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  • L’altro terremoto, l’abbandono dei paesi: spopolamento, emergenza nazionale

    L’altro terremoto, l’abbandono dei paesi: spopolamento, emergenza nazionale

    Lunedì, 5 Settembre/ 2016   

    di Roberto Pecchioli

     Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, Terremoto, Amatrice, abbandono dei paesi, spopolamento 

    L'altro terremoto, l'abbandono dei paesi:

    spopolamento, emergenza nazionale 

    Come e perché reinventare i paesi distrutti, per 

    "salvare l'Italia" intera

     

    di Roberto Pecchioli

    Iniziativa di libero confronto "Pensa e Scrivi" di Qui Europa

    con integrazioni e contributi a cura della redazione

    L'altro terremoto, l'abbandono dei paesi

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premessa                                                                     

    Roma, Amatrice – di Roberto Pecchioli, con integrazioni della redazione – Non è ancora terminato il pietoso lavoro del recupero delle vittime del terremoto e completata la loro sepoltura, ma già il peggio degli istinti nazionali è in azione: lo stucchevole teatrino politico tra governo e opposizioni  sulla ricostruzione. Noi vogliamo evitare di partecipare a futili dibattiti di questa specie, poiché, davanti ai drammi, le chiacchiere stanno sempre a zero, ed è assai meglio fare la propria parte in silenzio: chi può, doni sangue, denaro, o quel che serve a chi ha perso tutto, oppure offra un po’ del proprio tempo  e delle proprie abilità professionali.  Su un punto, tuttavia, vorremmo avviare una riflessione che è insieme politica, civile e nazionale nel senso più nobile del termine. Occorre evitare un secondo terremoto, davvero definitivo nelle conseguenze, quello dell’abbandono dei paesi colpiti e, più in generale, di tanta parte del nostro martoriato territorio. Il vescovo di Rieti ha affermato, dinanzi alle bare di Amatrice, che non i terremoti uccidono, ma le opere dell’uomo. Eppure non si può trascurare, tra le spiegazioni, il male del mondo e i misteri dell'Apocalisse, annunciati quale causa degli estremi peccati dell'umanità, ben evidenti dinanzi allo sfacelo quotidiano della fede che va dissolvendosi. Dinanzi a uomini che non si curano più delle conseguenze diffuse e – spesso imperscrutabili – dei loro terribili peccati, contro la vita, il prossimo e contro Dio.

     Torneranno in piedi i paesi?                                  

    Amatrice, paese di antica tradizione, ha pagato un terribile tributo di sangue: duecentonovantatre morti, su una popolazione del comune di sole 2.650 anime. Ad Arquata del Tronto, cinquanta vittime su una popolazione di 1.166 persone. Ad Accumoli danni e morti, in tanti altri piccoli centri tra Marche, Lazio, Umbria ed Abruzzo, migliaia di persone con case lesionate. Un tributo di sangue superiore, in percentuale, a quelli, drammatici, del Friuli del 1976 , dell’Irpinia e della Basilicata del 1980 e dell’Aquila nel 2009. Torneranno in piedi i paesi? Domanda errata: sopravvivranno ai tempi, necessariamente lunghi, della ricostruzione? I precedenti non sono incoraggianti, a parte quelli relativi al Friuli. I ricorrenti terremoti nell’area dell’appennino centrale  hanno ulteriormente svuotato i tanti piccoli centri colpiti, il cui progressivo spopolamento iniziò negli anni 50 del novecento, all’alba della grande trasformazione industriale dell’Italia e dell’abbandono dell’agricoltura.

