta l'Unione – bisognerebbe andare avanti attraverso la procedura di cooperazione rafforzata che permette a un gruppo di paesi membri di adottare legislazioni comuni, a condizione, però, che ciò no avvenga per un ristretto numero di paesi, ingenerando pesantissimi effetti collaterali nel mercato del paese aderente e progressivamente nell’intero mercato comunitario: ad oggi, il più grande mercato finanziario del mondo.

      Divieti – Allocazione in bilancio Ue e  Mercaro Primario  

    I deputati, nella risoluzione votata, hanno inoltre proposto che le risorse derivanti dalla TTF non siano collocate direttamente nel bilanciodell’Ue, ma piuttosto siano utilizzate al fine di ridurre la quota annua che ciascun stato membro è chiamato a versare – secondo i trattati sottoscritti – al bilancio Ue. L’altro divieto proposto, afferisce, invece, al divieto di tassazione per quelle transazioni effettuate sul mercato primario, come l’acquisto di titoli da parte dell’ente/società emittente, al momento della loro immissione sul mercato: ciò – evidentemente – al fine di garantire che gli investimenti a vantaggio dell’economia reale non siano inibiti e scoraggiati dalla suddetta tassa sulle transazioni finanziarie.

      Scadenze per la conclusione dell’iter  

     Ora il lento iter prevederà due scadenze principali: quella del 31 dicembre 2013: termine ultimo fissato per i 27 Stati Ue al fine di adottare le leggi di attuazione della nuova tassa; e 31 dicembre 2014 termine previsto per l’effettiva entrata in vigore della nuova normativa sui prodotti finanziari. Ora la palla passa al professor Monti ed agli altri suoi colleghi “eletti e nominati” del Consiglio europeo.

    Sergio Basile  (Copyright © 2012 Qui Europa)

  • Il Mezzogiorno, le supercaste bancarie e le critiche di Confindustria

    Il Mezzogiorno, le supercaste bancarie e le critiche di Confindustria

    Martedì, Maggio 22th / 2012  

    – Di Sergio Basile –

    Italia / Mezzogiorno / Campania / Calabria / Crisi Ue  / Fondi Ue / Occupazione e Crescita / Derivati / Ministero per la Coesione Territoriale / Bce / Morgan Stanley / Credit Crunch  / Commissione Trilaterale / Goldman Sachs / Brueguel / Bilderberg Club / Confindustria-Abi / Ministro Fabrizio Barca / Mario Monti / Corrado Passera / Mario Draghi / Giovanni Monti / Giuseppe Speziali / Giorgio Fiore / Gianni Agnelli / Carlo De Benedetti   

    Paradosso Monti: Il Mezzogiorno,

    Confindustria e le caste bancarie

    Mezzogiorno: L'attacco degli industriali,

    nei moniti di Speziali e Fiore.

    Fondi per la Crescita al Sud? Una triste

    commedia già vista!

    Meglio rimborsare la super-banca cara a papà

    Mr. Giovanni Monti – Vice Presidente della Morgan Stanley

    Roma – Il Ministro Fabrizio Barca, responsabile del ministero per la Coesione Territoriale, nelle scorse ore, in merito alla possibilità di riutilizzo dei fondi Ue non spesi dalle regioni meridionali, per presunti fini occupazionali e di “crescita” ha rilanciato la cosiddetta fase 2 del Piano di azione coesione, presentata dal governo Monti ben due settimane fa. Ciò ha destato non poche critiche tra i presidenti degli industriali del Mezzogiorno.  Per Giuseppe Speziali, Presidente di Confindustria Calabria, la riprogrammazione dei suddetti fondi concepita dal governo non basterebbe a superare i profondi disagi arrecati dalla crisi. Non si capisce, infatti – secondo Speziali ed i suoi colleghi – quale sia la relazione tra crescita ed inclusione sociale in merito allo stanziamento di 844,6 milioni dei 2 miliardi e 310 milioni di euro disponibili.In particolare, secondo Speziali “la fase 2 della riprogrammazione non è entusiasmante perché, se per noi è assolutamente fondamentale sostenere le fasce deboli meridionali, come imprese avremmo voluto di più. La stessa rimodulazione dei 901.7 milioni per la crescita poggia, in gran parte, sul fondo di garanzia che ha già una dotazione di oltre 2 miliardi, ma di fatto inutilizzabili a causa delle banche che non fanno credito”.

