Pedagogia della vergogna – L’età del regresso: dalla Scuola di Francoforte alla psicoanalisi

Mercoledì, 14 gennaio/ 2018 

- di Roberto Pecchioli -

 Redazione Quieuropa, Roberto Pecchioli, Sessantotto, Pedagogia della vergogna, Scuola di Francoforte 

Pedagogia della vergogna – L'età del regresso:

dalla Scuola di Francoforte alla psicoanalisi

L'abolizione della frontiera tra bene e male:

svalutazione dei doveri e finto progresso

 

di Roberto Pecchioli 

L’ETA’ DEL REGRESSO - FREUD - SCUOLA DI FRANCOFORTE
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

  Pedagogia della vergogna                                       

Roma di Roberto Pecchioli In una strada del più elegante quartiere di Genova una scritta ammonisce da mesi i passanti:

                        odiate gli immigrati, ma comprate la roba da loro.

Inutile spiegare che cosa si intenda per roba, ma l’anonimo writer ha colto nel segno. Il cosiddetto popolo italiano ha un rapporto con gli stranieri che va ben oltre l’acquisto di droga: corpo e anima, sfruttamenti indecenti e molto altro.  Eventi come quello della fine di Pamela, ma dovremmo aggiungere anche l’assassinio della diciannovenne milanese da parte di un italianissimo tranviere per motivi abietti legati alla sfera sessuale, sono la spia di un degrado devastante. Eppure, dopo l’iniziale clamore, tutto passa, cancellato dai messaggi pubblicitari e dal successivo blocco di notizie, tipo il Festival di Sanremo, utilizzato sfacciatamente dai padroni del potere come arma di distrazione di massa. Nulla ci turba, pochissimo ci indigna; insieme ad altri postumi del passato,

                                            è scomparsa la vergogna.

Il tramonto di questo sentimento primigenio, nato con l’uomo, ci sembra uno dei tratti più singolari del presente. Per questo ne invochiamo la rinascita, sino a proporre una pedagogia della vergogna. Nella Bibbia, parola di Dio ma anche cosmogonia secondo la nostra civiltà, Adamo ed Eva, dopo aver mangiato il frutto proibito, si accorgono di essere nudi e si vergognano. E’ la perdita dell’innocenza, certo, ma è anche la prima manifestazione di autocoscienza, l’affiorare del bene e del male, l’acuta percezione di aver oltrepassato un limite. In linguaggio moderno, potremmo definirlo la nascita del Sé, il primo specchio in cui l’essere umano si riconosce e contemporaneamente prende le distanze dallo stato di natura. Rendersi conto di essere persone eccede la mera condizione di esseri viventi e attiva meccanismi ignoti all’animale. Siamo nudi, dobbiamo coprirci, scoprono Adamo ed Eva, riconoscendo in quel gesto una irriducibile diversità rispetto al mondo circostante.

 Vietato vietare                                                             

Un recente fatto di cronaca, derubricato tra gli episodi di costume, racconta di una donna che durante l’assalto a una postazione elettorale di Fratelli d’Italia, si è calata calzoni e slip davanti a tutti urinando sul materiale del partito a lei avverso. La sventurata ha certamente creduto di manifestare il massimo disprezzo politico, ma non si è accorta – né possiede gli strumenti culturali adeguati – di aver degradato se stessa: un animale sprovvisto dell’innocenza, una donna regredita allo stato subumano.  Ha superato, magari perché annebbiata da droghe, alcool o altri vizi tanto diffusi, una barriera profonda, quella della vergogna. Probabilmente, nulla sa del Sessantotto e dello slogan di quell’epoca (cosiddetta) "formidabile"(parola di Mario Capanna): vietato vietare.

                                       Da allora, è proibito anche educare,

                               porsi dei limiti e, naturalmente, vergognarsi.

Su un punto hanno avuto ragione, i sacerdoti della nuova umanità de- civilizzata: ce n’est qu’en début, continuons le combat! Non è che l’inizio, continuiamo la lotta. Infatti continua, e di muro in muro abbattuto, non restano che macerie, rottami ideologici, sfridi, pietre sparse in attesa di diventare polvere. Qualche anno prima del fatidico 68 ebbe un immenso successo una canzone di Caterina Caselli: nessuno mi può giudicare, un’enciclopedia in quattro parole dei tempi nuovi.

