The School of Darkness – 3 – Il nuovo credo di Bella

Venerdì, 10 agosto / 2018

- di Bella Dodd -

Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

 Redazione Quieuropa,  Sergio  Basile, Bella Dodd, Comunismo,  College, Marxismo,  Nuovo  credo 

The School of Darkness – La Scuola delle Tenebre / 3°

Capitolo 3° – Il nuovo credo di Bella

The School of Darkness, Ed. P.J. Kennedy & Sons, New York, 1954

(Traduzione dall'originale a cura di Sergio Basile)

 

di Bella Dodd

THE SCHOOL OF DARKNESS - Marxismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Capitolo Terzo                                                            

New York – di Bella Dodd / Traduzioni dall'originale "The School of Darkess", a cura di Sergio Basile(Continua da qui The School of Darkness – 1 – L’infanzia di Bella e qui The School of Darkness – 2 – La nuova vita in America) – Nell'autunno del 1917 iniziai a frequentare l'Evander Childs High School anche se le mie condizioni erano migliorate di poco e dovevo usare le stampelle. La mamma mi incoraggiava ad andare avanti e spesso mi raccontava di santi che avevano subito deformità fisiche, rassicurandomi sul fatto che se ci avessi messo il cuore avrei potuto realizzare qualsiasi cosa, nonostante il mio handicap fisico.

         Così iniziai gli anni del liceo, armata di stampelle e di grandi speranze.

Camminai per dieci isolati verso la scuola e presi posto nella mia nuova classe. Fin dall'inizio non chiesi favori e gli insegnanti e i compagni di classe presto si resero conto su quanto tenessi alla mia indipendenza. Quell'inverno ebbi la mia prima protesi per camminare. Non era molto bella, ma era meglio delle stampelle. Allora iniziai davvero ad entrare nel vivo delle attività scolastiche. Provavo a fare tutto quello che facevano gli altri studenti, anche a fare delle escursioni. Mi iscrissi al Naturalists' Club e andai con i membri delle Palisades, alla ricerca di fiori e ad avvistare uccelli. Se mi stancavo, mi sedevo per un pò finché gli altri non fossero tornati. In quei giorni, nonostante le mie difficoltà, ero una ragazza felice.

              Amavo la vita a caro prezzo e trovavo gioia nelle cose semplici.

A volte, quand'ero all'aperto, mi fermavo ad ascoltare, perché sentivo il mondo intero sussurrarmi. Il vento primaverile sembrava parlare di cose lontane e belle. A volte di notte, quando la luna splendeva attraverso il castagno accanto alla mia finestra e sentivo l'odore dell'iris, dei lillà e dei mughetti, sentivo le lacrime agli occhi e non sapevo perché.

