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Tag: Boom Economico

  • FIAT – Svelato il Teatrino dell’ovvio di Marchionne

    FIAT – Svelato il Teatrino dell’ovvio di Marchionne

    Sabato, Settembre 15th/ 2012

    – Sergio Basile –

     Italia / FIAT /Torino / Roma /  Sergio Marchionne / Mario Monti / Crisi / Chiusura stabilimenti italiani / Termii Imerese / FIOM / Sindacati / Piano Fabbrica Italia / Cobas / Pomigliano / Mirafiori / Agnelli / Elkann / Chrysler / Exit Strategy / Colosseo / Scavi di Pompei / Berlusconi / Casini / Bersani / Finmeccanica / Eni / Enel / Polonia / Brasile / Serbia / Delocalizzazione produttiva / 500 / Industria italiana / Boom economico 

    FIAT – Svelato il Teatrino dell'ovvio di Marchionne

    Un finale scontato, la FIAT abbandonerà l'Italia!

    Il pretesto liberista della Banda Monti e le responsabilità dei fedeli

    maggiordomo della politica

    Torino, Roma – "La Fiat – dichiarò nei mesi scorsi  Mario Monti – non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell'Italia, e chi la gestisce ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti le localizzazioni più convenienti". Alla lunga il pretesto liberista e gli effetti della crisi indotta, alimentata dai maggiordomi dei banchieri e delle lobbies mondialiste, hanno avuto decisamente la meglio, ed hanno fatto – come volevasi dimostrare – la differenza, dando una parvenza di surreale razionbalità a ciò che in un Paese democratico viene generalmente bollato come assurdo. La notizia è di quelle pesanti, soprattutto se a darne conferma ufficiale è lo stesso Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della gloriosa "Fabbrica Itaiana di Automobili di Torino" (FIAT), o di quel che ne resta. Pertanto, nelle scorse ore, è giunta la  marcia indietro del Lingotto sul "Piano Fabbrica Italiana” e – ci pare di capire – sull'ipotesi di "scongiurata chiusura" di stabilimenti come Termini Imerese, Pomigliano – e addirittura – Mirafiori.

     Il Teatrino dell'ovvio di Marchionne 

    "In questa fase – si legge su un comunicato del Lingotto – è impossibile fare riferimento ad un progetto che era nato due anni e mezzo fa in base al quale si sarebbero dovuti investire fino a 20 miliardi di euro ed arrivare a produrre 1,4 milioni di vetture in Italia".  Fiom-Cgil e Cobas, d'altra parte – in tempi non sospetti – c'avevano visto lungo, ed avevano avvertito tutte le avvisaglie dell'imbroglio. Un piano il "Fabbrica Italia" senza alcun dettaglio, senza garanzie ed elementi programmatici. Insomma un "pacco" vero e proprio, depositato sul diretto Torino-Roma, direzione "Palazzo Chigi", nella speranza di acquietare per qualche tempo – così come è avvenuto – i tumulti nati all'interno dei vari stabilimenti Fiat.

     La FIOM all'angolo – Il Tradimento dei Sindacati 

    L'imperativo, lo slogan dominante, era quello secondo il quale la FIAT made in Marchionne doveva essere "lasciata libera di agire" senza alcun vincolo o responsabilità particolare, esenza alcuna scadenza. Così, sbarazzatosi della zavorra "confindustriale" – e da "Federmeccanica" – l'Ad Fiat ha dato il via libera ad un nuovo modello contrattuale incentrato su  riduzione delle pause di lavoro, straordinari e premi di produzione. Queste le logiche perverse adottate per Pomigliano e Mirafiori, e con il "benestare" dei sindacati: ad eccezione di Fiom-Cgil, s'intende! Una Fiom, tuttavia, sempre più isolata e relegata nell'angolo della stanza dei bottoni del Paese.

     Un finale scontato: la FIAT abbandonerà l'Italia! 

    Ma la maschera sembra ormai definitivamente gettata – d'altra parte non si può bluffare oltre – e la strategia anti-nazionale del trio Marchionne-Agnelli-Elkann sembra non avere più segreti. La FIAT ben presto abbandonerà l'Italia! Un mercato (grazie al complotto recessivo della "Banda Monti" e dei tecnocrati europei del Fiscal Compact) ormai impraticabile ed antieconomico. Meglio gli Usa! Ovviamente! E meglio continuare a decentralizzare la produzione in Paesi come Brasile, Polonia e Serbia, dove gli stipendi sono pari ad un terzo, o ad un quarto di quelli italiani, e dove però la vita è di gran lunga meno cara. Chi ha le nostre accise? Chi il nostro livello ti tassazione, caro prof Monti? Davvero nessuno al mondo! Questa "modestamente" è una vergogna tutta italiana! E questo l'assiduo frequentatore dei salotti del Bilderberg Club, John Elkann, lo sa bene!

     Il pretesto di Chrysler e la "Exit-Strategy" Neoliberista 

    In questa ottica si comprende meglio, e senza molti fronzoli, come lo stesso sodalizio con la Chrysler (che a differenza della FIAT, sta progettando e vendendo molti nuovi modelli di successo oltreoceano) sia stato orientato in previsione di tale "exit strategy". Come sostenere il contrario? Una cosa è certa l'eventualee probabile chiusura della FIAT in Italia equivarrebbe a qualcosa paragonabile forse alla chiusura del Colosseo e della degli Scavi di Pompei. La Fiat da sempre è il simbolo dell'Italia indusriale e del boom economico; come l'Italia da sempre si identificata nei gloriosi modelli della FIAT: vedi tra tutte la vecchia regina "500".  