  "Bisogna fare bella figura"                                       

Le nostre madri, cresciute in un mondo assai diverso, insistevano affinché fossimo sempre educati, ben vestiti, dignitosi, puliti dentro e fuori. Bisogna fare “bella figura”, dicevano, e non sapevano di impartire una lezione di comunità. Non volevano provare vergogna dei loro figli, tenevano al giudizio altrui, sapendo che era il riflesso del loro. La vergogna, ovvero il disagio di violare un perimetro di valori condivisi, è ora svalutata come uno tra i più gravi pregiudizi.

                    Pregiudizio divenne dal Sessantotto una parola immonda,

                                           un meccanismo da abbattere.

Invano un pensatore come Gadamer tentò di rivalutarne il significato come bussola, utile orientamento di massima per muoversi nella realtà. Unico pre-giudizio, non avere pregiudizi e neppure giudizi. Eppure giudicare è l’atto essenziale dell’uomo: egli valuta secondo criteri dati e decide. Ogni violazione produce un imbarazzo che diventa vergogna. Prima, insieme con la famiglia, era la chiesa a fornire un pacchetto di principi e comportamenti a cui attenersi. Lassù, Dio avrebbe visto e giudicato. Chi scrive ricorda la vergogna provata dinanzi ai propri comportamenti negativi – piccole cose dell’età- nella certezza di essere scoperto non dalla mamma o dal curato, ma da quel Dio che, proclamava un cartellone sopra la cupola di Santa Fede, “ti vede”. Dio è morto, e in ogni caso chi decide se qualcosa è bene o male? Provare vergogna significa già possedere una coscienza in cui si è formata un’idea di bene e di male, esprimere un giudizio negativo sulle proprie condotte, iniziare un cammino di cambiamento, persino di pentimento.

 L'abolizione della frontiera tra bene e male         

La perduta saggezza della Chiesa Cattolica (invasa e occupata nei suoi spazi vitali dal modernismo – Ndr) invitava all’esame di coscienza, ovvero a valutare se stessi alla luce di criteri morali. Certo, significava anche un potente controllo sociale, ma quello che abbiamo avuto in cambio è il nulla, l’abolizione della frontiera tra il bene e il male. Bene è ciò che mi appare tale, mi conviene e mi dà piacere. A un rispettabile signore marchigiano è apparso bene fermare Pamela e offrirle poche decine di euro in cambio di qualche minuto di piacere. Alla poverina sembrava bene potersi procurare denaro per una dose perdendo dignità. Con istinto sicuro ha trovato i luoghi dello spaccio e, purtroppo, una morte atroce. Non è colpevole di aver perso la vergogna, il rispetto di sé.

                                   Responsabile è il mondo circostante,

           nel quale non si riesce più neppure a convincere milioni di persone

                                               che la droga fa male.

Il quarantenne tranviere milanese attirava ragazze borderline, le fotografava vantandosene con gli amici, ne abusava e non immaginava di ricevere un rifiuto. Povere, fragili, ridotte a cose, usa e getta. Come la maggior parte dei rapporti umani, sentimentali, professionali: tutto è mercato, dare e avere, milioni di vite ridotte a partita doppia. Mi piace, non mi piace, i Like di Facebook.

  Precipitato nell'irrazionale                                    

Migliaia di giovani sfruttano i vizi altrui per alimentare i propri: rapporti sessuali occasionali o foto spinte in cambio di denaro, ricariche telefoniche, capi d’abbigliamento firmati. L’ansia da performance professionale, l’ambizione smodata, la competizione in ogni ambito della vita, la rincorsa al denaro e al piacere non conoscono più il sentimento della vergogna. Proviamo un grande disagio a immaginare i tanti mariti e padri di famiglia che frequentano transessuali, creature traviate ma sventurate, pagando per un brivido spregevole. Donna, ma anche uomo, oltre la linea. In genere stranieri, vite gettate: una prova che occorre combattere non l’immigrato, ma l’immigrazione che inonda, sfrutta, degrada, produce schiavi e, diciamolo, maiali nostrani a buon mercato. Non solo nell’ambito sessuale, ovviamente. Il confine è opaco, la linea d’ombra si allunga sempre più, nessuno mi può giudicare, la vita è la mia e ne faccio quello che voglio: il ritornello è semplice e non c’è modo di rispondere. Ricordate Margaret Thatcher, la campionessa della destra liberale? Sosteneva che la società non esiste, ci sono solo gli individui. Detto e fatto; alcuni si affannano a ricostruire forme di comunità, oasi dove vivere secondo criteri morali, civili e spirituali condivisi, ma il fatto drammatico è che si è dissolta anche la società. Ne osteggiavamo il carattere impersonale, contrattuale, fittizio, ma almeno in un contratto esistono clausole da rispettare. L’animale razionale-uomo è precipitato nell’irrazionale.