     L'altro terremoto                                                       

    Uno dei drammi italiani è lo spopolamento di vaste aree della nazione, non solo di montagna, che ha determinato la fine di centinaia di comunità, la triste agonia di interi distretti e vallate, e l’ interruzione di quella multisecolare cura del territorio da parte dei suoi abitanti il cui esito è il dissesto idrogeologico che provoca continui disastri.  I dati demografici relativi ai piccoli centri terremotati erano già sconfortanti prima della presente tragedia. Amatrice aveva la rispettabile popolazione di 6.600 abitanti al primo censimento del dopoguerra e – di calo in calo – aveva appena tamponato un’emorragia drammatica, mantenendo nell’ultimo quinquennio, presumibilmente per l’arrivo di stranieri, i 2.650 cittadini censiti nel 2011. Arquata del Tronto, paese piceno dove fu girato il film Serafino sulla vita campagnola con cui Adriano Celentano esordì nel cinema , conosce un destino ancora più cupo, giacché gli oltre cinquemila arquatesi del 1951 sono diventati i 1166 di quest’anno, con una perdita di cento cittadini dal 2011. Il terremoto darà probabilmente il colpo di grazia a queste comunità, come a molte di quelle di cui non ci occupiamo perché non hanno subito lutti, ma “solo” danni materiali ed hanno un numero di sfollati uguale a quello dei tre centri martiri. Per quanto la ricostruzione possa essere rapida e bene organizzata, ciò di cui è lecito dubitare, durante i prossimi anni molti anziani tenderanno a trasferirsi presso figli o nipoti in case più sicure ed in zone dotate dei servizi essenziali. Le coppie giovani con figli cercheranno di stabilirsi  là dove le scuole non sono dentro containers o tendoni. Chi svolge attività commerciali, professionali o artigianali emigreranno dove realizzare reddito. Insomma, una catena di problemi, cui seguirà la chiusura di molti uffici postali ( Ente Poste è privatizzato e non svolge più la funzione di presidio sociale che ha assolto per oltre un secolo ) e l’esaurimento dei piccoli commerci. In breve, al di là della buona volontà dei governi e della generosità degli italiani, un triste deserto potrebbe sostituire le macerie.

     Lo spopolamento è la nuova sfida                         

    Esistono prove del passato, remoto e recente: in Liguria un terribile sisma devastò la parte occidentale della regione verso la fine dell’ 800, da Diano Marina alla Costa Azzurra, con devastazioni terribili e moltissime vittime. Il  piccolo centro di Bussana, nell’entroterra di Sanremo, fu ricostruito più a valle, il vecchio paese è abbandonato in macerie da oltre un secolo, e rivive da qualche decennio, tra pericoli di crolli, cause da parte degli eredi e polemiche burocratiche per l’occupazione da parte di una comunità di artisti tipo hippy. Numerose frazioni e paesi sono morte di inedia negli anni successivi al terremoto, poiché la ricostruzione organizzata dal Depretis privilegiò i centri della costa.  Analoga impressione di spopolamento la  danno i paesini tra le Marche e l’Umbria colpiti all’inizio degli anni Duemila, per la scelta di andarsene , sostanzialmente obbligata, di molti abitanti. Non solo terremoto, dunque, ma la fine di un mondo, delle sue tradizioni, la sua cultura materiale, i modi di essere, vivere, parlare, che ha sfigurato e ancora più sfigurerà il paesaggio della nostra terra. Si rende necessario quindi un cambio di passo, la radicale mutazione di paradigma, di valori, di idee condivise per mutare rotta, rovesciare una tendenza che, disastri a parte, ha cambiato in profondità, ed in peggio, l’anima ed il volto dell’Italia.

