Clotilde Bersone – L’Eletta del Dragone: l’affiliazione e la camera delle torture

Sabato, 21 luglio / 2018

- Tratto da "L'Eletta del Dragone", memorie di Clotilde Bersone -

 Redazione Quieuropa,  L'eletta del dragone, Clotilde Bersone, affiliazione massonica, torture,  Garfield 

Clotilde Bersone – L’Eletta del Dragone: l'affiliazione

e la camera delle torture

Tratto dalle memorie di Clotilde Bersone (1877-1880), amante del

presidente Usa J.A. Garfield (1880), capo segreto dell'Alta Loggia

degli Illuminati di Francia (assassinato nel 1881)

 

Tratto da "L'Eletta del Dragone", memorie di Clotilde Bersone

CLOTILDE BERSONE  —  L’AFFILIAZIONE MASSONICA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Premessa                                                                     

Premessa - (continua da qui Clotilde Bersone – L’Eletta del Dragone: il primo incontro) Lo scritto che segue (seconda parte) è un estratto delle “Memorie” di Clotilde Bersone, che a Parigi – dal 1877 al 1880 – fu l’amante di J.A. Garfield, eletto, poi nel 1880, Presidente degli Stati Uniti e assassinato nel 1881. Garfield all'epoca era, clandestinamente, il capo dell’alta Loggia degli Illuminati della Francia, e la Bersone, sempre secondo le sue “Memorie”, di tal Loggia dapprima fu affiliata, poi iniziata e infine l’ispirata.

                              L'intento di questa pubblicazione sulla Massoneria

                    è quello di indurre il lettore,  ad una maggior presa di coscienza

       intorno alla vera realtà rappresentata da questa società segreta (setta) satanica.

Il traduttore delle “Memorie”, scritte originariamente in francese, fu Monsignor Augusto Moglioni; mentre l’Imprimatur all’edizione italiana venne dato a voce dal Vescovo di Pescara a Monsignor Brandano, Abate di Pescara.

 La camera delle torture                                           

Durante un’altra visita in Loggia, Clotilde, contravvenendo agli ordini di suo padre e spinta da curiosità, lo segue dopo averlo visto sparire dietro una porta segreta; ma viene subito scoperta.

Parigi – Dalle memorie di Clotilde Bersone"Invano mi scongiurò di tornare indietro, di desistere dall’idea funesta di accompagnarlo più oltre. “No, non insistere! ho deciso. Sai bene che io non fiaterò: non devi temere nulla. Da tempo ho dei sospetti su quelle che voi chiamate agapi fraterne: voglio sapere tutto, e lo saprò.” Per un labirinto di corridoi e di scalette secondarie, discutendo, arrivammo a un sotterraneo basso a volta. “Basta; resta qui: a che serve mostrarti questo spettacolo? Ho paura di spaventarti!” Fissai mio padre con uno sguardo sferzante: “Dove vai tu, nulla mi spaventa!”. Aprì, senza prevedere lui stesso tutto l’orrore dello spettacolo.

                  Ci trovammo entro una cripta, tutta piena di strumenti di tortura.

                Mi venne la voglia di sorridere come dinanzi un’attrazione di teatro;

            ma per terra vidi giacenti pezzi umani, ancor sanguinolenti o scarnificati:

mani, piedi, braccia, teste; e da quel macello esalava un puzzo abominevole di carnaio.

In quell’orrido scenario, ecco, vidi due fantocci, ritti, uno di faccia all’altro, con la tunica macchiata di sangue. Uno di essi, sul capo, portava la corona, l’altro la tiara. Accanto uno stiletto, alcuni pugnali col sangue raggrumato.. tutto testimoniava che tali armi omicide non avevano colpito gabbie di vimini o vesciche piene di carminio, bensì carne viva e umana; e quella coppa che offrivano le Ninfe, in quei luoghi maledetti, ai grandi redentori dei popoli, non era una metafora, era una realtà, una coppa cioè di sangue ancora caldo di vittime assassinate. A dispetto dell’orrore suscitatomi dal mio primo “choc”, la sètta degli Illuminati s’ingrandiva nella mia immaginazione, e mi appariva come lavata, in quel sangue, dal ridicolo e dalle sozzure degli agguati di parata.

           Dietro il velo di commedia, finalmente intuii la sua perversità satanica

              e l’esistenza del reale terribile segreto, da difendere e vendicare

                        a costo di tanti assassinii consumati nell’ombra.

