Ora l’Eurodittatura ci toglie anche il Made in Italy

Giovedì, Ottobre 25th/ 2012

- di Vincenzo Folino  -

 Commissione europea / Made in Italy / Confindustria / Roberto Snaidero / Marchio di Qualità / Contraffazione / WTO / OMC / World Trade Organization / Morte dell'economia italiana / Cina / Contraffazione / 

L'Eurodittatura ci toglie anche il Made in Italy

Via libera alle merci contraffatte. Uno schiaffo alle imprese

Fermiamo questo strazio! Il Disappunto di Snaidero e di "Qui Europa"

Bruxelles, Roma – Dopo anni di trattative, proposte e aperti dibattiti, l'Europa dice "No" al pacchetto "Made in", la proposta di regolamento europeo per l'etichetta obbligatoria sulle merci extra-Ue. Ciò proprio a pochi giorni dalla vergognosa proposta di apertura a nuovi tipi di Ogm in agricoltura, nel mercatounico. Strazio su strazio, insomma. Una vicenda quasi paradossale – iniziata nel lontano 2003 – finita tutta d'un botto lo scorso 23 ottobre, quando la Commissione europea ha annunciato di aver ritirato la proposta, e di averlo fatto per svariati motivi, primo fra tutti quello legato alle questioni di diritto, per le quali la Commissione si appella (o meglio si nasconde) dietro un dito; più precisamente dietro a tre recenti sentenze del World Trade Organization (WTO), l'Organizzazione Mondiale del Commercio (altrimenti nota come OMC).

 Ue – Via libera alle merci contraffatte 

Una battaglia per l'etichetta che ha visto in prima linea proprio l'Italia (che della difesa del Made in italy ha fatto da sempre il suo principale cavallo di battaglia) ed in particolar modo di Confindustria, insieme ad altri paesi appartenenti alla fascia mediterranea, i cui rapporti con il centro direzionale europeo stentano proprio a decollare. L'obiettivo del "Made in", in un periodo caratterizzato, tra l'altro, dall'evidente e massiccia diffusione di merci contraffatte, sarebbe dovuto essere quello di salvaguardare i prodotti europei di qualità dalla concorrenza sleale delle merci d'importazione prive di indicazioni d'origine.

 Carissimo Barroso, giù le mani dal Made in Italy 

Una vicenda resa ancora più paradossale dal fatto che il dossier era già stato approvato dal Parlamento nel 2010, con una maggioranza larghissima. Il che ci consente di ribadire alcuni dei talloni d'Achille di questa Europa, in primo luogo quello relativo alla sua leggittimità democratica, ridotta nella pratica a mera apparenza; in secondo luogo quello inerente al diverso peso politico e decisonale di cui godono i diversi paesi dell'Ue. Senza dilungarci oltre sulla questione, aggiungiamo che il ritiro della proposta tocca i più svariati prodotti, dal tessile alle calzature, dalle piastrelle alle ceramiche, dai mobili ai gioielli, solo per fare qualche esempio. Immediata la reazione di Confindustria, così come quella delle imprese dei singoli settori, anche se ad oggi manca ancora un coordinamento d'insieme.

 Il Disappunto di Snaidero 

A questo punto non possiamo che aspettare la risposta del nostro governo "tecnico", citiando a proposito Roberto Snaidero, presidente di Federlegno Arredo: "Questo è un pessimo risultato. Mi auguro – ha detto – che il nostro Governo faccia qualcosa, presto". Nel frattempo, gli unici a sorridere, sono i produttori low-cost di Cina, Vietnam, India, Brasile, Turchia, e tanti altri. Ma è veramente questa l'Europa che vogliamo? l'Europa dei "miracolistici" e liberticidi "Stati Uniti d'Europa"? Per ora non ci resta che gridarlo con forza e attraverso il web: "Barroso, giù le mani dal Made in Italy!"

Vincenzo Folino (Copyright © 2012 Qui Europa)

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Giovedì, Maggio 24th / 2012

- di Maria Laura Barbuto -

Parlamento Europeo / Europa /Strasburgo / Pechino / Cina / Rapporti Commerciali / Concorrenza sleale / Contraffazione / Delocalizzazione / Dumping monetario / Scambi / Organo di Controllo / Risoluzione / Review Board / Aziende / Mercati internazionali / Marielle de Sarnez / Marta Bizzotto /

L’Europa sempre più geisha della Cina:

“blocchiamo la concorrenza sleale”

