Le spregevoli verità del buddismo ( e la propaganda in Occidente )

Mercoledì, 27 settembre/ 2017 

di Zacharias -

 Redazione Quieuropa, Buddismo, demoni, magia nera, esoterismo, Paolo Baroni 

Le spregevoli verità del buddismo

(e la propaganda in Occidente)

Buddismo: filosofia di saggezza? Dall'analisi delle

origini del fenomeno, della storia occulta e del

profilo esoterico, pare proprio di no!

 

Avvertenza per il lettore

Quella che segue non è, come potrebbe far credere erroneamente il titolo, una disamina dei punti principali della dottrina buddista alla luc del cattolicesimo, ma uno scritto il cui fine è unicamente quello di sfatare una presunta superiorità di questa religione, che viene presentata dai mezzi di comunicazione occidentali da diversi decenni come un modello di saggezza e di non-violenza. 

 

di Zacharias

Traduzione dell'originale francese "Les ignobles vérités du Bouddhisme" 

a cura di Paolo Baroni, Centro San Giorgio La Question.net )

Le verità occulte del buddismo e la propaganda in Occidente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Il buddismo di Hollywood è un (falso) mito       

Incipit -  «Le divinità corrucciate del buddismo tibetano e mongolo derivano da una violenza simbolica della quale è lecito chiedersi se essa costituisca il ritorno di ciò che è stato represso, uno sfogo dato alla violenza reale, o al contrario il suo riflesso, o addirittura la sua causa più profonda. Bisogna ammettere che nel corso della sua movimentata storia, il buddismo è stato molto spesso dalla parte del più forte. Grazie ai suoi poteri occulti, alla sua magia nera, esso dispone di armi sovrumane capaci di distruggere i demoni. Ma chi sono i demoni? […] In ogni campo, ci sono sacerdoti tantrici che ordiscono dei sortilegi. Certamente, bisogna scegliere il campo dell'oppresso. Ma a lungo termine, tutta questa beatitudine avrà degli effetti negativi, quando ci si accorgerà che il buddismo di Hollywood è un mito».

                                                        Bernard Faure 

( Professore di storia delle Religioni all'Università di Stanford, California )

  Teocrazia relativamente oppressiva                     

Parigi - di Zacharias / Traduzioni dal francese di Paolo Baroni - In Occidente, il buddismo beneficia, a torto, di un'aura di rispetto e di deferenza dovuta alla sua immagine di non violenza, di saggezza e di santità, immagine che tuttavia è ben lontana dal corrispondere alla realtà dei fatti. La Storia dimostra che il buddismo, lungi dall'essere stato la dolce e benefica scuola che ha diffuso i precetti del Buddha (566-486 a.C.) – il risvegliato – è stata una credenza che non ha derogato alla regola comune di tutte le istituzioni religiose mondane, e che ha sposato, con un fermo entusiasmo che si è manifestato in una lunga serie di  sanguinarie estorsioni, i temi più sfruttati dell'aggressività guerriera e bellicosa, e, con il pretesto di un apertura «non-dualista», all'insieme della realtà fenomenale. Inoltre, esso si è dedicato con diletto al gioco perverso delle deviazioni sessuali derivanti dai residui degli antichi culti generati direttamente delle tendenze traviate dello sciamanesimoIl buddismo tibetano è abbastanza rappresentativo di questo atteggiamento, avendo le sue diverse tendenze sempre esercitato un potere che si è imposto durante i secoli come una teocrazia relativamente oppressiva e costrittiva. In effetti, il Tibet è stato sottomesso ad un regime esclusivo di servitù installato dai nobili proprietari terrieri, funzionari e monaci «buddisti», una servitù molto spesso oppressiva:«Nel Tibet, i monaci detengono ogni potere. Si tratta di un'autentica  teocrazia in cui i poteri assoluti sono nelle mani di una divinità reincarnata (il Dalai Lama). I lama non sono solamente i giudici, i maestri e i medici, ma anche ricchi proprietari terrieri e capi politici; oltre alle rendite che riscuotono dai fattori, essi esigono regali e denaro per ogni visita rituale, per ogni benedizione e per ogni cerimonia. Nel Tibet, la simonia è una legge assolutamente applicata»

                                                       R. Loup

               ( Martyr au Tibet («Martire nel Tibet»), Friburgo, 1950 )