    L'altro terremoto, l'abbandono dei paesi

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

      Il mondo dei vinti                                                     

    Uno scrittore piemontese, Nuto Revelli, dedicò la sua attività letteraria a cantare e difendere quello che chiamò il mondo dei vinti. Un’opera, la sua, appesantita da un livore antinazionale di ascendenza “azionista” ( Revelli fece parte dei reparti di Giustizia e Libertà durante la guerra civile del 1943/1945 ), ma attraversata da un amore sincero per le sue valli cuneesi, la cui vita si è in gran parte fermata  dagli anni della guerra. I giovani non sono tornati a casa, morti soprattutto nella campagna di Russia, interrompendo il ciclo della povera agricoltura e pastorizia di montagna per mancanza di braccia. Le ragazze sono andate in città , ed i pochi rimasti in età attiva sono accorsi a fornire la prima manodopera all’intensa industrializzazione di Torino e della sua nascente “cintura”.  Questi vinti sono adesso fantasmi, testimoni di un cruciale passaggio epocale. I loro paesi, in gran parte, non vivono più, se non in qualche zona adatta al turismo invernale e con loro se ne è andato un mondo, quello delle valli occitaneIn Toscana, le zone minerarie dell’Amiata hanno visto la fine di una cultura di uomini duri che hanno dato ricchezza all’Italia e vissuto duramente, come diverse regioni storiche della Sardegna, in cui la fine dell’industria estrattiva ha svuotato persino una delle città fondate dal fascismo, quella Carbonia che ha oggi la metà degli abitanti di meno di 50 anni fa, quando superava i 50 mila cittadini e fu la meta di una vasta immigrazione interna. Il Sulcis-Iglesiente è ora la provincia più povera d’Italia. Non diverso fu ed è il destino delle zone interne della dorsale appenninica meridionale, da cui provenne la massa degli immigrati che hanno formato il nerbo operaio dell’industria del Nord e di tanta parte d’Europa. La tragedia mineraria belga di Marcinelle del 1956 fu l’olocausto dei minatori abruzzesi. Un ultimo esempio ci viene da aree assai sviluppate della nostra patria, come la Toscana. La bellissima Montagna Pistoiese ha perduto il quaranta per cento circa dei suoi abitanti per la fine di una grande industria, la Società Metallurgica Italiana, che ebbe quasi duemila dipendenti, ed il turismo regge solo nella zona dell’Abetone, a causa del cambiamento di gusti delle popolazioni cittadine, che una volta affollavano i numerosi alberghi e che adesso preferiscono le Alpi o le mete esotiche. Gli alberghi sono ancora lì, abbandonati tristemente, o si sono trasformati in ospizi per anziani. Ognuno può descrivere situazioni analoghe o peggiori in ognuna delle regioni d’Italia, tranne forse la valle d’Aosta ed il Trentino Adige, i cui statuti di autonomia hanno lasciato sul territorio i centri decisionali, pompato denaro speso mediamente meglio che nel resto d’Italia e bloccato, quando non invertito, lo spopolamento delle vallate e della montagna. Anzi, le due province atesine, le più settentrionali, sono quelle dove è meno sconfortante il tasso di natalità, per le buone politiche sociali , fiscali ed infrastrutturali che lo sostengono. 

      Tutto questo deve cessare!                                     

    Che fare, dunque?  Nell’immediato, e con riferimento ad Amatrice ed alle altre zone terremotate, ricostruire con testardaggine là dove i paesi hanno vissuto da sempre, privilegiando la ripresa di scuole, ospedali, infrastrutture, stalle, silos, negozi, officine, tutto quanto costituisce la vita quotidiana  delle comunità. Per l’Italia intera, il cambio deve essere di mentalità; chi ha almeno 50 anni ed ha assistito al travolgente cammino della modernità e del cosiddetto progresso ricorda il disprezzo e l’ironia di cui era circondato il contadino, il “paesano”. Si doveva studiare obbligatoriamente , non per acquisire il sapere, ma per poter evitare i lavori agricoli, quelli artigianali, la stessa condizione operaia di tantissimi inurbati di recente.  Erano svalutate le conoscenze, la cultura materiale, le specifiche tradizioni, i modi di vivere di chi viveva lontano dalle città. E’ stato favorito in ogni modo l’esodo dalle campagne e dalle vallate, abolendo progressivamente piccole ferrovie locali, trasferendo  le attività economiche a ridosso delle autostrade che venivano costruite, chiudendo tanti ospedali di prossimità edificati con il sacrificio delle generazioni precedenti, soprattutto, ripetiamo, deridendo e svalutando come cittadini di serie B coloro che decidevano di rimanere là dove erano nate e cresciute le generazioni passate.  Tutto questo deve cessare! E non solo perché è giusto, ma anche perché conviene. Chi tiene puliti i boschi, come avviene in Trentino, e non in regioni che stipendiano legioni di forestali, se non chi vive in prossimità, e trae parte del reddito da quei beni comuni che hanno sfamato per secoli, legnatico, pascoli liberi ed altro ancora? Chi darà da mangiare alla popolazione delle città, a meno di non continuare con la follia globalista, per cui importiamo da Cina e Terzo Mondo pomodori, latte, grano, frutta che sappiamo produrre almeno altrettanto bene di  qualunque altro popolo?