 L'iscrizione al liceo e la svolta                                  

Il corpo studentesco dell'Evander Childs High School contava allora oltre un migliaio di ragazzi e ragazze. Erano per lo più figli di americani di estrazione scozzese, irlandese e tedesca, ma c'erano anche figli di italiani, russi e di altre comunità europee. Appartenevamo a fedi diverse: protestanti, cattolici, ebrei. Eravamo accomunati dal fatto di essere figli di genitori di estrazione sociale modesta, né ricchi né poveri. Nessuno cercava di rimarcare le nostre differenze o di sfruttarle. Un giorno una ragazza dell'East Bronx con cui avevo parlato di politica, un argomento che stava iniziando a interessarmi, mi portò la copia di un giornale che non avevo mai visto prima. The Call era una pubblicazione socialista. Quel documento diede una svolta al mio pensiero. Ne cercai altre copie. Sentivo il mio cuore battere per l'eccitazione mentre leggevo gli articoli sulla giustizia sociale. Persino la poesia sulle condizioni dei poveri e sulle disuguaglianze delle loro vite, suscitava il mio interesse. Infatti, per la prima volta sentii una chiamata, una vocazione. Inconsciamente mi arruolai, anche se solo emotivamente, nell'esercito di coloro che dissero che avrebbero combattuto l'ingiustizia sociale, e cominciai a trovare il linguaggio della sfida inebriante. Un orgoglio ostinato si sviluppò nella mia capacità di esprimere giudizi. Al liceo non potevo frequentare i soliti corsi di educazione fisica così mi fu concessa un'ora di studio con Miss Genevieve O'Connell, l'insegnante di ginnastica, che mi diede lezioni di anatomia e igiene. Fu l'unica influenza religiosa che sperimentai al liceo. Quando seppe che ero cattolica, mi invitò a partecipare con lei agli incontri di un club femminile al Cenacolo di St. Regis a New York City. Il sabato pomeriggio incontrammo un piccolo gruppo di ragazze e andammo al convento presso la 140th Street a Riverside Drive. Giunti lì ci sedemmo in cerchio e cucimmo semplici indumenti per i poveri mentre una suora leggeva. Non ero interessata ai libri letti, ma la semplicità, la calma, l'accettazione di qualcosa di reale e immutabile, mi colpii. Il Cenacolo non diede risposte dirette alle domande che stavo cominciando a pormi, forse perché non le chiesi ad alta voce. Andai a diversi ritiri nei fine settimana e fui molto attratta dall'atmosfera della casa che chiesi di poter fare un ritiro privato. Ma si rilevò un fallimento. Ero così impreparata nelle cose spirituali e così ignorante riguardo alle questioni della Fede che non potevo imparare alcuna lezione dalle letture spirituali datemi dalla suora incaricata di guidarmi. Nonostante questo fallimento, so che quei week end al Cenacolo mi diedero qualcosa di prezioso e duraturo. Lì percepii la profonda pace della vita spirituale e il servizio della Benedizione, al quale partecipai  per la prima volta, mi commosse. Durante  le brevi preghiere, l'incenso, l'ostensorio, la musica, rappresentavano un poema di fede per me che amavo la poesia. Molte, molte volte nei momenti più particolari nel mio continuo girovagare, mi tornò alla mente il Tantum ergo cantato dalle suore in quella deliziosa piccola cappella.

    Ma sebbene il mio cuore volesse accettare ciò che sentivo con commozione dentro di me,

            non potevo, perché avevo già un orgoglio incrostato nel mio stesso intelletto

                            che respingeva ciò che reputavo non scientifico.

Su questi punti e sulla scienza che si opponeva alla religione, io riflettevo con argomentazioni superficiali prevalentemente nei circoli educativi dell'epoca. Durante i miei quattro anni all'Evander Childs ottenni buoni voti in Storia inglese e in Scienze e vinsi una borsa di studio statale che mi aiutò ad andare al college. Il giorno degli scrutini tenni stretto il mio diploma ai libri di Shelley e Keats: i miei premi per l'eccellenza raggiunta in inglese. Fiera dei premi, il mio principale orgoglio constava nel fatto che fui scelta come la ragazza più rappresentativa della mia classe.