Il Parlamento europeo chiede l’istituzione di

un organo di controllo nei rapporti Cina – Ue

Intanto muore nel silenzio il Made in Italy e il meglio

dell'industria e dell'artigianato europeo. Complici le

politiche ultraliberiste dell'Unione europea

Strasburgo, Pechino – “Era meglio prima , era meglio prima, quando la roba era Made in Italy e non Made in China, era meglio prima” canta J Ax in una canzone che ripropone una certa nostalgia dei “vecchi tempi”. Questo motivetto musicale ha la forza di fotografare una realtà con cui gli europei devono fare i conti: la concorrenza sleale della Cina che, sui mercati, favorisce notevolmente il gigante asiatico e mette in ginocchio il Vecchio Continente. Per tacere sulla mole di prodotti nocivi che invadono letteralmente il mercato europeo, a prezzi fuori mercato. Prodotti fabbricati, spesso, con rifiuti compattati e provenienti dall'Europa (ed anche dall'Italia)  che vengono trattati e trasformati con procedimenti che favoriscono la contaminazione delle fibre utilizzate, a contatto con agenti tossici e nocivi.  Prodotti lavorati da un esercito di schiavi – anche e soprattutto minori – in vere e proprie prigioni, e per poche decine di euro al mese.

  Chiesta l'istituzione di un organo di controllo Cina-Ue  

Finalmente – almeno sull'aspetto economico: ancora sull'aspetto sociale ed umanitario tutto tace – l’Europa si è resa conto che gli asiatici le hanno fatto lo sgambetto: mercoledì, il Parlamento Europeo, riunito a Strasburgo in seduta plenaria ha adottato una risoluzione con la quale intende “fermare” l’ascesa scorretta degli “occhi a mandorla” e ripristinare l’equilibrio negli scambi commerciali. Un obiettivo da raggiungere, quindi: l’istituzione di un organo di controllo che valuti  (ed eventualmente limiti) l’influenza della Cina nelle economie europee sia per gli investimenti degli asiatici nelle imprese d’Europa, sia  per gli acquisti di debito sovrano. Per gli eurodeputati è quindi necessario un Review Board tutto europeo, sulla scia di quello statunitense, capace di valutare preventivamente la portata degli investimenti strategici stranieri.

  Gli atri paradossi del Dragone  

Accanto alla concorrenza sleale, i cinesi sono responsabili della contraffazione, della delocalizzazione, barriere commerciali e dumping monetario, tutti problemi che si riflettono pesantemente sull’Europa e sui suoi cittadini. La risoluzione presentata nell’aula di Strasburgo porta la firma dell’europarlamentare Marielle de Sarnez, la quale ha dichiarato che “è necessario un nuovo partenariato tra Cina ed Europa che riequilibri le relazioni commerciali”. Il Parlamento Europeo ha chiesto, inoltre, la collaborazione della Banca Centrale Europea con gli Stati membri per individuare i detentori di debito pubblico sovrano nell’Eurozona ed ha sottolineato i vantaggi di cui gode la Cina che, in quanto membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), sovvenziona in modo del tutto sleale le proprie imprese, rafforzandole inevitabilmente. Certo, in merito, fa sorridere l'atteggiamento di Mario Monti a Pechino, dell'ultimo viaggio ufficiale nella Patria del Dragone (vedi  articolo nell'archivio Qui Europa) soprattutto per ciò che attine le trattative di vendita del debito pubblico nazionale e le politiche ultraliberiste instaurate  certamente non a vantaggio dell'Italia e dell'europa, ma a vantaggio del partito unico delle lobbies internazionali. Ed in questo non esistono né confini geografici, né appartenenza culturale o identità etnica. 

  Il blocco degli appalti pubblici delle imprese europee  

Ma non finisce qui: il paese orientale blocca gli appalti pubblici delle imprese europee, nonostante l’Ue garantisca l’accesso al proprio mercato a parti invertite. “Mentre la Cina con un prodotto interno lordo pari all’8% cresce, sfruttando i lavoratori e producendo senza regole né rispetto per l’ambiente, in Europa si contano oggi ben 23 milioni di disoccupati e altre centinaia di migliaia di lavoratori sono a rischio licenziamento – dichiara la leghista, eurodeputato, Marta Bizzotto – Le nostre imprese, soffocate dall’invasione di prodotti asiatici a basso costo, vengono così tagliate fuori dal mercato: per questo o delocalizzano, magari proprio in Cina dove il costo del lavoro è un ventesimo di quello italiano, oppure chiudono”. Una triste verità che fa male al nostro continente: l’imperativo è “Corriamo ai ripari e si salvi chi può”, nella speranza che l’Europa non si trasformi in una geisha solo per la Cina.

Maria Laura Barbuto (Copyright © 2012 Qui Europa)

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