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  • Finanza ed Egemonia Anglofona sull’Europa – La linea Delors

    Finanza ed Egemonia Anglofona sull’Europa – La linea Delors

    Giovedì, Gennaio 3rd/2013

    – di Silvia Laporta e Sergio Basile –

    Egemonia anglofona / Delors / Egemonia Anglofona sull'Europa / Gran Bretagna / Jacques Delors / Commissione europea / Ue / Charles De Gaulle / Mario Monti / David Cameron / Tobin Tax / City / Usa / Neocolonialismo / Board Bce / Sacco del Britannia /Bce / Imperialismo anglofono / Transazioni finanziarie / Direttive europee / Wall Street / Paradisi fiscali / Silvia Laporta / Sergio Basile / Tecnocrazia / Consiglio europeo / Euro / Masochismo dei popoli europei / Muro di Berlino 

    Finanza – L'Egemonia Anglofona sull'Europa

    E' giusto che Londra rimanga nell'Ue? Il parere di Delors

    L'analisi dettagliata del socialista francese, già presidente

    della Commissione Europea e la truffa finanziaria e

    mercatista che rende l'Europa schiava dei Paesi anglofoni

    – L'Analisi di "Qui Europa": la gabbia europea ci sta portando

    all'autodistruzione! Uscirne al più presto la priorità dei popoli!

    – Cosa si nasconde dietro la strategia di accentramento continentale:

    Il Piano Delors

     

    di Silvia Laporta e Sergio Basile

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Finanza   L'egemonia anglofona sull'Europa                                   

    Parigi, Londra – Mentre i Francesi sono alle prese con il caso Depardieu (Putin ha offerto cittadinanza russa all'attore) e con la fuga dei super-ricchi dalle grinfie del nuovo "fisco all'austerity" imposto dal governo di Francois Hollande, Jacques Delors, socialista francese e già Presidente della Commissione Europea (nonchè membro della celeberrima Commissione Tilaterale) ha inscenato una sorta di polemica (o pseudo-tale) nei confronti della Gran Bretagna. Ma a ben vedere le argomentazioni poste  sono venute da un tecnocrate, ossia da una delle persone che vorrebbe vedere i 27 abbandonare pian piano la propria sovranità  politica ed economica per sottostare ai diktat pieni della Commissione Europea e alla scure della Bce.  Le sue obiezioni di primo acchitto sono apparse apparentemente condivisibili, ma da un'analisi più dettagliata, come vedremo, in larga parte totalmente pive di senso. L'interpetazione del "Delors pensiero" potrebe aprire, infatti, ad ancor più pericolose derive colonialistiche. Vediamo perchè!

     Le ragioni di Delors  La Gran Bretagna fuori dall'Ue                      

    In una intervista ad un quotidiano tedesco, l'ex-politico ha esposto le sue ragioni:  "la Gran Bretagna dovrebbe uscire dall'Ue ed optare per un'altra forma di legame privilegiato politico ed economico". Il motivo? "Gli Inglesi – nota Delors – vivono in una situazione di estrema comodità". Bella scoperta, caro Delors! "Troppo semplice – ha sostenuto ancora Delors – appartenere all'Unione Europea, senza però prendersi le responsabilità di questo legame!". Considerazione inoppugnabile! In parole spicciole – come ampliamente dimostrato da "Qui Europa" finora –  i britannici fanno i propri interessi, sia politici che economici, mantenendo però saldamente la loro posizione di appartenenza condizionata ai 27 paesi. La posizione di Delors risalirebbe – secondo l'intepretazione ufficiale manifestata da molti tabloid europei – al lontano 1972, quando il socialista francese era consigliere del primo ministro gollista, Jacques Chaban Delmas. Delors sarebbe stato totalmente contrario all'entrata di Londra nell' Unione Europea e  l’allora Presidente della Repubblica, Georges Pompidou,  – secondo l'interpretazione che va per la maggiore – avrebbe salvato la City definendo "senza senso" un'Unione Europea senza Londra.

     L'egemonia anglofona   UK complice Usa                                          

    Ma nel tempo molte sono rimaste le anomalie intorno al rapporto "privilegiato" tra Londra e Bruxelles. Aggiungiamo per dovere di cronaca, per completezza, che la stessa Banca d'Inghilterra (in assoluta autonomia rispetto a Bce ed Eurozona) detiene ancor oggi la maggioranza relativa delle quote bancarie della stessa Bce. Pazzesco ma vero!  Pertanto non solo predominio finanziario indiretto della City (predominio recentemente rafforzato dalla stessa tecnocazia del Consigio Europeo, nel quale Monti è stato determinante, con l'adozione di una Tobin Tax non estesa a tutti ma estesa a soli 11 Paesi (fessi): manovra autolesionista tale da favorire  (vedi allegato) la controproducente fuga dei capitali di tali Paesi proprio verso la City di Londra) ma anche altre forme di sottile e strategico controllo. 