 L'esperienza universitaria all'Hunter College              

In autunno entrati a far parte dell'Hunter, il college femminile di New York. Avevo deciso di diventare un'insegnante. Iniziai ad imparare con abnegazione. C'erano molti campi che volevo esplorare. Vivevo a casa e viaggiavo avanti e indietro ogni giorno sulla nuova metropolitana di Pelham Bay, recentemente estesa al nostro quartiere. Il mio primo guardaroba universitario consisteva in due vestiti, un velo blu, un abito in percalle, una gonna nera, due maglioni lavorati a maglia da mamma e una vasta collezione di colletti bianchi inamidati che indossavo con i miei maglioni. Oggi il vestiario di una ragazza universitaria, non importa quanto povera, sarebbe senza dubbio più grande, ma non fui mai consapevole del mio guardaroba inadeguato. Era una caratteristica dell'Hunter College, perché gli studenti, anche quelli di famiglie agiate, erano più interessati alle cose della mente. Il college si rivelò diverso dal liceo e all'inizio sembrava più noioso. La scuola superiore di tipo coeducativo era stata più impegnativa. L'Hunter College era in quel momento in uno stato di transizione, si stava trasformando da un'accademia femminile per la formazione degli insegnanti a un vero college (università – Ndt). Malgrado l'accreditamento ai corsi di laurea, l'atmosfera e il personale dell'Hunter erano sempre gli stessi di quando era stato un istituto signorile di formazione per docenti. A causa di questa differenza c'era un indefinito senso di distanza tra facoltà e studenti, accentuato dal fatto che alcuni membri dello staff ci ricordavano costantemente che stavamo ricevendo un'istruzione gratuita dalla città e dovevamo essere grati. C'era una corrente di risentimento tra gli studenti che, invero, ritenevano di ottenere soltanto quello a cui avevamo diritto. Dean Annie Hickenbottom era una bella donna di mezza età, graziosa e ben educata, anch'essa diplomata all'Hunter Normal School. Le ragazze l'adoravano, ma in modo paternalistico. Ascoltavamo quanto ci diceva, con compostezza, più con le orecchie che con le nostre menti: spesso ci diceva quanto fosse importante per le ragazze di Hunter indossare cappelli e guanti e parlare solo con voci basse e raffinate. Sebbene il personale fosse composto principalmente da vecchi protestanti anglosassoni, scozzesi e irlandesi, c'erano alcune eccezioni. C'erano diversi cattolici nel Dipartimento dell'Istruzione e alcuni insegnanti ebrei, tra cui la dottoressa Adele Bildersee, che insegnava inglese e che spesso parlava ai suoi allievi della bellezza delle grandi festività ebraiche e leggeva a voce alta le antiche preghiere e gli scritti con un tono che mostrava come amasse ed ammirasse la loro bellezza e credesse nella loro verità. La gentile signora che insegnava Storia medievale, la dottoressa Elizabeth Burlingame, era considerata eccessivamente sentimentale da parte dello staff. Forse lo era. Eppure le ero profondamente grata per avermi fatto apprezzare il Medioevo. Da lei non scaturiva una fredda elencazione di fatti, ma una calda comprensione del periodo.

       Mi trasmise un grande amore per il tredicesimo secolo (Duecento – Ndt)

ed in merito alla reale comprensione del ruolo della Chiesa cattolica in quell'epoca.

Sfortunatamente il suo insegnamento riguardava un passato che consideravamo morto.

 L'incontro con Sarah Parks                                                

La docente che mi colpii di più come persona fu Sarah Parks: insegnava inglese alle matricole e Il suo fare aveva poco del passato; era tutto incentrato sul presente e proiettato verso il futuro. Era diversa dal resto dei membri della facoltà, attenti all'etichetta. Non era più ortodossa di quanto non osassero esserlo gli studenti; arrivava a scuola senza cappello, con i capelli biondi che volavano al vento mentre montava in bici lungo Park Avenue. Evidentemente, Dean Annie Hickenbottom non disse nulla a Miss Parks. Ciononostante, noi studenti sapevamo bene cosa avrebbe detto se ci avesse visti percorrere la Sessantottesima strada in bicicletta e senza cappello. Si sarebbe scandalizzata. Ma sono certa che sarebbe stata ancor più scandalizzata da alcune delle teorie sociali esposte da Miss Parks. Ma all'epoca ad Hunter l'aula era il regno dell'insegnante e nessuno osava intromettersi.

               Le teorie sociali di Miss Parks erano per me inquietanti ed eccitanti.

Durante il mio primo anno alla Hunter, mi unii al Newman Club, ma solo il tempo necessario per perderne interesse in maniera rapida, perché a parte il suo profilo sociale tutte le altre attività sembravano puramente formali. C'era poca discussione seria sui principi della Fede e quasi nessuna enfasi sulla partecipazione cattolica negli affari del mondo. Nella mia arroganza giovanile considerai la sua atmosfera anti-intellettuale. Il consigliere di facoltà del Club era una cara piccola signora che mi sembrava così lontana dalla realtà da non poter comprendere l'ampio divario tra l'isolamento della sua vita di clausura e i problemi che affliggevano gli studenti. Dopo un pò rinunciai ad alimentare il confronto con suggerimenti e non cercai più di integrarmi nel Newman Club, anche se mi sembrava ancora il posto giusto per me.

                    Avevo difficoltà a trovare un'ideale appartenenza identitaria.

                                  Per la prima volta iniziai a sentirmi a disagio.

                      Andai alla deriva frequentando un'altra cerchia di amici,

      ragazze con una forte spinta intellettuale permeata di senso di responsabilità

                                                   per la riforma sociale.

