Venerdì, Ottobre 12th/ 2012
– di Vincenzo Folino –
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Italia – La scure del Rating sul Gruppo Fiat
Da Bruxelles, Marchionne punta il dito sull'Ue
Recessione settore auto – Ora anche Berlino suona
l'allarme. L'achtung del "Der Spiegel"
Bruxelles, Roma, Torino, Berlino – In questi giorni si è tornato a parlare di rating, e di questi tempi si sà, nessuno vorrebbe essere oggetto delle "sue" attenzioni. Ne sa qualcosa l'Ad Fiat, Sergio Marchionne, che c'ha dovuto fare nuovamente i conti lo scorso 10 ottobre, quando Moody's ha abbassato il rating di Fiat da Ba2 a Ba3, con outlook negativo, ed ha anche minacciato ulteriori tagli: sulla "bocciatura" graverebbero il calo della domanda di auto italiane e l'aumento della concorrenza in Brasile. Ma l'Ad Fiat non si è mostrato affatto sorpreso, e parlando a Bruxelles nelle veste di presidente di Acea (Associazione dei Costruttori Europei) ha definito "la valutazione di Moody's comprensibile rispetto alle difficoltà del mercato italiano", ma ha subito puntualizzato che ciò "non riflette la solidità finanziaria del gruppo".
Il monito di Marchionne contro il liberista Barroso e l'Ue
Al contrario Marchionne ha puntato il dito contro l'Unione europea che, a suo avviso, deve "smetterla di firmare accordi di libero scambio" (pensiamo a quelli siglati con la Corea del Sud e da siglare col Giappone), e ha poi continuato sostenendo che bisogna evitare che ogni paese si muova da solo, e che al contrario occorre "un'azione coordinata a livello dell'Ue per ristrutturare il settore". Il panorama, comunque, resta desolante, visto che l'altra celeberrima (e plurindagata) agenzia, S&P, stima che la vendita di nuove auto nell'Ue non tornerà ai livelli pre-crisi prima del 2018.
Ripresa – Il balletto dei numeri del mercato auto
E così, mentre Marchionne ammette di vedere nero anche per il 2013, sale pure la tensione negli stabilimenti italiani del gruppo, ormai quasi privi di prospettive per il futuro (la prossima settimana è previsto il faccia a faccia tra Marchionne e i sindacati, Fiom esclusa). Ma se, come abbiamo detto, nessuno vuole essere oggetto delle attenzioni del rating, l'atteggiamento cambia nei riguardi di parole come "crescita" o "ripresa". Basti pensare semplicemente all'innegabile "eccesso di fiducia" con cui il ministero dell'Economia prevede, per il periodo 2014-2015 una crescita rispettivamente del +1,1 e +1,3%. Ed allora via con il toto-ripresa: il governo la stima nel primo trimeste 2013, l'Fmi di Christine Lagarde forse nel 2014; Confindustria (un pò più pessimista) solo nel 2015.
Il "momento opportuno"
Ma ad essere pessimisti sono comprensibilmente in tanti. Solo il governo italiano, i "sapienti tecnici" continuano a buttare fumo negli occhi dei cittadini. E pensare che Mario Monti, come qualcuno dei nostri lettori ricorderà, parlavo impropriamente di crescita e di "uscita dal tunnel" già fin dalla scorsa primavera a Pechino. Ma si sà, i tecnici non pagheranno per alcun tipo di menzogna. Perchè? Semplice, nessuno li ha mai eletti! Al momento opportuno, quando gli ultimi saldi saranno finiti (magari Eni, Enel, Finmeccanica e la stessa Fiat) e la ricchezza nazionale spoliata per sempre (il lavoro di intere generazioni di Italiani) basterà salutare, ringraziare e sbattere il portone di Palazzo Chigi. Un giochetto semplicissimo, specie se si può cntarre sul pieno appoggio dei media di bandiera (ribattezzato da "Qui Europa" con l'espressione "media di regime" da quasi un anno a questa parte) e dei carrozzoni politici: vedi PD, PDL e UDC tra tutti.
Recessione – L'allerta di Panorama e del mondo accademico
Giusto per fare un esempio "Panorama" ha riportato il parere a riguardo di tre importanti professori di economia, operanti in illustri università internazionali: secondo, ad esempio, Michele Boldrin, già il solo "fermarsi" – fermare la spirale recessiva – nel 2014 sarebbe una ripresa; un'altra economista, Ester Faia, si domanda invece se troppo ottimismo non finisca per essere dannoso, rallentando le riforme; ed infine Dante Roscini, secondo il quale "una vera ripresa in Europa e in Italia non arriverà nel 2013 e con buona probabilità neanche nel 2014".
Sotto gli occhi di tutti, anche dei tedeschi
Ma di certo non bisogna insegnare alla Harvard University per condividere queste tesi. Basta analizzare – per chi capisce, anche un pizzico, di economia – i fondamentali del nostro assetto economico oggi: una recessione galoppante che per contro non conosce prospettive di investimento. E senza investimenti produttivi, si sà, il moltiplicatpore economico non può funzionare, ed all'orizzonte non si possono che presagire nuovi licenziamenti per migliaia di dipendenti. D'altra parte l'allarme rosso sta salendo anche in Germania, anche nei ricchi e floridi land, dove finora la crisi è stata davvero poco avvertita, anche se i fantasmi della decrescita aleggiano sul plumbeo cielo di Berlino da mesi. Senza la domanda interna sostenuta da paesi come l'Italia, infatti, la stessa produzione delle industrie tedesche non può che scemare, fino ad annullarsi. Terreno fertile, anzi fertilissimo, per la speculazione delle grandi lobby industriali e bancarie, (specie statunitensi ed asiatiche) che in tal modo potranno fare spese grosse – acquisti di Natale – a prezzi da super saldi. Ciò che si chiama concentrazione della ricchezza nelle mani di una mera élite. Un pò cio che avvenne negli anni Ottanta negli Usa con la distruttiva Reaganomics di Ronald Reagan, ma innalzato alla massima potenza. Pertanto, visto questo comprensibile scetticismo, non stupisce affatto se addirittura in Germania, il perno industriale del Continente, il settimanale "Der Spiegel" titoli: "Achtung Inflation!"
Vincenzo Folino (Copyright © 2012 Qui Europa)
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