Qui Europa

Giorno: 4 Maggio 2012

  • L’Italia non rispetta i diritti umani

    L’Italia non rispetta i diritti umani

    Venerdì, Maggio 4th / 2012

    Unione europea / Italia / Diritti / Corte europea / Carceri / Giustizia lenta / Sovraffollamento  / Record di ricorsi / Amnistie / Irragionevole durata dei procedimenti / Credibilità internazionale / Durata dei procedimenti / Inefficienze sistematiche / Sovraffollamento delle carceri / Credibilità internazionale / Margine di valutazione nazionale / Riforma del sistema giustizia / Mirella Fuccella / Qui Europa  

    L’Italia non rispetta i diritti umani

    Una valanga di ricorsi intasano la Corte europea

    Strasburgo – Il presidente della Corte europea dei diritti dell'uomo, il giudice britannico Nicolas Bratza, tiene periodicamente alcune visite presso ciascuno dei quarantasette Paesi del Consiglio d’Europa. Ieri è toccato all'Italia. Non si è trattato certo di una ispezione, ma gli incontri che il presidente della Corte europea ha tenuto ieri in Italia con il Presidente della Repubblica e il ministro della Giustizia sono stati l’occasione per chiarire alcuni punti critici. L’Italia ha molti conti in sospeso rispetto all’obbligo di protezione dei diritti e delle libertà assicurati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In primo luogo vi è la questione dell’inefficienza del nostro sistema giudiziario, con le sue complesse norme procedurali, l’uso che viene fatto delle risorse a disposizione, l’incidenza dell’imponente avvocatura italiana.

      "Irragionevole" durata dei procedimenti  e  inefficienze sistematiche  

    Da quasi trent’anni la Corte segnala il grave problema, condannando l’Italia per la continua violazione del diritto alla ragionevole durata dei procedimenti. Non solo tali condanne cadono nel vuoto, ma addirittura da qualche tempo l’Italia compie nuove violazioni, ritardando il pagamento delle somme che le Corti di appello assegnano ai ricorrenti per riparare la violazione del loro diritto. Un altro grave problema riguarda le condizioni dei detenuti, che per il sovraffollamento delle carceri sono spesso tali da poter essere definite come “trattamento inumano e degradante”.

      Questione di credibilità  

    Sono temi ormai improrogabili, che danneggiano anche la credibilità internazionale del nostro Paese. Già il governo precedente aveva dato luogo a forti proteste da parte del Consiglio d’Europa, per aver ignorato le disposizioni della Corte di non espellere alcune persone in Tunisia, dove sarebbero state esposte a rischio di torture. Si trattava di condannati in Italia per "presunte" attività di sostegno a "presunte" reti terroristiche, ma il divieto di tortura garantisce tutti ed è inderogabile. Tali violazioni commesse dall’Italia sono passate da noi quasi inosservate, ma in ambito europeo hanno leso fortemente la reputazione dell’Italia.

      "Inflazione" da ricorsi   

    I ricorsi provenienti dal nostro Paese superano la cifra di 50.000 all’anno. Tutto questo schiaccia le strutture della Corte, causando un forte ritardo nelle decisioni. Il Regno Unito, dunque, spingeva perché si inserisse nella Convenzione una disposizione che obbligasse la Corte a riconoscere agli Stati un largo margine di valutazione nazionale nell’adempiere gli obblighi. Qui però si parla di diritti inderogabili, come la libertà personale, il divieto di tortura o di trattamenti degradanti. Il tentativo del regno Unito, dunque, – per fortuna – non è andato in porto. Sarà ancora compito della Corte elaborare la propria giurisprudenza in merito, senza cedere agli interessi dei governi a danno della protezione dei singoli. Ci auguriamo che tutto questo porti finalmente ad una seria riforma del sistema giudiziario italiano, studiata in modo da rendere finalmente più “umani” i tempi della giustizia: di certo una parte del sovraffollamento delle carceri è dovuto proprio alla presenza di un gran numero di detenuti in attesa di giudizio. La vera soluzione al problema, infatti, non possono essere le periodiche amnistie, che spesso mettono in libertà indistintamente innocenti e colpevoli.

