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  • Il vero volto di Matteo Renzi, il pupo caro alla Casa Bianca

    Il vero volto di Matteo Renzi, il pupo caro alla Casa Bianca

    Lunedì, Febbraio 17th/ 2014

    – di Sergio Basile –

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    Il vero volto di Matteo Renzi, il pupo caro alla

    Casa Bianca

    Gli scheletri nell'armadio, i punti oscuri e le amicizie

    particolari del "Rottamatore"

     

    di Sergio Basile

    Matteo Renzi e l'establishment mondialista

     Uno specchietto per allodole chiamato "Democrazia"                                   

    Roma, Firenze, Washington – Circa duemila anni fa nel nome della "Democrazia" (o almeno di chi gridava più forte, perchè magari ben pagato e sostenuto) i Romani avallarono le ipocrite macchinazioni degli scribi e dei farisei e condannarono a morte un innocente al posto di un ladro e brigante di nome Barabba. Perciò il vero Re fu messo a morte e il ladro ed i suoi compari raggiunsero il loro obiettivo. Già fin dai tempi di Gesù, dunque, la democrazia di piazza dimostrò tutti i suoi limiti e la sua inadeguatezza ed iniziarono i primi scaricabarile tra partiti e gruppi di potere. Di chi fu alla fine la responsabilità dell'omicidio più noto della storia? Ma dopo duemila anni, ci chiediamo: la razza umana ha imparato la lezione? Beh, francamente, pare di no. Anzi! Oggi in Italia i romani (italiani) sembrano aver perso definitivamente la bussola, accettando ogni stravolgimento politico senza passare più neppure dalle criticabili piazze e dal pubblico, e spesso sommario, volere. A decidere non è più il "popolo" (con tutte le riserve del caso) ma addirittura direttamente una stretta cerchia di eletti e banchieri. Anni, secoli di studi su costituzionalismo e tripartizione dei poteri sono andati in fumo in soli 3 anni. E' bastata una letterina firmata Draghi-Trichet per mandare tutto a monte ed inaugurare l'andazzo al di fuori di ogni principio costituzionale. Ma per i media tutto fa brodo. Come lo è per molti italiani che continuano a recarsi imperterriti alle disarmanti "primarie" – regionali e nazionali – del PD, ad esempio.

     L'Assist del Corsera (Mediobanca)                                                                      

    L'assist al terzo golpe sotto il regno di Napolitano, questa volta è partito – come notavamo nel nostro ultimo editoriale, vedi qui Friedman, il Complotto e la Consistenza della Mozzarelle di Bufala – dal quotidiano di regime targato Mediobanca, “Il Corriere della Sera”: il primo a sdoganare il presunto e penoso scoop  di Alan Friedman su Monti e Napolitano, aprendo nell'opinione pubblica la "provvidenziale possibilità Renzi", il rottamatore, il salvatore della patria e l' "uomo nuovo della politica dal volto pulito". Ma chi è davvero l'ex ragazzo prodigio, prima donna del palcoscenico fiorentino, invocato come nuovo salvatore dai media e da tutti i maggiori esponenti dei poteri forti del Bel Paese? Una cosa è certa l'Italia, "che conta" lo appoggia stranamente in tutto e per tutto. Basta vedere le copiose dichiarazioni ed interviste rilasciate su dozzine di quotidiani, in primis da Confalonieri (Mediaset) e da De Benedetti (Espresso-Repubblica, ecc., ecc..). Quest'ultimo, ebreo sionista e primo artefice della svendita e privatizzazione del nostro patrimonio nazionale e dell'apertura alla speculazione internazionale, in merito dichiarò: "I partiti hanno perduto il contatto con la gente, lui invece (Renzi) quel contatto ce l’ha" (da l'Espresso). Ma la lista dei supporters è lunga: Della Valle (Tod's); Colao (Vodafone); Del Vecchio (Luxottica); Tronchetti Provera (Pirelli); Gori (Canale 5); Poletti (Lega Coop); Bertelli (Prada); Scaroni (Generali); Palenzona (Unicredit); Valentini (MPS); Nagel (Mediobanca). Sul carrozzone, in tempi non sospetti, sono saliti anche personaggi del calibro di Caltagirone, Romiti, Martina Mondadori, Barbara Berlusconi, lo stesso Silvio e Franco Bernabè (già ENI e Telecom, noto membro del Gruppo Bilderberg ed ex-prodiano doc) cui figlio Marco ha forti legami con Tel Aviv, attraverso il fondo speculativo Wadi Ventures. Ma come mai tutta questa attenzione per il giovane Matteo? E poi chi è davvero Matteo Renzi? Vediamo.