      Speziali: gli interventi sulla crescita? Un'operazione di facciata  

    “Pertanto – ha continuato Speziali – gli interventi sulla crescita ci sembrano più un’operazione di facciata che di sostanza”. Il presidente di Confindustria ha quindi bocciato senza mezzi termini l’azione di cosiddetto rilancio del governo Monti per il Mezzogiorno, sostenendo ancora che l’unico canale di finanziamento realmente rientrante in una strategia di crescita, ovvero il capitolo “ricerca ed innovazione”, sia stato in realtà largamente sottovalutato da Barca, Passera, Monti & Co. Rincara la dose Giorgio Fiore, Presidente di Confindustria Campania, secondo il quale materie come l’assistenza domiciliare agli anziani, gli asili nido, la dispersione scolastica ed il sociale in genere, sarebbero punti  oggetto di azioni normali, o meglio ordinarie, portate avanti annualmente da governo ed enti locali, e non da considerate pertanto alla stregua di “provvedimenti eccezionali anticrisi”.

      Fiore: "una crescita impossibile!"  

    Il vero nodo secondo Fiore (problema già sollevato nei giorni scorsi da “Qui Europa” – vedi articoli precedenti) è rappresentato dall’incongruenza tra il bonus fiscale per le assunzioni e la reale capacità delle imprese di assumere, vista e considerata l’impossibilità di far affidamento sulla casta bancaria ritiratisi in buon ordine sotto-coperta, dietro il muro del credit crunch e della pazzesca stretta creditizia (malgrado – è bene ribadirlo – 1000 miliardi di euro regalati da Mario Draghi – Bce – al sistema bancario) che lascia in un grave immobilismo gli imprenditori, le imprese e migliaia di famiglie cui redditi dipendono dalla salute finanziaria ed economica delle stesse imprese. Perciò gli industriali hanno anche chiesto l’intervento urgente di Confindustria-Abi (cioè dei rappresentanti industriali dell’Associazione Bancaria Italiana) affinché questi benedetti rubinetti del credito tornino ad idratare un sistema rinsecchito e sterile, al collasso.

      La famiglia Monti e la lotta di classe della casta bancaria  

    Infondo, è una questione di lotta di classe: da una parte i comuni mortali, dall’altra i banchieri, i figli dei banchieri ed il governo dei banchieri. E ciò lo sa molto bene anche il nostro caro professor Monti (tra l’altro anche pezzo grosso di Goldman Sachs, in qualità di international advisor) cui figlio, Giovanni Monti (39 anni), non è nuovo nei dorati palazzi della casta bancaria. Oltre a risultare infatti  Business Development in Parmalat, il figlio di papà Monti, è anche – non poteva mancare – Vice President presso Morgan Stanley;  Vice President presso Citigroup; Associate Consultant presso Bain and Co, con rapporti d'affari, e non, intrecciati nell'alta finanza internazionale come d’altronde è per il resto della sua famiglia. Ciò risultava anche dal suo profilo Linkedin (ora cancellato), da dove fino a qualche giorno fa emergeva con chiarezza tutta la sua storia professionale.

      Conflitto d'interessi: la strada per "Palazzo Chigi"  

    Forse sarà stato questo il criterio in base al quale Re Giorgio Napolitano I scelse il professore quale titolare dello scranno più alto di Palazzo Chigi. Non poteva essere altrimenti. Meglio infatti avere l’eterna riconoscenza di un banchiere amico dei banchieri, nonché espressione massima del conflitto d’interessi: consigliere di amministrazione della Gilardini (1979-1983), di Fidis (1982-1988), di Fiat (1988-1993), della Banca commerciale italiana (1983-1994), della sua amata Rizzoli editore (1984- 1985), dell'Ibm Italia (1981-1990), della Ibm Semea (1990-1993), delle Assicurazioni Generali (1986-1993) e della Aedes (1993-1994). Incarichi maturati nei club neoliberisti della galassia di Gianni Agnelli e Carlo De Benedetti (vedi Rizzoli Rcs, suo primo “neutralissimo” critico). Per non parlare degli incarichi più esclusivi maturati all’interno della Commissione Trilaterale e di Brueguel, il think tank fondato nel 2005 dallo stesso supermario. E per finire con – ciliegina sulla torta – le sortite annuali presso il Bilderberg Club. Insomma: l’apoteosi della democrazia.