 Spiritismo, idolatria, stregoneria, paganesimo   

Dal canto suo, in Visa pour le TibetAlan Winnington (1910-1983) ha presentato il lamaismo come una «religione meccanica» che considera l'attività delle classi lavoratrici come qualcosa di dovuto per il semplice obbligo naturale che i contadini hanno nei riguardi dei monaci, i quali non hanno mai esitato ad allearsi con i nobili per sfruttarli in modo scandaloso. La sua constatazione dello stato di povertà della maggioranza della popolazione è sorprendente. I castighi corporali sono di una barbarie inaudita, se si considera che, a partire dall'inizio del XVII secolo fino a metà del XVIII secolo, le scuole rivali (Nyingmapa, Sakyapa, Kagyupa e Guélugpa) si sono dedicate a scontri armati e ad esecuzioni sommarie di rara ferocia, fatto che non è privo di rapporto con l'universo spirituale del pantheon buddista, fiorente di divinità dall'aspetto terribile e cupo, e per nulla pacifiche. Queste immagini sono destinate a colpire l'immaginario dei fedeli, i quali curvano la loro schiena davanti ad una religione carica di paganesimo idolatra che esalta gli elementi naturali e le forze intermedie (spiriti, poteri, ecc…), e che usa e abusa della stregoneria. Essi si piegano davanti a ridicole superstizioni, sollecitati soprattutto nell'osservanza dei precetti relativi alla «benevolenza materiale» (in senso proprio e figurato) che si deve ai monaci.

 Il primo Dalai Lama: messo al potere dalla Cina 

Appare dunque evidente che, lungi dall'essere stato il regno ideale dedicato al «risveglio», secondo le caduche immagini di Epinal, il Tibet ha vissuto nell'oppressione oscurantista di una religione teocratica che si è distinta per un clericalismo infinitamente superiore ai peggiori smarrimenti del cristianesimo; non dimentichiamo che fin dal XIII secolo, l'imperatore Kublai Khan creò il primo Grande Lama, il quale aveva il compito di presiedere su tutti gli altri lama come un Papa comanda sui suoi vescovi. Numerosi secoli più tardi, l'imperatore della Cina mandò un esercito in Tibet per sostenere il Grande Lama, un uomo ambizioso di venticinque anni che si era dato il titolo di Dalai («Oceano») Lama, dirigendo l'insieme del Paese (ironia della sorte: il primo Dalai Lama fu messo al potere dall'esercito cinese…). 

                       Per accrescere la sua autorità, il primo Dalai Lama 

               confiscò i monasteri che non appartenevano alla sua sètta, 

                            e fece distruggere tutti gli scritti buddisti 

           che erano in disaccordo con la sua rivendicazione alla divinità.

 

 Il secondo Dalai Lama: vita raffinata e lussuriosa 

Il Dalai Lama che gli succedette si diede ad una vita raffinata e lussuriosa, godendo della compagnia di donne licenziose, eccitate dalle pratiche tantriche più «indiavolate», facendo festa e agendo in modo poco conforme ad una divinità incarnata. A causa di questo comportamento – fatto che non viene narrato dalle devote agiografie scritte da ignoranti buddisti occidentali – egli venne eliminato dai suoi stessi monaci. Del resto nel corso di circa centosettant'anni, malgrado il loro statuto riconosciuto di «déi», 

                                                cinque Dalai Lama 

                furono assassinati dai loro monaci o da altri cortigiani!

Dal canto loro, lungi dall'essere rimasti sullo stesso piano dei loro omologhi tibetani, numerosi maestri Zen non si sono accontentati di essere dei complici silenziosi del potere imperiale giapponese per diversi secoli, ma sono diventati – soprattutto a partire dall'era Meiji (XIX secolo) – degli ardenti ideologi della politica nazionalista, che incoraggiava e legittimava la guerra e le estorsioni, e tutto questo in nome del buddismo.

 Maestri zen e istruzioni alla "guerra totale"            

Brian Daizen Victoria, un universitario di origine neozelandese divenuto monaco nella tradizione Zen, nell'opera Le Zen en Guerre 1868-1945 («Zen in guerra 1868-1945»; Rowman & Littlefield Publishers, 2006), un libro abbondantemente documentato, descrive con precisione l'implicazione delle strutture buddiste nella politica espansionista e militare giapponese tra gli anni 1894-1945. Tale opera ha avuto l'effetto «di un missile a lunga gittata lanciato dall'altro capo del mondo che ha colpito al cuore le comunità zen occidentali». Quegli stessi (più che praticanti zen si tratta di «alter-mondialisti», eredi dei «valori» del Sessantotto) che credevano, ingenuamente, che il buddismo fosse esente dagli straripamenti del fanatismo religioso, hanno scoperto con orrore che le scuole Zen (Soto shû, Rinzaï shû, Nichiren shû, ecc…), quando non pregavano per la gloria dell'imperatore e del Giappone, preparavano i loro fedeli alla guerra totale. Questo libro coraggioso dovrebbe essere assolutamente letto da tutti coloro che si interessano alla storia del buddismo dell'Estremo Oriente e delle sue derive. Benedizione delle bandiere, guerre in difesa della civiltà, teorie sospette di guerra giusta: si credeva che queste immagini e questi temi fossero riservati solo all'Occidente; ora si scopre che i cosiddetti maestri dell'«illuminazione» hanno dimostrato in questo campo un 

            zelo incredibile nell'esaltazione della guerra génocida 

                                 (Manciuria, Corea, ecc…), 

        dell'omicidio sistematico, del terrorismo e della violenza, 

   un aspetto nascosto sotto il velo dell'indifferente impassibilità.