     Renzi Matteo – Il volto pulito della politica italiana                                       

    Il prossimo premier filoamericanista e liberista doc (nonché di sinistra) è figlio di Tiziano Renzi, ex parlamentare Dc in odore di massoneria molto chiacchierato per il fallimento e la gestione dell'azienda di famiglia, la "Chil S.r.l.": azienda poi ceduta repentinamente ad un imprenditore ligure che non esitò ad assumere il rottamatore (anno 2003) a 11 giorni dalla sua discesa in campo per l’elezione a presidente della Provincia di Firenze.  Renzi, "fu assunto come dirigente della società, appena dopo averne ceduto il 40% delle quote". Ma non finisce qui, anzi, siamo solo all'inizio. Da Presidente della Provincia di Firenze – vedi Wallstreetitalia del 19 Ottobre 2012 –  "il sedicente rottamatore della vecchia guardia politica, Matteo Renzi, avrebbe sperperato in giro per l'Italia e il mondo 20 milioni di euro, tra viaggi negli Stati Uniti, cene in ristoranti di carne e di pesce, pagando sia per sé sia per i suoi fortunati invitati. E facendolo spesso e volentieri attingendo dai fondi della Provincia tramite la carta di credito avuta in dotazione". Tra le altre accuse mosse in seguito al "ragazzo pulito" della politica italiana, anche quella di "aver assunto personale al Comune di Firenze senza concorso pubblico". In merito alla vicenda, va aggiunto che Alessandro Maiorano – storico dipendente del Comune di Firenze poi "utilizzato" da Beppe Grillo nel suo blog –  presentò un resoconto sui "bancomat di Renzi" corredato da prove e fatture. Il report parlava espressamente di "20 milioni di fatture che Renzi aveva preso dalla provincia di Firenze, tra donazioni, fiori, viaggi, cene". insomma, pare che i Fiorito non siano poi così rari… anche tra i rottamatori. Ma Maiorano presso la Guardia di Finanza fece di più, denunciando la particolare situazione patrimoniale della stessa Chil Srl. Successivamente la Corte dei Conti fu chiamata a far chiarezza su "9,2 milioni di euro spesi dalla Provincia per concedere servizi irregolarmente alla società in-house voluta dal sindaco di Firenze". Inoltre, sulla scia di altri filoni d'inchiesta, ci giunge notizia che Renzi avrebbe fatto "nominare soggetti in aspettativa nello stesso ente". In particolare – racconta Maiorano – "si tratta di quattro dirigenti o funzionari che erano andati in pensione, ma che sono stati riassunti con denaro pubblico da Renzi". Ma in tempi non sospetti – probabilmente per accattivarsi le simpatie dei suoi supporters oltre atlantico – il giovane Renzi fu anche il bizzarro autore di un libro tutto proteso a tessere le beate lodi delle liberalizzazioni, della privatizzazione della Rai, nonché a riconoscere clemenza per quei politici colti in flagranza di reato e disposti ad abbandonare il campo…