Quasi quasi, non mi era più così indifferente diventare la soggetta e forse la Regina della Sètta terribile, che osava mettere in opera tali mezzi.

Dopo alcuni giorni, Clotilde, sempre più umiliata e frustrata da chi le avrebbe dovuto invece essere più tenero e vicino, prende una risoluzione:

“Si, io sarò massona, poiché la fatalità mi ci spinge con implacabile ferocia; ma massona per impadronirmi del potere e dei segreti, e ritorcerli contro tutti gli strumenti della mia disgrazia. D’ora in poi e ormai senza Dio, senza genitori, senza amore, avevo levata la mano e gridato nell’aurora: “Odio e vendetta, Voi sarete per sempre il mio Dio!

 La Dalida di Garfield                                                   

Da Costantinopoli, la Bersone viene inviata, da Ahmed Pascià, a Parigi, per essere posta sotto il controllo e la protezione del Grande Oriente della Grande Loggia degli Illuminati della Francia. (…) Quest’uomo (colui il quale avrebbe dovuto proteggerla – Ndr) era il famoso L. A. Garfield, che doveva, sei anni più tardi, nel 1881, entrare nella Casa Bianca, come successore dei Washington, dei Monroe, dei Buchanan, dei Lincoln, dopo Grant, allora Presidente degli Stati Uniti, e Hayes suo successore. Aveva, in quel momento, 44 anni e la sua vita rassomigliava a una leggenda. Era oriundo dell’Ohio; aveva fatto tutti i mestieri per sfuggire alla mediocrità dei suoi natali. In Europa, ufficialmente, era venuto solo una volta verso il 1868, ma qui, in realtà, in incognito, fungeva da Grand’Oriente della Grande Loggia degli Illuminati della Francia, sotto la nomea di pretesi viaggi per inchieste, della durata or di tre or di sei mesi, nei deserti della Louisiana o sulle montagne della costa del Pacifico. Garfield è molto esplicito con la Bersone:

“Non tema nulla; piuttosto.. siamo amici davvero. Lei avrà in noi i servitori più devoti e fedeli, ma dapprima bisogna che Lei obbedisca. Io stesso non ci posso nulla. Lo si vuole!” Io ero sbalordita, e lo stesso Garfield sembrava urtato, malcontento. “Si vuole così. Lei sola, a quel che si dice, può renderci certi servigi. Metta dunque a nostra disposizione la sua testa, la sua bellezza, la sua energia… E allora, non tema nulla, sia pur tranquilla: dovessimo stritolare molte vite, la sua sarà salva.” Gli sembrai esitare ancora. “Che lo voglia o no, Lei è nostra! Tu stessa ti troveresti qui, se tu sapessi amare? E’ forse per questo che ti hanno scelta?..

                          No! La nostra virtù non è l’amore; è l’orgoglio, è l’odio.

Tu parli di fiori, e non rumini che vendette.. E non ti difendere… Io ti conosco meglio che tu ti conosca. Lo si sa bene che nulla ti parrà ormai difficile, pur di far vendetta delle tue offese!”

CLOTILDE BERSONE  —  L’AFFILIAZIONE MASSONICA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 L'affiliazione massonica                                           

La Bersone viene riconosciuta idonea per l’affiliazione. Dopo averle fatto rinnegare il battesimo, dopo averla sottoposta a prove umilianti e disgustose, e dopo averle fatto giurare eterna obbedienza alla Loggia, ha inizio la parte culminante del rito di affiliazione.

Il Gran Maestro, allora, mi fece alzare e avanzare dinanzi a uno a uno, e tutti, uno dopo l’altro, mi respinsero, con parole di disprezzo e di odio, come se i loro sentimenti verso di me fossero cambiati, come se giudicassero che io non avessi superato bene la prova. Allora, Garfield afferrò il mio braccio, mi aprì una vena, e lasciò colare il mio sangue, un terzo di bicchiere, poi bendò la ferita. Mi si ritolse la benda, mi si mise una spada in mano, mi si condusse dinanzi un, così detto, cadavere, coronato, nascosto nel “manichino” di vimini. Un canto ebraico riempì la sala. Dopo ogni strofa, il Grand’Oriente recitava, su un grosso libro, una specie di lezione. Alla fine di ogni lezione, il coro, a più riprese, lanciava l’anatema: “Maledetta!..E’ una maledetta!…” “Colpisci!” mi comanda Garfield, additandomi il fantoccio regale. Mi sembrò che tutto girasse attorno a me. Alzai l’arma, il sudore alla fronte… La lezione di Costantinopoli m’aveva istruita, non mi lasciava dubbio alcuno che

             io stavo per assassinare, assassinare con la mia mano, e per davvero;

                                                non era una commedia!