      Monti e gli scheletri nel caveau di Morgan Stanley  

    Allora forse appare più chiaro perché nel silenzio pressocché assoluto dei “fedelissimi media”, il governo Monti abbia fatto un bel regalo dell’Epifania proprio all’amata Morgan Stanley. Un regalino di 2 miliardi e 567 milioni di euro: tempestivamente dirottati dalle casse del Tesoro a quelle della banca newyorkese. Il tutto all’insaputa degli organi di informazione italiani, evidentemente poco propensi – non si comprende per quale recondito motivo – ad occuparsi dell’attuale governo in carica.

      Fondi pubblici per ripagare operazioni speculative   

    La somma versata alla banca americana è stata utilizzata dal governo italiano per estinguere un’operazione di derivati finanziari (inaccettabile operazione speculativa): opzione di rimborso anticipata, in quanto generalmente prevista dopo un certo numero di anni.  Sulla vicenda, nelle scorse settimane la banca newyorkese si è limitata ad annunciare con soddisfazione l’avvenuto recupero della somma. Da parte sua, Monti, al contrario non ha fornito alcuna spiegazione; né tantomeno i media hanno provveduto a porsi domande legittime sul caso, e sul fatto che tra tanti creditori, ed in piena emergenza, il governo abbia scelto di onorare il debito proprio con la Morgan Stanley.

    Sergio Basile  (Copyright © 2012 Qui Europa)       

     

  • Speculazione e “Derivati”:  i ruoli di Ue, Draghi e Monti

    Speculazione e “Derivati”: i ruoli di Ue, Draghi e Monti

    Venerdì, Marzo 30th / 2012

    – di Sergio Basile –

    Parlamento europeo / Commissione europea / Derivati / Regolamentazione / Commissione Industria / Antonio Tajani / Speculazione / Bce / Trichet / Mario Draghi / Mario Monti / Trasparenza / Swap / Bolla Usa / Crisi / Esma / Cers / Obblighi informativi / Reporting / Democrazia / Alexis de Tocqueville  / Manuel José Barroso 

    Finanza – L'Europarlamento regolamenta i

    "Derivati" 

    Quello che si ignora sulla speculazione dei derivati:

    I ruoli di Bce, Commissione europea e Governo Monti

    Bruxelles – Nella giornata di ieri il Parlamento europeo, in seduta plenaria – anche se con tremendo ritardo – ha votato in maggioranza la Relazione, presentata dal cristiano-democratico tedesco Werner Langen, sulla modifica della regolamentazione dei derivati “otc”. Per quanto concerne i “Fondi pensione” i deputati hanno chiesto l'intervento di una camera di compensazione quale forma di “garanzia” della esecuzione del contratto, e per ridurne le componenti di maggiore aleatorietà. Tra le maggiori novità introdotte, l’obbigo di trasparenza e la disponibilità dei dati a favore di Esma, Cers, autorita' di vigilanza sulle banche centrali – ''un pilastro per il regolamento dei mercati finanziari'' – e l’obbligo del “reporting” di ogni transazione di derivati. L’obbligo è stato ben salutato dalla presidente della Commissione parlamentare per gli affari economico-finanziari, Sharon Bowles, che lo ha definito alla stregua di un faro sui contratti e sulle speculazioni che hanno creato la bolla speculativa: tra le cause della crisi attuale, e della famosa bolla scoppiata nel 2008 negli Usa.

     Critiche dalla Commissione Ue  

    L’obbligo, tuttavia, è stato aspramente – e stranamente – contestato dal vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, che lo ha bollato come “inaccettabile” e – a suo dire – “contrario al Trattato di Lisbona”. Il relatore Langen ha invece definito il regolamento necessario e prioritario. Ora la stessa perizia e puntualità dovrebbe essere messa in campo per bloccare il rating sugli stati sovrani: ciò che costringe gli europei a sacrifici pazzeschi per pagare gli interessi lievitati col perverso meccanismo dello spread, e ciò che ha fatto diventare l’Europa unita lo zimbello della “Democrazia”. E ciò che fa impallidire il caro Alexis De Tocqueville dalla tomba: tessitore di lodi della “Democrazia in America”. Oggi patria "a-morale" degli strumenti speculativi, cui contagio ha destabilizzando – da almeno vent'ann a questa parte – una buona fetta di economia reale anche nel Vecchio Continente.