     Dietro le ovvietà   Il sottile gioco dei tecnocrati                                

    Delors si è detto altresì convinto – in un festival delle ovvietà e delle mezze verità – come d'altra parte anche lo stesso Charles De Gaulle (presidente francese dal 1958 al 1969) che la  Gran Bretagna fosse solo un escamotage che gli Usa volevano utilizzare per tenere sotto controllo  un’Europa che era forte politicamente, militarmente ed economicamente e non perdere la propria supremazia. E su questo c'è piena identità di vedute. Cosa diversa, invece, sulle conclusioni poi tirate da Delors. La Gran Bertagna – inutile negarlo – ha sempre privilegiato (per motivi linguistici, legami storici ma, soprattutto, interessi finanziari) gli Stati Uniti, trincerandosi fittiziamente dietro sentimenti europeisti (a corrente alternata): un lavoro certosino e sistematico di disgregazione dell'Europa e della sua economia. 

     Il Liberismo europeo?   Una bomba per distruggere l'Europa!       

    Delors è parso apparentemente indignato davanti ad un'apertura dei mercati realizzata solamente per aiutare le banche e le multinazionali. Un'apertura che – come evidente a tutti – ha provocato l'abbassamento del costo del lavoro provocando nel contempo il fallimento di decine di migliaia di piccole imprese.  Ad oggi lo stato delle cose è dunque davvero pessimo. Ma le conclusioni alle quali è giunto l'ex Presidente della Commissione Europea  non sono per nulla  condivisibili. In tali condizioni di disordine economico-finanziaio e di disagio – ci viene da obiettare – caro "presidente" lei propone il modello di un'Europa più "continentale",  e "che non abbia bisogno dell'Inghilterra e degli Usa per andare avanti".  Ma lasciando tutto invariato e consentendo la definitiva fuga dalla gabbia della sola Gran Bretagna, la situazione giocherebbe ancora una volta a solo vantaggio del colonialismo anglofono. Non trova caro Delors?

     Un'osservazione fondamentale   Il nocciolo del cancro mercatista 

    Permettere ora la sola fuoriuscita dell'UK di Cameron dall'Ue, senza prima porre fine a questo distruttivo liberismo e senza invertire il processo di distruzione e disintegrazione degli stati in effetti farebbe proprio il gioco del colonialismo anglofono sulla stessa Europa, rafforzando ancor più tale tendenza. D'altronde il caso lapalissiano dell'anomala presenza di Londra nell'Unione è la non partecipazione al sistema dell’euro va proprio letta in tal direzione. Un rappoto storico di pura convenienza! Allora ci chiediamo: Perchè Londra ha un peso determinante nella Bce – banca a carattere privatistico che stampa le banconote dell'euro senza  adeguata copertura in oro – senza aver adottato l'euro stesso come propria moneta? Gli inglesi, dal canto loro, pensano bene a mantenere la sterlina, garanzia ed espressione del suddetto colonialismo, senza incorrere  nei disastrosi effetti collaterali dell'iniquo euro. Ciò mentre il 70% delle transazioni di titoli emessi in euro passa sempre  per la piazza di Londra, tanto che – come denunciato in più occasioni da "Qui Europa" – la City of London si è trasformata nel maggior centro finanziario continentale (il secondo al mondo dopo Wall Street) fornendo nel contempo servizi finanziari all’intera unione economica europea, ma traendo dall'Unione soli vantaggi. Una sorta di secondo "Sacco del Britannia" (vedi allegato) però di dimensioni ancora maggiori: per l'appunto continentali.

     La priorità   Porre fine al colonialismo Commonwealth                   

    Al tempo stesso la City è rimasta una piazza finanziaria che risponde in minima parte alle direttive europee. Il risultato – riepilogando – è che  la Gran Bretagna non fa parte dell'Eurozona, ma condiziona pesantemente la nostra moneta unica e lo stesso spread  tra i titoli pubblici più forti, i tedeschi Bund, e quelli sottoposti ad attacchi speculativi: come Bonos spagnoli e Btp. Una speculazione che inizia da Wall Street, dalla City e dai paradisi fiscali posti sotto la sovranità anglo-americana: iIl che testimonia non solo l’approccio autolesionista  dei Paesi europei – incapaci non soltanto di tutelare i propri interessi ma anche di individuare i propri nemici reali – ma anche il loro tentativo, per mezzo della tecnocrazia dominante, di salvaguardare per copione gli interessi anglofoni contro gli interessi degli stessi popoli europei. Stesso dicasi sul piano "prettamente industriale" con il predominio delle lobby tedesche. Basta! O questa dittatuta cambia o è meglio uscire tutti da questa gabbia di matti chiamata Unione europea, che ci costa miliardi di euro l'anno a fronte di lacrime e sangue, e zero vantaggi. E' l'ora di capirlo, cari lettori! Ma gli europei – ci chiediamo – sono davvero un popolo di masochisti o eterni illusi? 