     Il rapporto con l'establishment mondialista                                                    

    Ma dopo aver fatto luce su alcuni punti poco noti del pupo Renzi il vero punto da chiarire è un altro: chi è davvero Matteo Renzi per l'establishment mondialista? Perchè l'élite internazionale ne ha voluto una così rapida ascesa? Perchè ha rimpiazzato in maniera "ottimale" e repentina un personaggio di "acclarata fama"del calibro di Enrico Letta, molto noto nell'ambito dei più segreti circoli mondialisti? Beh forse per avere la risposta giusta dovremmo guardare ancora una volta al cuore dell'impero mondiale unico nascente: Washington. Una città che Matteo Renzi sembra amare particolarmente, come dimostrano i suoi curiosi viaggi negli States, specie dal 2007 in poi. A condurci su questa pista, oltre lo stranissimo volo di Renzi negli Usa, datato 2007 – era l'anno del Cinquantenario dell'UE e dei trattati di Roma, festeggiato in pompa magna proprio tra Roma e Firenze – anche un rapporto di simpatia reciproca con il Segretario di Stato Usa, John Kerry e un legame davvero particolare che lo legherebbe a Michael Ledeen, uomo di primo piano della CIA e già consulente dei Bush e di Ronald Reagan (e del suo celeberrimo gabinetto di massoni all'interno della Casa Bianca). Ma analizzando il suo ricco curriculum, non sfugge il fatto che Ledeen sia stato anche consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, nonché uno dei consulenti di primo piano del governo israelinao (in particolare del ministero degli Esteri). Stranamente molto vicini all'asse Usa-Israele – curiosa coincidenza – sono i noti "consulenti renziani" Davide Serra, Marco Carrai e Yoram Gutgeld. Partiamo da quest'ultimo.

    Matteo Renzi e l'establishment mondialista

     Yoram Gutgeld, il guru della McKinsey                                                              

    Laureatosi presso l'Università Ebraica di Gerusalemme nel 1984, Gutgeld fu anche studente presso l'Università della California e già uomo di punta della  misteriosa multinazionale statunitense McKinsey & Company: leader indiscussa della consulenza aziendale a livello planetario e nota per la straordinaria carriera dei suoi ex-consulenti. Newsweek ha definito la McKinsey & Company come “la società di consulenza di gran lunga più influente al mondo”; Il Financial Times l'ha invece dipinta come “la società di consulenza manageriale leader nel mondo”. Da notare come clienti dell'azienda leader nella consulenza aziendale siano stati multinazionali del calibro di Enron, Swissair, GM, Ford. Da notare, ancora, che consulenti della McKinsey sono inoltre soggetti alla pratica dell'"up or out": essi devono – sotto pressione e minaccia di licenziamento – svolgere avanzamenti di carriera entro dei dati limiti temporali, altrimenti essi vengono invitati a lasciare l'azienda. Un  altro aspetto particolare del modus operandi della McKinsey è, inoltre, il suo "non vincolarsi in esclusiva con un cliente", con la possibilità di andare incontro a ciclopici ed impuniti conflitti d'interesse. Il supporto di Gutgeld si dimostra, in tal senso, molto più prezioso di quanto possa apparire per il prossimo "premier".

     Marco Carrai, l'uomo che sussurra a Renzi                                                       

    Altra punta di diamante all'interno del carrozzone renziano è Marco Carrai, suo consigliere economico, eletto nel 2013 deputato in quota al PD in Abruzzo. A Carrai, imprenditore di Greve in Chianti –  membro del consiglio della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze – fa riferimento la Cambridge Management Consulting di cui socio è l’Fb Group di Franco Bernabè (Bilderberg Club), il cui figlio Marco è pure entrato nel consiglio d’amministrazione dell'azienda di consulenza aziendale Newco. Luigi Bisignanicome apprendiamo da un articolo apparso su "L'Espresso" dello scorso 4 Novembre 2013, di Marco Damilano – lo descrive come "l’uomo che sussurra a Renzi", uno scapolo di 38 anni che si sposta a Firenze su una vecchia Fiat Punto, "pur collezionando partecipazioni azionarie e presidenze di municipalizzate, società e consigli di amministrazione". Carriera straordinaria che ha trovato un'insolita impennata a partire dal 2009, anno in cui l’amicone Matteo passò dalla Provincia di Firenze al Comune. E' interessare notare come Carrai abbia interessi particolari anche in Israele nel settore delle nuove tecnologie. Anche questo merito del suo santo di riferimento?