    Mirella Fuccella (Copyright © 2012 Qui Europa)

     

  • Un piano Marshall per l’Europa

    Un piano Marshall per l’Europa

    Venerdì, Maggio 4th / 2012

    – di Franco De Domenico –

    Europa / Italia / Crisi / Piano Marshall / Keynes / Fondi statali / Disoccupazione giovanile   

    Il Titanic – Europa vuole un salvagente

    Un piano Marshall, ma i fondi mancano

    Bruxelles – I piani ci sono, sono pronte le strategie, come si diceva negli anni '80; ma mancano i fondi per un vero e proprio piano Marshall europeo, che salvi il Titanic dal naufragio. Si tratta del documento "Strategia 2020", un'agenda che dovrebbe programmare lo sviluppo per il prossimo decennio in tutta Europa, all'insegna di cinque obiettivi: occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale e difesa del clima. Questo documento – almeno dai proclami più o meno retorici piovuti nelle ultime ore da Bruxelles – conterrebbe, in via sotterranea, un rinnegamento della via liberista e monetarista che finora ha delineato le scelte europee. Al contrario, è il buon vecchio John Maynard Keynes che fa capolino e torna a far scuola, dalle coraggiose, costose e risolutive scelte che l'economista di Cambridge dettò al presidente Roosvelt, per fronteggiare la crisi del '29, la Madre di tutte le crisi.

      La via Keynesiana e l'inizio del Welfare State  

    Ricordiamo che in "Esortazioni e profezie", il suo libro più osannato, Keynes insegnava qualcosa che allora era assolutamente nuovo: un'entrata massiccia dello Stato nell'economia, per finanziare il lavoro e superare la disoccupazione, a costo di far lavorare "operai che scavano buche per colmare altre buche". Fu l'inizio del welfare state, lo sappiamo quasi tutti e il lettore non si offenda se ricordiamo come tutto iniziò. Poi le cose cominciarono a funzionare in altri modi, si proposero nuovi liberismi, il reaganismo, il tatcherismo, a sancire un'uscita progressiva dello Stato dai mercati. 

      Verso un nuovo Marshall?   

    Oggi, sembra curioso ma è forse di nuovo la soluzione radicale, si invoca un nuovo – e ancora una volta keynesiano – piano Marshall per uscire dalla crisi più grave e più lunga dal '29 che il capitalismo ricordi. Manca, però, lo spiegamento di forze e di finanziamenti massicci che gli USA schierarono nel secondo dopoguerra. Mentre si prendono queste importanti decisioni – "senza decidere" realmente – la disoccupazione giovanile, in Italia, sale statisticamente al 32%; l'Istat cioè sancisce quello che sapevamo già, che un giovane su due ha già un vissuto di ricerca del lavoro incerto o dalle porte chiuse, e nel Sud la stragrande maggioranza ha pochissime speranze di trovare lavoro. E', presumibilmente, anche il risultato dell'annunciata riforma del lavoro, che non ha avuto un grande effetto positivo sul mercato delle "risorse". Ecco che, a furia di chiamarle "risorse", "risorse umane", si è perso il senso dell'umanità, e servono sul serio risorse economiche per aiutare soprattutto i giovani.

      Il paradosso dei paradossi, nella crisi  

    Intanto, mentre si parla di un probabile stanziamento di alcune decine di miliardi di euro per rifinanziare la crescita, stona e di molto la consapevolezza che tale misura è in relatà una risposta flebile ed insufficiente rispetto ad un problema di proporzioni apocalittiche che passa sempre dalla speculazione finanziaria – anche se la tecnocrazia dominante continua a restare in un inaccattabile immobilismo – e che comunque non giustifica il regtalo di 1000 miliardi di euro che la Bce ha fatto alle banche private ad un tasso dell'1% in tre anni: regalo al quale presumibilmente si uniranno altri regali simili in un futuro prossimo. Pazzesco!

    Franco De Domenico (Copyright © 2012 Qui Europa)