    Silvia Laporta, Sergio Basile  (Copyright © 2013 Qui Europa)

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     Schede e Approfondimenti                                                                                    

     Il Piano Delors e il Mondialismo                                                    

    Il Piano Delors – Nel 1989, quasi contestualmente alla caduta del Muro di Berlino, il Rapporto Delors (allora Presidente della Commissione della CEE) delineava i tre passaggi chiave verso la realizzazione dell'unione economica e monetaria europea. Il primo fu sancito nel luglio 1990, attraverso lo SME (Sistema Monetario Europeo) proteso a rafforzare il raccordo tra le monete dei Paesi comunitari, e la creazione del SEE (mercato interno europeo): il secondo fu proteso alla creazione del SEBC (Sistema Europeo di Banche Centrali) a carattere sostanzialmente privatistico (con pieni poteri di signoraggio, a discapito della sovranità monetaria e finanziaria degli stati nazionali) e con poteri di controllo enormi.

     Il Piano – Le strategie eseguite in Italia                                          

    In Italia contestualmente Draghi & C. sul panfilo della Regina Elisabetta (Britannia) davano luogo all'ominimo "sacco", iniziando un programma di privatizzazioni senza precedenti. Nel 1992 il Decreto Carli-Amato portò alla privatizzazione della Banca d'Italia, che divenne succube delle scelte dei banchieri privati (che ottennero di fatto il 96% delle quote azionarie); Il terzo passaggio verso l'accentramento portò alla ceazione di tassi di cambio fissi e alla moneta unica: la cosiddetta "moneta imperiale" del nuovo super-stato accentratore chiamato Unione europea, l'euro.

     Il trattato di Maastricht                                                                     

    Fondamentale fu poi il Trattato di Maastricht, firmato anch'esso nel 1992 (in una strategia ben studiata e pianificata) con lo scopo di dare agli organismi Ue (specie consiglio e Commissione) più poteri in campo politico e organizzativo, favorendo unione monetaria e di politica estera (e di sicurezza) comune (ma ovviamente filo Nato). 

     Il vincolo del 3%, la BCE e l'ingresso nell'euro-gabbia                

    Il trattato stabiliva inoltre le condizioni per entrare nell'UEM: tra l'altro fu stabilito che il tasso di sconto non avrebbe dovuto essere superiore al 2% rispetto a quello dei tre Paesi a più bassa inflazione. Infine, e qui ricasca l'asino, fu stabilito che le finanze pubbliche avrebbero dovuto contenere le spese correnti entro il 3% del PIL e il debito pubblico complessivo doveva dimostrare di scendere verso il 60% del PIL. Pur sapendo che a lingo temine – vista la futura ceazione del sistematarget 2 di regolamentazione interbancariatra banche centrali – ciò sarebbe stato semplicemente impossibile ed implosivo per l'intera Unione, visto la profonda differenza tra le economie dei diversi stati dell'Unione. Porli sullo stesso piano equivalse dunque ad un vero e proprio suicidio. Nel 1994 fu poi la volta dell'Istituto Monetario Europeo (IME) – preparatorio alla transizione verso l'euro – e la Banca Centrale Europea (BCE) che lo sostituì. 

     Delors e la Commissione Trilaterale                                               

    Curioso è notare come lo stesso Delors – cui posizioni ufficiali in merita ai problemi di sovranità si mostrarono da sempre vicine ad un ridimensionamento reale della democrazia dei paesi comunitari, a vantaggio di una cerchia ristretta di personaggi – provenisse dalla Commissione Trilaterale – come d'altronde altri autorevoli personaggi del mondo politico e bancario come Robert D. Hormats, anche membro del Bilderberg Group e vicepresidente della banca ebraica Goldman Sachs. La molti sono i personaggi vicini ai progetti di accentramento europeo e provevienti dagli ambienti della Trilaterale. Tra di essi Henry Kissinger, Helmut Schmidt, il giapponese Ogata e Richard Gardner (esponente di punta della comunità ebraica americana) giusto per fare qualche nome. Senza ovviamente dimenticare gli italiani Giorgio La Malfa (Bilderberg Group, Commissione Trilaterale, Istituto Affari Internazionali italiano); lo stesso Silvio Berlusconi (anche come noto ex membro della P2); Luciano Benetton; Gianni e Umberto Agnelli e Giorgio Benvenuto (sindacalista della U.I.L.). Ma la lista è lunga e corposa, da destra a sinistra, al centro. Il trasversalismo politico è sempre stato la principale costante. Ciò dimostra anche come la politica di oggi sia diventata per lunghi tratti una sorta di segreteria del mondialismo dominante e lontanissima dal considerare l'uomo e la sua dignità (e sacralità) quali epicentri dello sviluppo della società civile, contrariamente a quanto sostenuto da Papa Leone XIII nella sua Rerum Novarum: enciclica oggi di fatto ridotta a carta straccia. E le conseguenze si vedono!