 Ruth Goldstein e le nuove ragazze del college              

La mia migliore amica era Ruth Goldstein. Spesso andavo a casa sua, dove sua madre, una moglie e donna saggia e bella, con un'aria da Vecchio Testamento, ci viziava con la sua buona cucina e dispensava buoni consigli. Durante le festività ebraiche di Rosh Hashana e della Pasqua, la signora Goldstein mi invitò ai pasti e alle attività familiari. Le antiche cerimonie mi colpirono; fu stimolante vedere come questa famiglia fosse rimasta fedele alla storia del proprio popolo e come in questa nuova terra avessero rafforzato con la preghiera il proprio senso di unità con il passato. Mentre guardavo le candele risplendere e udivo le preghiere in ebraico, ero consapevole del fatto che la mia famiglia non era così legata, e ora non sembrava appartenere a nessun luogo.

                                    Nonostante i nostri devoti genitori,

              noi bambini sembravamo andare alla deriva in direzioni diverse.

All'Hunter College vi erano anche i figli di molti stranieri. Diventai amica di diverse ragazze i cui genitori avevano preso parte alla rivoluzione russa del 1905 (La rivoluzione russa del 1905 ebbe luogo nell'Impero zarista sull'onda della sconfitta nella guerra russo-giapponese. Essa fu fomentata dai primi nuclei giudeo-bolscevichi, che confluirono successivamente nei soviet e nel partito – Ndt). Le ragazze erano cresciute ascoltando i loro genitori discutere di teorie socialiste e marxiste. Sebbene a volte ridessero di loro, esse rappresentavano di fatto il nucleo delle future attività comuniste, piene dell'idealismo frustrato dei loro genitori e del loro senso di missione messianica. Gli amici dell'Hunter College provenivano da gruppi diversi. Ero accolta da tutti ma non mi sentivo parte di nussuno di loro. Passavo molte ore a discutere con loro. Giù nel seminterrato dell'edificio della Sessantottesima Strada c'era una stanza che avevamo trasformato in una sala da thè informale e in un luogo di incontro.

               Lì sviluppammo una sorta di nostro proletariato intellettuale.

                     Discutevamo di rivoluzione, sesso, filosofia, religione,

     senza essere guidati da alcuna regola su ciò che fosse giusto o sbagliato

                                              (nessuna morale – Ndt).

Parlavamo di una futura unità di forze mentali, di tradizione, di un nuovo mondo che avremmo aiutato a costruire al di fuori dell'egoismo presente.

     Dal momento che non avevamo credenze comuni, ci lasciammo andare

  ad un pensiero lassista permeato dall'agnosticismo per la nostra religione

                             e dal pragmatismo per la nostra filosofia.

C'erano comunità religiose all'epoca ad Hunter. Il mio gruppo le considerava dei club sociali da prendere o lasciare, a propria discrezione. Alcuni di noi osavano dire apertamente: "Dio non c'è!". Molti di noi dicevano: "Forse c'è e forse no!".