     Una lezione "sbagliata"                                               

    Negli ultimi anni, segnati dalla crisi strutturale scoppiata nel 2007/2008, l’unico settore che ha visto un sia pur lieve incremento è stato quello delle imprese agricole. Accanto a loro, c’è un immenso ventaglio di attività, non necessariamente piccole o antiquate, nel commercio, nell’artigianato di ogni genere, nella trasformazione dei prodotti, nella produzione di beni associati alla vita dei paesi, nel turismo diverso da quello della masse dei viaggi organizzati, nei servizi alla persona , che troverebbero nei piccoli e medi centri il loro miglior terreno. Ma non ci sono più le scuole professionali, è stato trascurato l’apprendistato, tutti noi abbiamo impartito ai nostri figli la lezione del tutto e subito, del diploma e della laurea (99, 5% di maturi nell’anno corrente. Assurdo, todos caballeros , ma i cavalli?) del posto fisso pubblico, così splendidamente descritto da un comico intelligente e dalle antenne sensibili come Checco Zalone, importiamo manodopera inutile o utilizzabile solo in un sistema di volgare sfruttamento .

     Reinventare i paesi: emergenza nazionale              

    Intanto, ci siamo deindustrializzati, e gran parte di ciò che resta non è controllato da imprese radicate in Italia. I terremoti, lo sappiamo, sono una costante di questo nostro territorio prezioso come un diamante, ma delicato come un cristallo.  Reinventare i paesi distrutti può mettere in pista intelligenze, idee, scoperte di un popolo che sa ancora esprimere eccellenze straordinarie. Salvare, ripopolare i mille e mille paesi abbandonati  o morenti dovrebbe essere considerata un’emergenza nazionale, un programma di governo, un punto d’onore. In Francia, moltissimi dipartimenti e municipi, ad esempio, mettono a disposizione di chi vi trasferisce negozi di vicinato o attività artigianali, casa e integrazione del reddito. Non di rado, la chiusura di una rivendita di alimentari, di un ufficio postale, la dismissione di una linea di trasporti uccide una comunità. In un piccolo centro dell’entroterra di Ventimiglia, sono arrivati ad offrire la casa gratis (enorme è, ovunque, il patrimonio edilizio non utilizzato) a chi si trasferisce con figli, per evitare la chiusura della scuola, un atto che, a medio termine, significa la morte del paese per mancanza di nuovi abitanti. Innovare, inventare , immaginare cose nuove, non è mai stato un problema per il nostro popolo, che ha le “start up” nel sangue da ben prima che le nuove aziende si chiamassero così. E’ sin troppo evidente che riprendere in modi nuovi  luoghi e modi di vivere e lavorare del passato produce reddito, restituisce vita, ci rende meno vulnerabili ai capricci del Gran Maestro Mercato.

    Post terremoto, l'ora della Sovranità Monetaria, non dell'elemosina di Stato

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Un nuovo inizio è possibile… imprescindibile    

    Se si inizierà a cambiare mentalità, anche una tragedia come il terremoto potrà diventare, per chi è sopravvissuto e per tutti noi, un nuovo inizio, un punto di partenza da ricordare elaborando prima, superando poi, il giusto lutto. La priorità è quella di ridare vita ad un’Italia dimenticata, minore solo perché lontana dai grandi centri e dalle principali vie di comunicazione. Tutti, tutti noi, siamo figli o nipoti di quell’Italia bellissima e strapaesana: salvarla, rianimarla, ripopolarla è il più grande atto d’amore verso la terra dei padri, verso noi stessi, verso le generazioni a cui consegneremo questa nostra terra. Se la ripartenza ripartirà dalla sovranità monetaria (1) e non dall'elemosia di Stato, poi, la rinascita del nostro Paese meraviglioso sarà reale.. e non l'ennesimo illusorio inganno.