    Redazione Qui Europa

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    Mercoledì, Luglio 11th/ 2012  – di Sergio Basile – Unione europea / Eurogruppo / Eurovertice / Bruxelles / Bce / Banca centrale Europea / Francoforte / Italia / Mario Monti / Manuel Barroso / Fondi Anti-Spread / Fondo Salva Stati / MES /Klaus Repling / Disgrazie / Peso sui cittadini / Immobilismo sostanziale della Bce […]

    Germania – La Bild fa chiarezza sulla Crisi e sulla Dittatura Tedesca

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    Sabato, Agosto 4th/ 2012 – di Silvia Laporta –  Eurozona / Germania / Berlino / Merkel / La Bild / Hollande / Draghi / Eurozona / Banche / Moneta unica / Friedrich Sell / Hans Werner Sinn / Financial Times / Bulgaria / Fondo Monetario Internazionale / Piigs / Informazione / Crisi economica  / Euribor / Target […]

    Schiavi di un Debito illegale – Terza Parte: Il Sistema TARGET 2

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    Luglio 9th/ 2012 – L'Editoriale, di Sergio Basile – Debito pubblico illegale / Unione europea / Eurozona / Commissione europea / Consiglio europeo / Parlamento europeo / Stati Ue / Trappola del debito / Gabbia del Debito / Schiavi di un debito illegale / Economia della Truffa / Rating / Spread / Titoli […]

    Vertice Ue – Vittoria di Monti e Lobby

    Vertice Ue – Vittoria di Monti e Lobby

    Domenica, luglio  1st / 2012  – L'Editoriale, di Sergio Basile – ( Parte Prima ) Vertice Ue  / Consiglio europeo / Vertice / Misure adottate / MES / Fiscal Compact / Growth Compact / Patto per la Crescita / Eurozona / Unione europea / Bruxelles / Roma / Berlino / Francoforte / Italia / Piigs / […]

    Roma, Bruxelles e gli Euro-Ipocriti

    Roma, Bruxelles e gli Euro-Ipocriti

    Venerdì, Giugno 29th /  2012 – di Sergio Basile e Silvia Laporta – Parlamento europeo / Bruxelles / Europarlamento / suicidi / Crisi economica / Fine dello Stato sociale / Grecia / Stati Uniti d'Europa / Roberto Bertolini / Madrid / Josè Luis Ayuso Mateos / Organizzazione mondiale della sanità / Commissione All'ambiente / Indifferenza dei media […]

    Monti-Obama: incontro per la “crescita” o spot neo-liberal?

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    Venerdì, Febbraio 10th / 2012 – di Sergio Basile – Italia / Usa / Crisi Ue / Washington / Monti / Obama / Peterson Institute / Opinione Pubblica / Mercati / Trilateral Commission / Bilderberg Club / Poteri occulti / Tempio pagano finanza  Monti-Obama: incontro per la “crescita” o spot neo-liberal? Domani, Monti a Wall […]

     

     

     

     

  • Grecia – Debtocracy: Cittadini, non siete responsabili? Bene! Allora pagate il conto

    Grecia – Debtocracy: Cittadini, non siete responsabili? Bene! Allora pagate il conto

    Martedì, Maggio 29th / 2012

    – di Maria Laura Barbuto –

    Unione europea / Commissione Europea / Consiglio europeo / Bruxelles / Grecia / Atene / Crisi / Banche / Finanziamenti / Piano di aiuti / Trojka / Economia / Pil / Debito pubblico / Barroso / Van Rompuy / Debitocrazia / Herman Van Rompuy / Manuel Barroso  / Cittadini greci dimessi nel dimenticatoio della storia / Emarginazione sociale / Dittatuta / Nazismo bianco / Qui Europa / Maria Laura Barbuto  / Tecnocrazia / Controinformazione / Giustizia sociale / Equità / Proclami iniqui di Bruxelles 

    Grecia: il governo provvisorio finanzia le maggiori

    banche nazionali con 18 miliardi di euro

    Barroso e Van Rompuy: “Non sarà possibile nessun

    passo indietro. Non esistono soluzioni rapide”

    Catastroika – L’Inferno greco e la dittatura delle caste bancarie sull’Europa dei Piigs

    Atene – In Grecia, la dittatura delle banche non si ferma: il governo provvisorio ateniese, proprio ieri, ha finanziato i maggiori istituti di credito del paese con ben 18 miliardi di euro, al fine – dicono – di garantire che le stesse banche permettano di rimettere in moto, seppur nel lungo termine, l’economia greca. Circa l’8% del Pil nazionale termina così nelle casse – e nelle tasche – dei banchieri: nulla di nuovo, quindi. La Trojka aveva previsto tutto: infatti, questi soldi arrivano direttamente dal piano di aiuti stabilito per la Grecia e servirebbero alle “povere” banche per limitare la fuga di capitali delle ultime settimane. Intanto, i poveri, quelli veri (per intenderci) continuano ad essere considerati inutili numeri e ad essere sistematicamente ignorati e rimessi nel dimenticatoio della storia. Che indecenza!