 Primo approccio con l'ideologia comunista                   

All'epoca nel campus c'erano alcuni comunisti , ma avevano un'importanza irrilevante. Erano un gruppo in giacca di pelle, che mostrava poco interesse nel farsi capire o nel cercare di comprendere gli altri. I loro discorsi riguardavano principalmente la necessità di porre fine alla concentrazione della ricchezza nelle mani di poche famiglie e la glorificazione della rivoluzione russa. Erano interessati anche alla buona musica e alla letteratura europea e leggevano le riviste di "opinione", come The Nation e The New Republic. La mia formazione religiosa era stata superficiale. Da bambina ero andata in chiesa con Mammarella. Mi era stato insegnato a dire le preghiere. Nella nostra casa erano appesi vari quadri sacri e il crocifisso. Ma non sapevo nulla delle dottrine della mia fede. Conoscevo molto di più i dogmi del Concordato Inglese. Comunque ritenevo che fosse necessario dedicarci all'amore verso il prossimo. Sarah Parks ci spronava al nuovo e al non sperimentato. Da lei ascoltai per la prima volta un discorso favorevole sulla rivoluzione russa. La paragonò alla Rivoluzione francese che, a suo dire, aveva avuto un grande effetto liberatorio sulla cultura europea, cosa che un giorno  avrebbe compiuto anche la rivoluzione in Russia. Fu lei a portare in classe libri sul comunismo e li prestò a quelli di noi che volevano leggerli. Durante il mio primo anno con lei come insegnante scrissi due temi, uno su come coltivare le rose, l'altro sul monachesimo. Diede a entrambi buoni voti, ma quello sul monachesimo portò scritto in calce l'infausto piccolo ordine: "Vieni a trovarmi". Era troppo onesta per non dare un buon voto se il lavoro era ben fatto, ma doveva anche dire la sua sull'argomento. Quando entrai, mi sembrò comprensiva e mi chiese come ero giunta a scegliere un argomento del genere. Provai a raccontarle della mia lettura nel corso di Storia medievale e di quanto gli uomini e le donne altruisti del Medioevo, che avevano servito l'umanità mettendosi da parte, avessero suscitato la mia impressione. "E ti sembra una constatazione normale per te, una ragazza di diciassette anni?" chiese lei sprezzante. Era una domanda a cui non potevo rispondere, e il suo astuto disprezzo sollevò dubbi nella mia mente.  Alla fine del mio primo anno decisi che dovevo guadagnare dei soldi per far fronte alle spese per l'anno seguente. Così trovai un impiego nella vendita di libri, una scelta piuttosto audace dato che avevo ancora difficoltà a camminare a grandi distanze senza dolore. Il libro che vendetti quell'estate si chiamava Volume Library, un testo pieno di fatti e informazioni per bambini. Costava da nove a quindici dollari, a seconda della rilegatura. La mia area di vendita era un settore della contea di Westchester. Dato che era a una certa distanza da casa, affittai una stanza nella casa di una famiglia di contadini nei pressi del monte Kisco. Vendetti libri per tutta l'estate e mi dimostrai un buon agente. Era un lavoro stancante, ma quell'estate realizzai abbastanza soldi per pensare ai vestiti, alla paghetta e alle spese scolastiche per l'anno seguente. In autunno tornai ad Hunter. Ero una ragazza diversa in molti aspetti, rispetto a quella entrata all'università l'anno prima. In un anno il mio pensiero era cambiato.

Ora parlavo con disinvoltura della scienza e dell'evoluzione dell'uomo e della società

                        ed ero scettica nei confronti dei concetti religiosi.

Mi ero lasciata trasportare dall'idea che coloro che credevano in un Creatore fossero anti-intellettuali e che la credenza in un aldilà non fosse scientifica. Ero tollerante verso tutte le religioni. Andavano bene, dissi, per quelli che avevano bisogno di loro, ma per un essere umano che era in grado di pensare da solo non c'era bisogno di qualcosa a cui appoggiarsi. Uno poteva reggersi da solo. Questo nuovo approccio alla vita era una cosa inebriante. Mi prese e mi condizionò.

 Nel vicolo cieco dell'ideologia marxista                          

Quel secondo anno non ebbi Sarah Parks come insegnante. Ma spesso parlavo con lei, perché invitava alcuni di noi nel suo appartamento e cercavamo i suoi consigli come se fosse una specie di decano non ufficiale. Per noi che l'amavamo, Sarah Parks portava una ventata d'aria fresca in un contesto intellettuale sterile, dove a volte gli studiosi sembravano inutili e dove le chiavi  della Phi Beta Kappa (la più prestigiosa società d'onore nel campo delle arti e delle scienze degli Stati Uniti – Ndt) venivano diffuse ad ampio raggio. Iniziammo a parlare con disprezzo delle gerarchie e dei livelli. Ricordo che discutemmo sul fatto che un vero intellettuale avrebbe dovuto accettare le chiavi, poiché espressione di quello status quo, ma abrebbe dovuto utilizzarle  per stimolare l'istinto competitivo della marmaglia: spesso quindi esse non rappresentavano un vero valore intellettuale. Convenimmo sul fatto che dovevamo essere mossi dal desiderio di giungere ad una reale cultura cooperando con gli altri studiosi e non animati da uno spirito di competizione. La signorina Parks conduceva una vita frenetica perché molti di noi volevano consultarla. Era un fattore importante nel prepararci ad accettare una filosofia materialista deridendo senza pietà ciò che lei chiamava "putrefazione secca" della società esistente. Sono sicura che aiutò alcuni studenti, ma fece poco per coloro i quali erano già così svuotati di convinzioni da non credere in nulla. Costoro non poterono che volgere i loro passi verso la grande delusione del nostro tempo, verso la filosofia social-comunista di Karl Marx.