L’ETA’ DEL REGRESSO - FREUD - SCUOLA DI FRANCOFORTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Colpe della psicoanalisi                                           

Tra i responsabili massimi la pseudo scienza ciarlatana della psicanalisi (vedi qui Satanismo nella Psicologia Analitica di Jung: peggio della Psiacanalisi di Freud e qui “Spiritualità contro psicoterapia. La Vera Pace dell’anima”) Resta memorabile il giudizio di Julius Evola, (vedi qui per approfondimenti – Il volto nascosto di Julius Evola: gnosi, dadaismo, esoterismo anti-cristiano) che bollò la costruzione di Freud come infezione, concludendo che il medico viennese aveva ridotto tutto l’uomo a libido, lotta per il piacere. Aggiunse quanto fosse assurdo “dedurre il superiore dall’inferiore”. Per la psicanalisi, anche nella sua forma apparentemente aperta allo spirito (Jung),

     l’uomo è un groviglio di pulsioni infere legate unicamente alla sfera sessuale.

                  Il bene è visto come un freddo meccanismo di sublimazione,

                          ciò che sposta una pulsione verso un esito diverso.

Le parole di Freud sono chiarissime: “[la] capacità di scambiare la meta sessuale originaria con un'altra meta che non è più sessuale, ma è psichicamente imparentata con la prima, viene chiamata capacità di sublimazione.” Da oltre mezzo secolo, per usare il lessico psicanalitico, l’Occidente lavora per la vittoria finale dell’Es – l’oscuro, l’ombra – sul Superio, l’interiorizzazione dei codici di comportamento, dei valori e dei principi, visto non come retta coscienza personale, ma bieco censore dei desideri e degli istinti. La vergogna è dunque bandita, insieme con l’autocritica. E’ svalutata la capacità di tenere sotto controllo le pulsioni. Una volta le chiamavamo virtù cardinali, giustizia, fortezza, prudenza e temperanza, adesso sono fastidiose imposizioni di quel reazionario del Superio. Tramonta l’idea antica dell’uomo come creatura che sa rinviare, procrastinare, controllare la sfera istintuale. Proporre una pedagogia della vergogna, tuttavia, diventa un sogno romantico, se non si realizza una condizione preliminare, il

                    recupero dell’idea forte di bene e male, giusto e sbagliato.

Derisa, decostruita la convinzione che nel cuore dell’uomo siano iscritti alcuni valori universali, chiamati legge naturale, manca l’orientamento. Non si può perseguire il bene o vergognarsi del male semplicemente perché non esistono. Il giudizio è soggettivo e indiscutibile, le agenzie di senso hanno rinunciato alla battaglia. Il tradimento dei chierici intellettuali, delle classi colte e infine della neo chiesa cattolica riconvertita in centro di volontariato che si vergogna di Dio è clamoroso e senza attenuanti. Come si può chiedere l’esame di coscienza se nessuno forma la coscienza e addirittura se ne celebra l’inesistenza, travestita da pregiudizio, Superio o altre diavolerie inventate dal pensiero della dissoluzione e riconvertita in foruncolo, ostacolo alla felicità e realizzazione individuale sinonimi di piacere? Senza coscienza, finisce la forma e comincia la poltiglia, si esaurisce il centro, crolla il fondamento. Persona significava originariamente maschera, alludeva cioè al distacco tra Io e Sé, trascendeva la dimensione individuale per situarla più in alto, in una dimensione che conteneva la complessità della condizione umana. La persona riflette, giudica, dunque si può vergognare, l’individuo si limita a soddisfare le esigenze naturali. L’animale è pago del pasto, dell’aver trovato un ricovero e, nei periodi stabiliti dalla natura, di essersi accoppiato. L’uomo ristretto alla dimensione soggettiva istintuale vive in un paradosso: in-dividuo è ciò che non si può dividere, ma si riduce a dividuo, un essere scisso tra vivere il presente e il desiderio che prefigura il futuro. Carpe diem è il motto di Orazio, vivi l’attimo, ma l’esistenza stessa dell’arte che fissa il momento per eternizzarlo nella forma è la smentita del poeta.

 La più grande vittoria del diavolo                         

Nel Genesi Dio pone in mezzo al giardino dell’Eden l’albero della conoscenza del bene e del male; la mitologia greca narra del vaso di Pandora, contenente tutti i doni degli dei. Cogliere il frutto, aprire il vaso e soffrirne è la condanna dell’uomo: andare oltre. L’intelletto umano è capace di giudizio, sa distinguere, discriminare, riconoscere il male e vergognarsene.