     Renzi e la grave dimenticanza di Massimo D'Alema                                      

     Massimo D’Alema, in una recente intervista ha parlato di Matteo Renzi come del "terminale di quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra". Anche se D'Alema evidentemente finge di non sapere (o di dimenticare) come dal '45 ad oggi la sinistra abbia di fatto retto incondizionatamente il moccolo agli USA nella sua lenta ed inesorabile azione di colonizzazione del Bel Paese… e dimentica, altresì, ciò che la stampa internazionale indipendente dice da anni sul conto degli Usa e del socialista democratico Barack Obama (modello renziano doc di riferimento), paragonando la Casa Bianca al Cremlino di Stalin. Chissà come mai! 

     Davide Serra, lo squalo della finanza caro a Morgan Stanley                      

    Altra figura piuttosto ambigua è Davide Serra (speculatore finanziario e braccio destro di Renzi per l'economia, fondatore della fondazione Metropolis). Di casa presso la City di Londra che terrà ben d'occhio dal suo lussuoso appartamento londinese di Mayfair, Serra, oggi si guadagna da vivere con mille attività, ma probabilmente la più redditizia resta quella afferente alle scommesse sui ribassi in Borsa. D'altronde si sa, il mondo bancario è l'isola felice del renziano. L'enfant prodige è altresì di casa presso la Morgan Stanley, una delle banche d’affari più attive nelle speculazioni finanziarie e tanto cara allo stesso ex-ex-premier tecnico Mario Monti: ricordiamo come Giovanni Monti (figlio di Mario) fu nominato Vice President proprio presso Morgan Stanley. Va ricordato anche come lo stesso Monti appena chiamato a "salvare l'Italia" fece un gran regalo d’Epifania proprio all’amata banca newyorkese: un regalino di 2 miliardi e 567 milioni di euro tempestivamente dirottati dalle casse del Tesoro a quelle della banca, come rimborso su "corsia preferenziale" di interessi su operazioni sul debito pubblico nazionale. Il tutto all’insaputa degli organi di informazione italiani, evidentemente poco propensi – non si comprende per quale recondito motivo – a quel tempo ad occuparsi della faccenda. Ma torniamo al consulente. Davide Serra come per magia in Morgan Stanley (anno 2001) fece subito una gran carriera, scalando posizioni su posizioni, in un quinquennio che lo condusse a diventare direttore generale e capo degli analisti bancari, stringendo ben presto importanti contatti con personaggi come Profumo (Unicredit) e Passera (Intesa-San Paolo). Altro miracolo Serra lo compì nel 2006: diede genesi all'apocalittica creatura finanziaria (hedge fund) "Algebris Investments", capace in un solo anno di passare da 700 milioni a quasi 2 miliardi di dollari gestiti. Ma egli, intorno al 2007, fu anche il "coraggioso" pioniere della scalata al colosso bancario olandese Abn Amro: la più importante di sempre. Poco dopo il "broker" dei miracoli spodesto Antoine Bernheim alla presidenza di Generali, entrando in Mediobanca. Ma tutto questo ovviamente Renzi, il rottamatore di Palazzo Chigi, non poteva saperlo…