                 Mise in discussione gli schemi morali di comportamento esistenti

                           e con il suo approccio pragmatico ai problemi morali,

                                        deviò alcuni di noi in un vicolo cieco. 

In quei tempi di saturazione sessuale che  furono gli Anni Venti, i giovani intellettuali

        erano più interessati alla vita intorno a loro che alle promesse dello spirito.

                   Era il tempo delle "maschiette", dei capelli corti a caschetto,

delle gonne sfrangiate, degli abiti informi, della ruggine spirituale e del dominio fisico.

Ci consideravamo l'intellighenzia e sviluppammo il nostro codice comportamentale. Sprezzanti del passato e nauseati dalla crudezza e dalla bruttezza di quell'epoca, ci consideravamo l'avanguardia di una nuova cultura. Nel mio ultimo anno fui eletta rappresentante di classe. Molti dei miei amici e io fummo coinvolti nei movimenti studenteschi autonomi. Era un'occasione in più per sentirsi importanti, per esprimere il nostro dissenso ai nostri sostenitori, e allo stesso tempo per far sentire che stavamo facendo qualcosa per i nostri compagni studenti, mostrando un senso di missione sociale. Alla riunione del Consiglio degli studenti ragazze brillanti portarono splendide proposte di ogni tipo e io, pronta a sostenere l'esperimento e il nuovo, ascoltai con entusiasmo tutti.

 L'elaborazione di un codice d'onore                            

Il nostro piccolo gruppo protestò con indignazione mentre leggemmo delle fortune ammassate da persone il cui lavoro più duro constava nello strappare il nastro adesivo in un ufficio di Wall Street. In città si viveva un tempo di ostentazione della volgarità, e il nostro gruppo divenne quasi ascetico per mostrare il suo disprezzo delle cose materiali. Mentre ripenso a quel gruppo febbrile, così ansioso di aiutare il mondo, cercando qualcosa a cui dedicarsi, la nostra serietà appariva patetica. Avevamo tutti una forte volontà di fare del bene. Avevamo ricevuto un regalo tetro e volevamo trasformarlo in un futuro meraviglioso per i poveri e i tormentati. Ma non avevamo le basi per sviluppare un pensiero solido o un'azione efficace.

                                   Non perseguivamo obiettivi concreti

   perché non avevamo una buona visione della natura e del destino dell'uomo.

Avevamo sentimenti ed emozioni, ma non esistevano modelli per tracciare il futuro. Successivamente, durante il mio primo anno di università, partecipai con Mina Rees, presidente del Consiglio studentesco, ad una conferenza inter-collegiale al Vassar College. Il Vassar ci fece sentire a casa durante i cinque giorni di permanenza. I giorni e le serate nei dormitori in cui ci intrattenevamo erano densi di chiacchiere e di entusiasmanti scambi di idee. Alla conferenza si discusse di molte cose tra cui le sorellanze (confraternite – Ndt) e la loro possibile abolizione. Non mi aveva mai preoccupato il fatto di non aver mai fatto parte di alcuna sorellanza. Ora, ascoltando aspre critiche nei loro confronti da parte di un gruppo di delegati, sentii di non essere stata troppo attenta riguardo a questo problema. Le avevo sempre considerate piuttosto infantili ma la conferenza sembrava considerarle un problema sociale. Discutemmo dell'importanza di un codice d'onore sotto la supervisione degli studenti, in linea con il codice che animava le nostre discussioni in merito alla questione delle punizioni dei crimini: era da interpretarsi con carattere sanzioniatorio o dissuasivo? La maggior parte del gruppo optò per la seconda soluzione. Ma dissi la mia e sostenni che sicuramente bisognava prendere in considerazione entrambe le ipotesi. Nel mio ultimo anno fui eletta presidente del Consiglio degli studenti. Quell'anno guidai il movimento per l'introduzione di un codice d'onore ad Hunter. Anche in quell'anno portai la politica nel movimento studentesco autonomo ponendo in essere le prime indagini elettorali funzionali alle elezioni presidenziali. Successivamente feci arrabbiare Dean Hickenbottom insistendo su una serie di conferenze sull'igiene sociale. Fui sostenuta da un gruppo di politici scolastici e imparai il valore di un gruppo strettamente organizzato: ero entusiasta del potere che aveva.