                              La vergogna è un grande atto di umiltà e di fortezza.

La più grande vittoria del Diavolo, sostenne Giovanni Papini, è stata averci fatto credere nella sua inesistenza. Le esistenze si consumano nel mordere ogni novità prima che invecchi ed esca dal cono di luce della moda. Si vede ma non si guarda, la superficie sconfigge la profondità. Viene ridicolizzata ogni continenza, infranto ogni tabù, in una continua notte di Valpurga. Nella Bibbia gli anziani erano simbolo di saggezza, ma nel libro di Daniele si racconta l’episodio di Susanna e dei vecchioni, che ricattano e infangano con menzogne la giovane che li respinge. La narrazione biblica ispirò pittori come Caravaggio, Rubens, Tintoretto, Artemisia Gentileschi. Tutti riprodussero il contrasto tra i desideri insani e fuori tempo e la purezza. Temiamo che pochi siano ancora in grado di trarne la lezione perenne. Ballerine ultra ottantenni si esibiscono a Sanremo, forse per esorcizzare la vecchiaia e la morte, ma sfugge quanto tutto ciò sia fuori posto.

 Il tempo della sfrontatezza                                       

Risate grasse, commenti pesanti, nessuna vergogna. Per rimanere in tema di pittura, sembra di precipitare nei quadri grotteschi di Hyeronimus Bosch. La sfrontatezza dei comportamenti trionfa in ogni ambito, conseguenza dell’abolizione del senso di vergogna. Volgarità, bruttezza e sciatteria non vengono più nemmeno percepiti: nessuno può giudicare… Cala fino a sfumare il senso del male; l’idea cristiana del peccato si infrange contro se stessa, poiché occorrono “piena vertenza e deliberato consenso”. Oggi il male si fa e basta, senza pensare, perché è normale e si usa così. Diventa difficile invocare il castigo dopo il delitto poiché un numero enorme di condotte non vengono più percepite come negative. Il primo giudice era proprio la vergogna, la condanna del tribunale interiore. Abrogato, vietato vietare, la follia dei diritti avvolge e travolge ogni obiezione.

 La svalutazione dei doveri e finto progresso         

Quasi tutto è diventato un diritto. Nulla di strano in una civiltà che si è formata sulla proclamazione di diritti dell’uomo esaltati come universali e sulla svalutazione dei doveri. La nobiltà obbliga, noblesse oblige, proclamava l’aristocrazia quando si sentiva tale. Uno dei giganti della cultura europea, Goethe, scrisse invano che “vivere a proprio gusto è da plebei. L’animo nobile aspira a un ordine e a una legge”.  Ci sembra che la chiave della frase del genio tedesco sia il riconoscimento della condizione profondamente plebea della modernità. Il popolo possiede una moralità, vive nella dignità, la plebe no: è solo un conglomerato di soggetti che inclinano verso il basso, volti esclusivamente agli istinti. Un popolo conserva una coscienza collettiva, una plebe si limita a seguire i peggiori.  In tempi di mercatismo, chi detiene le leve del potere non fa altro che incoraggiare la parte oscura dell’essere umano, volgerlo al consumo immediato, a pretendere come diritto la soddisfazione dei capricci, fargli disprezzare ogni ordine interiore ed esteriore per abbrutirlo e renderlo uno schiavo. Del potere, delle passioni, dei desideri sempre nuovi e inappagati. Una plebe non si vergogna, a differenza di un popolo.

                        Intanto, i pappagalli del politicamente corretto,

                                         e del giornalismo-leninismo

                 ripetono le stesse cantilene, le medesime ridicolaggini,

                  diffuse dal conglomerato ideologico della dissoluzione

                          riunito intorno alla finta idea del progresso.

E’ l’enorme macchina di imposizione di frattaglie ideologiche, rottami velenosi, falsità intellettuale mascherata dietro la virtuosa pretesa di difendere la libertà e il dibattito. La realtà sono le pulsioni totalitarie, il disprezzo dell’altro, la vendita obbligatoria di materiale contraffatto, le rivoltanti lezioni di morale impartite non da cattivi maestri, ma da bidelli della cultura. Davvero, non conoscono vergogna. Trenta, quarant’anni fa quando si parlava di qualcuno con una buona reputazione, solida ed esemplare si diceva che era persona di principi; adesso è un fondamentalista. Ci stanno trasformando in una massa perfettamente plastica, malleabile perché informe, manipolabile in quanto nessuno è disposto a assumere un costo, un sacrificio per valori definiti astratti, fondamenti di vita, convinzioni.