     Renzi premier? Ora sembra tutto un pò più chiaro                                        

    Allora, forse, oggi capiamo con maggior chiarezza perchè avvenga che lmaggioranza della direzione di un partito di minoranza chiamato PD  (maggioranza tra l'altro emersa in maniera roccambolesca nell'ambito di primarie interne molto contestate per presunti brogli tra i contendenti) decida per tutti la leadership del Paese e con il nulla osta della politica, dei poteri forti e – ovvio – del Quirinale. Oggi, dunque, dopo le dimissioni del tecnico-Letta ecco un altro pargolo illuminato presentarsi per il giuramnento: oggi è stato il giorno dell’incarico a Matteo Renzi, convocato ieri dal Capo dello Stato al Quirinale. Domani (Martedì) lo stesso prossimo neo-premier dovrebbe dare il via alle consultazioni (…) Il giuramento e la consueta cerimonia del Campanello a Palazzo Chigi, con il passaggio delle consegne da Letta, potrebbe avvenire giovedì. Venerdì il nuovo presidente del Consiglio dovrebbe andare in Senato e chiedere la fiducia, sabato invece il passaggio alla Camera. Solo per la cronaca piuttosto animoso si annuncia il totoministri: Fabrizio Barca potrebbe essere il nuovo console nominato al posto di Saccomanni, all'Economia. Un posto d'onore (probabilmente per il buon lavoro svolto finora ) potrebbe andare anche al Presidente dell’Istat, Pier Carlo PadoanGraziano Delrio potrebbe essere invece il prossimo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ai Beni Culturali potrebbe ritrovarsi il "fedele" Dario Franceschini, mentre all’Istruzione la montiana Stefania Giannini. Insomma una vera "rivoluzione democratica".  Ma visto quel che accade, francamente poco ci interessa … Tanto si passa come al solito dalla padella alla brace, e viceversa. Per ora gli unici davvero felici delle ghiotte novità che rimbalzano da Palazzo Chigi, magari intenti a festeggiare con champagne e caviale – ci scommetterei la camicia – oltre ai sudditi italioti sono gli inquilini della White House a Washington.

    Sergio Basile (Copyright © 2014 Qui Europa)

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  • Strategie, Furti e Odissea Alitalia – Una Storia che tutti Dovrebbero Conoscere

    Strategie, Furti e Odissea Alitalia – Una Storia che tutti Dovrebbero Conoscere

    Domenica,  Maggio 19th/ 2013

     di C.Alessandro Mauceri  

    Alitalia, Linee Aeree Italiane, IRI, Ministero del Tesoro, Prodi, Francesco Staccioli, Bersani, Air France-KLM, Berlusconi, CAI, Compagnia Aerea Italiana, Roberto Colaninno, Benetton, Riva, Ligresti, Marcegaglia, Caltagirone, Gavio, Marco Tronchetti Provera, Intesa San Paolo, Corrado Passera, compagnia di bandiera, good company,  bad company, decreto legge n. 80 del 2008, Commissione Europea, Corte di Giustizia Europea, Aiuti di Stato, Corte Generale dell’Unione Europea 

    Odissea Alitalia – Una Storia che tutti

    Dovrebbero Conoscere

    Dalle Origini, alle manovre Prodi-Berlusconi, agli

    sviluppi del Caso Ryanair al Furto Legalizzato ai

    danni degli Italiani

     

     

    L'Approfondimento di C.Alessandro Mauceri 

    Alitalia - Una Storia Senza Fine

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     C'era una volta…                                                                                                         

    Roma  – C’era una volta Alitalia. Così potrebbe cominciare la favola (se avesse un lieto fine, ma come vedremo, non è così) della compagnia di bandiera italiana. La storia di Alitalia comincia nel 1947. Solo dieci anni dopo, nel 1957, Alitalia venne fusa con un’altra compagnia, Linee Aeree Italiane, divenendo la prima compagnia aerea del nostro Paese. Per decenni, fino agli anni Novanta, Alitalia rimase controllata al 100% dallo Stato (prima dall’IRI e poi dal Ministero del Tesoro). Fu allora che l’apertura del mercato ai concorrenti internazionali costrinse l’azienda a svegliarsi e a rendersi conto che quanto accaduto sino ad allora, era solo una favola e su come la realtà fosse ben diversa e amara. Appena Alitalia iniziò a confrontarsi con la concorrenza – in questa giungla chiamata libero mercato – cominciarono i problemi.