 Il mio nuovo credo                                                   

Nel corso dell'anno precedente la professoressa Hannah Egan, che insegnava nel dipartimento dell'educazione, mi fermò un giorno nella sala. E mi domandò: "Perché non vieni mai al Newman Club?". Provai a trovare una scusa educata e valida. Notando la mia confusione, mi disse con severità: "Bella Visono, da quando sei stata eletta al Consiglio degli Studenti e sei diventata popolare sei andata dritta all'inferno". Rimasi sbalordita. Pensai che questo rimprovero avesse un sapore di antico.  Ma anch'io ero costernata. Mi consolai ripetendo una battuta di Abu Ben Adhem:

                  "Then write me as one who loves his fellow men."

                   ( Allora scrivimi come uno che ama i suoi simili )

Quell'espressione mi rallegrò molto, e mi allegerii della responsabilità personale che Miss Egan stava cercando di caricare su di me, la cosa importante, dissi, era amare il mio prossimo: questo era il nuovo credo, il credo della comunione, ed era chiaro che il mondo ne aveva bisogno. Era una bella frase che manteneva un pò del significato della Croce anche quando negava la divinità del Crocifisso: era un credo che accettava volentieri il dolore e l'auto-immolazione, ma era scettico nei confronti di una promessa di redenzione; continuavo ad auto-convincermi del fatto che non avevo più bisogno di quel Credo vecchio stile; ora ero moderna, ero una seguace della scienza e stavo per dedicare la mia vita al servizio dei miei simili. Nel giugno del 1925 mi laureai con lode. Inizialmente  posi come priorità quella di pensare al mio futuro immediato: avevo già sostenuto gli esami per l'insegnamento nelle scuole elementari e superiori di New York City e data la scarsità di insegnanti vantavo una buona graduatoria. Il giorno dopo iniziai a casa di Ruth Goldstein. Ci eravamo entrambe iscritte per la sessione estiva alla Columbia University, con l'intenzione di fare un master universitario, quando la sorella maggiore di Ruth, Gertrude, ci sorprese entrambi chiedendoci perché stavamo andando alla Columbia e disse:

                                    "Ora che il college è finito,

          voi ragazze dovete trovare un lavoro e anche un uomo"

Ruth e io sorridemmo alle sue parole. Tuttavia ci indussero a pensare. Durante i miei anni all'universitrà ero stata una studentessa, una politica e una riformatrice. Ora, che avevo più tempo per riflettere, mi resi conto di essere anche una donna. Mi resi anche conto che la mia educazione non aveva fatto molto per addestrarmi come donna.

 Verso un nuovo intervento                                       

Da un po 'di tempo avevo saputo che dovevo sottopormi a un ulteriore intervento chirurgico al piede. Ora che ero libera dal lavoro scolastico, presi una decisione improvvisa. Andai al St. Francis Hospital nel Bronx. Scelsi un ospedale che non conoscevo. Alla suora che sembrò intervistarmi dissi che avevo bisogno di un intervento chirurgico al piede e volevo il nome del miglior chirurgo collegato all'ospedale. Mi diede il nome del dottor Edgerton e il suo indirizzo in Park Avenue. Andai immediatamente a trovarlo. Il dottor Edgerton era un uomo alto più di un metro e ottanta e aveva un aspetto talmente grande e rassicurante che ebbi subito fiducia in lui. Gli mostrai il mio piede e gli chiesi: "Cosa ne pensa?" La sua risposta fu diretta e categorica. "È un'amputazione marcia" disse. "Può fare qualcosa per me?" Chiesi timidamente. "Certo che posso!" rispose. "Un'amputazione pulita e sarai in grado di camminare facilmente! Ti prometto che sarai in grado di ballare e di pattinare sei settimane dopo aver lasciato l'ospedale." C'era un'ulteriore questione importante da discutere. "Quanto costerà?" chiesi. Avanzò quella che era senza dubbio una modesta somma per i suoi servizi. Con un'autostima che sorprese anche me dissi: "Non ho più soldi, dottor Edgerton, sono appena uscita dall'università, ma avrò un lavoro non appena starò bene per pagarla il ​​più velocemente possibile". Mi sorrise e disse: "correrò il rischio" e si preparò a farmi entrare all'ospedale St. Francis la mattina dopo. Ero in ottime mani. Le infermiere francescane responsabili erano competenti e anche gli assistenti delle infermiere laiche. Quando entrai nell'ospedale e fui interrogata sulla mia religione, dissi che ero stata cattolica ma che ora ero una libera pensatrice, facendo indubbiamente una dichiarazione con spavalderia giovanile. Mentre ripenso a quella volta, penso che sia stato un peccato che nessuno abbia prestato attenzione a quella mia affermazione sulla religione. Le suore entravano e uscivano dalla mia stanza ed erano efficienti e amichevoli. Una volta o due vidi un prete che passava, ma nessuno venne a parlarmi. Nessuno mi parlò di questioni religose mentre ero lì. Se lo avessero fatto, avrei potuto rispondere. Sei settimane dopo il mio ritorno a casa iniziai a camminare bene, come aveva promesso il dottor Edgerton.