     La Responsabilità dei maggiordomi "liberisti" della politica 

    D'altra parte, gli stessi padroni dell'azienda, dopo la pioggia torrenziale di milioni di euro di sovvenzioni statali sempre giunta provvidenzialmente da Roma,  da oltre un secolo a questa parte, non hanno più intenzione di ricambiare il favore verso la Nazione e di mettere mano al portafoglio; senza parlare della svendita dell’Alfa Romeo e delle continue casse integrazioni  gettate sulle spalle degli Italiani. D'altra parte, questo – e non solo questo – sarà il prezzo che gli Italiani stolti dovranno pagare per non aver sbugiardato e tentato di fermare nei mesi scorsi la casta dei politici montiani, che ba Berlusconi (colui il quale avrebbe potuto buttar giù il professore, con la sua maggioranza parlamentare) a Casini a Bersani ha finito per permettere questo assurdo ed irrazionale scempio. In attesa, ovviamente, che si consumino gli altri scempi  – gli ultimi da compiere – quelli cioè di Finmeccanica, Eni ed Enel.

    Sergio Basile  (Copyright © 2012 Qui Europa)

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  • Polonia: sesta economia in Europa, niente Euro e niente crisi

    Polonia: sesta economia in Europa, niente Euro e niente crisi

    Mercoledì, Marzo 28th / 2012

    – di Maria Laura Barbuto –

    Unione Europea / Economia / Polonia / Varsavia / Crisi / Boom Economico / Zloty / Loszewki / Halesiak / Stanczac 

    Polonia – Sesta economia in Europa:

    niente Euro e niente crisi

    Una Nazione che cambia volto:

    il miracolo polacco

    Varsavia –  Una voce fuori dal coro quella della Polonia che, in un momento di crisi globale come quello che stiamo attraversando, ha chiuso il 2011 con una crescita del 4,3% andando controcorrente rispetto agli altri paesi europei. Alla faccia di chi argomento sui progressi dell'Euro e sulla natura debitoria della crisi. Va ricordato infatti che l'avanzo primario italiano è di gran linga maggiore a quello polacco. Cioè noi in teoria "stiamo meglio dei nostri cugini dell'est", avendo un miglior saldo tra entrate fiscali e spesa pubblica. Ma a parte ciò, tornando alla Polonia, va detto che Varsavia sorprende tutti perché, ormai lasciati alle spalle gli anni Ottanta, oggi rappresenta la sesta economia dell’Unione Europea e accanto alla Germania, quello polacco è l’unico Stato caratterizzato da forte dinamismo. Una Polonia che cambia faccia, dunque, che ha evitato la recessione mondiale nel 2008 e non ha avuto problemi di debito pubblico ma, al contrario, si è resa protagonista di progressi notevoli ed è riuscita a garantire un benessere diffuso tra i suoi cittadini. Secondo i dati raccolti e resi noti dal Ministero delle Finanze, il prodotto interno lordo polacco è cresciuto di circa il 16% negli ultimi 4 anni e le spese destinate alle infrastrutture, lo scorso anno, hanno registrato un +7%. Grattacieli, ristoranti, bar, centri commerciali e negozi di lusso si ritrovano, ormai, in ogni angolo delle città anche se ancora c’è molto da fare: strade e ferrovie sono, infatti, le stesse degli anni ’80 e risulta, ovviamente, necessaria ed urgente una modernizzazione delle stesse. “Tra le ragioni del boom economico polacco – secondo il direttore generale del Ministero delle Finanze, Patryk Loszewski – rientra il fattore psicologico, ovvero la predisposizione della nostra forza lavoro ed imprenditoriale ad affrontare le difficoltà senza scoraggiarsi”. Loszewki è tornato indietro nel tempo parlando della pesante eredità lasciata dal comunismo che ha abituato il popolo polacco al sacrificio e lo ha portato a credere nel libero mercato, tanto è vero che se, nel 2004, quando la Polonia è entrata a far parte dell’Ue, sono stati 2 milioni i giovani che hanno lasciato il Paese per cercare fortuna altrove, la maggior parte di loro, a distanza di tempo, è tornata in Polonia e ha investito i propri guadagni per avviare numerose attività. Il capo degli analisti macroeconomici di Pekao, Andrzej Halesiak, ha rintracciato le motivazioni della costante crescita polacca nel cambio fluttuante della moneta nazionale, lo zloty, che ha sempre garantito alla nazione grande competitività anche quando le esportazioni erano minacciate dalla crisi, e nel fatto che solo il 40% del prodotto polacco è destinato all’estero, di cui il 26% raggiunge la Germania, della quale la Polonia, è partner commerciale di estrema importanza. Ma Varsavia, a causa della crisi, ha deciso di rinviare di qualche tempo (fortunatamente per loro) l’adozione della moneta unica prevista per quest’anno, garantendo la sua partecipazione ad una politica monetaria comune a partire dal 2015, nel pieno rispetto dei parametri di Maastricht. “I problemi, ovviamente, ci sono – per come afferma la direttrice della sede locale della Banca Europea per la ricostruzione  e lo sviluppo, Lucyna Stanczak – in quanto la disoccupazione resta alta, intorno al 13%. Ma, secondo quanto riportato nel suo ultimo rapporto dalla Commissione Europea , “investimenti e consumi privati continueranno  a crescere”. Pertanto, ci serva da insegnamento il cammino di sacrificio della Polonia che ha preferito “arricchire” i suoi cittadini e non le banche di tutta Europa. Che non sia questa la via da seguire? Mgari senza euro? 

    Maria Laura Barbuto (Copyright © 2012 Qui Europa)