      Non siete responsabili? Bene! Allora pagate il conto  

    In attesa delle elezioni del 17 giugno, che saranno decisive, i cittadini greci devono fare i conti con un passivo che ammonta a 77 miliardi di euro del quale, ne pagano le spese, senza esserne responsabili. Già in precedenza, il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso era stato chiaro nei confronti di Atene: “La Grecia deve continuare a sacrificarsi perché sarà ricompensata” – aveva blaterato il portoghese – aggiungendo che “le prossime elezioni avranno un significato storico e la necessità del rispetto delle direttive indicate da Bruxelles”. E se Barroso ha fatto capire che non è possibile nessun passo indietro, il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, proprio ieri ha affermato che “ci vorrà del tempo affinchè le norme varate da Bruxelles possano esprimere il loro pieno impatto.  Non ci sono né soluzioni rapide, né alcuna formula magica”. Ma questo lo sapevamo: a queste assurde condizioni non può esserci nulla di positivo. Ciò che preoccupa maggiormente sono proprio le riforme imposte dall’Ue. Come al solito, del resto!

    Maria Laura Barbuto (Copyright © 2012 Qui Europa)

  • Grecia – La rinascita di Afrodite e l’anima dell’Europa

    Grecia – La rinascita di Afrodite e l’anima dell’Europa

    Mercoledì, Maggio 16th / 2012

    –  di Domenico Apicella –

    Unione europea / Eurozona / Euro / Grecia / Germania / Democrazia / Tecnocrazia / Germania / Dracma / Troika / Europa senz’anima / Comunità / Polis / Araba fenice / Antica Grecia / Rinascita / Anima europea / Istanze popolari / Partiti politici greci / Araba fenice / Uscita dall'euro / Ritorno alla dracma / Domenico Apicella / Qui Europa  

    È veramente necessario uscire dall’euro

    per sopravvivere?

    A certe condizioni, probabilmente si!

    Atene, Berlino, Bruxelles – È ricorrente ormai questo spauracchio, questa soluzione non debitamente analizzata e compresa dai popoli, che dovrebbe risolvere problematiche di carattere economico-politico interne all’Unione europea. Ebbene si! Il sistema di cui dovremmo fregiarci di essere parte integrante, adotta soluzioni finanziarie ad un problema che meramente finanziario non è; tutto consta nel rispetto del fiscal compact, nel pareggio di bilancio, e sul contestuale risanamento del debito. Il disegno che viene fuori dal quadro delineato è, dunque, quello di un’Europa senz’anima. I problemi nelle comunità sorgono sempre per un errato indirizzo politico dettato dagli “uomini”, mentre la finanza, come tutte le altre questioni materiali, sono di carattere secondario “sempre”. Paradossale! In una comunità, qualunque essa sia, è logico pensare e prevenire eventuali posizioni divergenti, ed è qui che emerge la “forza” della comunità; è la metodologia di risoluzione dei contrasti e divergenze interne che contraddistingue una  comunità dall’altra. La nostra comunità è oggi più che mai “debole” dinnanzi ai problemi sorti, problemi che proporzionalmente ai poteri conferitegli dagli stati membri sarebbero sicuramente alla sua portata, ma una domanda allora sorge spontanea: quando una comunità è debole, è perché lo sono le persone fisiche che la rappresentano?

      Alla radice dei mali  

    Certamente le azioni dell’Unione europea non saranno imputabili all’unione stessa in quanto entità astratta, ma alle persone fisiche che la compongono (almeno idealmente dovrebbe essere così), tuttavia indicare la lista delle personalità che hanno ricoperto e ricoprono tutt’ora incarichi istituzionali non sarebbe congeniale ai fini della comprensione della nostra discussione. Ciò che è importante è  stabilire e definire che non si risolve un problema di natura politica (quindi di natura primaria) sorto da un indirizzo politico “errato” dettato dall’uomo, intervenendo pesantemente su questioni di natura secondaria come il denaro l’economia, la finanza, poiché ciò equivarrebbe ad invertire l’ordine naturale delle responsabilità, che vedono, senza dubbio, al primo posto l’uomo. In Grecia si  paventava la possibilità di introdurre un governo di “tecnocrati” per affrontare al meglio gli imperativi posti dall’Ue, tuttavia la coalizione della sinistra radicale con Syriza non ha ceduto alle continue pressioni poste dalla Commissione europea, dalla Troika e dai banchieri industriali greci, nonché dal partito di Nuova Democrazia e dal Pasok, che spingevano verso la  direzione di un grande compromesso governativo a favore dell’insediamento al  governo di uomini esperti nel settore finanziario.