 L'insegnante Bella Visono                                         

Presto ottenni un posto come insegnante sostitutivo nel Dipartimento di storia del Seward Park High School che dal punto di vista disciplinare, di basso livello, era considerata una scuola difficile. Insegnavo in sei classi Storia medievale ed europea. Quando apparsi sulla scena, gli studenti erano rimasti senza insegnante per settimane e si trovavano a livello del lancio del gessetto e delle gomme. Giunsi ad assolvere il mio compito di insegnante con un senso di venerazione per il mio lavoro, intenzionata a mantenere i miei ideali, ma come tutti i giovani insegnanti imparai che c'era un mare tra la teoria e la pratica. È in classe che un insegnante impara come insegnare. Tutti i corsi impartiti sui metodi di insegnamento servirono solo da orientamento per focalizzare l'obiettivo di base. I ragazzi evidentemente avevano deciso di mettermi alla prova. Nel mio secondo giorno di insegnamento entrai in aula per ritrovarmi dinanzi ad un incendio, appiccato in fondo alla stanza. Mi diressi verso i detriti fumanti, spensi il fuoco e acciuffai i quattro ragazzi più vicini. "Chi ha acceso il fuoco?" chiesi. Essi negarono di avere a che fare con la faccenda. Per il momento non c'era altro da fare. Il fuoco fu spento e la lezione di storia europea poté iniziare. Decisi di risolvere il problema senza chiamare il capo del dipartimento o l'assistente del preside. Chiesi aiuto a uno dei ragazzi più grandi. "Evans" dissi, "tu sei più grande degli altri, aiutami con questo problema." Evans si grattò la testa e disse pensieroso: "Ascolti, signorina Visono, quello che deve fare è mostrare loro che può prendere la loro borsa, dopodiché si calmeranno". Fu un buon consiglio! Lavorai duramente per stimolare l'interesse e si calmarono. Nel resto del mandato scolastico  non si verificarono più dimostrazioni violente. In linea con il mio acuto interesse per la politica, provai ad interessare i miei giovani studenti. Gli feci portare in classe i giornali e avviai vivaci discussioni. La maggior parte dei ragazzi portarono i quotidiani e quando annunciai questa scelta uno dei miei studenti, il giovane Morris Levine, un pò infastidito disse:

                       "Miss Visono, cosa vuole che legga, il Times?

                        Io non posseggo né azioni né obbligazioni".

Il contratto al Seward Park si sarebbe concluso all'inizio di febbraio. Qualche tempo dopo, all'inizio del nuovo anno, il 1926, il dottor Dawson, il presidente del dipartimento di Scienze Politiche dell'Hunter College, mi chiamò e mi offrì un posto al college, dove iniziai ad insegnare nel febbraio dello stesso anno (continua…).

Bella Dodd / New York 1954

Traduzioni dall'originale "The School of Darkness" a cura di Sergio Basile / Qui Europa

N.B.: i titoli dei sottoparagrafi sono stati aggiunti dal traduttore e non sono presenti

nella versione originale in lingua inglese

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 The School of Darkness – By Bella Dodd – PDF    

THE SCHOOL OF DARKNESS – BY BELLA V DODD – PDF

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