    Alitalia - L'Impronta di Romano Prodi

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     L'impronta di Romano Prodi                                                                                  

    Nel 1996, l’allora capo del governo, Romano Prodi (la stessa persona che, come presidente della Commissione  Europea, giustificherà di fatto la partecipazione di alcuni commissari, tra cui Monti, alle riunioni del Bilderberg) per risanare i bilanci in perdita, cosa fece? Rese funzionale la gestione? No, mise in vendita parte della compagnia, mantenendo, però, una quota di maggioranza. Secondo quanto affermato in tempi non sospetti da Francesco Staccioli – sindacalista Usb e cassintegrato Alitalia – la compagnia avrebbe “gettato al vento 5 miliardi di soldi pubblici”. L’apporto di capitali nuovi non cambiò il destino di Alitalia e così, nel 2006, apparve chiaro che l’azienda fosse sull’orlo del fallimento. Per "salvarla", Prodi decise di vendere un’altra fetta delle quote del Tesoro, cedendo in questo modo il controllo della compagnia. La gara indetta per promuovere l'acquisto del 39% delle azioni offerte dal governo andò deserta.  L'incaricato di turno al quale fu affidata la "patata" fu Bersani (lo stesso che alcuni anni dopo non riuscirà a creare un governo pur avendo avuto alle elezioni la maggioranza di voti e lascerà la gestione del Paese nelle mani del Bilderberg, della Trilateral e dell’Aspen). In molti, allora, accusarono il governo di aver imposto delle clausole eccessivamente restrittive che avevano avuto il risultato di far si che i potenziali investitori disertassero l’asta. Si disse che si era presentata Alitalia non come un’azienda ormai prossima al fallimento, ma come un’azienda in condizioni “da favola”.

    Alitalia - L'Impronta di Silvio Berlusconi e l'Operazione CAI

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

      L'impronta di Silvio Berlusconi                                                                            

    Ci si riprovò nel 2007, mediante una trattativa diretta. Dopo le prime consultazioni, l’offerta migliore parve essere quella di Air France-KLM. Nel 2008, frattanto, però, era cambiato il governo. E il nuovo capo del governo, Berlusconi, dimostrò di pensare alla realtà (dei propri affari) e di non credere alle favole, e dichiarò come fosse necessario «preservare l’italianità della compagnia». Quindi Super Silvio fece di tutto per ostacolare la trattativa fino a che Air France-KLM non ritirò la propria offerta affermando, con esplicito riferimento al comportamento di Berlusconi, che «in questo settore nessuna operazione di questo tipo si può fare in modo ostile e contro un governo». Così, come in una favola, si decise di cambiare nome all’Alitalia (come se questo potesse bastare a risolverne i problemi) e dietro mille polemiche (tra cui le lamentele dei sindacati degli operatori di volo e dei piloti estromessi dalle trattative) venne creata la CAI, Compagnia Aerea Italiana. La nuova società, presieduta da Roberto Colaninno, vide al proprio interno imprenditori come Benetton, Riva (la famiglia proprietaria dell’ILVA, nelle scorse settimane alla ribalta per il danno ambientale prodotto dagli impianti) Ligresti, Marcegaglia, Caltagirone (attraverso la società Acqua Marcia) Gavio e Marco Tronchetti Provera. A sostenere finanziariamente il progetto fu Intesa San Paolo, il cui amministratore delegato era – guarda un pò – Corrado Passera, lo stesso che qualche anno dopo (le coincidenze non sono una favola: sono reali) venne chiamato da Monti a ricoprire il ruolo di Ministro dei Trasporti (forse anche dopo i risultati ottenuti con l’affare Alitalia/CAI). Il costo dell’operazione per i salvatori della bandiera, anzi della compagnia di bandiera (da notare che ormai in un sistema basato sulla concorrenza di libero mercato sono pochi i Paesi industrializzati che hanno ancora  una propria ”compagnia di bandiera”) fu di circa trecentomilioni di Euro. Una bazzecola!