      Un decisivo periodo di transizione  

    La Grecia sta attraversando un periodo di transizione, nel quale i nuovi indirizzi politici si stanno delineando con estrema e cruda eloquenza: le nuove fazioni, le nuove coalizioni, la pesante opposizione del partito comuinista di Papariga – che ha denunciato  pubblicamente tutti i partiti, senza distinzione alcuna, di ipocrisia e servilismo nei confronti dell’Unione europea – i sindacati greci del settore privato – che, nel timore dell’abolizione dei contratti nazionali di lavoro imposti dalla Troika, sono oggi sul piede di guerra – ed il preoccupante quanto dirompente ritorno dei neonazisti (con Mixaloliakos in perenne conflitto con i giornalisti greci) e del partito d’estrema destra “Alba Dorata”. Insomma si è aperta una piattaforma di consensi per tutte le vedute, per tutte le diversità ideologiche, in una Grecia che, se da un lato rischia il tracollo finanziario, dall’altro apre ad un molteplicità di posizioni che potenzialmente potrebbero ognuno fornire l’antidoto più efficace ai problemi del paese, riscoprendo la bontà e la forza delle più limpide ed alte istanze democratiche – e morali – fortemente chieste e custodite dal popolo ellenico.

     La fine della Tecnocrazia nel Paese che inventò la Democrazia 

    Le future elezioni in Grecia decreteranno quanto meno, una volta per tutte, e con chiarezza, un elemento basilare: il definitivo concetto che non è necessario delegare ai “tecnici”, ai ragionieri della politica,  il potere di governare, poiché la politica è più che sufficiente. Forse il Paese che nel 503 A.c. avviò quella forma di sperimentazione politica che passò alla storia come “Democrazia” (una novità assoluta per la civilizzazione occidentale che partendo proprio dalla  polis, spinse il soggetto cittadino a decidere per la prima volta sia nel merito delle leggi fondamentali, sia nel dettaglio della messa in esecuzione delle stesse) presto segnerà la stessa rinascita della Democrazia in Europa: una sorta di araba fenice redenta che darà spettacolo di sé a popoli e tecnocrati. La politica è la rappresentanza del popolo, quindi dell’uomo, i tecnici invece sono la rappresentanza dei mercati, quindi del denaro. È l’uomo che ha il potere di gestire tutto ciò che da egli stesso deriva, è l’uomo che ha la responsabilità politica delle sue scelte, sono i grandi uomini del continente europeo che hanno progettato e realizzato poco più di mezzo secolo fa, un processo di avvicinamento ed integrazione tra i paesi dell’Eurozona. Questo processo non è ancora definito, ed è necessario a tal proposito continuare a lavorare per raggiungere un risultato ottimale, in grado non di porre “imposizioni” ma di dialogare e supportare i paesi in fase di acuta crisi;  non è questo l’indirizzo adeguato che l’Europa deve assumere nei confronti degli stati membri, non è “intimando” gli stati  che si guadagnerà la fiducia degli stessi.

      La rifondazione del “Sistema Europa”  

    L’Italia e la Grecia hanno, sulla propria pelle, capito prima d’altri che il “sistema Europa”, quello di cui abbiamo parlato all’inizio, va rifondato, non di certo – però –distruggendo quanto di buono si è creato, ma piuttosto formando personalità che siano in grado di completare questo processo d’integrazione europeo e di stabilizzarlo in un senso “politico-umanistico” piuttosto che esclusivamente “finanziario-materialistico”. Il Presidente della Repubblica greca Papoulias, farebbe bene quindi ad ascoltare i moti rivoluzionari del suo paese, quelli che dalla base stanno spingendo affinchè la Grecia sia inserita in un’Unione europea che non  emani degli “ultimatum”, non un’Ue germanocentrica – dunque – ma che comprenda i livelli di difficoltà dei singoli stati e che con questi possa determinare le soluzioni migliori.

      La "Rinascita" di Afrodite   

    Relativamente all’uscita dall’euro da parte della Grecia, da una parte essa non sarebbe auspicabile, vista la svalutazione che potrebbe subire il ritorno della vecchia moneta (dracma), tuttavia anche questa scelta corrisponderà alla volontà popolare e se ciò dovesse accadere si demarcherà in modo ancor più evidente il fallimento del progetto politico dell’euro che probabilmente non dovrà essere abbandonato, ma forse rifondato su criteri di tolleranza, solidarietà e maggiori controlli interni posti da autorità predeterminate che possano definire in modo equo i prezzi dei beni e dei servizi. Solo in questo modo non ci saranno più paesi che minacceranno l’uscita dall’euro, in caso contrario questi si moltiplicheranno: nella consapevolezza di essere stati catapultati in un’avventura spazio-temporale chiamata Eurozona, concepita – allo stato attuale – come una grande giostra che si muove vorticosamente dietro la regia della speculazione internazionale e del mercato. Inaccettabile! A queste condizioni – e dinnanzi ad un out-out così grave ed impellente – meglio sarebbe, in estrema soluzione, tornare alle monete nazionali, e non temere slanci speculativi e minacce tecnocratiche attuando il semplice ed efficace strumento della svalutazione. Ciò tuttavia attraverso un abbandono progressivo e ben ponderato. In caso di svalutazione immediata e violenta, infatti, la dracma potrebbe perdere tra il 40 e il 50% del suo valore: vale a dire che per comprare un euro ci vorrebbero circa 500 dracme. Ovviamente, una dracma debole sarebbe un indubbio vantaggio per chi esporta, ma la Grecia di oggi è pur vero che non è un grande paese industriale, come dimostrato dal saldo negativo della sua bilancia commerciale. La dracma debole sarebbe invece – evidentemente – un grosso svantaggio per l’acquisto del petrolio e quindi della benzina e suoi derivati, nonché dello stesso gas, con effetti inflattivi a catena sull’intera economia. La pazienza, come dire, è la virtù dei forti! Ma alla fine, come insegna il mito, Afrodite – la meravigliosa Afrodite – (ri) nasce dalla bianca schiuma del mare, in quell'azzuro specchio marino dinnanzi alla Grecia. E' solo questione di tempo.