    (1) Cfr.: Post terremoto, l’ora della sovranità monetaria, non dell’elemosina di Stato

    Roberto Pecchioli (Copyright © 2016 Qui Europa)

    Iniziativa di libero confronto "Pensa e Scrivi" di Qui Europa

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    Post terremoto, l’ora della sovranità monetaria, non dell’elemosina di Stato

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    Giovedì, 1 Settembre/ 2016   

    di Nicola Arena

     Redazione Quieuropa, Nicola Arena,  Sete di Giustizia, Terremoto e ricostruzione, usura da moneta-debito, Giacinto Auriti, Amatrice, usura 

    Post terremoto, l'ora della sovranità monetaria,

    non dell'elemosina di Stato

    La "ricostruzione" in un sistema di giustizia sociale e

    monetaria che rifiuta l'usurocrazia di Stato

     

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     Premessa                                                                     

    Roma, Amatrice – di Nicola Arena – Ad Amatrice si è celebrato l'ultimo saluto religioso a 37 delle 293 vittime (finora accertate) del gravissimo sisma che ha colpito il centro Italia. Intanto la Procura di Rieti ha aperto un'inchiesta per disastro colposo e ha sequestrato la scuola Romolo Capranica: pare – secondo le prime indiscrezioni trapelate – costruita nel mancato rispetto della normativa nazionale anti-sismica e con materiale scadente, ma su questo si pronuncerà la magistratura.  Intanto il governo assicura "tempi certi per la ricostruzione", ma numerose restano le perplessità, e di seguito vedremo meglio il perché. Da parte nostra – e della redazione di Qui Europa – in queste giornate di lutto e d’immenso dolore per le tante vittime, non resta che unirci nel cordoglio alle famiglie che hanno perso i propri cari, e a quanti in questo momento stanno passando ore d'angoscia per questa immane tragedia, destinata a segnare le esistenze di molti. Uniamoci in preghiera con e per tutte le persone che soffrono e in solidarietà con esse cerchiamo di attivarci nel nostro piccolo, anche materialmente.

     Ricostruzione: il cuore del problema                     

    La gente semplice si stà dimostrando molto solidale con i familiari delle vittime e con gli sfollati. Le raccolte fondi – salvo qualche vilissimo caso di sciacallaggio, anche su internt (con falsi profili di richiesta fondi, creati per truffare ignari donatori) – fino ad ora stanno andando molto bene. Indubbiamente tutte lodevoli iniziative che servono a farci sentire più vicini e più umani. Detto questo spero che il dramma serva anche a far svegliare le coscienze di chi ci governa: infatti non si ricostruisce una città con sola elemosina. Il governo adesso deve fare una scelta radicale in deroga a tutti i trattati europei e internazionali e al "Patto di Stabilità", l'assurda gabbia che vincola l'Italia a folli restrizioni di bilancio. Il governo deve e dovrebbe fare una cosa soltanto: emettere a credito tutto il denaro che serve per la ricostruzione degli edifici e per dare dignità e assistenza a questa povera gente. Politici e magistratura fate, dunque, il vostro dovere! Concedete finalmente quella sovranità monetaria che manca da troppo tempo ormai! Altrimenti il tutto resterà una triste semina nel campo delle illusioni e delle false promesse di circostanza e a pagarne le conseguenze saranno ancora una volta i cittadini.

     Post terremoto, l'ora della sovranità monetaria  

    Numerose sono state le vittime (293) e ci auguriamo che il loro numero si fermi per sempre. Molte abitazioni, strutture ospedaliere e fabbricati di ogni genere sono stati distrutti o danneggiati. Dopo, quindi, i primi soccorsi di questi interminabili giorni – e dopo tutti gli aiuti d’emergenza – la macchina organizzativa per la ricostruzione totale delle infrastrutture dovrà funzionare alla perfezione e per far questo occorre operare nei molteplici settori di competenza, come gli italiani stanno già facendo. Nessuno però venga a raccontarci che mancano i soldi per la ricostruzione e per ridare dignità a quella povera gente colpita dal terremotoNel momento in cui lo Stato per motivi urgenti come disastri, calamità naturali, povertà dilagante, ecc.., ha necessità di denaro, il dovere morale dovrebbe imporre al governo di mettere da parte tutti i trattati internazionali che limitano la sovranità popolare e privano la società dalla possibilità di poter effettuare scambi commerciali fra i membri della stessa comunità.