     Cosa sono i derivati  

    Nella moderna finanza, i derivati sono quei contratti o titoli il cui prezzo è basato sul valore di mercato di uno o più beni connessi (esempio: azioni, indici finanziari, valute, tassi d'interesse). Gli utilizzi principali degli strumenti derivati sono l'arbitraggio (acquisto di un prodotto in un mercato e la sua vendita in un altro mercato: operazione di per se speculativa al nascere) la speculazione e la strategia di copertura di un rischio finanziario, nota come hedging: quella che destabilizzo il mercato Usa – devastando migliaia di contribuenti – con il Caso Lehman Brothers – Banca giudicata inaffondabile dalle "affidabilissime" e "trasparenti" agenzie di rating, fino al giorno prima – e con i Sub-prime Usa accesi a garanzia dei mutui casa.

     Il punto della discordia  

    La miccia sui derivati, dopo aver fatto scoppiare la polveriera Usa, ha toccato – come non tutti sanno – anche gli interessi del Governo italiano – ma con effetti completamente silenziati – che grazie alle operazioni in derivati, apparentemente avrebbe pagato circa 2,5 miliardi di euro (cifra che potrebbe tradursi come lo 0,2% del Pil nazionale, o come una “manovra finanziaria lacrime e sangue) alla banca stanunitense d’affari ( e che affari!) Morgan Stanley. Ciò, malgrado quella che l’economista e giornalista Gustavo Piga giudica – con rigor di causa ed apprezzabile onestà intellettuale – la scandalosa servitù della stampa nazionale, rea di non approfondire – come giusto e doveroso – tali spinose questioni, che affondano nella speculazione le loro devastanti radici: peccato che a farne le spese siamo noi poveri ed “ex-membri” di un popolo “pseudo-sovrano”, tristemente noti come “contribuenti”. Ma ultimamente molto si perde nel silenzio e nell’oblio, nella più totale indifferenza di una “informazione” (carta stampata e tg)  troppo distratta – come mi auguro che sia – o in mala fede. Ma, per il momento, crediamo ancora nella prima conclusione!

     L’interrogazione indiscreta alla Bce  

    Ma la lezione di giornalismo all’Europa, sulla speculazione e sui derivati, giunge puntuale da oltreoceano, grazie all’”impertinente” interrogazione dell'agenzia di stampa Usa, “Bloomberg”, che – nelle scorse ore – ha chiesto lumi alla Bce di Mario Draghi – oggi vero ed incontrastato re dell’Europa, e della sua finanza – sui contenuti dello swap greco. Pertanto, alla luce della gravità dell’attuale condizione generale dell’economia dell’Eurozona – e di riflesso dell’Europa intera – facendo nostro l’appello di migliaia di europei lasciati allo scuro di molte attività collaterali della Banca Centrale Europea, ci domandiamo cosa abbia spinto Jean-Claude Trichet (ex capo della Bce, predecessore di “Supermario”) a non rivelare tutti i retroscena delle operazioni in derivati. Problema al quale Mario Draghi potrebbe dare oggi una risposta concreta ed esaustiva.

     La critica – i “Doveri” di  Mario Monti e della Commissione europea  

    Inoltre, il Commissario all’Industria dell’Ue, Antonio Tajani, anziché battibeccare in aula sulla bontà del regolamento proposto nelle ultime ore sui derivati, potrebbe chiedere ufficialmente alla “Sua” Commissione europea di pubblicare tutti i dati delle operazioni in derivati poste in essere dai paesi dell'Uè negli ultimi vent’anni, impegnandosi ufficialmente a pubblicare e diffondere con perizia tutte le prossime operazioni di derivati. D’altra parte anche lo stesso Mario Monti (che come ex uomo “Goldman Sachs”, di speculazione ne capirà certamente qualcosa) dovrebbe tralasciare magari l’ossessionante pressione contro l’Art.18, e rimuovere piuttosto ogni ambiguità di sorta, facendo piena luce ed informando tutti gli Italiani sulle posizioni sui derivati ancora pendenti, nonché sul loro valore di mercato. Questa si chiama “Democrazia!”

    Sergio Basile (Copyright © 2012 Qui Europa)