 Assassina                                                                        

Un tremito nervoso mi scosse tutta, trepidante e selvaggia. Garfield non mi lasciò mai col suo sguardo orgoglioso che sembrava uno scherno: “Te l’avevo detto: non sei tu, femminetta, che regnerai su noi!” In un’enorme coppa di bronzo, posta su un treppiedi, egli gettava, nello stesso tempo, un pugno di erbe aromatiche. Una fiamma enorme si alzò, con fumate inebrianti. Tutti gli Affiliati, in semicerchio attorno a me, avevano estratto i loro pugnali: sembravano volermi trapassare, per ridurmi, almeno su questa scena d’orrore, a un silenzio eterno. Allora, con un riso stridente, indietreggiai di un passo, fissato il punto segnato sul “manichino”, che dovevo colpire, con tutte le mie forze, titubante, ebbra, frenetica, sferrai il mio colpo. Un getto di sangue caldo inondò le mie spalle, e caddi a terra più morta che viva. Io… avevo… ucciso!!! Per sempre criminale, avrò quel sangue sull’anima come un altro battesimo dell’inferno, per l’eternità. Ah, maledetta! veramente maledetta! Il Gran Maestro, coperto di un manto bianco, mi rialzò, mi sollevò da terra, inerte, rivolta con la faccia all’assemblea. Due Affiliati distesero sopra il mio capo una coltre funebre; Garfield m’intimò:

          “Si prostri, ora!… Si sottometta, o povera incredula, alla Potenza superiore

                  dell’Essere Supremo che noi adoriamo tutti, qui, e che ci governa.”

 Il sigillo della bestia                                                        

M’inginocchiai; lui, brandendo dal fuoco una specie di punteruolo minuscolo,me l’applicò al lato sinistro della fronte. Per un secondo la carne abbrustolì, e una sofferenza acuta mi morse la tempia: io non mossi ciglio. Tutti ne furono stupefatti. D’altronde, una benda di tela fine, imbevuta di un linimento speciale, fu distesa presto su la cicatrice e calmò quasi subito il dolore.

                               Io ero per sempre segnata del Sigillo della Bestia;

                ma lì per lì io non capii l’orrore di questa consacrazione infamante.

                                           Tutto mi era divenuto indifferente,

                salvo la speranza di far ripagare, un giorno, tutto ai miei carnefici.

Dov’erano i profondi disegni, le rivelazioni “sensazionali”, l’ideale nuovo, che mi avrebbe apportato questa sorta d’investitura? Il vuoto e per di più il sangue: questo era tutto il segreto del Dragone e il mistero delle sue “Illuminazioni”? La mia anima era sfinita, morta, per la mancanza di tenerezza umana attorno alla mia culla. Ah! Se veramente una Potenza, Superiore a queste mediocri cerimonie, e a questi uomini più mediocri ancora, esistesse, non importa dove, negli abissi del cielo, dell’anima umana o dell’inferno, sarebbe stato proprio ora il momento, il grande momento di manifestarsi, per non abbandonare, sui primi passi, una nuova recluta all’incredulità e all’empietà. Ahimè! Il Dragone, quel Dragone stesso, dinanzi al quale m’avevan condotto, quel giorno rimase, per me e per tutta l’assemblea, non altro che la mediocre effige di un animale favoloso, di marmo bianco. Posi la mano sul dorso di quel Dragone, nell’attitudine stessa che aveva Mazzini nel suo ritratto di Costantinopoli; ma il Dragone restò immobile, inerte; nulla fremette sotto le mie dita. Pronunziai freddamente un ultimo giuramento di fedeltà verso quell’idolo inanimato, e sembrò, non solo a me, ma a tutti gli altri Affiliati che ben poca importanza si attaccava a quel protocollo". (continua…)

Tratto da "L'Eletta del Dragone", memorie di Clotilde Bersone (1877-1880)

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 Prima parte                                                                  

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