    Post terremoto, l'ora della Sovranità Monetaria, non dell'elemosina di Stato

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Moneta: valore convenzionale a utilità ripetuta 

    La moneta è una promessa di pagamento per ricevere in cambio beni e servizi, e dev’essere emessa, dunque, da un organo rappresentante la comunità; essa ha un valore convenzionale ad utilità ripetutaPer spiegare in maniera semplice la funzione monetaria, oggi abbiamo l’esempio crudo e reale del sisma che ha mietuto già fino a questo momento 293 vittimeAndiamo sul concreto e spieghiamo con parole semplici come dovrebbe mettersi in atto la procedura: 1) lo Stato effettuerebbe gare d’appalto per le singole ricostruzioni, 2) le ditte aggiudicatrici, attraverso le loro maestranze, metterebbero in campo uomini, mezzi e conoscenze specifiche, realizzando le opere commissionate; 3) Le opere ultimate sarebbero consegnate allo Stato4) lo Stato a questo punto emetterebbe la moneta corrispondente (promessa di pagamento); 5) i titolari delle ditte distribuirebbero ai loro dipendenti, di riflesso, una quota parte del denaro emesso; 6) Tutti i riceventi la moneta si rivolgerebbero ai negozianti e agli altri membri delle categorie produttive per ricevere beni e servizi (pane, vestiti, cibo, ecc..): ultima fase, questa, di una forma di "baratto" nella quale tutti hanno ricevuto, rispettivamente, il corrispettivo per le opere prestate. Lo Stato, seguendo l'iter sopra illustrato, potrebbe ottenere facilmente le strutture necessarie, i terremotati potrebbero ottenere finalmente la propria casa e la cittadinanza nuovi ospedali, scuole, ponti, stazioni ferroviarie e servizi vari.  Con la semplice emissione di strumenti convenzionali, cioé di carta e inchiostro – o bit elettronici digitati su una tastiera – la popolazione potrebbe ottenere sia le opere compiute sia l’equivalente in moneta circolante che serve a far lavorare e produrre altre persone, mettendo in moto l'economia ed apportando un surplus di ricchezza. E' tutto molto semplice, ma – nella pratica – tutto, volutamente e maledettamente complesso…

     Non elemosina: moneta proprietà dei cittadini 

    In effetti è ora di comprendere come la moneta concepita e veicolata nel modo giusto raddoppi il valore dei beni. Si chiama “moneta proprietà”. Oggi – e da troppi secoli ormai – ci ritroviamo in un regime usurocratico nel quale i popoli sono espropriati e indebitati del loro stesso denaro in una condizione di schiavitù permanente (1) perché costretti a pagare un debito non dovuto a una cerchia ristretta di privati che si sono arrogati ilegitimamente la proprietà del danaro; i popoli sono costretti, pertato, a ripagare un debito inestinguibile, nato in maniera artificiosa in seguito alla semplice operazione di emissione di pezzi di carta, da parte della banca centrale. Purtroppo In questo regime monetario l’unico modo per costruire le opere pubbliche è quello di amplificare il debito pubblico con il sistematico e conseguente aumento delle tasseDi fronte a questi drammi la ragione etica deve prevalere sull’imposizione legale realizzata attraverso quei trattati che fungono da cappio al collo dei popoli europei. Svegliamoci da questo torpore, armiamoci di coraggio e affrontiamo le emergenze sorretti da una forza purificatrice degli animi che spinge le nostre forze al servizio del prossimo. Non basta chiedere l’elemosina, occorre infischiarsene dei padroni del denaro.

    (1)  Cfr.: La Schiavitù Monetaria: una mostruosità storica dal 1694

     L'ora propizia                                                            

    Da troppo tempo ormai la gente subisce le angherie di ignobili parassiti. E’ giunta l’ora di unirsi nella solidarietà espressa ai vari livelli con assoluta sincerità e spirito di servizio. Abbiamo visto – e il terremoto ce lo ricorda con drammatica eloquenza – come non siamo eterni a questo mondo e in qualsiasi momento potrebbe arrivare, come un ladro nella notte, il "postino" che ci recapita l'estrema lettera di precetto: quella per l’altro mondo. Stiamo quindi pronti a ogni evenienza e con l’animo pulito. Che questo terremoto  serva anche a scuotere le coscienze di governanti e banchieri. Dio aiuti la povera gente e dia forza agli uomini di buona volontà. Per contro i "signori del denaro" cessino di sfidare l'ira di Dio e invertano, finché sarà ancora possibile, i loro piani di egemonia globale. La moneta torni ad essere uno strumento di moltiplicazione della ricchezza e delle opportunità, così come fu concepita all'origine, e non più uno strumento utilizzato per dominare sul prossimo.