      Piccoli Casi di Conflitto d'Interesse                                                                      

    Subito, però, sorsero dubbi circa la correttezza dell’operazione. Molti degli azionisti della CAI, come Marco Tronchetti Provera e Benetton, erano – come noto – concessionari dello Stato. Anche la partecipazione del gruppo cui faceva capo la Marcegaglia destò qualche dubbio, dato che la sua impresa, da un lato, faceva affari con il governo e viveva di appalti pubblici e, dall’altro, in quanto presidente di Confindustria, con lo stesso governo era spesso in conflitto. E così pure Roberto Colaninno, il cui figlio, Matteo, ricopriva l’incarico di “ministro ombra” del Partito Democratico.

    Alitalia - Dall'Accordo Saltato con Air France agli Aiuti di Stato

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Lo Scandalo più grande della… Favola                                                               

    In realtà, il vero problema, ma come al solito pochi parlarono di questo, non fu la procedura,  discutibile, con cui  erano state condotte tutte le fasi della vicenda. Né i membri del gruppo che aveva acquisito Alitalia. Né il fatto che i sindacati fossero stati coinvolti in modo a dir poco anomalo nelle trattative. Il vero scandalo fu che, proprio come in una favola, dalle ceneri di Alitalia si levarono due soggetti:  la CAI, che rilevò il marchio e parte delle attività (la cosiddetta good company, che conteneva le parti “sane”) e la LAI (il vecchio acronimo di Alitalia) che si tenne i debiti e tutto il resto e che avrebbe dovuto continuare a pesare sulle casse dello Stato. L’idea era da favola: acquistare le parti sane a prezzi di svendita (l’offerta del gruppo italiano fu 700 milioni di Euro inferiore rispetto a quella fatta da Air France-KLM) e scaricare sulla bad company i debiti (stimati in 2 miliardi di Euro) e i problemi tra cui 7.000 esuberi, a cui vennero garantiti 7 anni di cassa integrazione pagati, e con soldi veri, dallo Stato. Nel 2008, lo Stato italiano decise di concedere ad Alitalia un prestito (indovinate di quanto?) di trecentomilioni di Euro, riconoscendole anche la facoltà di imputare tale somma in conto capitale. Ossia, per chi ancora non crede alle favole, il governo avrebbe dato alla neonata azienda la stessa somma che gli investitori della CAI raggruppati con il consenso e la partecipazione del governo, avevano dovuto tirar fuori per comprare Alitalia. Una situazione, per gli investitori, davvero favolosa! E sembrava essere riuscita se non che, chi l’aveva architettata, forse aveva preteso troppo, e, cercando di pagare parte dei debiti di Alitalia  (bad company) con aiuti di Stato, aveva reso la favola poco credibile. Non solo, ma, per farlo, non aveva voluto rischiare di andare in Parlamento. Quindi aveva emesso un decreto legge (n. 80 del 2008) che in quanto valido immediatamente non aveva atteso il parere da parte della Commissione Europea.

    Ryanair, Manuel Barroso

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     La Procedura d'Infrazione e lo strano gioco della Commissione               

    Siccome non tutti credono nelle favole, questo comportamento fu considerato concorrenza sleale e fu aperta una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia da parte della Corte di Giustizia Europea. L'esecutivo di Bruxelles, quindi, avviò un’indagine formale, constatando che «il prestito costituiva un aiuto di Stato illegittimo e incompatibile con il mercato comune, in quanto conferiva un vantaggio economico finanziato con risorse statali, che non sarebbe stato concesso da un investitore privato avveduto». La Commissione dunque ordinò il recupero degli aiuti. Salvo poi – misteriosamente (?) – ricredersi. Vediamo.