 Compassione buddista: storica collusione col potere 

La compassione buddista, ben lungi dal proteggere l'Asia da certe derive, ha partecipato alla realizzazione di un'ideologia guerriera al servizio di un potere aggressivo e imperialista. I più grandi maestri - Kôdô Sawaki (1880-1965), Yamada Reirin (1889-1979), Hitane Jôzan, fino al celebre Daisetsu Teitarō Suzuki (1870-1966) – hanno legittimato l'alleanza tra la sciabola e lo Zen. Raccolta di fondi per lo sforzo bellico, cerimonie speciali per ottenere la vittoria, creazione di centri di addestramento, attività di informazione e di indottrinamento delle popolazioni, ecc… Questa collusione col potere è cessata solo nel 1945, e si è trasformata nel famoso «Zen di impresa» del Giappone in pieno sviluppo. Il potere imperiale è riuscito a plasmare in ogni luogo, con la complicità dei maestri di saggezza, un'inquietante «anima del Giappone eterno». Dunque, l'Occidente non è solo a dover portare il pesante fardello dell'imperante interrogativo circa le origini e la natura delle devianze totalitarie (comunismo, fascismo e nazionalsocialismo) del secolo scorso.

 Buddismo: una filosofia di saggezza?                             

Ma più grave è sicuramente l'enorme inganno spirituale rappresentato da quella pretesa filosofia di saggezza che è il buddismo. Circondato da un prestigio che tiene all'oscuro gli occidentali a riguardo delle sue fonti reali, il buddismo è di natura assai diversa dagli stupidi cliché per turisti stanchi e depressi alla ricerca di qualcosa di esotico che vengono generosamente diffusi da decenni da tutti i media (libri, giornali, riviste, televisione, film, ecc…), senza contare il sostegno indiretto, ma tuttavia molto attivo e utile, dei seguaci della «Tradizione» guénoniana che decanta su un'aria trita e ritrita – che oggi è diventata risibile – lo stancante e menzognero ritornello dell'«unità trascendente delle religioni». 

 Abusi sessuali e poliandria                                                

A questo titolo, è molto istruttiva la storia di June Campbell, raccontata da lei stessa in un libro commovente apparso nel 1996 e intitolato Traveller in Space: Gender, Identity and Tibetan Buddhism («Viaggiatore nello spazio: sesso, identità e buddismo tibetano»; Bloomsbury Academic). Essa ha giocato un ruolo importante a fianco di un maestro estremamente venerato dal buddismo tibetano come interprete del celebre Kalu Rinpoche (1905-1989). Essendo direttamente al suo servizio, la Campbell non soffriva per la pressione causata dagli stadi intermedi ben percepibili e scombussolanti di queste scuole, ed era dunque nelle condizioni ideali per fare un «bel viaggio spirituale» al servizio di questo monaco prestigioso.