    Domenico Apicella (Copyright © 2012 Qui Europa)

  • Ue: Emergenza lavoro –  Strategie e disastri

    Ue: Emergenza lavoro – Strategie e disastri

    Domenica, Aprile 15th/ 2012

    –  di Sergio Basile –

    Commissione europea / Lavoro / Commissione Affari Sociali / Laszlo Andor  / Manuel Barroso / Perdita 6 milioni di posti di lavoro / Mercato comune reale / Consiglio europeo/ Strategia e limiti dell’Unione europea / Fiscal compact / Austerity / Deficit spending / Tecnocrazia / Ridimensionamento della Democrazia reale  / Commissione trilaterale  / Mario Monti / Angela Merkel / Nicolas Sarkozy / Herman Van Rompuy / Lucas Papademos / Spopolamento  Mezzogiorno d'Italia / Disoccupazione / Limiti delle strategie socio-economiche dell'Ue    

    Ue: Emergenza lavoro – 

    Proclami, strategie e disastri

    Il Commissario Andor: creeremo 17,5 milioni di

    posti di lavoro, ma “entro il 2020”!

    Intanto nell’Eurozona oltre 6 milioni di nuovi licenziamenti

    in pochi mesi

    Bruxelles – Nelle scorse ore la Commissione europea ha diramato una nota ufficiale inerente alla delicata questione della perdita sensibile di posti di lavoro nell’Eurozona, riconducibile secondo un’attenta ed onesta analisi degli osservatori di Qui Europa – e come ribadito, tra l’altro, da almeno tre mesi a questa parte, da una minoranza di eurodeputati, economisti e giornalisti, nonché dal giudizio critico di premi Nobel del calibro di Stiglitz e Krugman (vedi articolo in Qui Europa del 22 Febbraio 2012) – a dissennate politiche fiscali e di austerity (vedi fiscal compact con annessa disintegrazione dello strumento del deficit spending: vedi precedenti articoli Qui Europa) dettate dal Consiglio europeo, con la benedizione della Troika (Ue, Bce e Fmi) ed in linea con le strategie “di presunta crescita” di Mario Monti (foto a lato con Manuel Barroso), Angela Merkel e Nicolas Sarkozy . Manovre, che accanto alle discutibili politiche portate avanti dalla Bce e dall'Eba, ai limiti intrinsechi del Trattato di Lisbona (vedi art.123) ed alla speculazione internazionale alimentata dal gioco dello spread, hanno di fatto messo in ginocchio, come mai nella sua gloriosa storia, l'intera Europa, mandandola di fatto in recessione: ed a partire dai cosiddetti "Paesi Piigs" (Portogallo, Irlarna, Italia, Grecia e Spagna). Ciò causando l'inevitabile perdita di milioni di posti di lavoro, ed al fallimento di migliaia di aziende: strozzate, tra l'altro, dall'iniqua stretta creditizia delle banche, altrimenti nota come credit crunch (vedi precedenti articoli in Qui Europa).

      Presunta regia di poteri forti e occulti dietro le scelte tecnocratiche  

    Ciò dietro la regia occulta – denunciata presso l'Europarlamento negli ultimi mesi da eurodeputati come Borghezio, Speroni e Farage – di uomini provenienti da "ambienti particolari" e lontani dai tradizionali luoghi di esercizio della democrazia reale, tra i quali l’attuale presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, e lo stesso Lucas Papademos – attuale premier “non eletto” a guida della martoriata Grecia – ed espressione dei poteri forti del pianeta, quali quelli della Trilateral Commission: circolo élitario di potenti fondato nel dopoguerra dal potente e discusso banchiere David Rockefeller (foto a lato). Commissione Trilaterale della quale lo stesso professor Mario Monti è ancora presumibilmente membro onorario – così come accaduto a tutti i suoi predecessori – e della quale lo stesso è stato – fino alla sua “nomina fulminea” a premier italiano – presidente della "Commissione per l’Europa": a capo cioè di una nutrita rappresentanza di 170 membri europei, e chiamato a decidere le sorti economiche, sociali e politiche di tre aree continentali (Europa, America ed asia) e non solo, confrontandosi con i colleghi di Usa e Giappone. Lo stesso Mario monti che qualcuno nelle scorse settimane aveva addirittura proposto come nuova guida dell'eurogruppo, al posto del dimissionario Junker. 