     Marcia indietro della Commissione e Disputa con Ryanair                            

    Come noto, un favola come si deve non può non riservare sorprese e, così, la Commissione, con una seconda decisione sorprendente, affermò che la misura relativa alla vendita dei beni di Alitalia non implicava la concessione di un aiuto di Stato agli acquirenti di quest'ultima. Questo cambio di rotta non piacque a Ryanair, principale concorrente in Italia di Alitalia, che, dopo aver depositato varie denunce presso la Commissione, chiese al Tribunale, insieme ad altre compagnie ed all'Associazione europea delle compagnie aeree a basso costo (Elfaa), di annullare le due decisioni dell'esecutivo.

      Ryanair – La Beffa e il Sorpasso                                                                               

    La Corte, invece, confermò le proprie decisioni e condannò Ryanair a pagare anche le spese legali sostenute da Alitalia/Cai proprio – ironia della sorte – nel giorno in cui la compagnia irlandese festeggiava il sorpasso di Alitalia sul mercato domestico per numero di passeggeri (oltre 3 milioni, anche se le stime sono oggetto, anche loro, di discussioni). Poche settimane fa è scaduto il lockup sulle azioni Alitalia: cioè il divieto di vendere le azioni per i soci che quattro anni fa comprarono la vecchia Alitalia in fallimento. Immediatamente dopo è scoppiato quello che potrebbe diventare un nuovo “scandalo” Alitalia.

    Ryanair - European Court - Alitalia

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

      Aiuti di Stato – Nuovo Scandalo: la Commissione mancò di Indagare!  

    Si pensava che la storia fosse finita lì e, invece, lo scorso 16 maggio 2013 (la fermezza è una delle sue caratteristiche principali a quanto si vede) la Corte europea ha confermato che la Commissione Europea – come visto nel precedente comunicato stampa inviatoci da Ryanair (vedi articolo in allegato) – mancò nell’indagare sugli “Aiuti di Stato” garantiti ad Alitalia. La decisione di oggi quindi riconferma la decisione del 2011 della Corte Generale dell’Unione Europea, la quale aveva deliberato che la Commissione aveva mancato nel suo compito di indagare sugli “Aiuti di Stato” concessi dall’Italia alla CAIQuella di Alitalia sembra essere ormai diventata una favola senza lieto fine: la  CAI continua ad essere in perdita, la vecchia dirigenza pare che rischi un processo per bancarotta causata da “dissipazione di beni aziendali” e “gestione del settore cargo economicamente abnorme” .

     L'Ultima Beffa – Gli Aiuti alla SEA, da restituire con gli Interessi                 

    La  SEA, società che gestisce gli aeroporti milanesi, secondo la Commissione Europea avrebbe ricevuto, tra il 2002 e il 2010, 360 milioni di Euro (gli aumenti di capitale di Sea Handling, una società del gruppo) “incompatibili” con le norme UE sugli aiuti di Stato e che, quindi, devono essere restituiti e “con gli interessi”

      Alitalia – Una Storia  (Tragedia) Infinita                                                                

    La verità è che la storia Alitalia tra interessi privati, politici coinvolti nella gestione di imprese e quindi in conflitto di interessi con le decisioni del governo, sprechi colossali, incarichi con compensi da capogiro concessi  a commissari di aziende in crisi perenne e chi più ne ha più ne metta, non avrà mai fineDi certo visto che i soldi per tutti questi sperperi li hanno sganciati e continuano a farlo indefessi – loro malgrado – gli Italiani con le loro tasse, per loro non ci sarà mai un lieto fine. Forse più che di “favola” sarebbe meglio parlare di “tragedia”.  

    C.Alessandro Mauceri (Copyright © 2013 Qui Europa) 

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