    Nicola Arena (Copyright © 2016 Qui Europa)

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    Disegno di Legge proposto dal Sindacato Anti USura 

    Segretario Generale  avv. prof. Giacinto Auriti

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    Mercoledì, 24 Agosto/ 2016   

    di Sergio Basile mbria

     Redazione Quieuropa, Sergio Basile, Terremoto, Amatrice, Aleppo, Siria, disastro, responsabilità, morti e feriti  

    Amatrice e dintorni come Aleppo… 

    Nel baratro della morte e della distruzione la vita

    è sacra e lo dovrebbe essere ovunque! 

    Video in allegato

     

    Sergio Basile 

    Amatrice - Aleppo

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Amatrice e dintorni come Aleppo                          

    Italia, Siria di Sergio Basile – La terra trema in Italia e, per certi versi, proprio come in Siria. Secondo la Protezione civile, il bilancio del forte sisma che ha gettato nel terrore gli abitanti di diversi centri urbani – tra Lazio, Umbria e Marche – devastando il Centro Italia, è al momento di 73 vittime. Qualche centinaio i feriti, numerosi ancora i dispersi. Mentre scriviamo giunge notizia che una bimba – di Arquata del Tronto – estratta viva dalle macerie è appena deceduta in ospedale. Ad Amatrice, paesino di 2650 anime, in provincia di Rieti (Lazio) – famoso nel mondo per esser la patria degli spaghetti alla amatriciana – c'e' ancora un bambino sotto le macerie e si sta cercando di salvarlo. Il panico e lo sconforto regnano sovrani e i fantasmi de L'Aquila tornano a tormentare la memoria degli italiani. Intanto una nuova scossa di magnituto 4.9 ha colpito Arquata del Tronto. La scossa più forte (magnitudo 6) è stata registrata alle 3.36 della scorsa notte, con epicentro vicino Accumoli. A tremare anche la patria di San Benedetto, fondatore dei benedettini e patrono d'Europa: Norcia (Perugia). E ciò a poche ore dal vertice europeo convocato a Ventotene, per la "Nuova Europa"… L'altra Europa!

    Aleppo — Quando la verità è la prima cosa a Morire

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Il valore della parola "solidarietà"                         

    A tremare, sia pur con meno danni, anche Castelsantangelo sul Nera (Macerata). Preoccupazioni anche per il Duomo di Urbino: alcune crepe sono state individuate e per evitare il peggio l'area circostante è stata prontamente transennata dalla protezione civile. Insomma scene che non augureremmo mai a nessuno, neppure ai nostri peggior nemici. Scene che ricordano molto quelle di distruzione e morte provenienti dai teatri di guerra, o meglio di "terrorismo pianificato". Pensiamo, su tutte, ad Aleppo: città che incarna in pieno le bestiali contraddizioni del nostro tempo. La città degli embarghi omicidi, degli esodi biblici e forzati, dei bambini uccisi e mutilati per sempre… Dei crimini contro l'umanità! Quante Aleppo nel mondo? Quanti terremoti? Una città ridotta ad un cumulo di macerie non dalla potenza incontrollabile del terremoto, bensì dalla terrificante azione dell'odio e dell'inganno mondialista. La vita – ci chiediamo – non è forse uguale sia ad Amatrice e dintorni che ad Aleppo? Curioso e tragico questo grave parallelismo… In queste ore nelle vene dei potenti scorre febbrile – come è giusto che sia – il sangue rosso della "solidarietà". La parola "solidarietà", per l'Italia e il suo terremoto, risuona da Washington a Bruxelles, da Berlino a Tel Aviv. Eppure la solidarietà dovrebbe avere un unico colore e parlare un'unica lingua: una lingua che non dovrebbe conoscere l'accezione "ipocrisia". Che il Dio della Pace possa parlare ai cuori dei potenti, oggi in maniera particolare. Amen!

     Sergio Basile (Copyright © 2016 Qui Europa)

    partecipa al dibattito – infounicz.europa@gmail.com

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     Video e link correlati                                                

    ► Prime immagini del terremoto Amatrice Rieti ospedale distrutto

     

    Mons Audo, Eparca di Aleppo: interessi esterni vogliono distruggere la Siria

     

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