 Mancanza di fede e culto dell'immediato               

Il peggio è che la maggioranza è soddisfatta di ciò che è: dunque non cerca neppure di migliorare, a partire da quel nobile esercizio di autocritica che è la vergogna per i propri limiti, gli errori, le meschinità. Si vive come si partecipa a un casting (il periodo elettorale ne è un esempio illuminante), imitando élites traditrici per cui tutto è uguale, nulla importa. Essenziale è vivere “alla grande”. Nulla vale la pena, niente attorno a cui organizzare uno straccio di vita comune. In larga misura, è l’esito della morte di Dio. Quello che chiamiamo relativismo è il combinato disposto tra mancanza di fede e culto dell’immediato. Ci siamo allontanati ridacchiando dalla convinzione che fu alla base di due millenni di cultura, ossia che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio e come tale possiede un soffio divino.

 I sulfurei retaggi della Scuola di Francoforte         

Il Sessantotto e la mefitica scuola di Francoforte (vedi qui La Scuola di Francoforte: la congiura della corruzione – Prima Parte e qui La Scuola di Francoforte: dalle droghe al gender ) che ne fu levatrice hanno prodotto costi incalcolabili in termini di dignità complessiva dell’essere umano, integrità e moralità. L’uomo che hanno plasmato è davvero senza qualità nel senso di Robert Musil, un sonnambulo che non si deve svegliare, disponibile a qualsiasi cosa perché è libertà, liberazione, emancipazione. Un uomo che si spoglia di se stesso progressivamente e diventa una scimmia nuda. Si guarda allo specchio e si ammira. Non può più vergognarsi, dal momento che ha perduto il metro di giudizio. La conseguenza è la banalizzazione di tutto: ci si può drogare, compravendere corpo e anima, si può, anzi si deve fare ciò che ci aggrada (“vivere a proprio gusto”) perché, da plebei, non si guarda più verso l’alto.

                 L’Altro è solo lo strumento per realizzare i propri desideri,

                                 fini per cui ogni mezzo è accettabile.

Ridotti a cose, non possiamo che trattare da cose il resto del mondo e meravigliarci se qualcuno parla di vergogna. Non si dovrebbe mai smarrire la speranza, ma siamo convinti che sussistano scarsi margini per recuperare una società non liquida, ma dissolta nell’aria come certi gas che poi, inevitabilmente, scoppiano.  In un’intervista, Franco Freda, uomo dalle molte ombre ma di grande acutezza e profonda cultura ha pronunciato un epitaffio sinistro del presente, affermando che non si possono “fornire soluzioni prima che si siano realizzate delle autentiche dissoluzioni. Finché l’omuncolo velleitario non riesce a trasformarsi in uomo disciplinato non possono essere date soluzioni”. Il movimento predominante è all’indietro e verso il basso, verso l’oscurità del caos.

 "Uomini siate e non pecore matte"                           

Mancano personalità forti, energiche, capaci di uscire dal cortocircuito dominato da un curioso ircocervo, il comunismo liberale, fasullo correttivo filantropico progressista dell’ideologia liberale (di per sé già cancerosa, perché protesa allo smantellamento di Dio e della sua morale – Ndr). A sfacciata copertura dei Signori del Denaro, i postcomunisti liberali, questi cavalieri del nulla, ci chiedono flessibilità, nomadismo, spontaneità. Risacche del 68 e della Scuola di Francoforte, lavorano, ancora una volta, per il re di Prussia. Flessibilità, oltre l’aspetto economico sociale, significa rinunciare ai principi, essere disponibili a tutto; il nomadismo è la legittimazione dello sradicamento; spontaneità significa soggettivismo estremo, disprezzo per le regole, celebrazione dell’istinto di fronte alla ragione. La sconfitta finale di chi sa giudicare se stesso, conosce e benedice la vergogna che salva e cerca di vivere secondo l’esortazione del poeta: uomini siate e non pecore matte.

Roberto Pecchioli (Copyright © 2017 Qui Europa)

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Cabala e origini della filosofia moderna: la filosofia di Fichte

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Sabato, 10 febbraio / 2018  - di Carlo Alberto Agnoli - Articolo estratto  dall'opera AA.VV., La Massoneria oggi: verso il compimento della Grande Opera, Atti del 4º Convegno di Studi Cattolici, Rimini 1986  Redazione Quieuropa, Carlo Alberto Agnoli, Kabbalah, Cabala, Adam Kadmon, Fichte, Spinoza  Cabala e origini della filosofia moderna: la filosofia di Fichte Effetti distruttivi e rivoluzionari del modello filosofico dell'ebraismo talmudico-cabalistico dall'epoca romantica [...]

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