                        Tuttavia, come racconta nel suo libro, ella fu 

 costretta dal maestro ad accettare di avere dei rapporti sessuali con lui 

(si trattava di un «casto» monaco con tanto di abito e di voti). Poi c'erano anche relazioni sessuali con una delle persone più vicine al maestro, un suo parente. Del resto, la poliandria è assai diffusa nelle culture himalayane. Infine, una seconda maestra, molto più giovane e attratta dal fascino «spirituale» esercitato dai suoi superiori, fu introdotta nell'intimità dei due uomini, e June fu costretta ad accettare l'ultima arrivata che morì prematuramente (forse a causa di alcune eccessive «ascesi» sessuali). Al termine di quell'esperienza, vale a dire dopo la morte del venerabile Kalu, June ci mise quasi quattordici anni prima di riuscire a decidersi a raccontare la sua storia. E quello che descrive non è un viaggio meraviglioso, ma la storia di una dolorosa sofferenza. Essendole stato imposto dai due uomini un assoluto silenzio a riguardo di quelle relazioni, che avrebbero offuscato l'immagine del maestro se fossero venute a conoscenza dei discepoli, June si sentì, secondo le sue stesse parole, «abused» (abusata, imbrogliata, ingannata), e ci mise molto tempo per rimettersi in sesto. Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che il famoso Kalu Rinpoche (vedi foto copertina) è stato probabilmente il monaco buddista più rinomato in Occidente. Egli era, ed è tuttora, riconosciuto come un vero «bodhisattva», un autentico maestro tantrico cui molti occidentali, e non dei monaci tibetani, si sono rivolti affinché egli dispensasse loro i fondamenti del VajrayanaTuttavia, il viaggio di questa sua discepola è stato deludente, e non fatico ad immaginare cosa possa aver significato per lei il dover seguire ciecamente dei maestri così imperfetti, con esigenze così basse o con inferiore esperienza. E mentre migliaia di occidentali ormai dimentichi della loro tradizione non non si segnano più quando entrano in una chiesa, non recitano più una preghiera cristiana, sono totalmente estranei ai fondamenti dottrinali del cristianesimo, e vivono le loro esistenze come stupidi atei, molti europei si gettano senza alcun discernimento ai piedi del primo lama avvinazzato e libidinoso che incontrano, (talvolta anche dei giovani incolti o degli adolescenti foruncolosi, molto più interessati ai costumi «invitanti» delle giovani devote europee, autenticamente «liberate»).

 Rituali tantrici e possessioni diaboliche                         

Il più delle volte, questo genere di deriva tantrica conduce, con il pretesto di una presunta liberazione spirituale, a tragiche situazioni psicologiche. Questo fenomeno richiama alla mente ciò che accadeva già negli anni Trenta, quando Jean Marquès Rivière (1903-2000) lavorava a Le Voile d'Isis («Il Velo di Iside»), una rivista esoterica su cui scriveva l'élite occultista d'Europa, e di cui uno dei redattori principali era René Guénon (vedi foto copertina – 1886-1951). Proprio quest'ultimo officiò un rituale tantrico («con sangue e alcol») che lo lasciò invasato da una divinità tibetana. Fu solamente grazie all'intervento di un esorcista cattolico che Guénon poté essere liberato da quello spirito. Kalu Rinpoche diceva – probabilmente per consolare June Campbell e i suoi numerosi discepoli di passaggio – che non c'è alcun male nel desiderio, ma che al contrario esso fa parte «della natura della felicità», e che si presenta come tale quando è riconosciuto nella sua essenza «non-dualista». Ancora una volta, è dimostrata in modo patente, l'inesattezza totale di queste false teorie che si pretende essere «non-dualiste», ma fondamentalmente sessualizzate e corroborate dalla malsana esaltazione dei desideri più triviali, dominate dalle pulsioni inferiori della condizione umana, teorie pagane che non tengono conto della natura profondamente «disorientata» dell'uomo dopo il peccato originale, e su cui il sogno di una «pseudo-liberazione» – che può essere agevolmente definita pelagiana (1) nella sua visione (ciò che del resto si può dire globalmente di tutte le filosofie orientali) poggiando su tecniche necessariamente limitate (mantra, mudras, visualizzazioni, ecc…) e su concezioni falsate – è un sogno immaginario che si paga molto caro e che generalmente si conclude con amare disillusioni e con gli abissi della desolazione.

(1) Il pelagianesimo è un'eresia ispirata al cristianesimo che prende il nome dal monaco irlandese Pelagio. Il cuore del pelagianesimo è la credenza che il peccato originale non avrebbe macchiato la natura umana e che la volontà dell'essere umano è ancora in grado di scegliere il bene o il male senza uno speciale aiuto divino.

 Dietro l'apparenza di innocenti meditazioni                  

Il buddismo, sotto il velo di un apprendistato di innocenti tecniche meditative (di cui l'Occidente avrebbe perso la pratica, secondo le ridicole e assurde tesi guénoniane), comporta delle conseguenze dovute alla pratica di esercizi che veicolano chiaramente certe influenze spirituali ben definite, e dottrine contrarie all'insegnamento della Sacra Scrittura. Nulla è mai «neutrale» in questo campo, contrariamente a ciò che si vuole far credere agli spiriti incauti. Ne consegue che il buddismo, nelle sue differenti versioni (Tibet, Giappone, Cina e Corea), dev'essere denunciato per ciò che è, vale a dire una trappola pericolosa per un cristiano, un vicolo cieco da evitare, un itinerario moralmente pericoloso per un'anima veramente alla ricerca della Verità, un percorso incompatibile con le sante luci della Rivelazione.

Zacharias ( La Question.net )

Traduzione dell'originale francese "Les ignobles vérités du Bouddhisme" 

a cura di Paolo Baroni, Centro San Giorgio

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