      La nuova strategia Ue:  limiti e obiettivi  

    Ma a parte ciò, stupisce l’ultimo audace proclama della Commissione – su interesse del Commissario alle Politiche Sociale Lazlo Andor, competente per materia – esposto nell’ambito della nuova linea sociale dell’Ue, protesa – almeno secondo quanto sostenuto nel comunicato – a “creare 17,5 milioni di posti di lavoro entro il 2020 per centrare l'obiettivo di avere un’occupazione pari al 75% degli adulti fra i 20 ed i 64 anni di età”.  Tra i punti forti della strategia resa nota, vi sono il sostegno e la creazione di posti di lavoro tra i giovani; la promozione di un salario minimo e del dialogo sociale. Dialogo sociale in sede di contrattazione nelm mondo del lavoro, troppo presto abbandonato dalle stesse tecnocrazie europee, che hanno letteralmente rottamato in pochi mesi leggi e processi democratici e cosio-economici fondati su documenti di rilievo sociale ed economico di primo piano, nel panorama europeo e non, come la stessa storica enciclica Rerum Novarum (foto a lato) di Papa Leone XIII (vedi precedenti articoli in Qui Europa)  sostituendo colpevolmente la dignità umana e la difesa del cittadino con la devozione al "dio-mercato" ed il rispetto univoco delle sue leggi e del suo volere. Tra le linee annunciate dalla Commissione, dunque, il rafforzamento del coordinamento tra i 27 (presto 28) Paesi Ue nelle politiche sociali e del lavoro. Andor, ha parlato di “ripresa ricca di lavoro", introducendo – contrariamente al passato e facendo in parte dietro front con i proclami ufficiali della stessa commissione di alcune settimane fa – il problema del salario minimo (va ricordato, in tal senso, che l’Italia è tra i pochi paesi dell’Unione in cui non esiste alcuna garanzia di salario minimo, se non quello stabilito dai singoli accordi settoriali) e della crescente povertà tra i lavoratori europei. Ppovertà indubbiamente “favorita” (si fa per dire) dall’introduzione della moneta unica nel 2002, e dai suoi distorsivi effetti recessivi ed inflazionistici.

      Il ribasso del costo del lavoro  

    Tra i problemi con i quali la Commissione sarà chiamata a scontrarsi, anche quello della “distruttiva corsa al ribasso del costo del lavoro”: problema ingigantito dalle politiche iper-liberiste adottate dalla stessa Ue. Si pensi ai patti di libero scambio, a condizioni inique, tra l’Europa (a vantaggio sostanziale di  alcune multinazionali europee) e gli agricoltori africani delle regioni mediterranee, o i commercianti della stessa Cina. Politiche che stanno favorendo di fatto lo smantellamento di grosse fette del sistema produttivo agro-alimentare, manifatturiero e commerciale in Europa come in Italia. Tra le aree più colpite del Continente, sicuramente il Mezzogiorno d’Italia: per mancanza – in aggiunta – di competitività e innovazione tecnologica: malgrado le riforme finora adottate (si pensi alla prossima riforma della Pac annunciata ad inizio mese).

      Emergenza sociale ed emorragia del sistema lavoro  

    Un altro punto su cui la Commissione ha annunciato novità ed aperture è quello della necessità di “rafforzare il dialogo sociale”, da cui dipende – si legge nella nota – “in maniera cruciale” il “successo delle politiche sul lavoro”. Quanto alla provvidenziale creazione di nuovi posti di lavoro, Bruxelles – tuttavia – è rimasta piuttosto sul vago. La Commissione di Barroso ha, infatti, proposto di attingere ai fondi comunitari, potenziando i sussidi per i giovani e i disoccupati di lungo corso, tagliando il cuneo fiscale e lottando contro il nero. Ma Qui Europa non dimentica che la garanzia sul reale e proficuo utilizzo dei celebri fondi Ue, in numerose aree e regioni europee (si pensi al Mezzogiorno d’Italia) dal 1957 ad oggi è stato profondamente disatteso, contribuendo con successi sostanziali vicini allo “1%” all’incremento dell’occupazione nelle aree più depresse in esame. Qualcosa andrebbe fatto – ad esempio – in merito alla revisione dei metodi di gestione, elargizione e monitoraggio di tali fondi: come dimostrato dal fatto che la tranches 2007/2013 del Fse (una dotazione di oltre 30 miliardi di euro) è risultato – in pratica – totalmente inutilizzata da regioni come la Calabria. Terra interessata – soprattutto negli ultimi 5/6 anni – da un complesso, selvaggio e preoccupante fenomeno migratorio, che sta di fatto spopolando la regione, con ripercussioni deleterie sia sull’economia, che sullo stesso tessuto sociale. Intanto, in Europa, dal 2008 ad oggi, sono oltre 6 milioni i posti di lavoro andati in fumo nella Ue, per colpa di una crisi – o pseudo-tale – sulla quale troppo si tace ancora oggi .

    Sergio Basile (Copyright © 2012 Qui Europa)